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Buon lunedì, le sgnalazioni di Claudia Neri, 01_09_014

twitter: @claudianeri

Lo sguardo della giovane ma già affermata Viviane Sassen

Valerio Pellegrini, giovane eforte talento italiano dell’infografica

L’eclettismo del fotografo inglese Jonathan Ford

Da Hong Kong l’innovazione degli architetti e designer di Ova Studio, famosi soprattutto per l’Hive Inn , hotel fatto di container


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Tredici ragioni per cui invidiavo Luchino. (di Agostino Toscana)

Il Saluto di Agostino Toscana a Luca Maroni.

1- Perché era bravo.

Come art director, come direttore creativo e come regista.

Quando prese la direzione creativa di Lintas, ad esempio, trasformò in pochi mesi una agenzia un po’ “ministeriale” in un luogo frizzante e creativo. Senza fare brillanti proclami, solo col bel lavoro e la leggerezza.

 

2- Perché era intelligente.

Luca era un pubblicitario istintivo. Capiva subito, leggendo uno script, dove stava l’idea, e si concentrava su quella. Per affilarla, per liberarla dalle sovrastrutture e dai manierismi, per renderla efficace.

 

3- Perché era disincantato.

Non era assolutamente vittima dei cliché. Li conosceva e li usava, ma non ne era schiavo.

Un giorno, col suo bel cono dell’adci appena vinto sottobraccio, mi disse: “Non ho merito, avevo questo bel titolo del mio copy e l’ho solo impaginato con una di quelle tipografie “omosessuali” che piacciono ai fighetti delle giurie”.

 

4- Perché era pratico.

Sosteneva che la maggior parte delle inquadrature si giravano con un 25 o un 50. E definiva i top shots come “quelle pippe che giri sempre e non monti mai”.

 

5- Perché era cool.

Cool in maniera naturale. Non esibiva mai ma era sempre preparato sull’ultimo film, canzone, rivista, fotografo, oltre che sulle pietre miliari. Era come se le novità cercassero lui e non il contrario.

 

6- Perché era un classico.

Contrariamente a quello che molti invidiosi dicevano di lui, non si è mai infatuato delle mode e degli stili. Insomma di quella orrenda parola che è “tendenze”. Dei suoi film si diceva che erano “alla Maroni”. Ha sempre avuto un suo stile, non correva dietro a quello degli altri.

 

7- Perché era invidioso.

Come tutti, ovviamente. Ma lui lo ammetteva. Se gli piaceva una cosa che avevi fatto, veniva a dirtelo: “Quanto mi sono girati quando ho visto il tuo ultimo film, avrei voluto farlo io!”

 

8- Perché era elegante.

Accidenti, se lo era! Non c’era verso di pedinarlo per scoprire dove comprasse le cose. Occhiali, pantaloni, scarpe, magliette. Certe giacche che sembravano essere nate con lui. Un dandy anglosassone, shabby al punto giusto. Se provavo a metterle io, quelle cose, sembravo uscito da un documentario sulla DDR.

 

9- Perché era un venditore nato.

Vederlo in presentazione o a un PPM era uno spettacolo. Riusciva a convincere quasi chiunque, senza forzare mai. Per lui era tutto sempre “no problem”, facile, possibile. Era “mister easy”, stemperava le tensioni, suggeriva soluzioni. Il contrario del regista permaloso, rigido e ombroso che non accetta nessun compromesso. Ma lui, con la sua tattica, otteneva quasi sempre praterie di libertà’.

 

10- Era veramente rock’n'roll.

Aveva con la cinepresa la stessa attitudine che aveva con la chitarra. Sul set possedeva quello che i rapper chiamano “flow”. Lasciava accadere le cose, in maniera spontanea, stava a vedere stupito e poi le assecondava, le seguiva, ne approfittava. Aveva uno stile alla Keith Richards, un dondolare casuale, all’apparenza improvvisato. E invece strutturato, solido, ritmico e compiuto.

 

11- Perché sapeva filmare le donne.

Sapeva come farle sembrare belle, eleganti, naturali. Come se le capisse. Sapeva sempre che lenti usare, che angolatura. Usava lo slow motion con competenza, conoscendo benissimo il momento in cui era opportuno servirsene. E il momento nell’ edit in cui gli sarebbe servito.

 

12- Perché amava la vita.

La amava più del lavoro, cosa non così scontata nel nostro ambiente. Si godeva ogni momento. Ogni bicchiere di vino, ogni “Eggs benedectine” a colazione, ogni room service a tarda notte in hotel e ogni nota strimpellata sui terrazzi, prima di andare a dormire. Per questo mi piaceva stare con lui, perché ti faceva credere che la vita fosse fantastica.

 

13- Perché mi ha lasciato un bel ricordo.

L’ultima volta che l’ ho visto, sembrava felice, pacificato, persino bello. Mi ricordo di aver pensato a come stava bene in sella a quella moto stilosa, con un’aria da ragazzo innamorato e il sorriso sotto gli occhiali scuri. E quel suo modo di salutarmi, senza la paura di usare quella parola antica e spesso considerata fuori moda: “Ciao, amico!”

 


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Baldoni, Saviano… e qualche pensiero bello

Domani, 26 agosto, ricorre il decennale dell’assassinio del nostro collega Enzo Baldoni. Facendo nostra la proposta di molti soci, rilanciamo questo contributo di Till Neuburg, originariamente condiviso sulla mailing list ADCI il 22 agosto. Come scrive Till: chi voleva sapere, sa.

Questo martedì 26 agosto 2014, saranno esattamente dieci anni da quando Enzo è stato ucciso.

Se qualche giornalista del sistemone se ne ricorderà, di sicuro leggeremo il solito mantra “Tragica fine”, “Misteriosa vicenda”, “Circostanze mai chiarite”. Per chi aveva e ha voglia di capire cos’era successo laggiù, a Washington, ad Arcore, Roma e Milano, sin dal giorno che l’avevano rapito (il 21 agosto 2004), il menu di bocconi avvelenati è sempre stato ottimo e abbondante.

Infatti, nel giorno che Enzo fu ammazzato, Vittorio Feltri s’era divertito così:

“Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all’Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). (…) Enzo, hai qualche filo staccato. E come te ce l’hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che però non capisce un’acca, neanche dell’evidenza. Non fraintendete, spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. (…) Dai Berlusconi, datti una mossa, restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a via Montenapo e a Piazza San Babila”.

Le reali circostanze del suo viaggio, delle sue intenzioni, degli spostamenti, cosa aveva visto, chi aveva incontrato e soprattutto, cosa aveva con sé al momento del suo rapimento, è tutto stato raccontato e descritto in modo dettagliato – con articoli, testimonianze, video, blog, e persino con qualche foto. Chi voleva sapere, sa.

  • Enzo aveva visto di persona le spaventose conseguenze dei bombardamenti americani al fosforo bianco su Faluja (sostanza espressamente bandita dalla Convenzione di Ginevra).
  • Enzo era presente quando i carri armati USA assediavano i ribelli sciiti rifugiati nella moschea di Najaf. Memore della complicità affaristica tra Bush senior e il padre di Bin Laden, quel luogo santo non poteva assolutamente essere distrutto con le armi e perciò il comando americano era intenzionato a stanare i ribelli con i gas – esattamente come aveva fatto Putin con i ceceni nel teatro moscovita. Tutto questo, Enzo lo sapeva.
  • Enzo intendeva portare in Italia una lettera del leader sciita Moqtada Al Sadr destinata al Papa, lettera che Maurizio Scelli voleva a tutti i costi recuperare per consegnarla di persona a Wojtyla. Nelle possibili trattative separate tra le forze ribelli sciite e gli USA, con quell’agognata intermediazione il Commissario Straordinario della Croce Rossa Italiana, avrebbe assunto una visibilità di rilevanza internazionale.

Questi fatti (e parecchie circostanze indotte), erano lucidamente stati censurati e cancellati da tonnellate di chiacchiere, falsità e depistaggi – e da un’indifferenza generale nel nostro paese (purtroppo anche da parte di troppi suoi colleghi di mestiere).

Il 18 agosto 2004, Enzo scriveva sul suo blog: “…L’unica cosa che ci fa davvero paura sono gli americani“. Non a caso, tre anni dopo, su tutti i giornali apparve una foto dove il comandante supremo delle forze USA in Iraq, il generale David Petraeus (divenuto successivamente comandante delle operazioni militari statunitensi in Afghanistan e poi persino capo della CIA), beveva il tè con il vicepresidente iracheno Bahram Saleh e con il capo dell’esercito islamico dell’Iraq Abu al-Abed – che in realtà si chiamava Saad Erebi al Ubaidy ed era colui che aveva aveva rapito e ammazzato Enzo.

Da noi, a parte il loscume sparpagliato dai vari Gianni Letta, Franco Frattini, Nicolò Pollari (Sismi), il generale Mario Mori (Sisde) e da gazzettari come Vittorio Feltri e Renato Farina, persino il più prestigioso massone d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, s’era distinto per una piccola “devianza” della quale la stragrande maggioranza dei cittadini sono tuttora all’oscuro:

Dopo aver prontamente insignito il mercenario al soldo della contracting company “Presidium Corporation”, Fabrizio Quattrocchi, con la Medaglia d’Oro al valor civile alla memoria, la richiesta di migliaia di cittadini italiani per il conferimento di una medaglia di pari valore a Enzo, non solo non fu mai soddisfatta, ma lo stesso Presidente della Repubblica dell’epoca non s’era nemmeno degnato di rispondere a una sola delle varie petizioni.

Ultima annotazione: ai funerali di Quattrocchi a Genova, officiati nientemeno che da Tarcisio Bertone con un messaggio personale di Giovanni Paolo II, c’erano il cardinale Angelo Sodano, l’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, il ministro Mirko Tremaglia. Il presidente Ciampi aveva inviato un messaggio personale alla famiglia.

Ai funerali di Enzo, effettuati a Preci 27 novembre 2010, di rappresentanti delle nostre istituzioni nemmeno l’ombra.
Till
……………..

Per onorare degnamente il ricordo di Enzo, ecco cosa aveva scritto Roberto Saviano il giorno successivo alla sua morte:

L’affermazione della libertà – I partigiani chiamano

(pubblicato il 27 agosto 2004)

di Roberto Saviano

Hanno ucciso il giornalista collaboratore di DIARIO Enzo Baldoni. Era andato in Iraq con la Croce Rossa per aiutare una popolazione costretta allo stremo, aveva utilizzato il suo ruolo di volontario per raccontare ciò che gli uffici stampa dei Marines (quelli che i giornalisti Mediaset e RAI usano come fonte principale delle loro notizie) preferiscono tacere. Era un uomo interessato alla vita e forse questo l’ha reso pericoloso.

Non conoscevo Enzo Baldoni di persona. Era un collaboratore di DIARIO. Anche io sono un collaboratore di DIARIO e forse questo mi è bastato per comprendere che Enzo era un reporter libero da vincoli e stipendi. Non era la Botteri ed i suoi contratti milionari, non era un inviato della CNN da 60 mila euro settimanali. Era un giornalista che non alloggiava negli alberghi superprotetti dei giornalisti che non aveva blindature diplomatiche come la RAI concede ai suoi presunti reporter. Era curioso, interessato alla vita quotidiana di chi è senza una gamba perché saltata su di una mina, interessato a quel politico locale iracheno che con genialità riesce a rendere la vita dei suoi cittadini meno dura, voleva raccontare cosa davvero vive un paese invaso da cingolati e proiettili USA che fingono invece di gettare cioccolatini e vhs. Baldoni è morto senza che il governo italiano mediasse così come aveva fatto con i legionari. Per un mercenario però v’è sempre più spazio, ha troppe cose da svelare, troppe magagne da raccontare, le famiglie con la morte potrebbero svelare, raccontare a qualche magistrato. Meglio salvare ad ogni costo chi è andato a difendere l’industriale, il pozzo di petrolio, la cava. Baldoni invece era andato per portare cibo e raccogliere la memoria dispersa della disperazione. Null’altro che la vita di ragazzetti straziati, donne affamate, uomini sbandati. Ma anche una memoria di gioia, quella di un popolo antichissimo, capace di mantenersi dignitoso persino ironico, il suo blog http://bloghdad.splinder.com * ne era un chiaro esempio.

L’Esercito Islamico dell’Iraq persegue una logica speculare a quella dell’invasione USA, ammazzare chi cerca di mediare, uccidere chi vuole raccontare la verità e tenta di aiutare chi è allo stremo. I terroristi islamici finanziati dalle aristocrazie petrolifere non hanno altro obiettivo che aumentare la disperazione, rendere nulla l’ipotesi di soluzione. Nel trambusto perpetuo e nel fiume di sangue v’è la sua vittoria. Oggi Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica dice in poche parole verità che molti hanno taciuto:

All’opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l’odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l’odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

Personalmente vivo in terra di camorra, scrivo inchieste, ho la presunzione di comprendere cosa significa lavorare per un giornale libero e vivere nella solitudine più totale. Avere come obiettivo soltanto ciò che si scrive e per poter giungere ad una verità d’analisi completa non proteggere la propria vita né il proprio salario. So cosa questo significa. So che a volte, forse ingenuamente, si crede che una pagina, un’inchiesta, una denuncia, un approfondimento, possano realmente cambiare qualcosa, che il sapere, il far sapere, il condividere una verità, in qualche modo già serva a mutare il corso delle cose. Oggi credo di meno a tutto ciò. Oggi è davvero un brutto giorno anche per me, come inchiestista e come collaboratore di DIARIO oltre che come uomo.

Sono di origine ebraica, a Enzo Baldoni dedico un kaddish per i morti, sono ateo, ma in questo momento mi pare la cosa più triste che mi abbiano insegnato a fare dinanzi ad una morte, che come tutte le morti è ingiusta:
«Yehé shemé rabbà mevaràch le’alàm ul’almé ’almayà yitbàrac».

* Oggi, quel blog è ancora (parzialmente) presente in rete come:
http://enzobaldoni.wordpress.com/

t.n.
…………………………………………

Per gli amici di Enzo (e miei), ho messo insieme una raccolta di suoi pensieri. Erano apparsi in varie mailing list e blog e sono messi in stretto ordine cronologico. (I titolini, puramente identificativi, sono miei):

Libertà sessuale
Credo che XXX sia orgogliosamente bisex, con sfumature sadomaso, e rivendichi il diritto di fare sesso come le pare e con chi le pare. D’altro canto, pur non essendo praticante, personalmente ritengo la bisessualità una sessualità più ricca e completa.
YYY, non so se ti intendo male, ma mi pare che tu consideri l’aggettivo “lesbica” come un insulto da cui XXX vada in qualche modo protetta. Personalmente, credo che sia semplicemente un modo di essere di cui non ci si debba né vergognare né vantare. Si cerca di viverci in armonia: come si è biondi o bruni, timidi o spacconi, impiegati di banca o copywriter.

16 novembre 2001

Morire felici – Uno
Sapete che vi dico? Non mi dispiacerebbe morire facendo una cosa che adoro.
Lo dico sempre ai miei quando parto: “Se dovessi morire, ricordatevi che sono morto felice, vivendo come volevo e facendo le cose che mi piacevano”.
Non è poi questa gran cosa, la morte. Non si sente male se ti sparano o se vai a sbattere. Fa male guarire, non morire. Chiunque abbia avuto un incidente stradale lo sa.
Credo che se uno ha vissuto bene, va bene anche morire. Certo, Maria Grazia Cutuli era terribilmente giovane. Ma ho idea che fosse felice, in Afghanistan.
Secondo voi sto bestemmiando?

20 novembre 2001

Mobilità
In Italia di lavoro ce n’è. Tanto è vero che importiamo manodopera per i lavori che nessuno è più disposto a fare, e perfino piccoli imprenditori: ormai tanti pizzaioli sono egiziani.
Se un ragazzo ha voglia ed energia, un lavoro se lo inventa.
È che i nostri figli sono un po’ cocchi di mamma. Pochi vanno a fare i camerieri per pagarsi il Grand Tour intorno al mondo…
Gabriella, mia figlia, ha rifiutato un comodo posto di creativa in qualche agenzia e fa l’artista di strada: fa spettacoli ai compleanni dei ragazzini, va alle feste di paese, spesso dorme in un vecchio furgoncino VW degli anni ’80 attrezzato a camper.
Durerà? Non lo so. Una delle caratteristiche del nuovo modo di vivere è il cambiamento continuo, la mobilità, le sfide, l’elasticità. Magari tra due anni farà tutt’altro.
Ma io sono orgoglioso che abbia scelto una strada tutta sua, anche dura, invece della comoda sistemazione prospettata dall’ansioso paparino.

21 novembre 2001

Il posto fisso
Ci vuole una rivoluzione culturale in tutto, anche nel modo di lavorare. Per esempio, quanto è diffuso il concetto di customer satisfaction?
In fondo il concetto di posto fisso dalla culla alla tomba è vissuto da poco più di un secolo.
Prima i posti di lavoro erano tutti flessibili, dall’arrotino al marinaio, dal mercenario al Primo Ministro. Come sgarravi … zac! nelle segrete del castello.
Il posto fisso ha fatto nascere una burocrazia arrogante e margniffona, sazia e prepotente. Bidelli maleducati, professori insipienti, infermieri sporcaccioni, tranquillamente certi che nessuno li potrà mai licenziare. E presidi tremebondi, dirigenti leccaculo, quadri incapaci che chiudono la strada ai giovani capaci. Pensate alle vostre agenzie, alle aziende con cui lavorate: quanti imbecilli restano a far danno solo perché licenziarli sarebbe troppo costoso?
Si ritorni alla flessibilità. E chi non sa fare bene il proprio lavoro si levi di mezzo.

21 novembre 2001

Serenità
La paroletta magica è PAURA.
Nel mio piccolo, alle Balene, cerco di mantenere un’atmosfera serena e piacevole. Però è facile, siamo piccoli. Le tensioni aumentano negli organismi complessi.
Nella nuova casa delle Balene ci saranno tanto legno, forme curve, acquari, vetro, molta luce, piante, perfino un giardino zen.
Non sono sicuro che tutto ciò favorisca la produttività, ma la verità è la seguente: chi se ne fotte?

4 dicembre 2001

Caso e surf
Se fai resistenza, la vita ti trascina via e ti travolge. Se impari ad abbandonarti, ti porta dove vuoi – meglio: dove puoi. Solo apparentemente è un controsenso. Io ho avuto le conferme sul campo.
Il caso si governa. Come un surfista sulle onde: un po’ ti lasci portare dal mare, un po’ dirigi la tavola.

14 dicembre 2001

La morte non esiste
Se pensassimo che solo questo istante è eterno? Cioè: vivere profondamente, coscientemente il presente, senza troppo curarsi del resto?
Lo so, suona metafisico e io metafisico non sono per niente. In pratica: provate a concentrarvi sull’adesso, le mani appoggiate sulla tastiera, toccate il tavolino, passatevi la mano tra i capelli (ma dedicandovi interamente ad ascoltare il piacere, la tattilità e la sensazione fisica di quel passaggio tra i capelli).
Con un po’ di esercizio, vi accorgete che la morte non esiste. (Oops, l’ho sparata grossa?)
Se pensassimo che solo questo istante è eterno? Cioè: vivere profondamente, coscientemente il presente, senza troppo curarsi del resto?

15 dicembre 2001

Figli
Credo che sia per una serie complessa di motivi (genetici, di ambiente) e anche perché la nascita di un bambino ci mette a contatto con uno degli aspetti più profondi e animali della nostra anima, il creare qualcosa di profondamente nostro, di carne e di pelle e di sangue e che ci perpetuerà: il nostro cucciolo.
È la stessa cosa che ci succede per una campagna in cui crediamo: ci esalta crearla e metterla a punto, soffriamo se qualcuno la bistratta o la maltratta.
Per quanto mi riguarda, i momenti in assoluto più pieni e felici della mia vita sono legati ai figli.
Naturalmente, questo non è vero per tutti: ci sono persone che vivono tranquille senza figli e non ne sentono mai il bisogno.
Non c’è mai una risposta unica. Per fortuna.

17 dicembre 2001

Illuminismo?
Anch’io sono convinto che le grandi religioni siano inevitabilmente storie di potere e di denari, di stragi e di veleni, di sopraffazione e di controllo sociale.
Eppure.
Eppure confesso che ogni tanto mi sento un po’ zoppo, col mio laicismo che sembra offrire una spiegazione razionale a tutto ma lascia un sacco di zone d’ombra.
Ieri ero nel Duomo di Cremona, a scopi meramente turistici. Stavo studiando con attenzione la Grande Croce, un miracolo di oreficeria gotica, quando ho zumato e messo a fuoco tre metri più in là.
C’era un vecchio prete, nel confessionale aperto, illuminato da una lampadina fioca.
Inginocchiata davanti a lui, una signora sui sessanta. Un cappotto grigio un po’ infeltrito, un fazzoletto di lana marrone sulla testa.
Prima lettura: la beghina che si confessa, (Les Bigotes di Jacques Brel), il potere della Chiesa che allunga le mani sulle pagine dei parrocchiani.
Seconda lettura: qualcosa di più profondo. Quel prete vecchio, dalla faccia buona, un uomo pacificato, forse saggio, poteva essere un rabbino nell’angolo buio di una sinagoga di Praga, lo sciamano in una steppa gelida della Mongolia, l’imam che, sotto una palma, al tramonto di una giornata di ramadan, assaggia caffè speziato, pane e datteri, ascoltando un uomo in dubbio, malato o angosciato. L’esponente di una comunità che ha cura e dà conforto ai propri aderenti.
Non so come dire: la ragione offre delle risposte su un piano bidimensionale, come la superficie del mare. Ma non è sufficiente per dare risposte su un piano tridimensionale. Cosa c’è al di là del visibile, dello sperimentabile? Il tempo è davvero una linea retta? La terra è veramente piatta come ci appare?
Ogni tanto mi chiedo: troppo illuminismo acceca?

24 dicembre 2001

Rischiare
Ragazzi, non si può vivere con la paura. È la paura che ci frega. Se abbiamo fiducia nella vita e negli altri, la vita ci sorriderà.
Garantito.
Non so come funzioni, ma funziona. Per me va così da trent’anni. E, quando ho il coraggio di affidarmi alla vita e di rischiare, mi succedono cose straordinarie.

21 novembre 2001

Ottimismo
Mi piace la CNN, che è tutto un girotondo di facce dalle radici anglo-iraniane, cino-hawaiiane, africane, afroamericane, nippo-giamaicane, finlandesi purissime, arabe, brasiliane, sudafricane, indiane. Un bel misto di cromosomi, a volte così misti da non essere rintracciabili. Facce diverse che comunicano in una lingua comune abbastanza semplice, come vorrei che fosse il futuro del mondo.
Mi piace da impazzire vedere le previsioni del tempo globali, sapere nel giro di dieci minuti che su Timor sta piovendo, sulla Colombia c’è il sole e a Seattle il Puget Sound è spazzato dal vento. Mi piace pensare che siamo tutti uomini di un unico, piccolo pianeta, e che le differenze razziali sono destinate a scomparire, perché un giorno le facce saranno tutte nelle varie gradazioni del caffellatte.
Soprattutto mi è piaciuto, ieri, tenere in braccio Bianca, la bambina appena nata del mio socio Marco. Bastava un braccio solo. Un topolino di nemmeno tre chili dagli occhi spalancati e curiosi che si abbandonava al mio braccio con fiducia totale – e non ho nessuna paura di fare retorica. Per questa bimba, e per tutte le cose belle che la vita le sta preparando, io dico: abbiamo il dovere (e il piacere) di essere ottimisti.

4 gennaio 2002

Violenza
Ricordate l’esperimento di qualche anno fa, di quel professore che faceva applicare elettricità a una cavia umana, spronando i migliori allievi ad alzare senza pietà il potenziometro?
Di là del vetro la cavia faceva finta di tremare, svenire, urlare. E il professore diceva: “Più forte, dobbiamo testare i limiti di resistenza umana.” E i bravi allievi dai, giù a 360 V. Avevano il permesso dell’Autorità.
I ragazzi che a My Lai sventravano le vietnamite incinte scommettendo sul sesso del feto non erano mostri, erano normali ragazzoni americani allevati a omogeneizzati e senso patriottico. I poliziotti che a Genova hanno menato dimostranti indifesi che dormivano nei sacchi a pelo erano figli di mamma come i dimostranti che, sotto i miei occhi, hanno dato fuoco a un blindato con i carabinieri dentro che urlavano. E più urlavano, più i dimostranti cercavano di fracassare i vetri con mazze e sassi.
L’onda d’urto della violenza faceva paura.
Temo che la civiltà sia una vernicetta sottile. Per scrostarla basta poco.

15 gennaio 2002

Conformismo
Gaber è un grande borghese, intelligente, che ha avuto il coraggio di dire quello che in molti sentivamo confusamente ma, nel conformismo di sinistra in cui eravamo tutti avvolti, non eravamo ben sicuri di pensare.

23 gennaio 2002

A cena con la Nanda
Ieri sera a cena con amici e una signora ultraottantenne con gli occhi vivi che scioccava i nuovi arrivati dicendo “Oh, che bel ragazzino! Ma a te piacciono i pompini? Non contare su di me, però…”
Una serata a chiacchierare di Gregory Corso, di Ferlinghetti, di Ginsberg e dei poeti beat, di San Francisco Anni Sessanta, di Palo Alto e di Big Sur, del primo LSD, di ragazze che collezionavano cazzi di intellettuali come altre collezionavano bigliettini di San Valentino, e che si erano fatte scopare da tutta l’intellighenzia della West Coast. Di Cuba e di Hemingway che, alla Finca Vigia, lavorava dalle sei alle undici del mattino e poi era in sbronza fissa di scotch, Valpolicella e daiquiri.
Guardavo quel volto rugoso che è stato molto bello e pensavo: “Da queste rovine mi guardano sessant’anni di storia della letteratura americana”.

26 febbraio 2002

Valdesi
Essendo agnostico non do denari a comunità religiose.
Se dovessi darli a qualcun però, li darei ai valdesi. Per simpatia, non per un motivo ragionato. Forse perché hanno l’aria molto seria e hanno fatto una comunicazione concreta e calvinista.

11 marzo 2002

Fanatismi
È importante continuare a distinguere “ebrei” da “israeliani”, e sapere che non tutti gli israeliani vogliono l’occupazione dei territori, anche se ho trovato molto inquietante vedere gli ebrei del ghetto di Roma che urlavano “Viva Sharon”.
Brutti tempi per chi vuole continuare a mantenere la testa fredda. Tempi di odio, di morte, di fanatismo, di cuori induriti dai lutti e dalla ferocia.

4 aprile 2002

Gli anni migliori
Io ho sempre un po’ di pudore a dire che penso positivo, suona molto american-celluloid – ricettina per la felicità. E poi, sì, l’ha detto quello stupidotto di Jovanotti.
Eppure da sette/otto anni ho fatto un cambiamento importante e ragionato nel mio approccio verso la vita, e mi è successo davvero di tutto. Anche delle cose che se me le raccontasse un altro non ci crederei.
Non credo di aver trovato il Supremo Segreto Universale della Vita. Resto sempre un contadino umbro emigrato a Milano. Arranco, e inciampo, ogni tanto ho paura e ogni tanto sono triste e depresso come tutti. Ma posso dire che gli anni dai 46 ai 53 di oggi sono probabilmente stati i migliori della mia vita?

18 aprile 2002

Occhiali da eschimese
Che bello. Ognuno vede una realtà sua. E sospetto che ognuna di queste visioni sia reale, anche se naturalmente incompleta.
Io per capire mi sono inventato (o forse ho orecchiato) questo ragionamento un po’ rozzo degli occhiali da eschimese.
Se riuscissimo davvero a “vedere” compiutamente la realtà probabilmente impazziremmo.
Come gli eschimesi che, se guardassero per sei mesi di seguito il sole e i ghiacci, diventerebbero ciechi.
Così gli eschimesi si fanno quei begli occhialini d’osso: una fessura. La loro visione del mondo viene limitata, ma gli occhi si salvano.
Credo che siamo così anche noi: la cultura, l’educazione e la vita ci fabbricano delle griglie attraverso cui filtriamo tutti gli stimoli che ci arrivano, e li organizziamo secondo un nostro sistema di giudizi e valori, che usiamo per proteggerci dagli eccessi di realtà.
Le cose che non capiamo, o che non passano dalla fessura dei nostri occhiali da eschimese, le neghiamo o le rimuoviamo.
Il pezzettino di visione che arriva al nostro occhio lo chiamiamo realtà.

7 maggio 2002

Morire felici
La morte. Credo di essere guarito dalla paura della vecchia compagna di strada quando l’ho vista in faccia e mi sono reso conto che non è poi tutto questo gran che.
Il nostro corpo si difende dalla morte: quando ci sei vicino ti imbottisce di endorfine che ti danno una sensazione piacevolissima, e non si soffre. Si soffre, casomai, prima, ma mai nell’ora che la precede. I medici lo sanno.
Per ora mi affaccendo a vivere.
Forse non mi fa paura la morte anche perché amo così tanto la vita e credo di averla vissuta bene, o perlomeno come piaceva a me. Ad ogni partenza dico a mia moglie, ai miei figli: “Se morirò durante questo viaggio non piangete, perché sarò morto felice: facendo la cosa che mi piace di più al mondo”.

20 agosto 2002

Tolleranza
L’esperienza personale mi induce a lasciare le briglie lente. Meglio che i nostri figli imparino la libertà e la tolleranza piuttosto che l’odio o la diffidenza per le religioni.
I miei due sono stati battezzati, hanno scelto loro di non fare l’ora di religione, la ragazza si è comunicata e cresimata (lo facevano tutte le sue compagne, l’ha chiesto lei, perché negarle un’esperienza?), ha conosciuto da vicino le suore e i preti e ora è felicemente e tranquillamente agnostica.
Al contrario, ho visto bambini figli di mangiapreti piangere per poter andare al catechismo, come i compagni.
Insomma, come sempre un po’ di tolleranza e nessun fanatismo. Che i ragazzi conoscano e provino tutto quello che vogliono, senza sentirsi troppo diversi dal gruppo (gli adolescenti hanno un grande bisogno di identificarsi in qualcosa al di fuori della famiglia). Poi sceglieranno loro.

10 marzo 2003

In libera compagnia
Un amico mi regalò una t-shirt con scritto “I’m straight but not narrow” che conservo gelosamente e che ho indossato anche al Gay Pride di Roma di qualche anno fa, dove andai sottobraccio a mio figlio diciassettenne.
Finalmente potevamo abbracciarci in pubblico senza che la gente si chiedesse “Ma sono padre e figlio o sono froci?”

31 marzo 2003

L’ego
Credo che – specialmente noi che facciamo i creativi – dobbiamo imparare a riconoscere le sirene dell’ego e sfuggirle come la morte.
Raggiungiamo il nostro massimo potenziale quando ci facciamo piccini, umili e modesti.
La modestia (assieme alla risata) è un concetto essenzialmente zen.
Io questa cosa l’avevo capita, tanti anni fa. Avevo capito che dobbiamo tendere ad essere semplici e lisci come un ciottolo levigato dal mare.
Ma purtroppo tendo a dimenticarla.
Spero di ricordarmela ogni volta che mi sentirò un po’ troppo sicuro della mia forza, della mia intelligenza o della mia creatività.

7 aprile 2003

Il mio funerale
Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”.
Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.
Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.
La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.
Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra.
Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.
Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.
Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.
Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.
Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte. E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.
Verso le otto o le nove, senta tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata.
Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski.

24 maggio 2003

Bei tempi
Mi ricordo la noia di domeniche interminabili in cui, dopo la messa, non c’era niente da fare e si passava all’osteria o alle bocce, a dirsi sempre le stesse tre cose.
Mi ricordo il controllo sociale fortissimo, per cui se sgarravi a qualche regola non scritta eri emarginato, e tutte le tue scelte erano condizionate dal “si fa” e “non si fa”, dal “che ne dirà la gente”.
Mi ricordo la mancanza di orizzonti, il campanilismo che ti spingeva a guardare con sospetto gli “stranieri” del paese vicino che si azzardavano a venire a ballare con ragazze del posto (e le risse immancabili).
Mi ricordo che i panni sporchi si lavavano in casa.
Mi ricordo che i ricchi contavano di più perché erano ricchi, e gli si doveva rispetto perché da loro dipendeva il tuo pane.
Mi ricordo le inimicizie che duravamo anni, intere famiglie che non si parlavano per generazioni perché il nonno aveva fatto non so più quale sgarbo all’altro nonno.
Mi ricordo le liti furibonde tra contadini per qualche metro di confine, perché la vacca era entrata nel prato, perché uno aveva fatto il malocchio all’altro.
Mi ricordo che i ragazzini perbene non potevano giocare con i figli degli operai, e comunque le zone di abitazione erano ben divise per classi sociali.
Mi ricordo che se una ragazza rimaneva incinta era una donna perduta, e le mamme proibivano alle figlie di frequentarla.
Mi ricordo la disperazione di chi era omosessuale, e viveva la propria condizione con colpa, con vergogna. E se aveva il coraggio o la sfortuna di diventarlo pubblicamente veniva dileggiato e picchiato.
Mi ricordo che una storia extraconiugale veniva vissuta come una tragedia, e spesso dava origine a un omicidio, a una cacciata o a una fuga.
Mi ricordo una sessualità compressa, mortificata, negata, piena di sensi di colpa. Il parroco era un potere, nel paesino, e ficcava il naso anche nei letti dei parrocchiani.
Teneteveli, i bei tempi andati. Io, che sono un ragazzo di campagna, quando entro in un supermercato e vedo l’abbondanza e i colori delle merci, della frutta e degli yoghurt, mi sento più felice.

27 maggio 2003

Libertà di parola scritta
In una mailing list (e ancora di più in un forum, dove ha accesso chiunque) la democrazia non funziona. Ci vuole una dittatura illuminata.

17 giugno 2003

Clienti Padroni
Io adoro il padrone italiano. E peccato che sia una razza in via di estinzione. Conosce il suo mercato molto meglio di me perché è andato a sporcarsi le mani in giro coi venditori e ha passato le notti a sognare i suoi prodotti. Rischia del suo. Non passa il tempo a pararsi il culo, come i suoi manager che si riparano dietro l’ombrellino delle ricerche. Non può sprecare tempo a farsi le seghe, quindi ti dice in faccia quel che pensa. Ne ho sentito uno dire: “Le ricerche stampatemele su carta morbida, che mi ci pulisco il culo”.
Sono quelli – la piccola e media industria – che hanno creato l’economia italiana, mentre la Fiat, la Montedison e le altre grandi industrie, coi loro manager strapagati, puppavano alle mammelle statali, incamerando i profitti e caricando le perdite sulle spalle di noi cittadini.
Penso a Geox, a Meliconi, ai Guzzini o alla Permasteelisa, l’azienda veneta che sta facendo le facciate del grattacielo più alto del mondo, a Taiwan. E mi dico: è vero, a volte il padrone italiano è più creativo di noi.

17 novembre 2003

Il distacco
Non so se sia una ricetta universale – probabilmente non esistono ricette universali – ma mi pare utile imparare a coltivare il distacco.
La tua campagna cresce, la innaffi, la curi come un fiore. Poi andrà per la sua strada. Pubblicata o non pubblicata, gara vinta o gara persa, il senso profondo è stato nel crearla. È lì il premio. Il resto sono trappolette dell’ego. Che infatti ci fanno soffrire.
Non è così anche coi figli? I genitori equilibrati li crescono, li educano e poi li lasciano andare: con qualche rimpianto ma felici che facciano la loro strada.
I genitori che non sono in pace con sé stessi, i genitori egoisti e possessivi, restano sempre addosso ai figli, soffocandoli e tarpandogli le ali, senza mai recidere il cordone ombelicale.
Anche per questo dico che le nostre campagne “sono solo canzonette”. Chi si ricorda più chi ha preso un oro a Cannes cinque anni fa?

27 novembre 2003

Siamo tanto migliori?
Noi civili occidentali siamo tanto migliori dei terroristi islamici?
Un’inchiesta del Guardian sembra rivelare che, ad Amara, alcuni feriti in battaglia (almeno sette) sono stati torturati a morte dai soldati britannici. Un ragazzo di 19 anni, ferito, fatto prigioniero è stato finito a botte e a morsi. A un altro hanno tagliato i genitali. A un altro ancora hanno letteralmente gonfiato la faccia. Leggere per restare molto, molto perplessi.
Sia chiaro: non mi scandalizzo per niente. Queste cose in guerra sono sempre successe e continueranno a succedere. È la guerra, è la sua logica.
Forse sarebbe ora di smettere di cercare di risolvere le controversie internazionali con le guerre. Già.

22 giugno 2004

La paura
La maggior parte degli errori che facciamo li facciamo per paura.
È per paura delle conseguenze che ogni tanto chiniamo la testa.
È per paura di perdere un budget che i nostri responsabili d’agenzia cercano di accontentare sempre tutti (mentre, come diceva non so più chi: “Non so come si arrivi al successo. Ma so come si arriva all’insuccesso: cercando di non scontentare nessuno.”)
È per paura, che buttiamo giù un rospo dopo l’altro pur di avere il nostro stipendio garantito alla fine del mese (e c’è chi è abile a sfruttare questa paura, e ci si arricchisce su.
Io non sono un coraggioso. Ho paura, e anche abbastanza spesso. Accetto molti compromessi. Però penso che la paura la dobbiamo combattere. Credo che dobbiamo insegnare ai nostri figli a essere liberi, a rischiare, a non aver paura della vita. A inseguire i loro sogni, non a farsi tarpare le ali dal timore di volare.
Non sono un ragazzino idealista. Ho 55 anni, ho conosciuto la morte e il dolore. Ho cresciuto due figli, ho costruito delle cose e ho fatto moltissimi sbagli. Ma ho imparato dall’esperienza che, davvero, se insegui i tuoi sogni, la maggior parte delle cose che ti fanno paura si sciolgono come la neve al sole.
E una volta che le hai superate ti dici: “Ma che cazzo, era tutto lì?”.

4 luglio 2004

La disponibilità
Sono convinto che il cazzeggio sia fondamentale per la comunicazione. Distende e predispone all’apertura verso l’interlocutore.
Un po’ come i cosiddetti convenevoli, che sono segnali: «Sono disponibile ad ascoltarti, siamo della stessa pasta, siamo amici».
Lo stesso inviare un bambino con i fiori ai Capi di Stato in visita risale ad antichissime abitudini tribali: inviando un bambino fuori delle mura del villaggio alla tribù in arrivo si mandava un messaggio di pace.
Al contrario, la cultura del sospetto, il continuo chivalà, lo stare col fucile puntato, il controllo esasperato e nevrotico deprimono la comunicazione e la qualità del lavoro.

6 luglio 2004

Insegnamenti
Per ogni schiaffone che ci dà, la vita ci regala anche un’occasione.
Secondo me, imparare ogni tanto a schierarsi invece di voler sempre essere equidistanti a tutti i costi è un bel regalo.
Un altro insegnamento prezioso è: mai mettersi con le persone negative.
Ti succhiano energie, ti macchiano con la loro negatività e alla fine magari portano pure un pochino sfiga.

7 luglio 2004

Morire felici – Due
Mi piacerebbe che, in caso di morte, diffondeste questo messaggio:
“Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà – ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me.”

13 agosto 2004

……………………..


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La creatività negletta da cialtroni e incompetenti di ogni ordine e grado.

Un anno fa Matteo Renzi  avviò un pastrocchio 1.0 per il nuovo logo di Firenze
Il risultato? “Un lavoro rubato che banalizza la città
Parola di MIlton Glaser, l’autore del logo più famoso e imitato del mondo, I Love NY (1976)

Quello che combinò Alemanno con il logo di Roma potete ricordarvelo (o scoprirlo) leggendo “dalla lezione Morandi a quella Alemanno, passando per Milton Glaser“.

Ora è il turno di Napoli. Nei giorni scorsi ho sottoscritto la lettera aperta che AIAP ha inviato al Comune di Napoli  (all’attenzione del dottor Massimo Pacifico) La trovate qui.

Ma prima di cliccare su qualunque link,  vi invito a leggere questo scambio di lettere tra il professionista Pasquale Frezza  e chi segue questo bando di gara nel Comune di Napoli

Il 30/07/2014 23:10, Pasquale Frezza scrive
Salve Signor ****, possiamo avere ulteriori informazioni riguardanti la gara? Le indico qui i punti non chiari:
- L’uso dell’immagine coordinata sarà solo per la prossima stagione?
- Qual è la remunerazione a gara vinta?
- Possono partecipare gruppi di persone che non rientrano in albi o associazioni o agenzie?
Grazie, cordiali saluti.

Risposta
Gentile Signor Pasquale, Grazie per averci scritto. Innanzitutto una premessa.
Il Comune di Napoli ha aderito ad un programma sperimentale di turismo sostenibile che rende protagonisti i cittadini attivi nella promozione della città.
Detto ciò, evito di raccontarLe quali problemi burocratici ci sono nel mettere a gara un’idea.
Adesso Le rispondo per punti:
L’Amministrazione intende utilizzarla almeno per il 2014/15 ma se la risposta all’immagine risulta positiva perchè non usarla anche dopo?
Essendo un concorso e non un bando l’Amministrazione ha inteso premiare i vincitori dandogli visibilità in un catalogo e in occasione di una mostra.
Possono partecipare tutti i cittadini in qualità di attori del turismo sostenibile. Per qualsiasi altro dubbio può continuare a scrivermi.
Cordiali saluti

Torna a scrivere Pasquale Frezza
Gentile Signor *******, Le rispondo anche io per punti:
- Lei scrive “Se la risposta all’immagine risulta positiva perché non usarla anche dopo?”. Perché il compenso di una professionalità intellettuale e\o creativa è legata parecchio all’uso che si fa delle sue prestazioni. Le spiego: se un logo di un grafico viene usato per 100 anni e su decine di media, il valore di quel logo prende ulteriore consistenza. Se invece serve per un convegno a cui partecipano solo 30 persone, allora il prezzo scende, e di tanto. Qui si sta parlando dell’immagine coordinata di una delle città più importanti del mondo: la mia Napoli.
- Lei scrive “l’Amministrazione ha inteso premiare i vincitori dandogli visibilità in un catalogo e in occasione di una mostra.”
Io abito a Milano, in Piazza Sant’Agostino, in un bel palazzo, ma bello davvero.
Però sa com’è, l’umidità, il tempo che passa e chissà quale altra cosa, hanno rovinato la facciata e questo non mi sta per niente bene.
Ero triste e inca**ato, ma poi mi siete venuti in mente voi.
Ed ecco l’idea: invito Lei, il signor De Magistris e tutta la giunta di Napoli qui a Milano per ridipingere la facciata e abbellire il mio palazzo.
La visibilità è garantita visto che ho pure la metro sotto casa e passa un sacco di gente, a ogni ora.
Tutto questo per dirLe semplicemente che la nostra è una professione e in quanto tale deve essere rispettata e remunerata, così come succede per ogni altro professionista.
Attendo Sue, cordiali saluti Pasquale Frezza

E mentre aspettiamo risposte che in genere non arrivano mai, vi ricordo (o informo se siete già al mare) che il Ministro della Cultura (!), Dario Franceschini, ha invitato gli artisti a pagare per lavorare. Qui la petizione lanciata da CGIL

La creatività negletta nel paese che fu il più creativo del mondo” scriveva Anna Maria Testa all’inizio del 2013.

Leggetevelo, soprattutto se fate parte di qualche circoletto feudale della PA.

Chiudo con un’analisi molto lucida che mi ha inviato stamattina un altro giovane e brillante collega (Danilo Ausiello)

….chi legge di corsa il link su Affari Italiani (mentre con l’altro occhio sta guardando la mail o ordinando un caffè) ha inevitabilmente l’impressione di trovarsi davanti al classico riflesso corporativo dell’ennesima (noiosa) categoria. Eccoli qui: i pubblicitari che non vogliono essere tagliati fuori da un appalto. O che protestano per difendere una qualche posizione. Beghe di lavoro, rivendicazioni, furori sindacali. Roba che non scalda nessuno e che ammoscia l’attenzione. E INVECE NO. È molto più di questo. Cioè una protesta così è innanzitutto una protesta IN DIFESA DI NAPOLI. È una battaglia mossa dall’idea che l’immagine di una grande città rappresenta oggi un patrimonio pazzesco. Un patrimonio dall’enorme valore strategico da un punto di vista storico, culturale, economico. E che questa immagine sia necessario coltivarla e difenderla, non scarabocchiarla alla cazzo, affidandola invece a chi ha gli strumenti, le capacità e la sensibilità per prendersene cura e valorizzarla. Sono nato a Napoli e ho vissuto lì gran parte della mia vita. La conosco quella città. La mia impressione è che la gestione e la promozione del brand-Napoli siano oggi assolutamente decisive per il futuro economico di una città seriamente in ginocchio. Ci giochiamo tutto. Ora o mai più. E affidare una roba cruciale come la definizione di un’immagine coordinata a un contest di scarpari (con tutto il rispetto, ma i professionisti hanno altro da fare) è come assegnare il restauro dell’Ultima Cena al blog collettivo delle Mamme Creative. Altro che protesta corporativa. Questa è una battaglia innanzitutto culturale, contro una classe dirigente inadeguata e novecentesca che  ancora pensa che la comunicazione si faccia coi comunicati stampa scritti in Municipio dalla povera stagista. Che un logo serva a fare gli striscioni per le conferenze coi fotografi. Una classe dirigente disperata e disperante, che va presa a pernacchie e superata con un salto. Oplà. E niente tutto questo per dirti che in comunicazione io punterei di più su questi temi sensibili: 1) Difendiamo Napoli 2) Ma che razza di sindaci

Sottoscrivo. Che razza di sindaci.

massimo guastini

 

 

 

 


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Google & ADCI : YouTube Ads Leaderboard Italia (#ytali S1 E4/12)

5 palleggi, 5 finte, 5 falli, 5 punizioni, 5 gol in questo giugno che vede sul tabellone le 5 migliori YouTube Ads che sigillano il quarto e sempre atteso appuntamento mensile con il nostro partner Google.

Lo so, usciamo il 1° agosto con la leaderboard di giugno. Ma vi diamo il pallone (vi mancava, dal Mondiale, eh?). Vi diamo la puntata più cinematografica della serie Assassin’s Creed. Vi diamo Matteo Maggiore, Creative Supervisor in Leagas Delaney nonché autore gallonato di questo blog, che nottetempo, dal suo hotel napoletano, dopo essere stato tutta giornata su un misterioso set, invece che rilassarsi, apre il Mac e ci racconta questi 5 ads estivi – solo per Voi affezionati lettori – e fidatevi: vale la pena continuare. ; )

È ancora il calcio che la fa da padrone. E come non dovrebbe, con la febbre mondiale che sempre di più si avvicina alle temperature di Manaus?
Palle che volteggiano in aria tratteggiando eroi, palle che sfasciano il soggiorno di Beckham, palle sulle quali inciampa anche un famoso brand di auricolari.
Palle ovunque.
Storytelling, musica, regia, animazione e art direction sono le variabili attraverso le quali ci si deve destreggiare nella partita che si gioca oggi. Un match che si articolerà in momenti esaltanti, vibrerà di forti emozioni con un sense of proudness spiccato e reiterato.
Ma procediamo con ordine: precisamente dal fischio di inizio.

Beats by Dre
The Game Before The Game
[R/GA]

Una “Father and Son” dei tempi moderni che al Cat Stevens di ieri ha sostituito un Neymar ritratto come una Sibilla Cumana, pronta a rispondere alle preghiere e alle domande misericordiose dei 50 milioni di brasiliani che attendono un responso.

Mistificante quanto la colonna sonora scelta. Uno spot o meglio dire un cortometraggio che ha uno storytelling scarno, a tratti imbarazzante, ma ben nascosto sotto una doratura copy e un bella mano di platino per regia e l’art direction.

Una divisa vivace, uno stile invidiabile, ma non degno di passare le semifinali.

Race Car on the Road
Welcome Back

Saltiamo fuori dalla recinzione del campetto da calcio e, una volta in strada, iniziamo a chiedere passaggi a go go: chissà che su quelle strade non passeranno le frecce della 24 ore di Le Mans.

Made in Porsche, questo spot non ha niente di originale, niente che non sia già stato fatto, niente di niente, ma con una Porsche che scrive sull’asfalto “Welcome Back” anche il niente diventa affascinante.

Assassin’s Creed Unity
Anteprima Mondiale del Trailer E3 2014
[UNIT9

Saliamo a bordo di un’altra auto e come Doc iniziamo a viaggiare nel tempo. Aspetta, aspetta, fermiamoci qui, alla fermata: Rivoluzione Francese, dove ci aspetta Assassin’s Creed, dove il sangue zampillerà fino a saziarvi. Nulla di nuovo sotto il profilo “originalità” dell’idea, perché ormai Halo 3 è esempio inarrivabile. Lì dove difetta l’originalità il cash può fare miracoli. Ed ecco che la musica, il ritmo, la regia e l’art direction di questo conglomerato diventano subito protagoniste, lasciando godere l’occhio di qualsiasi essere vivente terreno dinanzi a cotanta abbondanza.

Adidas Football
House Match ft. Beckham, Zidane, Bale and Lucas Moura: All In or Nothing
[TBWA Chiat Day New York]

Le squadre rientrano in campo con delle sostituzioni. Sul terreno di gioco subentrano Beckham, Zidane, Bale e Lucas Moura. Roba da poco. Puro entertainment, con un risultato che i bookmakers danno quasi per scontato. Mettici pure il gusto infantile di sfasciare una reggia come quella dei Beckham e il virale è bello e pronto.

Nulla a che vedere con spot di fattura pregevole, ma di fatto questo è sempre un secondo posto. Capace di proporre assist al numero uno. Il vero numero uno delle palle di questo giugno.

Nike Football
The Last Game
[Wieden + Kennedy]

The Last Game ma anche il Primo Spot del mese.

Che dire? Questo cortometraggio è nettamente superiore a tutto quello che abbiamo visto in questa selection. Made in Wieden & Nike, questo è stato L’ EVENTO prima di cedere il posto ai Mondiali di Calcio. Di fattura pregevole con uno storytelling molto interessante e soprattutto aperto a mille applicazioni, “The Last Game” è sicuramente ascrivibile negli annali dell’advertising mondiale.
Cinque minuti che vorresti diventassero 10, 20, 90.
L’unico fischio che si merita è quello triplice e finale.
Game Over!

Matteo Maggiore


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Sotto a chi tocca! Comune di Napoli, un altro concorso da evitare.

ADCI sottoscrive e rilancia la lettera aperta redatta da Aiap (Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva) in merito al concorso di idee, bandito dal Comune di Napoli, “per la selezione di un’immagine coordinata della città di Napoli – campagna 2014/2015″.

Qui di seguito, il testo della lettera, sottoscritta anche da ADI (Associazione per il Disegno Industriale), TP (Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti).

* * *

Oggetto: Concorso di idee per l’immagine coordinata della città di Napoli

Spett.le
Comune di Napoli
Direzione centrale cultura, turismo e sport
Servizio turismo
c. a. dott. Massimo Pacifico

Gentile dott. Pacifico,

ci è stato segnalato il concorso promosso dalla vostra Direzione “Concorso di idee per la selezione di un’immagine coordinata della città di Napoli – campagna 2014/2015” relativo “all’ideazione dell’immagine coordinata da utilizzare nelle campagne di comunicazione turistica e alla presenza alle fiere e borse del turismo”, aperto a “studi di progettazione di professionisti; gli editori; le imprese e le società di grafica, i grafici, i web e graphic designer; gli agenti e le agenzie di comunicazione, gli studenti singoli o associati iscritti alle Accademie Belle Arti o alle Facoltà di Architettura, gli alunni dei licei artistici o di istituti professionali per le arti, i semplici cittadini”.

Aiap, associazione italiana design della comunicazione visiva, nata nel 1945, lavora da sempre affinché il design, ritenuto elemento strategico, mantenga quel livello di eccellenza e continui a essere una delle voci più importanti dell’economia nazionale.

Obiettivo dell’associazione è “promuovere, tutelare e accrescere la professione e la cultura del progetto grafico e del design della comunicazione visiva.” Per questo Aiap tutela i propri soci e ne promuove le attività dialogando con le istituzioni, le organizzazioni, le altre associazioni.

Per quanto riguarda i concorsi, Aiap offre ai committenti una consulenza adeguata, che tiene conto delle direttive europee (http://www.aiap.it/documenti/8051/193), che, se rispettate, fanno di un concorso un’occasione di crescita sia per chi lo indice che per l’intero sistema della comunicazione. Aiap ha affiancato enti pubblici e privati nella formulazione di bandi di gara corretti, rispettosi sia delle legittime richieste del committente che della professionalità dei progettisti (http://www.aiap.it/documenti/9769/193).

Ha scritto lettere di protesta, e dato voce alle proteste, nei casi frequenti di concorsi mal formulati.

Nello specifico del vostro concorso emergono forti elementi di criticità che ci spingono a scrivere questa lettera aperta, che sarà pubblicata sul sito dell’associazione www.aiap.it, ed è sottoscritta da ADCI, Art Directors Club Italiano, da ADI, Associazione per il Disegno Industriale e da TP, Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti. Queste associazioni insieme rappresentano circa 4.000 soci, per un indotto di circa 40.000 professionisti.

Il bando non prevede un premio per il progetto vincitore: l’unico premio sarebbe la visibilità data al progetto attraverso una manifestazione da voi organizzata e la successiva pubblicazione in un catalogo. Altresì non nomina (v. Art. 8) tra i membri della commissione giudicatrice professionisti grafici, criterio indispensabile per garantire una corretta valutazione dei progetti pervenuti, ma si mantiene sul vago citando “esperti” che saranno nominati dagli assessorati. Inoltre, demagogicamente – ma anche questa è pratica ormai diffusa – il concorso di idee è aperto a tutti, come se la professionalità non derivasse da un patrimonio di cultura di comunicazione che si crea attraverso anni di formazione, di aggiornamento, di esperienza professionale e di specializzazione, ma fosse instillata in qualunque individuo alla nascita, una specie di talento naturale.

Il fatto che non sia stato previsto un premio né un rimborso spese per i partecipanti è talmente grave che ci impone di richiedere agli associati, attraverso i nostri canali di comunicazione, di non partecipare al concorso. Cosa che faremo al più presto perché siamo molto allarmati rispetto a quanto il lavoro progettuale e creativo sia sempre più svalutato e non valorizzato, e riteniamo nostro dovere difendere sia la qualità del lavoro di progettazione, ora anche per legge professione riconosciuta (legge 4/2013 – disposizioni in materia di professioni non organizzate), che il diritto a vedere retribuito a ognuno il proprio lavoro, come è previsto sia dal comune buon senso che dalla Costituzione (Art. 36). Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa […]).

In questo concorso, a fronte di richieste precise, non corrisponde un’adeguata considerazione del progettista coinvolto, a cui si richiede una predisposizione a sottovalutare il proprio lavoro al punto da non attribuirgli alcun valore economico.

Siamo desolati nel constatare quanto questo assunto – la legittimità del non retribuire il lavoro intellettuale e creativo – si stia diffondendo a macchia d’olio, anche presso alcune pubbliche amministrazioni.

La discrepanza tra le buone intenzioni espresse nella volontà di realizzare una comunicazione efficace per la città di Napoli e la superficialità nella redazione delle regole di questo “Concorso di idee” ci lasciano attoniti, non solo come operatori del settore, ma soprattutto come cittadini.

Distinti saluti
Collegio dei probiviri Aiap

 

Redatto da

AIAP
Associazione Italiana Design della Comunicazione Visiva
http://www.aiap.it

Sottoscritto da

ADI
Associazione per il Disegno Industriale
http://www.adi-design.org

TP
Associazione Italiana Pubblicitari Professionisti

www.associazione-tp.it

* * *

Download
La lettera dell’AIAP al Comune di Napoli
Il testo del concorso

Link
- L’avviso pubblico sul sito del Comune di Napoli


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Ritorni intelligenti*

BILL 11 È IN LIBRERIA.
Dedicato a Enzo Baldoni.

La cover (di Bill Sanderson) del nuovo numero di Bill – Un’idea di pubblicità”,  la rivista sull’advertising fatta dai pubblicitari ed edita da Tita, è per Enzo Baldoni, il copywriter rapito e ucciso da fondamentalisti islamici in Iraq nel 2004.
Nei dieci anni dalla scomparsa, Bill intervista Enrico Deaglio, suo direttore dell’epoca a “Diario”, mentre Pasquale Barbella, Mizio Ratti e Giuseppe Mazza analizzano diverse angolature della vicenda di Baldoni.
La rivista pubblica inoltre una scelta dei suoi annunci e delle sue corrispondenze giornalistiche, offrendo un ampio ritratto del personaggio.

Bill Magazine è acquistabile anche su iTunes /Edicola.

*Libero di Vittorio Feltri dedicò alla notizia del rapimento il titolo Vacanze intelligenti. Simpatico, no?


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ADCE Awards 2014 – I giurati Italiani

 

Il Board dell’Art Directors Club of Europe ha comunicato i nomi dei giurati italiani selezionati per l’edizione numero 23 dei Best European Design and Advertising – ADCE Awards 2014, che si terrà a Barcellona dal 6 all’8 novembre, nella cornice del 1st European Creative Festival, e sarà aperto a tutti i giurati (quest’anno sono 3 per ciascun Paese) e all’intera comunità dei creativi europei.

I nostri sono:

Karim Bartoletti FILM & RADIO
Luca Lorenzini ADVERTISING PRINT
Patrizia Boglione INTEGRATION & INNOVATION

Questo il programma in preview:
Program2014-Jurors


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 28_07_014

twitter: @claudianeri

L’eleganza senza tempo dell’artista italiano Ottolino Mancioli

Il talento della giovane illustratrice spagnola Maria Corte

Non hanno bisogno di presentazioni, i fratelli artisti Jake e Dino Chapman

L’eclettismo di Hans Peter Feldman, ora in mostra alla Serpentine Gallery di Londra.

Le segnalazioni tornano a Settembre
Buone vacanze da @claudianeri


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“Hasta la Retribucion, Siempre!” (cit. Laura Venuti)

C’è un perchè io mi trovi qui, alle otto di sabato sera, a scrivere un post sul blog ADCI.
Più che un perchè, si tratta di un’urgenza.
L’urgenza di raccontare e dare spazio all’indignazione di Laura, Mirta, Manuel, Nicolò, Giulia, Alberto, Ivan e altri giovani creativi italiani che, dopo aver letto una job description, hanno puntato i piedi, hanno urlato il loro CoglioniNo! creando un piccolo caso mediatico su Facebook.
Parliamo di questa job description che GAG Agenzia di Comunicazione Creativa avrebbe pubblicato (ora sembra sparita dalla loro page) per assumere un copywriter:

” Si richiedono 1/2 lavori di prova gratuiti stabiliti da noi…” – è stata questa l’affermazione che ha scatenato il caso.

Cara GAG,
tu sei liberissima di cercare e selezionare un copywriter.
Prima però, chiedi un portfolio. Te ne piacciono alcuni? Bene, organizza degli incontri nella tua sede e conoscili. Uno per uno. Finalmente hai trovato il copy dei tuoi sogni? Fantastico! Prendi una penna, allungagliela e fagli firmare un bel contratto, di quelli che poi a fine mese prevedono un versamento monetario sul suo Iban. Sì, hai capito bene. Cosa? Ah, lavora già in un’altra agenzia ma lo vuoi a tutti i costi perchè è davvero bravo? Stupendo! Cosa aspetti allora? Fagli un’offerta più alta e sarà tuo! In altre parole: PA GA LO!

Non puoi, anzi non ti devi azzardare a fargli fare uno o due lavori scelti da te GRATUITAMENTE per valutare le sue competenze. Ci sono i portfolii per quello.
Siamo creativi, mica stupidi.
Cara GAG, quando vai a tagliarti i capelli chiedi per caso al tuo parrucchere un taglio di prova? O al tuo dentista un’otturazione di prova? Non mi sembra.
Bene. Non DEVE succedere neanche in questo caso.

Ma non capisci che così stai solo facendo del male a te stessa? Che così facendo stai solo dando un calcio in culo al tentativo di ridare dignità al nostro mestiere?
Perchè le idee si pagano.
Perchè le idee sono i prodotti più potenti al mondo.

E i professionisti che le generano DEVONO essere pagati.
Un mio consiglio: allontanati da questo atteggiamento, che più che un recruitment è una presa per culo a forma di boomerang.
Mi spiego meglio: se tu stessa non sei disposta a pagare queste “due idee di prova” che sottoponi ai tuoi candidati, perchè mai dovrebbero farlo i tuoi clienti con le tue?

Lasciando da parte la triste storia di GAG per un momento, vorrei soffermarmi sulla parte positiva di questa vicenda.

Parlo della nuova generazione di creativi italiani sempre meno disposta al lavoro gratuito, combattiva e indignata per questi atteggiamenti che avvelenano il nostro ambiente.
Una generazione unita, che lotta per il riconoscimento. E non parlo di premi e pacche sulle spalle. Sto parlando del vero riconoscimento, quello che a fine mese ti consente di pagare gli affitti e le bollette. Quello che ti permette di poter comprare un regalo a tua madre o a tua nonna il giorno del loro compleanno. Quello che più di ogni altra cosa trasforma la nostra passione in un vero e proprio mestiere e che ci dà la forza di lavorare sempre di più, con più entusiasmo e vivacità.
Quello che più di ogni altra cosa demolisce la frustrazione di essere inutili nei confronti di chi ci ama e amiamo.

Stay angry, guys!