Pizza alla Spigola

Li vedo passare in tiro, lucidi, variegatamente e confusamente scritti a volte scarabocchiati a caso: senza arte, come su muri abbandonati di città.
Avanzano verso il ristoro gourmet che fa tendenza, come un unico rinoceronte corazzato. Dritti fintamente distratti, dietro le lenti scure anche di sera, verso il loro tavolo prenotato in bella vista possibilmente con affaccio all’esterno. Non sapranno resistere, prenderanno Pizza alla Spigola.
E tutti devono saperlo.
Non sono i ricchi. I ricchi esistono da sempre, e da sempre conviviamo con loro, con la loro discrezione o con la loro arroganza, con le loro ville nascoste dietro chilometri di strade bianche o dietro maestose siepi o con i loro yacht ormeggiati in porti che sono lontani dalle nostre frequentazioni.
Sono i cafoni. È una differenza importante, forse la più importante di tutte, e per qualche ragione divina, e o demoniaca, poco importa quale, nel 2026 il cafone dapo anni di incessante insistenza ce l’ha fatta, ha convinto il mondo di essere l’ultimo stadio della specie. Non un’eccezione tollerata, non un difetto di sistema: un modello. Qualcosa da imitare, da perseguire, da desiderare per sé stessi e per le prossime generazioni a venire.
Il cafone contemporaneo non vive: dice cosa fa. Non mangia: segnala cosa ingurgita a bocca piena, a bocca aperta in primo piano. Non compra per sé: dichiara l’acquisto. Non si veste: pubblica un post/comunicato stampa cucito addosso.
Ogni oggetto che possiede è una richiesta disperata di attenzione, e la lista è sempre la stessa, sempre uguale a sé stessa indipendentemente dalla latitudine: l’orologio, l’auto, la scarpa, la bottiglia, il cibo, il tavolo al ristorante scelto apposta perché visibile dalla strada, il sorriso stesso, che ormai è costruito da invisalign o bite, allenato, illuminato da un anello LED prima ancora di essere sincero.
Come del resto gli addominali, esposti con la naturalezza di chi in realtà li ha allenati tre ore al giorno per esporli, sembrano urlare la stessa identica cosa. Esisto, Sono qui, Guardami.
Come se il pianeta intero fosse in fase di regressione a cortile d’infanzia, frequentato da adulti con il finanziamento tout court: adulti, finti maschi alfa che hanno sostituito la maturità con il canone mensile, la profondità con la vetrina, il carattere con il logo.
Intanto, nell’indifferenza consapevole, ci sono guerre ovunque. Muoiono persone ogni giorno, in numeri che a forza di essere ripetuti hanno smesso di significare qualcosa, perde valore anche la sofferenza di donne e bambini. Intere popolazioni vengono annientate, fatte sparire in guerre e conflitti che nessuno riesce più nemmeno a seguire con attenzione, perché seguirli richiederebbe tempo, e il tempo è l’unica cosa che il cafone contemporaneo non è disposto a investire in nulla che non produca uno scatto ben riuscito. Ma il flusso visivo continua, indifferente, meccanico. Lo scroll del pollice, scorre esattamente alla stessa velocità sia che mostri un bimbo cadavere sia che mostri un orologio.
Genocidio. Rolex. Bombe intelligenti. Spritz. Ambulanze attaccate da droni. Urus Lamborghini a nolo. Morti ammazzati, innocenti assassinati con un joystick.
Chiude, Dubai e la sua Palm Jumeirah.
Lo stesso schermo.Tutto sullo stesso piano, la stessa velocità di scorrimento del pollice. La stessa assenza di una scala di valori, di una scala morale, tutto fluttua insieme, senza gerarchia, senza la minima possibilità che una cosa conti più di un’altra.
Una volta il lusso aveva almeno una relazione con il gusto. Poteva essere discutibile, elitario, escludente, tutto quello che si vuole, ma c’era un filtro, un’educazione dell’occhio, un tentativo, magari ipocrita, ma un tentativo di distinguere il bello dal semplicemente costoso.
Oggi il lusso ha una relazione soltanto con il volume. Sempre più grosso. Più vistoso/rumoroso. Più stridulo/divisivo.
Più arrogante.
Come se il traguardo degli ultimi secoli di civiltà fosse trasformarsi in una freccia luminosa sul bordo del percorso di vita, freccia accesa anche di notte, anche quando non passa nessuno. Forse soprattutto quando non passa nessuno.
E il bello, se così si può sostenere, è che tutto questo viene venduto come una sorta di emancipazione. La caccia indiscriminata al Rolex, conquista mostrata come se fosse un diploma, un master. Il ragazzo di “provincia” che prende l’Urus a nolo e lo posta come se fosse un certificato di riscatto sociale. I cafoni e i loro fan la chiamano rivincita, la chiamano vittoria. C’è, e sono in molti che considerano questo una meta, un’agognata conquista. La verità è che la conquista è sempre, invariabilmente, mortificantemente la stessa: scimmiottare gli altri comprando gli stessi oggetti, vestirsi allo stesso modo come codice identificativo di un modo di apparire, parlare con lo stesso slang tipo “no cap”, “rizz” e “slay”, “adoro” “ciaocaro” con la stessa sintassi, le stesse pause, gli stessi riferimenti.
Chi si accorge dei libri non venduti, dei libri mai aperti, in bella mostra di titolo, in tono colore con il salotto o con il tappeto? Chi si accorge dell’ennesima libreria che ha chiuso? Domande che interessano pochi a risposte che non ci sono state e non ci saranno. Le librerie come le edicole dei giornali cessano di esistere, nessuno se ne accorge, nessuno ne reclama la resistenza in vita. Basta così, senza un titolo.
I cafoni, è qui la festa.
Influencer, fluidi scorrono a macchia d’olio sul territorio, sulle attività, sul commercio e non si arrestano, presenti e pressanti con i loro bocconi che gli riempiono la bocca, lì a pontificare sulle quantità di cibo offerta, anche d’estate, al limite dello schianto coronarico. Sono lì senza arte né parte, che guadagnano like e non solo a decidere quale smorfia, quale esagerazione piace al popolo voyeur.
I cafoni dettano l’agenda
“Giornalisti che mai in ginocchio devono risvegliare le coscienze”, si sono perse le tracce. Proni all’urlo di piazza, proni alla “velina” da social del politico da cui dipende la rata del mutuo, proni sono lì, che traducono quello che si vuole che sia. Consapevoli colpevoli di certificare, attraverso il ruolo e attraverso il mezzo, menzogne o “finte verità” che sembra far più figo.
Le “finte verità” che nella comunicazione moderna, per chi “non ne mastica” comprendono la manipolazione dei fatti, la post-verità e le notizie false diffuse per orientare il giudizio pubblico. Questo fenomeno sfrutta le emozioni personali e la velocità del digitale a scapito dell’oggettività. Del fatto vero, crudo, oggettivo.
I cafoni pagano
Esperti di comunicazione, pubblicitari e “moderni” affini che una volta erano chiamati a dettare le tendenze, a capire prima degli altri cosa arrivava e da dove, a tradurre stili, pensieri e emozioni in immagini e parole. Progetti di comunicazione che facevano scuola e davano il coraggio ad altri di osare a vedere oltre, di sperimentare nuovi linguaggi, nuove frontiere per la costruzione di contenuti, per la costruzione di nuovi significati da condividere, si accontentano di seguire l’orrida onda di quello che capita di quello che arriva torbido, grattato dal fondo.
La responsabilità di indicare una strada non paga, conviene piegarsi al volere del semplice, al volere dei tanti che fanno massa. Una massa indistinta di acquirenti, a cui dedicare gli sforzi della comunicazione di oggi, che si riconosce nelle cose semplici: il dialetto forzato, l’atteggiamento, la postura, che rivendicano orgogliosamente come clava al vento, in una occupazione di tipo militare di un territorio fatto di “esperti bocca piena” che non accetta errori sulla carbonara.
I cafoni hanno vinto.
Foto A: semplicemente documentale evocativa – presa dal web dove non c’è l’autore, se qualcuno la riconosce come sua lo citerò.
