Goodfellas. Quei bravi ragazzi italiani che vanno a Cannes.

Sono anni che si sente ripetere il refrain: “dovremmo andare ai Cannes Lions uniti come una squadra, così come fanno gli argentini o i brasiliani…” Bene, quest’anno ci proviamo. Data la crisi forse non è l’anno migliore per mietere successi sulla Croisette, ma può essere l’anno buono per iniziare a fare spirito di squadra.

Come Adci abbiamo quindi deciso di far partire il progetto Goodfellas.

La prima attività di Goodfellas è un incontro fissato per mercoledì prossimo, 23 maggio, alle ore 19 in Accademia di Comunicazione. Abbiamo invitato i giurati dell’anno scorso (Bertelli e Del Pizzo) e quelli di quest’anno (Bernardi, Boscacci e Bertini). Lo scopo è quello di trasmettere conoscenze per far arrivare i nostri nuovi giurati preprarati al Festival.

Per preparati intendiamo due cose: consapevoli di come si svolgeranno le giurie ma anche a conoscenza dei progetti iscritti dagli italiani. Per questo motivo invito tutti coloro che hanno iscritto progetti ai Cannes Lions di partecipare.

Inoltre abbiamo aperto su Facebook un gruppo chiuso che si chiama appunto Goodfellas. Perché un gruppo su Facebook? Semplicemente perché è il modo migliore per condividere i lavori iscritti: lì si possono caricare foto, immagini, video e quindi i lavori iscritti.

Chi vuole ulteriori notizie sull’iniziativa Goodfellas può scrivere a maurizio.ratti@adci.it.

E chi ha iscritto lavori nella categoria PR è invitato a segnalarcelo con una certa urgenza perché il giurato di riferimento ha bisogno conoscerli entro venerdì.

Scusate, non vorrei parlare di cose volgari.

Un post di venerdì scorso, nato a seguito della discussione sui “fake”, ha prodotto un commento che forse è sfuggito, nel suo essere apparentemente off-topic. Lo ripropongo in home page. L’autore è Bruno Banone.

Una volta si diceva che un’idea vale il budget che il cliente è disposto a metterci su: se il budget era grosso, in proporzione si traduceva in ricchi stipendi, bonus e benefit. Se era piccolo, toccava lavorare di più per prendere altri budget, oppure niente bonus e benefit. Punto.

I premi erano solo il check-up annuale sullo stato dell’arte e coinvolgevano in prima persona solo quei creativi bravi che guadagnavano un lauto stipendio, non solo perché avevano belle idee, ma soprattutto perché erano anche bravi a convincere il Cliente che le loro idee erano eccellenti, che gli avrebbero fatto guadagnare tanti soldi e che quindi valeva la pena investirci su.

Le agenzie corteggiavano quelle aziende che credevano nelle idee così tanto da scommetterci budget importanti e facevano a gara ad accaparrarsi i creativi che firmavano le campagne più di successo e che godevano di prestigio e credibilità professionale presso i Clienti (successo di mercato intendo, i premi se mai erano una conseguenza).

Allora, le agenzie, oltre a riconoscere ai creativi 14 mensilità, più liquidazione, benefit di varia natura e bonus a Natale, e qualche volta anche a Luglio, avanzavano ancora soldi per mandarli una settimana all’anno al Martinez a misurarselo con i colleghi. Fatti loro.

I creativi e i clienti sapevano che il buon lavoro e le idee valgono oro
e sapevano che va pagato bene, perché le buone idee non crescono sugli alberi. Inoltre, i creativi veri andavano di persona a vendere le loro idee, sapevano presentarle difenderle e venderle dentro e fuori l’agenzia. E i clienti sapevano riconoscerle. E infine, ad ogni buona idea piazzata cresceva il prestigio del bravo creativo. Poi certo, arrivavano i premi, ma era un di cui.

Come pare volgare oggi parlare di stipendi interessanti, benefit e bonus e di successo di mercato. In effetti pare roba che ai creativi fa un po’ schifo. Le agenzie e i clienti infatti per delicatezza evitano di parlargliene. Lo sanno anche loro: son ragazzi, si divertono e sono interessati solo i premi. In effetti, osservo che meno soldi il cliente investe su un’idea, più i creativi la trovano fica. Se poi devono chiedere il permesso per farla uscire e pagano tutto loro, deve per forza essere da premio.

Oggi i creativi sono disposti a lavorare a progetto, in stage o gratis, a sopportare di essere pagati poco per produrre tonnellate di lavoro un tanto al chilo. Sono così assuefatti ad essere stuprati mentre guardano da un’altra parte, che sono anni che assistono ai licenziamenti di massa riuscendo a far finta di nulla. D’altronde sarebbe volgare parlarne. L’importante è riuscire a fare una bella paginetta.
Fake, ma bella.

Io penso che appassionarsi e divertirsi nel lavoro sia davvero ok, ma forse se un’idea vale così poco da diventare un mero giochino di società tra creativi, disposti a lavorarci pure gratis, o a riversarne a fiumi su Zooppa o in gare “pay peanuts”, probabilmente si tratta di altro: sapete che poi si diventa ciechi, vero?

Se le idee valgono così poco e si è disposti a pagare per farle uscire, allora non c’è
che da ringraziare il cliente che ce ne chiede a chili ad ogni presentazione: tanto ormai lo sanno anche loro che abbiamo un sacco di fantasia e ci vengono così, per divertimento.

Forse è il caso di tornare a parlare i solide strategie, di effettivi insight, di idee vere, della nostra dignità e del valore che le aziende danno alla nostra professione, misurandosi con il primo segno tangible che nel mondo reale lo dimostra:
il budget che il cliente è disposto a metterci sopra.

Ma scusate, non vorrei parlare di cose volgari che non ci interessano e che ci mandano off topic. Continuiamo pure a parlare di fake.

Sulla questione dei fake, darò anch’io il mio apporto. Secondo me basterebbe creare una sezione nell’Annual chiamata ADCI LAB o ADCI COUTURE o vedete voi di trovare un nome che piace, nel caso chiamiamo un freelance.

In questa sezione finirebbero tutti i lavori usciti, anche una volta sola, anche a spese dell’agenzia ma con il permesso del Cliente. Basterà presentarli con allegati fattura di acquisto dell’effettiva uscita su un media e lettera di autorizzazione del Cliente. Poi via libera ai premi. Sarebbe una sezione dedicata dichiaratamente alla sperimentazione estrema, come si fa da sempre con i prototipi di auto o con l’haute couture nella moda. Nessuna macchia.

Questa sezione dovrebbe servire per fare il punto coinvolgendo in una tavola rotonda Clienti e Istituti di Ricerca per discutere sul gap tra le possibilità creative e strategiche del loro brand e la realtà del mercato, spiegando, motivando, ipotizzando strategie innovative, simulazioni di mercato, cercando stabilire un dialogo professionale, soprattutto ascoltando e cercando di capire qual è la chiave per entrare in relazione con la necessità e la forma mentis delle aziende, riportando un po’ per volta il focus sul concetto che le buone idee non sono solo belle da vedere, ma possono creare un mucchio di soldi. Mi fermo qui, non vorrei essere troppo volgare.

Rewind – shortlist nella sezione studenti agli Adci Awards 2012

Cliccate qui se volete vedere il video “Rewind”, shortlisted nella sezione studenti agli Adci Award 2012.
Vi segnalo anche la video intervista agli autori, tutti studenti Accademia al momento di progettare e realizzare questo lavoro.

Luca Gallina, oltre a specificarmi di non essere più studente ha aggiunto:

non voglio smettere di imparare. La felicità è un percorso obliquo, un flusso costante che tiene la nostra mente impegnata fino al raggiungimento di un obiettivo. È per questo che sento il bisogno di non adagiarmi, di provare nuove esperienze in nuovi paesi, in California o in Brasile magari, per migliorare il mio inglese posticcio e arricchirmi di altre culture, di modi di pensare diversi.
Ci vuole coraggio, determinazione e credo un po’ di fortuna: spero in futuro di potervi raccontare di averli trovati tutte e tre.

Enzo santo subito.

A una settimana di distanza possiamo tranquillamente affermare che Il Grande Venerdì di Enzo ha avuto un successo che non potevamo prevedere. E non parlo solo dell’evento in sé, che ha radunato circa 250 persone fra Milano e Roma: 180 studenti e 60 direttori creativi.

Parlo di tutte le iniziative che in seguito a quella giornata stanno nascendo spontaneamente.

La prima idea è stata di Pasquale Barbella che ha lanciato l’iniziativa “Adotta uno studente”, invitando tutti i soci del Club a pagare 20 euro per iscrivere un aspirante pubblicitario all’Adci come Socio Studente, prendendosi di conseguenza l’impegno morale di farsi mentori del prescelto.

In questo post trovate maggiori dettagli.

Inoltre il gruppo nato su Facebook per gestire l’evento è ancora attivo e da lì stanno partendo iniziative molto interessanti.

È già nata la fan page ufficiale Il Grande Venerdì di Enzo che in un paio di giorni ha già raccolto più di 100 like.

È nato il gruppo Ciao, sono Enzo Baldoni junior che si pone l’obiettivo di raccogliere nella sua gallery i portfoli degli studenti.

È nato anche un blog: Occhiali Rotti.

Insomma, Enzo andrebbe beatificato in quanto è bastato il suo nome per riaccendere di passione almeno i creativi più giovani. E questo per me è un grande risultato perché è proprio dal loro entusiasmo che la pubblicità italiana può ripartire.

P.S.

Un altro miracolo che andrebbe considerato: abbiamo rinunciato alla Portfolio Night nonostante le edizioni degli anni scorsi fossero andate bene, molto bene. E siamo riusciti a fare qualcosa di ancora più grande e più bello della Portfolio Night. Bene: è una cosa che io non davo affatto per scontato.

“Fake” nei premi. La strettoia delle regole

“C’è da fare un annuncio sul Corriere della Sera”
“Ok. Che formato?”
“Non preoccuparti del formato, prima pensa all’annuncio.”
“Ma che formato è? Quattro moduli, un piedino, mezza pagina, pagina intera?”
“Questi sono tecnicismi, preoccupati dell’annuncio.”

Come account frettolosi chiedono “la soluzione” prima di porre bene il problema, molti si scatenano nel dibattito anti-fake con grandi proclami teorici. Però ogni volta che sottolineo che il problema vero è definire dei criteri per distinguere i cosiddetti fake, obiettano che sto cavillando oppure che si tratta di tecnicismi.

Non sono tecnicismi, non sono cavilli: sono il problema dei problemi. Distinguere in modo oggettivo gli annunci “finti” dagli annunci veri, come ha scritto anche Massimo Guastini, presidente ADCI, è meno facile di quel che sembra.

Il primo problema, non un dettaglio tecnico, è definire una regola, dei criteri, e poi rispettarli, tanto nel bene quanto nel male:

  1. Il numero delle uscite? Una, tre, dieci?
  2. L’investimento? Mille euro, diecimila, centomila?
  3. L’approvazione del cliente?
  4. La documentazione da richiedere? Il briefing? Una “certificazione” del cliente? Controllare tutto il processo di lavoro, comprese le e-mail e le telefonate scambiate col cliente?
  5. La definizione di diverse categorie di budget, dai microbudget ai “grandi budget veri”?
  6. Copiare pari pari le regole D&AD o di un altro ADC?
  7. Altro che non mi viene in mente?

Invece la discussione, più o meno da dieci anni, continua ad avvitarsi sulle grandi logiche astratte, con dogmatismo e contrapposizioni puramente ideologiche. Perché? Perché parlare di grandi sistemi e fare le crociate è emozionante, gratificante e foriero di applausi, quantomeno da parte di chi è d’accordo.

Scendere nel dettaglio di scrivere regole che funzionino (e poi accettarne eventuali disfunzioni, correggendole con intelligenza al prossimo giro) invece è difficile e comporta spesso critiche da entrambe le parti. E infatti proposte concrete non ne arrivano (a parte quella, secondo me condivisibile, di Francesco Simonetti di seguire i criteri elaborati dal D&AD) e non ne sono arrivate neanche nell’ottobre scorso.

La definizione delle regole per distinguere gli annunci “veri” da quelli “finti” è il problema primario e principale, individuando criteri oggettivi facilmente applicabili e non vaghi principi astratti. Ed è la strettoia attraverso cui passare per giungere a una soluzione pratica, possibile e facilmente interpretabile da chi deve poi applicare le regole.

Dedicato a tutti quelli che stanno scappando (o ci stanno pensando)


Giovedì scorso sono stato ospite di First Floor Under e ho cosi avuto modo di approfondire quello che conoscevo solo in parte di Paolo Re e del suo my family goes to.

Ci ho messo pochi secondi a diventare “tifoso” di questo progetto. Più complesso scegliere se postarlo nel weekend, perché si ha tempo per la lettura, o nel giorno più duro della settimana. Ho deciso che è un post da lunedì sera. Vi lascio al racconto di Paolo Re.

Il momento socio-economico sta portando la società occidentale e i suoi abitanti a rivedere i propri percorsi di vita, i propri obiettivi, le proprie aspirazioni. Sempre più persone sentono il bisogno di trovare “stili di vita” che permettano un benessere spirituale oltre che economico.
E così… dopo anni di successi professionali e una vita serena, e socialmente prevedibile, abbiamo scelto di lasciare quanto costruito fino a quel momento, per trovare un nuovo “stile di vita”. Un posto, nel mondo, dove “Ri-trovarci”, dove essere noi stessi e poter esprimere la nostra creatività in totale sintonia mentale e spirituale. Insomma, una situazione ideale per tutta la Famiglia.
Due anni fa in Agosto, siamo stati qui (Nuova Zelanda) in vacanza: paesaggi meravigliosi, popolazione sempre gentile e disponibile, cibo e vino che ci permettono di non rimpiangere l’Italia (…sulla pizza ci stanno lavorando…)
“Questo è il nostro posto! Qui possiamo far crescere nostra figlia forte e felice”
E così… abbiamo trovato la forza e l’energia per fare quello che probabilmente tanti sognano, ma non hanno il coraggio di realizzare. Partendo con un biglietto, per il momento, di sola andata: con tutta la Famiglia, cane e gatto compresi.
Quindi, abbiamo lasciato il vecchio continente, la vecchia cara Europa e i nostri parenti, i nostri amici, per conoscerne di nuovi e ascoltare nuove idee, condividere nuovi spazi, aggiungere nuove tradizioni, ascoltare storie e raccontarne altre.
Forse non sarà facile, ma noi vogliamo provarci. Non cerchiamo fama o ricchezza (per quanto soprattutto la seconda non faccia schifo a nessuno), ma vogliamo Ritrovarci e migliorare. Noi, non vogliamo cambiare vita, o professione (le nostre vite, le nostre professioni ci piacciono), vogliamo migliorare il nostro “Stile di Vita”. Siamo un Architetto e un Musicista/Scrittore: le nostre storie sono state ricche di successi professionali, ma questo è il momento di un nuovo inizio. In lingua Maori si dice Koru, e il suo significato è crescita in forza e pace. Il koru è rappresentato con una spirale, e questa spirale vuole significare il movimento perpetuo. Il centro di questa spirale, invece, vuole ricordare il “punto di origine” la nostra partenza.
Così è nato “My Family goes to”…
Cos’è My Family Goes To oggi?
My Family Goes To è anche, e soprattutto, un libro. Da questo libro è nata l’idea di un’esperienza multimediale, sulla rete in radio e in televisione, che con video, fotografie, racconti, interviste caricati quotidianamente e settimanalmente sul nostro blog – http://myfamilygoesto.tumblr.com/ e http://www.youtube.com/myfamilygoesto – ci permetterà di raccontare, storie di vita in un luogo meraviglioso e poco conosciuto all’Europa. Di conoscere nuovi gruppi musicali, artisti famosi, quasi famosi o sconosciuti, luoghi da esplorare, cibo e vini da gustare e persone che hanno trovato nella Nuova Zelanda un luogo dove vivere e realizzarsi (chef, imprenditori, etc). Senza dimenticare tutto quello che accade nella vita di tutti i giorni… diversamente da ieri.
Un incredibile vetrina per la Nuova Zelanda oggi e domani ….
Domani
E oltre a raccontare con audio e video tutto quello che è raccolto nel testo, costituisce l’ impianto narrativo su cui è strutturato un format televisivo che racconta di persone/ nuclei familiari che intendono cambiare il loro percorso.
Ma soprattutto un luogo in cui i viaggiatori possono trovare indicazioni, itinerari o semplicemente consigli. Un Incredibile “social-network”. Un portale, una sorta di “Lonely Planets” sempre con noi, su qualsiasi electronic devices. Un collegamento tra artisti, viaggiatori o anche solo persone interessate a condividere le proprie esperienze. Un generatore e divulgatore di contenuti. e di conseguenza una Redazione “mondiale” online composta da chiunque abbia voglia di essere della “famiglia” di My Family Goes To. Insomma, sognando un “My Big Family Goes To. che ogni giorno cerca e sviluppa argomenti da trattare e far conoscere di interesse locale, e internazionale spaziando tra Arte e Turismo, Eno-gastronomia e Spettacolo, Musica e…
Dopo aver ideato e scritto, insieme a Fabrizio Baldoni, mio “Fratello in Musica” (e non solo) da più di quindici anni, My Family Goes To, non è stato facile trovare a chi proporre il progetto. My Family Goes To parte da un libro, sembra un reality, un format televisivo, un social network …
My Family Goes To sembra un albero con radici e rami che si intrecciano tra loro e invece non è altro che le nostre vite, è la nostra era tecnologica, è un generatore di contenuti infinito, qualcosa per tutti da tutti, dove ognuno può scegliere quello che più gli interessa.
Ci voleva qualcuno che fosse capace di leggere in profondità e credere. Qualcuno così pazzo o Visionario da appassionarsi e crederci. E così poco prima di Natale scorso ho parlato a Nicola e Francesco (Lampugnani e Guerrera) di questo progetto e da subito si sono dichiarati entusiasti di poterci lavorare e condividerlo attraverso la loro casa editrice digitale First Floor Under. Da subito con loro è esistita una incredibile comunione di obiettivi artistici e di scelta dei contenuti.
First Floor Under è l’editore digitale di questo progetto

(by Paolo Re)

Confrontiamoci senza calunnie, per favore.

Mi era sfuggita una domanda di Giovanni Pagano rivolta al Consiglio Adci in un suo commento al post precedente:
non è mai successo per caso che ve lo siate detto con un sorrisino birbone
“certo che è un fake ma non ci conviene squalificarlo”?

No, non ci siamo mai detti “Durex è un fake ma non ci conviene squalificarlo”.
Di certo io non l’ho mai pensato e non l’ho detto a nessuno dei Consiglieri Adci. Né qualcuno di loro l’ha detto a me. Con o senza sorriso birbone.
Non abbiamo nemmeno fatto in tempo a chiedere la documentazione a McCann Erickson in merito a Durex “Crusher”. Ci hanno preceduto, mandando di propria iniziativa giustificativi e lettera di approvazione del cliente.

Alle altre agenzie che hanno lavori in shortlist nella sezione stampa e affissione abbiamo chiesto gli accertamenti previsti dal CFE. In alcuni casi il Consiglio Adci era già intenzionato a muoversi autonomamente, ma sono arrivate anche richieste esplicite firmate da soci Adci. Ne cito una in particolare:
“vorrei essere sicuro che tutti i lavori che sono stati selezionati in shortlist e premi della mia categoria (“mia” nel senso che chi scrive era giurato della sezione stampa&affissione – ndr) siano iscrizioni che hanno avuto una pianificazione o che abbiano i requisiti minimi per poter entrate nell’annual. Lo dico non tanto per rispondere alla pochezza di certi blog ma più che altro per il mio senso etico”.

Questa mail è stata mandata a me e in copia conoscenza al Presidente della sezione Stampa&Affissione, Serena Di Bruno. Lei stessa mi ha scritto recentemente chiedendomi come procedevano le verifiche.

Il diciotto maggio scadono i termini per ricevere la documentazione richiesta. Successivamente il Consiglio si riunirà per esaminare la conformità con quanto richiesto dal CFE che, lo ripeto un’ultima volta, è stato pubblicato QUI il 4 ottobre. Quel giorno, tra le varie cose scrivemmo anche:

Il testo del bando 2011 viene pubblicato in coda a questo post per la revisione. Tutti possono sottoporre critiche, osservazioni e idee attraverso lo strumento dei commenti

Non ho mai fatto un fake in vita mia. O forse sì.

 

Ho ascoltato così tante opinioni sull’argomento da avere, vi confesso, sempre più dubbi.

Di una cosa sono certo. Non avevo promesso né di riuscire a definire i fake (sembra facile) né di riuscire a sconfiggerli. Nelle diciassette pagine del programma con cui mi sono candidato li nomino una volta, nelle FAQ. I disinformati o le persone in malafede scontino la pena di leggersi tutto quello che scrissi e presentai il 17 gennaio del 2011, prima di accusarmi di non mantenere una promessa che non ho mai fatto. Trovate il pdf alla fine di questo post.

Continuo a credere che i fake pubblicitari non siano la causa degli attuali mali che affliggono il nostro settore. Per questo non li avevo inseriti nel mio programma. Semmai sono un sintomo, come ho cercato di dimostrare nel post l’Art Directors Club Italiano, i fake e le noccioline. I fake sono soprattutto il sintomo di un disagio le cui cause vanno ricercate nel degrado sempre più accentuato della relazione cliente agenzia.

Al tempo stesso mi rendo conto che l’argomento continua a essere considerato rilevante dalla nostra comunità. Basta guardare il numero di commenti al post di Paola Manfoni “E’ fake o R&D

Quindi, visto che io e il consiglio Adci intendiamo apportare una serie di ulteriori miglioramenti al CFE, già prima delle vacanze estive, invito tutti i soci Adci a mandarci suggerimenti e opinioni nonché una definizione attuale di cosa sia un annuncio fake nel 2012.

Ringrazio chi ha già cominciato a farlo con spirito costruttivo.

Programma ADCI_

“I problemi sono altri”. Ad esempio: dumping, gare al ribasso, ritardo digitale

Mentre infuria il dibattito sui fake, sempre più autoreferenziale dopo dieci anni di giri a vuoto (opinione personale), la realtà riporta in primo piano qualche problema concreto. Badavenue, riprendendo un’intervista di Salvatore Sagone a Massimo Costa presidente di Assocomunicazione, riporta alla nostra attenzione il problema dei problemi: la costante ricerca della riduzione dei compensi da parte delle aziende nei confronti delle agenzie pubblicitarie. Questa costante riduzione ha portato negli anni a cascata anche la riduzione dei compensi del personale, la stagizzazione dei reparti creativi, una situazione di sofferenza del settore che probabilmente ha pochi paragoni, visto che mancano ammortizzatori sociali adeguati.

Massimo Costa, nell’intervista, parla di tre problemi: la riduzione dei compensi, il dumping autolesionistico fatto da agenzie grandi e medie, il ritardo digitale del nostro paese. Sono tre problemi grossi che fino ad ora hanno ricevuto poca attenzione pubblica nel settore, restando spesso confinati ai discorsi di corridoio o di qualche forum online.

Da parte mia ricordo questo: alcuni importanti azionisti e proprietari di agenzie medie e grandi, nei tardi anni ottanta dissero: “ci riducono le commissioni d’agenzia? E noi ci rifacciamo con le overcommission dai fornitori.” In cui “overcommission” era anche un eufemismo per dire preventivi gonfiati e altre irregolarità. Insomma, il problema arriva da lontano, e deriva anche dalla miope furbizia italiana di risolvere i problemi con la scorciatoia personale.

La scimmietta & i “Topini”

Ilaria Accornero è stata la prima a rispondere all’invito con cui concludevo il mio post sui due lavori degli studenti selezionati, da una giuria Adci, per partecipare agli Award dell’Art Directors Club of Europe.

È lei l’autrice del lavoro “Topini” ed ecco come si racconta.

Un giorno mia sorella chiese a mia madre di regalarle una scimmia che sapesse imparare, parlare, giocare e creare. Dopo nove mesi sono nata io.
Questo è l’inizio della mia storia, che già prevedeva un carattere solare,
curioso, sempre alla ricerca di nuovi stimoli e di nuove conoscenze.
Con la mente sempre affamata di colori, forme, idee e nuove sfide, ho lasciato il mio paesino nel “Wisconsin” per trasferirmi nella “City” e studiare Art direction all’Accademia di Comunicazione.
Il percorso, non sempre privo di intoppi, mi ha permesso di arrivare sul trampolino di lancio di questo meraviglioso lavoro e di conoscere persone molto interessanti.
Così cerco di dare il meglio, di darlo in ciano, magenta, giallo e nero.
Per il riconoscimento ricevuto dall’ADCI e per la grande opportunità che mi si è presentata, ringrazio in primis tutta la giuria che mi ha sostenuto, il presidente Massimo Guastini, e, non meno importanti, mio padre, mia sorella e Marco, che subiscono ogni giorno le mie colorate paranoie.

Mi permetto di inserirmi in questo post di Ilaria per una considerazione.
Dedico queste righe a tutti gli art director convinti che saper scrivere non rientri nella loro job description.
Soprattutto, dedico queste righe a tutti i copywriter che mi contattano via email per raccontarmi che

sono molto motivato a imparare e ad offrire le mie conoscenze, a lavorare in gruppo e a crescere professionalmente all’interno di un team serio e motivato.

Ho risposto a tutti, credo. Ma il breve auto ritratto di Ilaria può insegnarvi più di quanto io possa avervi detto. (m.g.)