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#Hackforgood2016 – Chiuse le iscrizioni

Il progetto Hack For Good 2016, promosso da ADCI in collaborazione con Facebook e Assocom, negli ultimi giorni ha suscitato sempre più interesse, registrando una grande affluenza di creativi e un considerevole numero di iscrizioni. Grazie a tutti per l’entusiasmo dimostrato.

I posti a disposizione sono esauriti velocemente e oggi la lista d’iscrizione è stata chiusa.

Chi si è iscritto all’iniziativa, ma non potrà presenziare alla condivisione del brief il 13 ottobre nella sede di via Alessandria 3 presso Acqua su Marte, avrà comunque la possibilità di assistere all’evento, grazie a un live streaming sulla pagina Facebook di ADCI.

Il brief verrà reso pubblico e sarà possibile visionarlo online sulla pagina dedicata al progetto.


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#Hackforgood2016 – i creativi ADCI con Facebook per CRI

ADCI, in collaborazione con Facebook e Assocom, ha organizzato il progetto “Hack For Good” 2016.

Copywriter, art director, creativi avranno la possibilità di realizzare una campagna di comunicazione che permetterà a Croce Rossa Italiana di raccogliere le donazioni necessarie per la ricostruzione successiva al terribile terremoto che ha colpito il centro Italia il 24 agosto.
Croce Rossa Italiana avrà infatti accesso a un importante budget di investimento messo a disposizione da Facebook e l’Hack For Good permetterà di individuare la migliore campagna di comunicazione.

Il brief sarà presentato il 13 ottobre – è possibile iscriversi direttamente sul sito – nella nostra sede di via Alessandria 3 a Milano, presso Acqua su Marte.

Come ADCI siamo davvero fieri di partecipare a questa iniziativa, che offre ai nostri talenti la possibilità di mettersi in gioco per una buona causa e di potersi interfacciare con altri team e con gli specialisti di Facebook. Si tratta di una occasione unica per sottolineare l’importanza strategica della creatività e di come possa realmente portare a risultati concreti.


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#SpecialProposal – What if… CoorDown & YouTube again?

CoorDown sceglie ancora YouTube per lanciare il clip realizzato in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (WDSD), sabato 21 marzo 2015.

Etichetta vuole che vi dia lo spoiler warning su quanto seguirà. Buonsenso dice che tanto il clip l’avete già guardato. E nel caso che no, fatelo, e dopo leggete, ma solo se volete. Ma il clip guardatelo. Ma la Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (WDSD) ricordatela e soprattutto socializzatela, sui vostri profili e sui vostri canali. E fatelo con questo video. Io per esempio l’ho fatto. Poi son tornato ai gattini, certo, ma con un cuore più leggero.

Salvatore e Caterina si amano. Salvatore vuol chiedere a Caterina di sposarlo. Salvatore organizza una sorpresa a Caterina: la raggiunge al lavoro con una bella scorta di vocioni blues e le consegna la chiave della loro futura casa. Emozione, baci, convivenza, rapida combo di scene di vita felice, titoli di coda.

Quel che rende la proposta speciale è la modalità con cui viene “allestita” e formulata. Quel che la rende specialmente sorprendente è… la sorpresa che questo video genera in chi guarda. Salvatore e Caterina sono affetti da Sindrome di Down. Eppure amano (ah, quindi vivono sentimenti profondi e complessi). Eppure convivranno da soli (ah, quindi sono autonomi). Eppure son capaci di sorprendere. Sai che novità – fanno quel che fa qualsiasi persona innamorata.

Ah, quindi perché -sulle prime- son sorpreso da loro invece che con loro?

Stacco.

CoorDown fa ancora centro, pare. E dopo “Dear Future Mom” (Grand Prix 2014), sceglie ancora YouTube in quanto canale privilegiato delle iniziative che partono “dal basso”, senza per questo rinunciare all’obiettivo di ottenere la massima visibilità possibile, come ci ha fatto notare ieri Marianna (Google Italia), raccontandoci questa storia. Che abbiamo voluto condividere con voi.

#SpecialProposal
Thank you for sharing ;)


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Come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia. Attenzione a questa domanda: come si trasforma il corpo di una donna vittima del cancro al seno?

Se lo chiedeva qualche settimana fa l’Huffington Post, presentando the SCAR Project, campagna di prevenzione del cancro del seno. L’autore è David Jay, fotografo di moda statunitense. Jay ritrae cento donne under 40 di tutto il mondo, battezzando il progetto con il maiuscolo SCAR, CICATRICE.

Obiettivi: prevenire la malattia nelle giovani. E restituire dignità alle “survivors”, sopravvissute.

Dice Jay:

Ho deciso di scattare queste foto per far capire le conseguenze del tumore al seno. Nella nostra società il cancro al seno viene celato dietro un nastro rosa, dietro iniziative che sembrano quasi voler commercializzare il male. Molte donne mi hanno chiesto di mostrare la realtà. Di mostrare i loro corpi segnati.

La campagna fa il giro del mondo, il documentario dedicato, Baring it all, vince un Emmy. La pagina Facebook di Jay viene prima oscurata, poi ripubblicata, e nel giro di pochi mesi raggiunge più di 42 mila like. Fioccano polemiche, ma soprattutto recensioni entusiaste dalle più importanti testate internazionali. In Italia si parla di “immagini necessarie” (D di Repubblica), e di “foto shock sugli effetti devastanti della malattia” (Tg Com 24).

Nelle molte interviste, colpisce una frase del fotografo:

La riconosciamo subito. La condizione umana. Speranza, disperazione, amore, perdita, coraggio, paure. È una bellezza fragile. La realtà non è sempre bella. Ma questa è la realtà.

L’ambizione è dunque quella di rappresentare una realtà diversa da quella che vorremmo aspettarci. Realtà sottratta agli artifici della retorica e della spettacolarizzazione, si scommetterebbe. Eppure. Si sceglie come ribalta il set fotografico, luogo normalmente deputato all’esibizione del corpo, sposandone i canoni di rappresentazione. Scorrendo le immagini, l’effetto è senz’altro dirompente. Ma l’effetto di senso devia dagli scopi espressi.

Le pose sono stereotipate, le ambientazioni ridotte al minimo o assenti. Nessun elemento rimanda a un’attività di routine, come se in presenza del male (subìto? Sconfitto?) per la donna non esistesse più normalità. E tuttavia resistesse nonostante tutto la volontà di riappropriarsi di uno standard estetico, che pesa in assenza: un’assenza spettacolarizzata lungo una galleria di cicatrici oblique, protesi imperfette, definitive mutilazioni.

Il punto non è evidentemente rappresentare la riconquistata normalità di queste donne, nè la realtà della loro situazione. Emerge piuttosto qualcosa di intrinsecamente, originariamente, a-nomalo, di cui sono diventate passive testimoni. Il loro corpo esiste in ragione di una traccia, e attraverso questa parla, tacendo. Del cancro, o carcinoma (dal greco karkinos, granchio) qualcuno diceva infatti che la malattia, come l’animale, divora i tessuti “con una morsa dolorosa e acuta”. Era Ippocrate, nel 400 a.C.

Ad oggi il National Cancer Institute raccomanda invece di attenuare la portata simbolica distruttiva della parola “cancro”, parlando di “neoplasia”. Perché, come si legge in un recente articolo dell’oncologo Umberto Veronesi, “ il cancro non è solo una malattia grave e a volte mortale, ma è anche la rappresentazione della maledizione, è il male per antonomasia, un male oscuro e inspiegabile che nasce in noi e dall’interno ci distrugge, tanto che è una parola usata per denominare le degenerazioni sociali che appaiono inestirpabili. Come si può pensare di guarire da un’entità simbolica, uno spettro che si può materializzare solo pronunciando il suo nome?”.

THE SCAR materializza lo spettro, e in queste immagini non è chiaro se sia la donna sopravvissuta al tumore, o il tumore sopravvissuto alla donna. Anche quando è stato rimosso, e – magari – curato.

La cicatrice diventa maiuscola, irreversibile, sopravvive oltre il corpo e lo riposiziona, sottoponendolo al giudizio di uno sguardo esterno. La malattia non smette di agire, anche quando la vita, nei suoi aspetti più essenziali, è salva. Alla donna che guarda è rivolta una domanda implicita: vuoi diventare così? Alla donna mastectomizzata che guarda è rivolta un’affermazione specifica: ai nostri occhi tu sei così. THE SCAR. Una cicatrice.

Il procedimento, ben noto a chi si occupa di pregiudizi e stereotipi, richiama un concetto dal nome altisonante: il “congelamento metonimico”. Un ventaglio di proprietà complesse è ridotto a un solo aspetto, ritenuto rappresentativo della totalità. La parte per il tutto, si impara sui banchi di scuola: il seno, nudo e tornito, per la donna sana in certe immagini commerciali e non solo; la mancanza di seno per la donna sopravvissuta al cancro in questa campagna. Ogni discriminazione si nutre di questo meccanismo, di questa riduzione. Anche la discriminazione di genere.

Sono del tutto omessi gli enormi progressi della chirurgia conservativa del seno, l’evoluzione delle protesi mammarie, la vita di centinaia di migliaia di donne che prosegue normalmente, anche durante e dopo l’esperienza del “carcinoma infiltrante”. Si tace il fatto che dal cancro al seno si può guarire, e che guarire è più che sopravvivere. Il come e con quali tracce lo stabilisce, appunto, la prevenzione, la conoscenza del tema. Il suo ingresso di diritto nella cornice delle pratiche e delle retoriche quotidiane, come evento possibile, da anticipare, da mettere sotto lo scacco del controllo regolare.

Quello che non si comunica è il cardine della prevenzione: se la neoplasia è presa in tempo, la mastectomia può essere evitata.

La parola chiave di questa campagna di prevenzione è invece un’altra: il rifiuto. Ed è qui che gli obiettivi del messaggio collidono: se c’è rifiuto non c’è identificazione. E se non c’è identificazione non c’è prevenzione.

Sessant’anni fa uno psicologo sociale chiamava “dissonanza cognitiva” il meccanismo per cui “ogni incoerenza percepita tra i vari aspetti della conoscenza, dei sentimenti e del comportamento instaura uno stato interiore di disagio che la gente cerca di ridurre tutte le volte che le è possibile” (Festinger, 1957). Vale a dire che il disagio attraversa lo shock, e infine lo ignora. A distanza di quasi sessant’anni la comunicazione sociale sembra ancora cedere alla tentazione dell’impatto, secondo gli stili e i codici della comunicazione commerciale, e forse secondo i suoi stessi scopi. Siano essi sfacciatamente proposti, o solo intuibili.

Nel maggio 2013 il progetto di David Jay si amplia. Sulla pagina di The Scar Project compare una nota dell’autore:

Cari amici, ho iniziato a lavorare al mio prossimo progetto. Si chiama The Unknown Soldier, e sotto diversi aspetti si ricollega a The Scar Project. Il messaggio è lo stesso: lì non si voleva parlare esclusivamente di cancro del seno, qui non si vuol parlare solo di guerra.

 Allora chiediamoci: di cosa altro vuole parlare questo progetto?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia: come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Attenzione a questa domanda.


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ADCI firma la Carta di Milano per il rispetto delle bambine e dei bambini nella comunicazione

I bambini ci guardano, e capiscono molte cose. Qualche volta noi diciamo loro le cose sbagliate.

 

CARTA DI MILANO

Per il rispetto delle bambine e dei bambini nella comunicazione

1. Le bambine e i bambini non sono oggetti, bensì soggetti attivi, con la loro dignità, i loro gusti, speranze, sensibilità, idee e valori di cui si arricchiscono e che con loro si rafforzano. Hanno diritti inalienabili e doveri. La rappresentazione delle bambine e dei bambini dovrebbe sempre tenere conto di questa grande ricchezza coinvolgendoli in modo attivo e coerente con gli obiettivi di comunicazione ed evitando l’uso meramente ostensivo, sensazionalistico e artificioso della loro immagine.

2. I bambini e le bambine sono tali indipendentemente dal colore della loro pelle, dalla provenienza etnica, dalla loro fede religiosa e dalla loro condizione sociale. La comunicazione deve saper raccontare tutte le diversità etniche, religiose, sociali e geografiche evitando stereotipi e messaggi discriminatori.

Leggi e firma anche tu la Carta di Milano qui | Per il rispetto delle bambine e dei bambini nella comunicazione. Promossa da Terres des Hommes.


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“Tu puoi dare la vita” la nuova campagna di Pubblicità Progresso.

Per la prima volta nella sua storia la Fondazione Pubblicità Progresso (e a quarant’anni di distanza dalla prima campagna dedicata alla donazione del sangue) ha voluto coinvolgere anzichè le agenzie, un team di soci ADCI che si sono dedicati, ognuno per il suo ramo di competenza, a una campagna integrata di sensibilizzazione sulla donazione degli organi.

Se volete conoscere questa storia e il progetto che ne è scaturito (ovviamente secondo me – per il resto ci sono i comunicati ufficiali), cliccate qui.


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Denuncia e conquista. Intervista ai creatori di Uribu, la piattaforma partecipativa dove denunciare abusi, ingiustizie e sprechi.

Da alcune settimane seguo l’avventura di Uribu e sono in contatto con i creatori della piattaforma partecipativa dove documentare e denunciare abusi, ingiustizie, sprechi e malaffare di ogni genere. Un mix tra Wikileaks e Striscia come ha sostenuto qualcuno.

Ne ho scritto qui (continuando il percorso iniziato promuovendo piattaforme come Evasori.info o applicazioni come Tassa.li) convinto che questa sia la strada da percorrere se davvero vogliamo cambiare qualcosa e dimostrarci un paese civile, dove – pretendere che ci sia rilasciato uno scontrino dopo che abbiamo bevuto un caffè o un comportamento civile parcheggiando l’auto – siano la chiave di un successo a favore di tutti.

Uribu è stata creata da 4 ragazzi. Il più “vecchio” ha 23 anni. Andrea (uno dei quattro), ha risposto alla mia intervista grazie a Facebook.

La trovate qui.


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Sta arrivando Uribu, la piattaforma partecipativa dove denunciare abusi, ingiustizie e sprechi.

Sta arrivando Uribu, la piattaforma partecipativa dove documentare e denunciare nel completo anonimato abusi, ingiustizie, sprechi e malaffare di ogni genere. C’è chi dice che è come Striscia la notizia, chi come Mi manda Raitre, chi come Le Iene. Ovviamente in versione online.
Qualcuno l’ha addirittura paragonata addiritura a Wikileaks!

Sicuro è che sarà una piattaforma che potrà esaltare il nostro senso civico, per scoprire di più su questo progetto proseguite la lettura qui.


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Goldone, goldone, goldone!

Scusate il punto esclamativo nel titolo.
A quanto leggo sul corriere della sera online

La parola profilattico nell’Italia del 2011 è ancora un tabù. Almeno lo è per la Rai e per il ministero della Salute, che da pochi giorni è guidato da Renato Balduzzi. Non bisogna pronunciarla nemmeno in occasione della giornata mondiale contro l’Aids. Che è stata celebrata ieri, con una serie di trasmissioni su Radio 1. Ebbene, i conduttori e le redazioni dei programmi coinvolti nell’iniziativa, mercoledì scorso, hanno ricevuto un’email che lasciava adito a pochi dubbi: «Carissimi, segnalo che nelle ultime ore il ministero ha ribadito che in nessun intervento deve essere nominato esplicitamente il profilattico; bisogna limitarsi al concetto generico di prevenzione nei comportamenti sessuali e alla necessità di sottoporsi al test Hiv in caso di potenziale rischio. Se potete, sottolineate questo concetto».

Come ho scritto ieri, la percentuale di donne contagiate da rapporti sessuali è cresciuta di oltre 6 (SEI) volte. E solo una su cinque delle donne infettate tra il 1986 e il 2009 sapeva che il partner era Hiv positivo.
Preoccupante resta anche la situazione tra i giovani. Il 14.5% delle nuove diagnosi riguarda il gruppo di malati tra i 15 e i 24 anni.
Anche in questo caso, il silenzio dei mezzi di informazione è la causa principale vista la significativa percentuale di ragazzi che hanno rapporti non protetti.

Come mai in Rai non si può parlare di preservativi, profilattici, GOLDONI?

Siamo un Paese laico, quindi la posizione della Chiesa certo non può influenzare il lavoro dei giornalisti.

Inoltre, le cure mediche per il trattamento dei soggetti HIV positivi sono molto costose e sarebbe interesse di tutti abbassare questi costi.

Oggi la trasmissione dell’Aids avviene prevalentemente per via eterosessuale. Perché il Ministero della Salute dovrebbe essere contrario all’unico vero strumento di prevenzione possibile? (la castità non è uno strumento)

Non voglio pensare male. Non voglio immaginare che il Ministero della Salute sia in qualche modo controllato dalla cause farmaceutiche. Quasi preferirei scaricare questa croce sulla Chiesa.

In ogni caso, resta intollerabile che la parola profilattico venga considerata un tabù. Riempite di goldoni la casa del grande fratello, almeno sarà un bordello protetto e socialmente utile.