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L’ADCI rinnova completamente la sua piattaforma digitale.


Non si è trattato di un semplice redesign, ma della creazione di una nuova ed evoluta piattaforma digitale che, in modo organico e funzionale, integra il Sito, il nuovo Magazine, questo blog e i social network Facebook, Twitter e YouTube (aspettando Pinterest che sarà dedicato ai fornitori della creatività) per creare qualcosa che punta a distinguersi come innovativa, anche a confronto con gli altri Art Directors Club mondiali. Questa piattaforma vuole tornare a essere il punto di riferimento della community dei creativi italiani e uno strumento eccezionale per promuovere il lavoro e la professionalità dei membri dell’ADCI.

Siccome sappiamo che ogni nuovo progetto partecipativo – come è la piattaforma digitale dell’ADCI – porta anche qualche difficoltà nell’uso delle novità, qui trovate un post con tutte le Domande pIù frequenti che ci state facendo in questi giorni.

Il look and feel del sito, del blog e degli spazi social del Club sono completamente nuovi. Il design è opera dell’art director Marco Tironi, recentemente vincitore dei Giovani Leoni (e secondo classificato alla Young Lions Competition di Cannes) nella sezione design.
Quanto ai contenuti, sono stati completamente riorganizzati, ampliati e ottimizzati per i motori di ricerca rispetto alle precedenti versioni del sito ADCI. Anche il sistema di navigazione è stato riprogettato, per migliorare l’esperienza di consultazione del sito.

Le schede dei membri ADCI sono state completamente ripensate.
Invece che essere una semplice nota biografica, le schede sono state concepite per diventare un profilo professionale.
Imparando dalle logiche di Linkedin e Behance, infatti, ogni membro del club avrà una scheda che comprenderà sia un CV completo aggiornabile e integrabile con tutti i social link di cui ogni membro dispone, sia un portfolio con i lavori presenti nell’annual e con quelli pubblicati nel magazine ADCI.
Inoltre, le nuove schede sono SEO friendly, con una URL che comprende il nome e cognome del socio: per ottimizzare l’indicizzazione nei motori di ricerca.

Un altro vantaggio per i soci dell’Art Directors Club Italiano: poter costruire assieme il più bel magazine digitale di pubblicità in Italia.
Il Magazine dell’ADCI è il nuovo spazio digitale in cui soci e sostenitori che hanno aderito al Club possono inserire i loro lavori: quelli che ritengono più rappresentativi, quelli di cui si sentono più orgogliosi, quelli che iscriveranno il prossimo anno agli ADCI Awards, quelli che vorrebbero semplicemente mettere in mostra. 
Caricare i propri lavori nel Magazine dell’ADCI significa contribuire a creare un magazine collettivo per far conoscere in tempo reale il meglio della creatività italiana divisa per industry.
Inoltre, dato che i lavori inseriti compaiono anche nella home page del sito ADCI, pubblicare i propri lavori nel Magazine significa anche esporli nella vetrina online più visitata e prestigiosa del mondo pubblicitario italiano: il nuovo sito dell’ADCI.

Tutti gli Annual ADCI online, dal 1986 a oggi.
Gli Annual dell’ADCI non sono solo la storia del Club, ma anche quella della creatività e della pubblicità italiana. Per questo motivo l’ADCI li ha messi tutti online e liberamente consultabili da tutti: iniziativa questa, ancora ineguagliata nel mondo degli Arti Directors Club.

Il nuovo blog.
Se il sito è l’organo istituzionale dell’ADCI e la vetrina per promuovere le attività del club e dei suoi membri, il blog – come sapete voi che lo frequentate – è l’agorà del Club: il luogo ideale per incontrarsi, parlare tra soci e con il Consiglio, discutere e confrontarsi su argomenti che riguardano la professione di creativo e tutto quello che le ruota attorno. Unica condizione: non nascondersi dietro nickname misteriosi.
Il nuovo blog non cambia nei contenuti e rinnova l’invito a tutti i soci di diventare autori e di pubblicare i propri contenuti per arricchire la nostra comunità.
Se non siete pratici di WordPress, mandateci un’email, una foto e qualche link e ci pensiamo noi!


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Perché spariremo se non apriamo.


Alienus Non Diutius.

(motto latino adottato dalla Pixar University)

La partenza di Ulisse (Claude Lorrain – 1646)

L’entità più prodigiosa, e in gran parte misteriosa, dell’universo conosciuto ci è in realtà molto vicina. È il nostro cervello. Solo il 14% della corteccia cerebrale è composto da aree motrici e sensitive. Il restante 86% è costituito invece da aree associative. Già questa disparità potrebbe suggerire qualcosa.

Vi passo un’altra considerazione: secondo un modello ricorrente, tutto quello che non si interfaccia tende a sparire. Vale anche in Economia.
Ma restiamo al sistema nervoso, da cui sono partito.

Durante la fase fetale dell’uomo, l’organismo produce 250 mila neuroni al minuto. La produzione si blocca a un mese dalla nascita, quando prende il via una seconda fase, che durerà tutta la vita: la creazione di connessioni tra le cellule. Le cellule che non si interfacciano vengono eliminate.

Sembrerebbe che interfacciarsi sia il primo passo per essere utili. E chi non è in grado di trovare una propria funzione attraverso una ramificata serie di relazioni e connessioni è destinato a scomparire.

Suona sinistro, solo se ci si oppone. La buona notizia è che il nostro cervello ci rende meravigliosamente adattivi. Basta usarlo.

Nei post degli scorsi giorni ho cercato di argomentare due aspetti fondamentali.
L’Art Directors Club Italiano ha un senso, una ragione di esistere (un’utilità) solo se persegue la vision espressa come obiettivo primario nel nostro stesso Statuto:
migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline a essa collegate. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di questi standard all’interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all’estero.
Un obiettivo che ci spinge, guarda caso, a interfacciarci e ad avere un’utilità.

Questo obiettivo è realizzabile a condizione di essere un vero Club, formato da soci accomunati dalla consapevolezza del proprio ruolo e dalla volontà di incidere positivamente nella società. Per non renderla ancora più volgare. Per aiutarla a risalire, sia pure un gradino alla volta.

Ritengo che questa consapevolezza e questa volontà, unite all’impegno di seguire le indicazioni espresse dal nostro Manifesto Deontologico, debbano divenire le uniche condizioni di ammissione all’Art Directors Club Italiano.

Abbiamo più bisogno di motivazioni presenti che di c.v. in questa battaglia culturale.

L’obiettivo è migliorare la comunicazione italiana, non raccontare che siamo l’associazione che si autodefinisce dei migliori creativi italiani.

L’essere molecole unite da forti motivazioni, attuali e utili a tutti, ci renderà sostanza e ci darà stabilità.

Essere uniti da motivazione deboli ha fatto sì che il numero dei Soci con diritto di voto sia rimasto stabilmente assestato intorno ai 200. E quelli davvero attivi meno di quaranta.
Perché a seconda della politica sulla composizione delle giurie e i criteri di iscrizione agli Adci Awards c’è sempre stata una parte di scontenti che non confermava la propria iscrizione.

Uno stallo infinito.

Avere legami deboli ci ha reso estramente fragili, instabili e incapaci di sviluppare una “buona chimica” con gli altri agenti circostanti.

Sia per l’Ulisse di Omero sia per quello di Joyce, il contatto con l’altro arricchisce (e non distrugge) l’identità.
Questo Consiglio Direttivo sta invitando i Soci dell’ADCI ad arricchire la nostra identità, che si è impoverita per mancanza di confronto e interazioni.

So che il requisito delle tre pubblicazioni negli Annual Adci, o riconoscimenti considerati altrettanto importanti, per poter accedere al Club, è per molti un tabù oltre che un cambio di Statuto.
So anche che se non apriremo il Club a chi è interessato al nostro vero obiettivo più che ad Annual e Awards, spariremo.

Nel caso l’attuale Consiglio Direttivo restasse alla guida del Club anche per i prossimi 18 mesi, faremo in modo che tutti i Soci possano esprimersi online sulla questione.

 


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Perché non possiamo essere solo un premio e solo un Annual.

Proponiamo grandi esempi da imitare, piuttosto che vani sistemi da seguire.

(Jean-Jacques Rousseau)

Perché l’essere stati solo o essenzialmente questo, per quasi 27 anni, non ci ha minimante avvicinati all’obiettivo primario indicato dal nostro statuto:

migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline ad essa collegate. Promuovere la consapevolezza dell’importanza di questi standard all’interno della comunità aziendale, istituzionale e del pubblico in genere, in Italia e all’estero.

A guardare i fatti siamo molto più lontani dalla realizzazione del nostro obiettivo oggi che nel 1985.
Il livello medio della comunicazione si è drammaticamente abbassato (e non è una questione di soldi).
Non possiamo nemmeno vantare il merito di essere stati i primi a denunciare quello che stava succedendo. Leggetevi Financial Times su pubblicità italiana, pubblicato nel luglio 2007. Ai tempi l’avevo ripreso nel mio blog personale, che non era certo una voce ufficiale. Negli ultimi cinque anni sono arrivati poi “Videocracy” e “Il corpo delle donne“. Quest’ultimo promosso e diffuso grazie agli sforzi di un ex “committente”, Lorella Zanardo.

E mentre la parte più acculturata e consapevole dell’opinione pubblica iniziava a puntare il dito sulle responsabilità sociali nostre e del nostro lavoro e ad accusarci di essere tutti e indifferenziatamente degli inquinatori cognitivi, noi abbiamo continuato a sentirci e ad autoproclamarci i migliori creativi d’Italia. Senza fare nulla di utile e concreto per motivare questa affermazione.

Abbiamo confuso dei mezzi (premio e annual) con il fine.

Lo ripeto ancora una volta: la funzione degli Adci Awards deve essere quella di identificare dei buoni esempi di comunicazione, socialmente sostenibile. Lo scopo dell’Annual è promuovere questi esempi anche al di fuori della nostra comunità.
Perché

l’Italia ha più bisogno di emancipazione che mai, e ha il dovere e il diritto di ritrovare – anche nella pop culture, advertising compresa – quella dignità culturale e civile che fa parte della sua storia e della sua migliore reputazione.

Gli Adci Award devono indicare una direzione più che rappresentare una celebrazione individuale. L’Annual deve essere il racconto pubblico della nostra funzione e utilità corale. Guardarlo solo tra noi e arrivare a “barare” e litigare per esserci, ne fanno un libello patetico.

E serve altro. Se siamo un Club.

Di seguito trovate alcune attività che se sapremo essere davvero un Club dovremo essere in grado di svolgere.
Serviranno a spiegare all’opinione pubblica e alle istituzioni che la pubblicità non è necessariamente quella roba che si sono abituati a vedere. Che non tutti i pubblicitari sono dei cialtroni o degli individui dalla moralità equivoca.
Che non è vero che “la diamo a tutti” è

un gioco di parole diretto e capace di catturare l’attenzione, secondo la ferrea legge che recita: “Il sesso, in pubblicità, vende”. Tutto regolare, tutto entro i limiti della decenza.

I Quaderni dell’Art DIrectors Club Italiano.
Il nuovo sito Adci, on line da fine settembre, permetterà ai soci di uploadare, in tempo reale, tutti i lavori onair nell’area “Magazine”. Non devono essere necessariamente le campagne che poi verranno iscritte agli Adci Award. Quella è una scelta che i soci potranno fare successivamente, limitandosi a una comoda selezione con pochi clic.
Questa nuova funzione del sito si presta alla creazione di un contenuto (i quaderni Adci) da veicolare periodicamente (2/3 volte all’anno) all’interno di un settimanale o mensile da identificare.
I quaderni Adci avranno un compito analogo a quello che abbiamo assegnato all’Annual Adci 2012 e che verrà pubblicato a novembre da Skira: raccontare un’Italia in transizione. Fornire, sempre in tempo reale, una radiografia ragionata della comunicazione nell’Italia contemporanea, con interventi, digressioni e diramazioni verso tutto ciò che le fa da contesto. Fil rouge: come siamo, da che parte andiamo, come si sta modificando il nostro immaginario.

Cosa serve.
Che tutti soci uploadino le nuove campagne in uscita nel Magazine del nuovo sito Adci.
Che un team di soci volontari selezioni (non è un premio) i lavori più utili a costruire questo racconto in tempo reale.

Usare l’Archivio Adci.
Gli oltre 5000 lavori selezionati in questi 27 anni hanno la stessa utilità dei ricordi dimenticati in una soffitta polverosa se non vengono utilizzati. Potrebbero diventare l’evidenza a supporto di quella che è la nostra ragione di esistere. Dell’essere l’unica associazione che nei fatti persegue una visione etica della comunicazione.
Con la collaborazione di altri soci abbiamo selezionato oltre 500 annunci stampa e affissione in grado di raccontare, in maniera brillante, il nostro costante sforzo, attraverso i decenni, di offrire un contributo di qualità all’immaginario.

C’è di che realizzare un ebook, specie se integrato dal racconto di chi ha ideato quei lavori.

L’interesse potenziale c’è. I banali slide show delle shortlist adci 2012, da me condivisi in rete su slide share, hanno avuto oltre 100 mila visite uniche nel mese di aprile.

C’è anche di che realizzare una mostra itinerante, magari coinvolgendo un curatore esterno che operi una selezione finale.

Nella “nostra soffitta” ho anche trovato centinaia di commercial che ancora (e soprattutto) oggi potrebbero dimostrare, senza bisogno di molte parole, cosa sia la vera pubblicità. Non sarà un problema trovare i cinema disposti a organizzare una serata no stop di proiezione.

Cosa serve?
Ho bisogno di aiuto da colleghi che si siano riconosciuti nel profilo “i soci che servono all’Adci” pubblicato nella seconda parte di questo post.
Occorre recuperare e trasformare in formato digitale tutti i commercial entrati negli Annual a partire dal 1985.

Il Manifesto Deontologico Adci (in pratica).

Negli ultimi cinque anni è cresciuto esponenzialmente il dibattito in rete sulle responsabilità del nostro lavoro nel contribuire a fissare e cristallizzare discriminazioni di genere.

È un dibattito destinato a crescere ulteriormente e non possiamo restarne fuori. Non possiamo lasciarci confondere nell’orda selvaggia dei pubblicitari.

Dobbiamo fare in modo che il nostro Manifesto Deontologico venga tradotto in pratica.

Ho bisogno di soci disposti a raccontare con costanza e frequenza gli esempi di comunicazione che rispettano il nostro manifesto e quelli che lo tradiscono. Abbiamo bisogno di dare vita a una sezione del nostro sito che usi il Manifesto come filtro per separare le reali forme di inquinamento cognitivo da ogni tentativo virtuoso di affermare che un’altra comunicazione è possibile, anche laddove non vengano raggiunti quegli standard di execution “da premio”.
I princìpi e gli appelli servono a poco sinché restano sulla carta e non vengono tradotti in esempi.
Serve anche molta apertura al dialogo perché parliamo di un tema dalle mille, complesse, sfaccettature.

Malgrado l’inevitabile sospetto iniziale, ho trovato molta disponibilità al confronto negli incontri pubblici ai quali ho preso parte. Lo scorso giugno sono intervenuto in veste Adci a un simposio.
Mi è stato riportato un commento (positivo nelle intenzioni) che reputo emblematico della nostra attuale reputazione: “non sembrava nemmeno di sentir parlare un pubblicitario”.
Credo di avere provato la sensazione di quelle donne delle quali i colleghi dicono, per parlarne bene: “non sembra nemmeno una donna”.

Ma l’apertura c’è. In associazioni (come Donne in Quota, e Pari e Dispari, per esempio) numerose università e blogger di attiviste.
Se dimostreremo di essere realmente interessati a qualcosa di più che all’autopremiarci, potremo dare un contributo importante al raggiungimento di un obiettivo che è anche nostro: persuadere le aziende che un’altra comunicazione non è solo possibile, è doverosa e per loro conveniente o non riusciranno più a dialogare con gli utenti. Sta già succedendo ma se ne attribuisce la colpa alla frammentazione dei canali più che alla frammentazione di testicoli e ovaia determinati da contenuti inguardabili.


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Shortlist stampa & affissione: fine o nuovo inizio dipende solo da noi.

Questa tabella riepiloga l’esito dei controlli fatti dal Consiglio Direttivo Adci, nella sezione stampa e affissione, per verificare che i lavori selezionati dalla Giuria rispondessero ai requisiti esposti nella call for entries.
In verde trovate le conferme. In rosso le esclusioni. Gli altri due colori indicano i metalli: Oro a Durex e Bronzo a Imodium, entrambi nella stampa. Nessun metallo in affissione.

Le decisioni sono state tutte prese all’unanimità. A parte un paio di casi, più dibattuti internamente al Consiglio, che hanno comunque portato a una larga maggioranza (7 a 2). Segnalo l’astensione di Francesco Emiliani nella votazione “fm palestra”, in quanto indirettamente coinvolto.
Non siamo stati “politici”. Non siamo stati “forcaioli”. Abbiamo cercato di essere giusti (parola banale ma non me ne vengono in mente altre).

Dovevamo accertare che i lavori fossero usciti almeno una volta e su un medium coerente con il target e gli obiettivi di comunicazione.
Questa espressione non piace a nessuno, né a chi la considera un passaporto per i cosiddetti fake e nemmeno a me e ai Consiglieri, dopo i “dibattiti” che ha generato. Va cambiata, circostanziata meglio.
Dovevamo inoltre accertare che il lavoro iscritto agli Adci Awards corrispondesse a quanto realmente pianificato e che fosse stato approvato dal cliente.
Non capisco chi mi ha mandato l’autorizzazione all’iscrizione ai premi. NON SERVONO AUTORIZZAZIONI DA PARTE DEL CLIENTE per partecipare agli Adci Awards. Noi premiamo gli autori.

Ho chiesto ai Consiglieri di non lasciarsi condizionare dai pettegolezzi, dai “si dice” e di vagliare solo i fatti: prove e call for entries.
Non c’è stato nessun accanimento. Temendo che alcuni colleghi non fossero stati ben assistiti da segreterie e account, abbiamo pagato uno di quei servizi che monitorano le uscite pubblicitarie sulla stampa. Lo abbiamo fatto per tutti i lavori esaminati. Il bronzo di Imodium (solo soggetto “caribenho”) è stato confermato grazie a questo nostro scrupolo.

Ricordo che i controlli su questa sezione sono stati richiesti da alcuni soci, come prevede la cfe. Non ci sono arrivate segnalazioni per le altre sezioni.
Già esaminarne una ha richiesto una quantità di lavoro inimmaginabile da chi non è coinvolto.

Siate giusti nel guardare questa tabella. Formatevi un’opinione ma non siate ansiosi di giudicare. Verde e rosso sono solo due colori. Non evidenziano buoni e cattivi. Santi e ladri. Vero e Falso.

Soprattutto vi prego di essere maturi. Una tabella analoga ci sarebbe stata anche per altre edizioni degli Adci Awards se solo fossero state fatte verifiche analoghe. E ci sarebbe per molti altri premi, italiani e no. Più e meno prestigiosi.

Questa tabella non va presa come uno spartiacque tra onesti e disonesti. Non lo è. Se i tempi difficili ci stanno davvero rendendo tutti più maturi abbiamo l’opportunità di interpretare questa fredda tabella come un “nuovo inizio”.
Molti creativi si stanno rendendo conto che l’Annual non deve essere un costoso strumento di auto celebrazione e auto gratificazione che sfogliamo (forse) in 300.
Anche l’Annual, come la buona (e vera) pubblicità “può dire la verità, deve dire la verità”.
Molti soci si stanno rendendo conto che Club e Annual non sono, non devono essere, la stessa cosa. E soprattutto l’Annual non deve essere visto come un premio che promuova le carriere dei singoli. È qui che risiede la nostra dannazione, vi prego di credermi.

L’Annual dovrebbe essere il pubblico racconto di quella che è la nostra funzione, quella che è la nostra utilità sociale come Club: mostrare alla comunità aziendale, istituzionale e il pubblico in genere che un altro mondo è possibile, a cominciare dalla comunicazione pubblicitaria. A questo serve fornire esempi virtuosi di buona comunicazione. Ma perché il cerchio si chiuda occorre anche dimostrare che questa comunicazione sia stata realmente in grado di aprire un dialogo con l’utente. Sono personalmente favorevole a una categoria dichiaratamente più votata alla sperimentazione e ai cosiddetti learning. Da almeno 10 anni accade, anche in Italia, di utilizzare media classici in modo tattico e strumentale alla creazione di conversation e wom in rete. A volte funziona altre no.
Al di là del nome da dare alle eventuali nuove categorie, dovrebbe però risultare chiaramente distinguibile quello che è un autentico progetto di comunicazione e quello che è “ricerca”, non personale, ma condotta con l’approvazione del cliente, dei reparti marketing delle aziende. Investire tempo e denaro in ricerca è fondamentale in qualunque settore. Perché dovremmo fare eccezione?

Prima ho accennato alla necessità di essere utili socialmente. Al nostro Paese non serve che L’Art Directors Club Italiano sia il circolo elitario dei migliori creativi pubblicitari.

Serve una associazione i cui soci siano accomunati da una visione etica della comunicazione. E sono certo che sia superfluo ricordare il perché sia oggi più che mai cruciale migliorare gli standard della creatività nel campo della comunicazione e delle discipline ad essa collegate (come recita l’obiettivo primario del nostro statuto).

Il nostro lavora contribuisce a forgiare la società.
Abbiamo accesso ai media e questo comporta delle responsabilità. Nel bene e nel male contribuiamo a determinare “forme pensiero” e comportamenti in un paese che all’80% è influenzato dalla TV. Una tv scadente e decadente la nostra, come ci hanno sottolineato negli ultimi anni film documento visti e commentati in tutto il mondo più che in Italia: il corpo delle donne e videocracy

Riguardateli, oggi stesso. Fanno pensare molto più di Ads Of The World.

Chiudo ricordando l’incipit del nostro Manifesto Deontologico, approvato da tutti i past president viventi dell’Art Directors Club Italiano.

Noi soci ADCI siamo consapevoli del fatto che la comunicazione commerciale diffonde modi di essere, linguaggi, metafore, gerarchie di valori che entrano a far parte dell’immaginario collettivo: la struttura mentale condivisa e potente, tipica della culture di massa, che si deposita nella memoria di tutti gli individui appartenenti a una comunità, e ne orienta opinioni, convinzioni, atteggiamenti e comportamenti quotidiani

Dovremmo esserne fieri. Maneggiamo una “forza” che se ben usata vale mille coni d’oro agli Adci Awards.

Qualora la maggioranza dei soci non dovesse condividere questa mia visione del Club, le mie dimissioni saranno inevitabili quanto leggere. Vi basterà chiederle qua.

Buon weekend
massimo guastini

POSTILLA DEL GIORNO DOPO (H: 11.54 per la precisione)
Potete essere d’accordo o in disaccordo, soci o non soci Adci, ma vi dovete firmare questa volta. Non è nemmeno un cambio di policy, in realtà, visto che sin dal primo post di questo blog avevo scritto:

Impariamo a rispettare le nostre differenze, non ingessiamoci in categorie di merito e ranking fittizi. Sentiamoci parte di un Club che aspira a essere qualcosa di più di un club. E soprattutto firmiamoci, sia nei post, sia nei commenti. Non è un invito. È l’unica regola di uno spazio che non ve ne porrà altre.
Come in un vero Club ci metterete la faccia e sarete responsabili dei contributi che sceglierete di lasciare.