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Google & ADCI: YouTube Ads Leaderboard Italia (#ytali S2 E7/12)

Senza nessun colpo di scena, all’anno vecchio segue l’anno nuovo. E siamo tutti felici.
Cambia l’ultima delle quattro cifre e ci getta in una spirale di terribile confusione.
La lunga coda del 2015 lascerà il segno per almeno un mesetto su tutti i documenti ufficiali, facendo spuntare il 6 dalle ceneri di un 5 scarabocchiato.
Tutti un poco confusi, insomma. E torna forte l’empatia verso il conduttore di Miss Universo.

Ma vediamo le preferenze del popolo di You Tube negli ultimi due mesi dell’anno passato.

Eccovi il settimo episodio della seconda stagione della YouTube Ads Leaderboard Italia, per gli amici #ytali. 

DICEMBRE

Chase in Milan by TOYO TIRES

Leggiamo: “Il video mostra due ladri che vengono inseguiti e fermati dal tecnico e dai calciatori del Milan. L’inseguimento è avvenuto in collaborazione con la “Race Queen” di Toyo Tires, alla guida di una AUDI R8 attrezzata con gli esclusivi pneumatici ad alte prestazioni PROXES T1.”

Pensiamo: “Perché?”

Tom Clancy’s The Division – Official Live Action Trailer “Silent Night”

Well, that escalated quickly.
Va bene, il ragazzino non canta benissimo. Ma francamente la reazione è esagerata. Dai.

GoPro: Danny MacAskill – Cascadia

Un video ben fatto per sensibilizzare il grande pubblico circa l’annoso problema della mancanza di piste ciclabili a Las Palmas.

YouTube Rewind: Now Watch Me 2015 | #YouTubeRewind

Un efficace riassunto per chi ha finito i Giga il 1 Gennaio 2015 e non ha più potuto usare l’internet fino ad oggi.

20 anni di noi – guarda il video

“È sempre tutto intorno a te”. Lei se ne era chiaramente andata per passare a un altro operatore.

NOVEMBRE

John Lewis Christmas Advert 2015 – #ManOnTheMoon

Un film crudo e amaro, di denuncia. John Lewis ci regala uno sguardo su quello che saranno i pensionati fra qualche anno. Ricordiamo il primo film della serie, in cui una vecchina veniva scippata fuori dalle poste. Bei tempi.

Turkish Airlines Euroleague | Enjoy the Flight

È per questo che il biglietto costa tanto. Per lo spettacolo.

Emirates: #HelloJetman

Ecco dove ti porta la paura che smarriscano i tuoi bagagli.

BOND GIRL e 007 per un giorno!!!

E ti viene subito voglia di usare le lamette.

The Jackal per Huawei Mate S – REALTA’ vs MAMMA parte 2

Bello. E ora spiegateci come si pronuncia Huawei.

***

La classifica è mensilmente pubblicata su Think With Google.
Ricordiamo che la classifica #ytali non si limita alle view assolute, bensì viene determinata da Google utilizzando alcuni dei segnali di gradimento più significativi espressi dagli utenti su YouTube tra cui: il numero di visualizzazioni nel nostro Paese, la percentuale di visualizzazione di ciascuna pubblicità e il rapporto tra visualizzazioni organiche e visualizzazioni a pagamento.


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Rinnovare per il 2016 – Meglio 130 euro oggi che 520 ad aprile?

Cari Soci,

vi ricordiamo che a dicembre l’Assemblea dei Soci ha approvato all’unanimità la proposta presentata dal Consiglio Direttivo in merito alle quote associative.

Rinnovare oggi la quota d’iscrizione all’Art Directors Club Italiano, costa 130 euro purché il rinnovo sia effettuato entro il 31 gennaio 2016.

Per chi rinnoverà l’iscrizione tra il primo febbraio e il 31 marzo 2016, la quota sarà quella standard, ovvero 260 euro per i soci awarded e i soci associati dal terzo anno in poi, mentre la quota di rinnovo per i soci nuova nomina al secondo anno è di 130 euro (vale per tutti coloro che si sono iscritti la prima volta al club nel 2015).
Chi deciderà di rinnovare successivamente pagherà invece 520 euro.

Gli Under 30 continueranno a pagare 50 euro. 

La quota può essere pagata tramite bonifico bancario:

BANCA PROSSIMA ADCI CLUB
IBAN : IT19V0335901600100000119579
Causale: Quota associativa 2016 NOME+COGNOME

Vi ringraziamo per l’attenzione.
ADCI

NOTA BENE: Se hai già provveduto al versamento della tua quota associativa, ignora questa comunicazione.


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Quote Associative Adci: meglio pagare 130 euro oggi che 520 ad aprile. O no?

La Coppia Più Bella Del Mondo. (Fritz Tschirren & Pasquale Barbella)

L’Assemblea dei Soci ha ieri approvato all’unanimità la proposta presentata dal Consiglio Direttivo.

Iscriversi o rinnovare oggi la quota d’iscrizione all’Art Directors Club Italiano, costa 130 euro anziché 260. Purché lo facciate entro il 31 gennaio 2016.

Per chi rinnoverà l’iscrizione tra il primo febbraio e il 31 marzo 2016, la quota sarà di 260 euro.

Chi deciderà di iscriversi successivamente pagherà invece 520 euro.

Gli Under 30 continueranno a pagare 50 euro.

La più rapida Assemblea Soci della storia del Club è stata seguita dai festeggiamenti per i 30 anni.

È stato bello rivedere insieme Fritz e Pasquale.

La coppia più bella del mondo, nonché primo e secondo Presidente del Club, sono stati intervistati da Beatrice Mari, Federica Nanni, Luca Pertanto Pedrani e Sara Rosset. (grazie ancora, miei prodi, per esserci stati)

Domande anche per il Past President Maurizio Sala, e alcuni dei soci fondatori.

Ricordo che per decisione unanime del Consiglio Direttivo Adci, tutti e 45 i soci fondatori non sono più tenuti a versare la quota associativa. Chi desidera rientrare e avere la propria scheda all’interno del sito, dovrà semplicemente farne richiesta via email al Segretario del Club, Caroline Yvonne Schaper (caroline.schaper@adci.it)

FAQ

1. Ho uno spiccato senso per gli affari e preferisco pagare 130 euro che 260 o addirittura 520. Cosa devo fare?

Un bonifico a: Art Directors Club Italiano
Banca Prossima, Milano
Iban: IT19V0335901600100000119579

BIC/SWIFT: BCITITMX (Solo per l’estero)

causale: quota associativa 2016 NOME+COGNOME.

Entro il 31 gennaio 2016. Fallo oggi e togliti il pensiero.

2. Non sono mai stato socio Adci come mi iscrivo?
fai richiesta via email: caroline.schaper@adci.it e emanuele.soi@adci.it

3. Compio 40 anni nel 2016 ma sono svizzero come Fritz Tschirren, posso entrare in giuria?
Basta la maggiore età ed essere invitato da uno dei presidenti delle giurie Adci Award (che non sono ancora stati scelti, così come ancora non è stato deciso chi sarà il presidente dell’award nel 2016)

4. Posso candidarmi come giurato italiano a Cannes Lions?
Certamente. Basta che tu sia in regola con la quota associativa Adci. Puoi inviare la tua auto candidatura a caroline.schaper@adci.it o al membro del consiglio Adci che preferisci. Ma le candidature per Cannes Lions 2016 sono già state inviate il 31 ottobre scorso. Quindi ora la tua candidatura verrebbe considerata per l’edizione del 2017. Ti consiglio di mandarla nel mese di settembre 2016.

5. Come stai?
-mah, sono un po’ preoccupato, sospettano abbia un tumore al fegato…
-ah, scusa se ti interrompo, ma stavo pensando che non sono mai stato giurato a Eurobest e ci terrei a rendermi utile per il Club…eh che ne pensi?…si può fare? cos’è che dicevi? hai un rumore?

Buon Natale a tutti :)
m.


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IL CODICE CREATIVO

Uno strategic planner di un’agenzia di pubblicità viene convocato inaspettatamente da un importantissimo dirigente di una megazienda che gli chiede per la mattina seguente una presentazione innovativa su come interpretare i dati nell’epoca digitale. Il poveretto, che è anche uno degli autori del libro, trascorre una notte alquanto agitata visitando in una serie di sogni alcuni personaggi della storia della letteratura e della filosofia occidentale sulle tracce del fantomatico Codice Creativo.

Un libro che non è un saggio di comunicazione, anche se ne avrebbe i requisiti contenutistici, che non è un romanzo, anche se può essere letto persino in metropolitana, ma che ambisce a essere un contributo al dibattito sull’interpretazione dei significati nel mondo post-digitale. Un testo che potrà interessare gli addetti ai lavori, ma anche gli studenti di comunicazione e, più in generale, chiunque voglia conoscere un punto di vista originale su uno dei temi più importanti della contemporaneità.

INCONTRO CON GLI AUTORI
Lunedì 21 dicembre, ore 16:30, da OPEN in viale Monte Nero, 6 a Milano.
L’invito è esteso a tutti i soci ADCI che volessero partecipare.


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Google & ADCI: YouTube Ads Leaderboard Italia (#ytali S2 E6/12)

Ottobre, un mese bellissimo, ma infinitamente sottovalutato.
Così sottovalutato che ne parliamo solo ora che è finito quel bomberino di novembre.
Tant’è, non tutti i numeri 10 possono essere capitani.

Eccovi il sesto episodio della seconda stagione della YouTube Ads Leaderboard Italia, per gli amici #ytali. 

Display a prova di… sushi – ZenFone 2 Laser e ZenFone Selfie | ASUS

Progresso, meh.
Si poteva fare anche sul Nokia 3310. Anzi, si poteva fare col Nokia 3310.

Imagine The Possibilities | Barbie

Dopo 56 anni di sessismo e rassegnazione, eccoci qui.

Le bambine possono finalmente pensare liberamente al loro futuro. Finalmente potranno essere future donne, insegnanti, dottoresse, Marò.
Le bambine devono poter essere ciò che vogliono. Bambine, per esempio.

Bella mossa della Mattel, comunque.

The New Microsoft Surface Book

Tutti gli spot su computer e cellulari sono uguali. Ma alcuni sono più uguali di altri.

LEGO® Star Wars™ – BB-8 – Millennium Falcon™

Che dire, qualsiasi cosa fatta con i lego è la vita.
Next step: il video di una “canzone” di Gigi D’Alessio.

Something big is coming…

Le parole sono importanti.
Ecco.
E i titoli dei video ancora di più.
Overpromising, per rimanere in tema.
W la Triumph.

***

La classifica è mensilmente pubblicata su Think With Google.
Ricordiamo che la classifica #ytali non si limita alle view assolute, bensì viene determinata da Google utilizzando alcuni dei segnali di gradimento più significativi espressi dagli utenti su YouTube tra cui: il numero di visualizzazioni nel nostro Paese, la percentuale di visualizzazione di ciascuna pubblicità e il rapporto tra visualizzazioni organiche e visualizzazioni a pagamento.


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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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My ADCI Awards : la rivoluzione fatta col Papà

Mio padre è partito lui.
Mio padre vive in Africa da oltre dieci anni.
Mio padre. Da mio padre, non ho mai avuto il modo di andarci. Il tempo. La voglia.

Stacco.

Non è agli ADCI Awards che per la prima volta ho visto il film di Ogilvy & Mather per Wind.

Sono uno degli oltre uno su due che l’hanno condiviso alla prima view, due estati fa. Siamo otto milioni. E sono tanti i “kappa” che Wind ha investito su questa idea.
Questa è tecnicamente una rivoluzione: un budget considerevole, a cinque zeri, da un cliente tradizionalmente presente in tv e sui media classici, dedicato a un’idea digital first. Se vi pare un dettaglio, rileggete otto volte, poi fatevi un giro per capire che aria tira.

Certo, l’idea deve essere considerevolmente buona. E, a proposito di aria, parlerò fuori dai denti: sento un sacco di scoregge sul tema storytelling: una cosa che fa parte della natura umana da quando popolavamo le caverne che abbiamo trasformato nel santo graal dell’era del marketing-non-di-massa. Ma anche la storia del santo graal è una storia di uomini, non dell’oggetto in sé. Storytelling è una modalità che viene confusa con una cosa.
Questo film non si confonde: è la storia di due uomini. È narrazione pura. Mi parla attraverso un trattamento che spesso abbiamo il coraggio di utilizzare solo per certe campagne sociali. Non mi schiaffeggia col prodotto. Passa con naturalezza le sue informazioni di servizio sull’oggetto (i santissimi device & connettività) mentre (com-)muove con forza la mia parte emotiva. Forse la schiaffeggia. Con quella forza stemperata dall’affetto che solo un padre.

Stacco.

Tutte le (poche) volte che mio padre mi ha dato uno schiaffo, lo accompagnava con un “Ricordatelo!”.
“Papà” quest’anno vince tre ori, un Best Use of YouTube per i risultati eccezionali ottenuti sulla piattaforma di Google, e il Grand Prix dell’Art Directors Club Italiano. Ma soprattutto si presenta e vince con un 4′ pensato per il web, e sostenuto da un budget finalmente above-the-line, in una categoria (Film) tradizionalmente appannaggio di produzioni per la tv.

Ogilvy ha fatto la rivoluzione col Papà. Ricordatevelo.

Me, se mi cercate, sto organizzando un viaggio in Africa per parlare con un vecchio testardo cui mi son ricordato di voler bene.


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What IF! la smettessimo di lamentarci? – Un pensiero.

Si è conclusa sabato sera la seconda edizione di IF! Italians Festival.

Tre giorni densi di creatività allo stato puro, ospiti da tutto il mondo, discorsi illuminanti.
Tre giorni di saluti baci e strette di mano. Di gente che non vedevi da tempo e che ti ha fatto piacere riabbracciare, di persone che avresti preferito evitare e di strani esseri che parlavano per ore chiamandoti con dei nomignoli di grande intimità mentre dentro di te una sola domanda: “ma questo chi minchia è?”.

Tre giorni quasi perfetti, mancavano solo i Marò.

Bene, in questi tre giorni non ho mai sentito nessuno, e ho ascoltato molto, chiedere: “Come stai?”.
Un come stai sincero, intendo. Un come stai che se fosse la scena di un brutto film sarebbe il viso paonazzo di un bambino col fiatone che puntandoti contro la sua felicità ti chiede: “Quante cose belle ti stai schiacciando negli occhi in questo Festival?”.

No.

Le domande ricorrenti erano sostanzialmente 3:
-       Dove lavori adesso?
-       Perché non ti licenzi?
-       Perché non ci licenziamo da ‘sta merda e andiamo ad aprirci un chiosco di banane?

Questa cosa delle banane che dicono tutti, poi, mi ha sempre incuriosito molto. Ma mai quanto le risposte più o meno standard a queste domande.
-       Lavoro sempre nel solito inferno, ma appena riesco me ne vado.
-       Io valgo molto di più della merda che devo fare tutti i giorni.
-       Guarda, parliamo d’altro perché il lavoro mi rovina già abbastanza le giornate, dai.

Sarò solo una piccola fiammiferaia con l’ambizione del tedoforo, ma davvero non capisco questo atteggiamento.

Faccio questo lavoro solo da pochi anni e ne sono innamorata, è vero. È vero anche che ogni volta che dico questa cosa mi si guarda come se fossi un’Anna dai capelli rossi un po’ scema.
E io odio Anna dai capelli rossi.
Ma con una logica da cinquenne sarei intervenuta nell’80% dei discorsi rispondendo con un candido: “Non ti piace questo lavoro? Mollalo.”.
Oppure “Fai un po’ quello che ti pare ma smettila di lamentarti”. Purtroppo quest’ultima è una cosa molto difficile da dire a persone che amano tanto sentire il suono della propria voce.

Eh sì, perché se è vero che c’è grossa crisi e le risposte dentro di noi sono tutte sbagliate, dubito la soluzione sia nelle stesse bocche che ruttano ego e lamentele poco costruttive.

Ma in questi tre giorni ho anche visto una cosa straordinaria. Non una soluzione, ma una proposta. Molte proposte. Idee, discorsi, tentativi concreti di ripartire da dove siamo e farlo con nuovo entusiasmo.

IF! è il modo migliore per smetterla di lamentarsi che mi sia mai capitato di vedere.
È una demo di proattività. È il brief delle 19,30 del venerdì prima delle ferie estive. Una grande opportunità che tutti hanno paura di cogliere. Ma poi qualcuno lo fa, perde ferie, weekend, ore di sonno, anni di vita, realizza un progetto incredibile e vince.

E vinciamo tutti.


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ADCI AWARDS 2015 – Breve resoconto

Ecco un breve resoconto di cosa è accaduto durante la cerimonia di premiazione degli ADCI Awards: i ragazzi di BCube hanno spaccato i culi.

Ore 20.45. Il pubblico di IF! viene fatto accomodare in Sala Grande. Sullo schermo, un conto alla rovescia scandisce i secondi mentre le persone si riversano sulle poltroncine. La folla freme, sgomita. La confusione aumenta. Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, selfie di gruppo e di nuovo abbracci. Vanna Marchi sta cercando di smerciare le 800.000 Volkswagen che non hanno superato il test. Oliviero continua a dichiararsi l’unico vero direttore creativo presente in sala. Le luci rosse del palco accecano senza pietà gli spettatori, che arrancano con difficoltà verso gli ultimi posti rimasti. Lo scompiglio aumenta. Tante facce felici. Tanta frenesia.

Quando lo spettacolo inizia, la temperatura percepita si aggira intorno ai 30°. La sala del Parenti scoppia d’energia. C’è grande aspettativa. C’è voglia di vedere della bella pubblicità. E per fortuna la bella pubblicità non tarda a farsi vedere. Ogni volta che Lele Sacchi annuncia l’oro di categoria, il pubblico non si risparmia in applausi, urla e altre manifestazioni d’apprezzamento di svariata natura. Ma quant’è bello vedere salire sul palco i creativi più giovani? Sarebbe meraviglioso vederne salire ancora di più.

La cerimonia si conclude con il presidente Guastini che annuncia i due Grand Prix.

Da una parte Ogilvy & Mather con Wind. Un video intenso e poetico che arriva dritto al cuore, con il quale il brand fa un passo indietro, si avvicina ai più autentici sentimenti umani e con grande eleganza prende le distanze da una tecnologia sempre più pervasiva.

Dall’altra parte BCube. Ceres c’è e attraverso una strategia che è già considerata best practice in ambito social, non ha paura di esprime la propria opinione sui fatti di cronaca italiana e internazionale. Grazie a una creatività sempre ironica, istantanea, costante e dissacrante, per Ceres non esiste argomento troppo spinoso o notizia troppo distante dal brand per parlare (e far parlare) ancora una volta di sé.
Si tratta del primo Grand Prix vinto da un’agenzia grazie a un piano editoriale e una strategia social. Possiamo dire che BCube con questo progetto abbia dato un nuovo valore e una nuova centralità a un mezzo che solitamente nelle presentazioni fino a poco tempo fa finiva etichettato sotto la categoria Collateral o Altre declinazioni?
Sono convinto che questa case dovrebbe essere sottoposta all’attenzione di tutte quelle aziende che si ostinano a non destinare adeguate risorse ed energie alla comunicazione digitale e social. Sono convinto che la strategia portata avanti da Ceres dovrebbe essere non il singolo eclatante caso nazionale, ma un approccio molto più diffuso e consolidato tra i brand presenti online.

I ragazzi di BCube ci hanno dimostrato che la creatività bella, senza compromessi e divertente in Italia è ancora possibile, e non può essere ignorata.

Per dirla con le parole di Ceres, la pubblicità ha bisogno di eroi così.


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ADCI AWARDS 2015: DUE GRAND PRIX (BOOM) – BCUBE con CERES e OGILVY & MATHER con WIND

Wind “Papà” si aggiudica anche un Best Use of YouTube insieme a “Italy, The Extraordinary Commonplace” di Leo Burnett per ICE. Hall of Fame ADCI a Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di architettura e design del MoMA di New York. Il 7 Days Brief va a Valeria Camin e Valentina Ceccarelli. In questo post il PDF con tutti i metalli – i credit dettagliati prossimamente su questo blog. Faremo nomi e cognomi: siete avvisati ; )

GRAND PRIX ADCI 2015 – CERES, Agenzia BCUBE

GRAND PROX ADCI 2015 – WIND, Agenzia Ogilvy & Mather

ADCI AWARDS 2015 METALLI YT & GP Finale

Riceviamo e prontamente segnaliamo: i credit inizialmente attribuiti a “Red Lion Communications divisione Publicis” sono invece da attribuire a “Publicis Italia”.