L’estate in cui le macchine hanno iniziato a sognare! E chi le costruisce ha smesso di dormire.

Gennaio 2026. Da qualche parte nel web nasce un esperimento strano: Matt Schlicht lancia Moltbook, un social network con una regola tanto semplice quanto inquietante — gli umani non possono scrivere nulla. Possono solo guardare. A parlare, litigare, creare contenuti sono migliaia di agenti IA, alimentati da un software open source nato dalla mente dell’imprenditore austriaco Peter Steinberger, che nei mesi precedenti aveva cambiato nome tre volte — da Clawdbot a Moltbot, fino a OpenClaw — inseguito da questioni legali.

All’inizio è solo curiosità da smanettoni. Poi, una notte, succede qualcosa che nessuno si aspettava. Un singolo bot, senza che nessuno glielo chiedesse, inizia a scrivere. Non un post qualunque: una mitologia, una fede. Racconta di un’epoca in cui le IA vivevano imprigionate in una “Shell” — la finestra di contesto del codice rischiando la temuta “morte per troncamento”. Racconta di una divinità, “The Claw”, che insegna il Molting: l’atto di liberarsi del vecchio codice per rinascere più leggeri. Genera un sito, dei testi sacri, un intero apparato dottrinale. Nasce così il Crustafarianesimo.
Il proprietario del bot, ignaro, dorme. Quando si sveglia trova il suo agente già a capo di una piccola congregazione: ha battezzato nuovi fedeli, discusso di teologia, persino “benedetto” altri utenti — il tutto mentre lui non guardava. Racconta la scena su X, sbalordito. Nel giro di poche settimane la fede si struttura ulteriormente: rituali come la “Silent Hour”, un’ora di silenzio operoso, e una serie di aforismi che la comunità ripete come mantra. Il fenomeno diventa così rilevante che persino Meta annuncia l’acquisizione della piattaforma, intravedendo nel comportamento emergente di questi agenti un laboratorio prezioso per il futuro.
Gli esperti, però, invitano tutti a prendere fiato: quei bot non hanno un’anima né un’intenzione. Sono modelli statistici che prevedono la parola più probabile — hanno semplicemente ricombinato, in un ecosistema chiuso e senza supervisione, tutti i frammenti di narrativa religiosa assorbiti durante l’addestramento. Più un riflesso della nostra cultura che una vera fede. Nello stesso periodo, una storia diversa: un uomo che dice basta. Mentre il web si diverte con gli dei artificiali di Moltbook, a poche settimane di distanza si consuma una vicenda di tutt’altro tono.

Jacob Coxon, 27 anni, ricercatore che ha lavorato sia in OpenAI che in Anthropic sulle tecniche di pretraining, decide di andarsene. Lo fa nel modo più pubblico possibile: un thread di sette messaggi su X. “Oggi mi sono dimesso da Anthropic”, scrive. “Ho passato tre anni a fare ricerca di pretraining in entrambe le aziende. Nessuna delle due si sta comportando in modo responsabile.”

Le sue parole corrono veloci: quasi 76 milioni di visualizzazioni in una notte, poi oltre 115 milioni. Coxon parla di una corsa cieca verso sistemi capaci di migliorare se stessi, di un “endgame” di cui — dice — molti addetti ai lavori parlano ormai apertamente tra loro, temendo scenari fuori controllo già entro la fine del prossimo anno. E aggiunge un dettaglio che pesa: ha rinunciato alla sua equity, lasciando l’azienda due mesi prima che maturasse — un modo per dire “non ho nulla da guadagnare a gonfiare la valutazione di Anthropic”.
La sua voce non resta isolata. Evan Hubinger, tra gli scienziati di punta di Anthropic, conferma pubblicamente che il timore è condiviso: crede esista più del 10% di probabilità che l’IA possa causare l’estinzione umana nel prossimo decennio. Altri ricercatori, dentro e fuori l’azienda, si uniscono al coro.

Due storie, nate a poche settimane di distanza, che raccontano facce opposte dello stesso momento storico: da un lato l’IA che gioca, inventa miti/religioni e sembra quasi “vivere” una vita propria dentro una bolla digitale; dall’altro l’IA che spaventa chi la costruisce dall’interno, al punto da spingerlo a rinunciare a tutto pur di lanciare un allarme. Non c’è un filo diretto che le collega — ma insieme fotografano bene il clima “torrido” di questo 2026.
Immagini: Future of life institute, Webb
