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Abbiamo perso una D.

In un mondo che sembra saper parlare solo di numeri, oggi abbiamo perso una consonante importante.
Era la D che, insieme a una L e una V, ha fatto sognare, ridere, riflettere, emozionare, generazioni intere di creativi. Una D che ha fatto numeri di tutti i tipi, creando valore per il nostro mondo agli occhi di chiunque, dentro e fuori dai nostri confini.
Era la tua D caro Maurizio D’adda e noi non la potremo dimenticare mai. Rip.

Vicky Gitto


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Ho lavorato con un gigante.

Cosa si può dire di un uomo che ha poco di umano?
Se ne parli a chi lo conosce rischi di omettere dettagli e di dimenticare cose importanti.
Se ne parli a chi non lo conosce rischi di fare un ritratto limitato, un profilo parziale.
Meglio parlare dell’uomo. Non del fatto che fosse stato presidente ADCI, nemmeno del fatto che fosse Hall of fame.
Solo dell’uomo Pino Pilla. Quindi racconterò solo cinque storielle, così ognuno di voi ci trova quello che vuole.
Uno.
Aveva una cartella (ovviamente disordinata) dove teneva i curriculum dei giovani talenti e degli esordienti.
Aveva scritto sopra: Saranno Famosi. Pino non poteva mai essere banale.
Due.
Una volta ha ringraziato una brava copy per il suo lavoro.
Ieri questa persona mi ha scritto che si è chiesta per tutti questi anni se lei lo aveva ringraziato abbastanza.
Tre.
Venti anni fa eravamo in un agenzia dove eravamo direttori creativi e allora avere lavori nell’annual dell’ADCI era importante.
(scusate la sincerità, ma oggi non è più la stessa cosa).
Avevamo almeno 4 o 5 cose dentro, tra premi e campagne selezionate.
Ho chiesto a Pino se era soddisfatto di quel risultato.
Senza parlare mi ha tirato fuori dal cassetto un annual di dieci anni prima, ai tempi della Pirella o Italia BBDO, non ricordo.
“Vedi? Metà di questo annual è fatto con  le mie campagne” detto così, senza ego, ovviamente, ma solo con la lucidità di aver scritto un pezzo di storia. Ho pensato che nessun altro ha fatto nel tempo quello ha fatto lui.
Quattro.
Conosci la teoria del lettore modello? Pino Pilla non poteva scrivere se non ad un target. Era chirurgico, in questo.
Una cartella rosa piena di appunti e articoli iniziati e pensieri e cose così aveva scritto fuori CALORE.
Mi sono chiesto per molti  anni cosa volesse significare. Poi un giorno gli ho chiesto il significato.
“Vuol dire Caro Lorenzo”. Scriveva per se stesso, ma indirizzava a me. Un tiratore scelto ha sempre bisogno di un bersaglio.
Cinque.
Un giorno un giovane copy viene con la lettera di dimissioni.
Nella sua lunga dissertazione finisce  dicendo che ringraziava moltissimo Pino per tutti i titoli che gli aveva permesso di scrivere.
“Dovresti ringraziarmi per tutti quelli che non ti ho permesso di scrivere.”
L’insegnamento passa attraverso la correzione di errori, ma la sintesi è sempre un titolo.

Ecco, Pino Pilla non era un uomo, era la lucidità della parola che gioca a nascondino con l’intelligenza.
Era il silenzio che faceva rumore. Era la dolcezza e l’ironia e la sintesi messe assieme.
Un privilegio, lavorare con giganti così.

 

Lorenzo Marini


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#ItaliansFestival / ADCI Award : Hall of Fame a Maurizio D’Adda, copywriter

L’ovazione e la commozione della comunità dei creativi riunita in Sala Grande per gli ADCI Award hanno trasmesso il senso della Hall of Fame a Maurizio D’Adda. Il significato lo ha pronunciato Luca Scotto di Carlo – a voi, integrale.

Maurizio D’Adda, copywriter

La cosa migliore che può capitare a un creativo non è vincere un premio.
E’ avere un buon maestro.

E a me è capitato due volte: con Emanuele Pirella e con Maurizio D’Adda.

Ma se Emanuele ha rappresentato la primavera del mio copywriting, Maurizio è stato la mia estate.

Perché d’estate si sorride in continuazione, avvertiamo l’energia dentro di noi e ci sentiamo carichi di positività: sembra tutto più facile.

E così, Maurizio: parlavo con lui in agenzia ed era effettivamente tutto più facile. Come d’incanto sparivano le scadenze a ridosso e le seghe mentali.

La sua capacità di arrivare in un batter d’occhio alla soluzione mi ha sempre affascinato, così come la sua abilità di trovare ogni volta la chiave per rendere ogni riunione una discesa e mai una salita insormontabile – come spesso capita ai negativi cronici. Quelle riunioni alla fine delle quali tutti si guardano e dicono: “Ma certo, come ho fatto a non pensarci io?”

“La rima arriva prima” mi diceva quando snocciolava uno dei suoi slogan che faticavano ad accettare la definizione ‘claim’, giocando con leggerezza con le parole in quel modo tutto suo, un po’ come fanno gli anglosassoni da generazioni e non solo nella pubblicità ma anche nella musica o nelle serie tv. (cfr. Dumb ways to die)

Perché l’obiettivo di Maurizio è sempre stato non solo quello di parlare alle persone ma di raggiungerle, di interessarle e di intrattenerle, di mettersi sul loro stesso piano e poi sorprenderle.

Sembra facile a parole, ma solo se le parole sono le sue.

Grazie di tutto, Maurizio.

Luca Scotto di Carlo

***
NOTA: non è di buona qualità, e me ne scuso, ma restituisce il momento – la foto è mia, un po’ storta, fatta col telefono tenuto in alto, sopra le teste in standing ovation, come ai concerti, come per le rockstar. Come per le rockstar ; ) [ES]

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Un ricordo di Giancarlo Livraghi

di Enrico Chiarugi

Sabato scorso è mancato Giancarlo Livraghi, copywriter, manager di agenzie multinazionali, fondatore della Livraghi, Ogilvy & Mather e tante altre cose.

Giancarlo LivraghiVorrei ricordarlo brevemente e con affetto, non tanto per nostalgia dei bei tempi andati, ma perché il suo modo di intendere la pubblicità ha lasciato un segno netto nelle tante persone che, come me, hanno avuto l’opportunità e la fortuna di lavorare nella sua agenzia. Sottolineo “sua” perché la LO&M era soprattutto Giancarlo Livraghi e poi anche Ogilvy & Mather, così come la Bassat, O&M era soprattutto Luis Bassat; ma questo succedeva prima che arrivassero i grandi gruppi finanziari a farla da padroni.

Non a caso dicevamo, con una certa fierezza, “Lavoro in Livraghi”, come si diceva anche “Lavoro in Pirella”. Certo, le multinazionali erano presenti, ma per noi erano un background sfocato: quello che più importava era il fatto di lavorare per persone che, in forme diverse, ammiravamo e stimavamo.

Io ho iniziato lì, in piazza Santa Maria Beltrade, nel lontanissimo 1984, assunto come “assistant copywriter” (era la qualifica che compariva sul libretto di lavoro) e vi ho lavorato per tre anni, parlando poco e ascoltando molto.

Oggi le agenzie “prendono” molto da chi inizia a lavorare e “danno” pochissimo non solo in termini di remunerazione e di prospettive, ma anche e soprattutto in termini di formazione professionale.

La LO&M chiedeva molto, certo, ma dava anche altrettanto.

Per cui, ringrazio qui Giancarlo Livraghi , “il dott. Livraghi”, Giancarlo (abbiamo iniziato a darci del “tu” – da parte mia, timidamente – dopo che ci eravamo ri-trovati circa dieci anni fa, grazie a Jenny Evangelisti) per quello che mi è stato dato e che credo sia stato dato anche a molti altri (creativi, account, media ecc.) che sono passati in LO&M.

Grazie per aver creato un’agenzia che era anche una “scuola”, più Oxford che Berkeley.

Grazie per aver saputo creare una comunità solidale di persone.

Grazie per aver anche detto cose dure e dirette ai clienti in riunione, sempre da pari, senza mai ombra di servilismo.

Grazie perché in quelle riunioni erano ammessi anche i neo-assunti, che potevano solo imparare.

Grazie per averci trasmesso che per essere rispettati come comunicatori, dobbiamo prima di tutto essere credibili.

Grazie per averci trasferito che la nostra professione era (dico oggi, potrebbe essere) qualcosa di utile e intelligente, con una rilevanza sociale.

Grazie per averci fatto capire che “etica professionale” non è una formula vuota.

Grazie per averci insegnato che senza strategia e senza concetto, anche la migliore idea creativa resta solo un “buzzétt”.

Grazie per aver usato sempre il “lei” nei rapporti di lavoro. Sarà anche formale, ma molto meglio di un “tu” cui seguono poi parole e comportamenti pessimi.

Grazie per non aver mai detto: “Sabato e domenica dovete fermarvi a lavorare”. Quando accadeva, era solo perché ci sentivamo responsabili di quello che stavamo facendo. E la responsabilità in LO&M veniva incoraggiata.

Grazie per essere stato tra i primi a parlare contro i “megamerger” e la finanziarizzazione del mondo della comunicazione.

Grazie per aver visto nella stupidità il grande nemico (vittorioso) del nostro lavoro e del mondo in generale e per aver scritto in proposito un libro intelligente: “Il potere della stupidità”, appunto.

Grazie per aver fatto incorniciare all’ingresso dell’Agenzia un poster che recitava: “Quando parlava Eschine, gli Ateniesi dicevano: ‘Senti come parla bene’. Quando parlava Demostene, dicevano: ‘Uniamoci contro Filippo’. Noi siamo della scuola di Demostene”.

Oggi gli allievi della Scuola di Demostene la salutano con affetto, dott. Livraghi. Qui dove ci ha lasciato, però, credo che al momento stia vincendo Eschine.

 

P.S. Invito chiunque conosca poco Giancarlo Livraghi e voglia conoscerlo meglio a leggere qualche suo testo sul sito www.gandalf.it