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Maurizio Cattelan, Hall of Fame ADCI 2016

 

Sarà Maurizio Cattelan ad entrare nella “Hall Of Fame” dell’ADCI, in occasione della serata di Premiazione prevista al Teatro Parenti sabato 8 Ottobre in occasione di IF, Italian Festival.

L’ADCI ha deciso di conferirgli questo prestigioso riconoscimento sulla base di questa motivazione:

Maurizio Cattelan è autore di opere e azioni di forte impatto mass-mediatico ed è uno degli artisti che più ha influenzato l’immaginario contemporaneo su scala planetaria. Figura emblematica e controversa, è ‘il creativo’ italiano che più di ogni altro si è misurato con il potenziale totalizzante dell’era dei mass media utilizzandoli in una logica avanguardista. Come sottolinea Massimiliano Gioni: “In Cattelan i media fanno da cassa di risonanza alle sue leggende urbane e alla sua mitologia individuale. Alcune opere di Cattelan esistono solo nello spazio mediatico, come per esempio la campagna elettorale “Il tuo voto è prezioso, tienitelo” apparsa unicamente sui giornali. E tutte le sue opere vivono una specie di seconda vita o una serie infinita di vite nei media.” Per queste ragioni è un grande onore per noi includere Maurizio Cattelan nella Hall of Fame dell’ADCI

Maurizio Cattelan, il più quotato sul mercato tra gli artisti italiani viventi, nasce a Padova nel 1960. Vive e lavora tra Milano e New York

I personaggi che popolano il mondo di Cattelan, definito da ”Le Monde” il primo surrealista del terzo millennio, sono comparse di un teatro dell’assurdo: poliziotti ribaltati a testa in giù, animali impagliati che pendono dal soffitto, icone del potere derise pubblicamente, bambini meccanici che disturbano i visitatori. Il lavoro di Maurizio Cattelan simula e sovverte le regole della cultura e della società, in un continuo gioco di sconfinamenti e gesti di insubordinazione.

Stando a Nancy Spector – curatrice della personale che nel 2012 il Guggenheim dedicò al ribelle di Padova – “Per Maurizio Cattelan il sistema dell’arte funziona come il lettino dell’analista; è un non luogo in cui fare emergere derive, angosce e contraddizioni”.

By Stefania Siani


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Una Hall of Fame da Oscar.

Alla sua sesta nomination finalmente si aggiudica un Oscar.
No, non Di Caprio.

Siamo qui per celebrare un’eccellenza tutta italiana.

Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Non solo. Ha ottenuto nei giorni scorsi la stella sulla Walk of Fame, gli è stato dedicato un asteroide, detiene la seconda categoria nazionale negli scacchi.

Fatto ancor più sorprendente, è uno dei pochi uomini al mondo che si ricorda di ringraziare la moglie.

Ma, soprattutto, dal 1998 è membro della Hall of Fame dell’ADCI.

Signore e signori, il Maestro Ennio Morricone.

“Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito. E quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema, ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert.”, ha dichiarato Quentin Tarantino.

E il suo primo Oscar è arrivato proprio grazie al suo lavoro per l’ultimo film di Tarantino, The Hateful Eight.

A dire il vero un Oscar lo aveva già vinto nel 2007. Quello alla carriera.
Più che meritato, ma non abbastanza.

Dagli inizi con Sergio Leone, un sodalizio artistico destinato a fare la storia, alla collaborazione con Tornatore, le sue musiche sono state protagoniste dei migliori film. Ha anche composto per Cronenberg, De Palma, Malick, Argento, Bertolucci e molti altri.

Un’infinita tensione alla ricerca, per creare sempre qualcosa di nuovo. Anche a 87 anni.
“Ho scritto per Tarantino una musica che non avevo scritto mai. Ho cambiato strada. Quentin ha girato un western, ma io non potevo riallacciarmi a 50 anni fa, alla musica che facevo con Sergio Leone. Non volevo ripetermi e non avrei mai scritto una cosa già fatta nel passato. Ho detto, devo inventarmi un’altra scrittura.”.

L’Oscar alla carriera non era abbastanza, perché la sua carriera non è ancora finita. Morricone ha sempre cercato e accettato nuove sfide e non ha intenzione di fermarsi.
E ha appena vinto un Oscar. Ed è membro della Hall of Fame dell’ADCI. Per dire.

Alla domanda “Progetti per il futuro?” risponde: “Torno subito a Roma perché sto lavorando a un pezzo, ma non per il cinema. Un po’ di cambiamento ci vuole!”.

E allora, andiamo avanti.
La aspettiamo a IF!, Maestro.

 


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Un colpo di coda poco scodinzolante.

È innegabile che IF 2 abbia riscosso un grande successo. Lo dicono i numeri, lo dice la stampa, lo dicono i vari pienoni registrati. E, per ultimo, lo dico anch’io. Benissimo, siamo tutti stracontenti.

Ma è proprio con questa premessa, che domando ai soci ADCI e a chi gestisce il festival, come mai la sua identity visiva (il logo, la grafica, le animation nel Parenti e nel sito IF), sembrino scaturire da una garetta Zooppa o da un concorso di vetrinistica fine 900.

Non so chi siano gli autori e nemmeno m’interessa personalizzare la faccenda. So solo che è vecchia. Roba da convention Chupa Chups fatta in casa. Insomma, non degna di un evento che invece sul piano organizzativo e dei nomi coinvolti, ha ridato slancio a un settore da qualche anno in grave deficit d’ossigeno.

Sarà che io sia fissato con la typography, che la passione per i layout e l’animation ben curati, che l’attenzione maniacale per la motion graphics e il web design, mi portino a sognare – non anche, ma soprattutto per l’ADCI – un livello di cultura visiva sempre al top.

Oltre SanRemo, Trieste e Ponte Chiasso, i miei riferimenti attuali (non quelli storici), li scovo di preferenza nei dintorni di Anagrama, Awwwards, Roger Black, BMD Design, Bunch, Complexity Graphics, Desigg, Designcollector, Design Observer, Dexigner, Dinnick & Howells, dontfeartheinternet, heydays, Richard Hollis, Holstee, INBALOZA, Adam Juresko, LUST, Mat Voice, Kiss Miklos, Offf, Paprika, The Plant, prty, Thomas Quinn, Studio Revert, Sciencewerk, since85, soulwire, ThinkingForm, Typewolf, Vimeo NiceType, Webby Award, wedge&lever, Wordsarepictures, 99nosbyfutura… nomi così.

Se invece dovessi giocare in casa, prima di mandare in campo un dribblomane senza visione di gioco, consulterei i migliori osservatori sulla piazza. Gente che dispone di credenziali di graphic design e di typography decisamente al di sopra delle mie. Penso a persone che hanno portato a casa un’infinità di metalli preziosi, Grand Prix e Hall of Fame ADCI, come per esempio, Luca Albanese, Carlo Angelini, Pierluigi Cerri, Daniele Cima, Matteo Civaschi, Fabio Ferri, Felix Humm, Italo Lupi, Paola Manfroni, Giorgio Natale, Claudia Neri, Federico Pepe, Giovanni Porro, Assunta Squitieri, Agostino Toscana, Fritz Tschirren.

Se ora qualcuno azzardasse rispondermi che questo autentico dreamteam non è digital native, che non si è abbastanza nutrito di mobile, viral e ambient communication… gli risponderei secco secco: Chi ha nel suo portfolio la visual identity IF, è invece visibilmente cresciuto nella nursery di Antonio Ricci, X-Factor e Winx. Alé.

Per favore, passatemi il sale.

Post it: Già che ci siamo, ai “miei” pionieri ADCI chiederò senza tanti giri, cosa pensano del Cirque du Trompe l’Oeil grafico che incornicia il nostro IF… e poi vediamo che tipo di giudizio ne uscirà. Augurandomi per il bene del Club, che questa mia paranoia culturale sia poi clamorosamente smentita e smontata, vi terrò comunque informati. Stay tuned.


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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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#ItaliansFestival | Day three_aftermath (e considerazioni conclusive)

#Invidiateci. Sì, invidiateci. Tanto. E che questa invidia sia durevole: minimo un anno, fino al prossimo IF! ; )

Eccoci. Mangiati, soddisfatti e riposati (ed anche nuovamente immersi nel day-by-day, certo), a raccontarvi l’ultimo giorno di IF! e magari chiudere con qualche bel pensiero. Anzi, aprire.

È stato un Festival denso, ricco, divertente oltre ogni aspettativa. Lo abbiamo vissuto sottopelle. Sostituire una conference call con uno spritz non ha prezzo. È stato un Festival che ha dato enorme spazio al contatto umano: gli ospiti erano prossimi al pubblico, il pubblico era partecipe, e tutto questo ha avuto un effetto di dialogo vivo, che ci ha restituito il respiro sconfinato del nostro mestiere e ha messo in ghiaccio gli automatismi operativi del quotidiano.
La cosa è addictive. Questo dovete saperlo. E per questo lo rifaremo. Fosse anche solo per questo, sì.

Flashback.
Sabato 4 ore 10: al Parenti si parte con la tavola rotonda dedicata alle strategie di comunicazione per Expo 2015 - ne esce un confronto interessante e per nulla scontato tra gli assessori Cristina Tajani e Filippo del Corno, Roberto Arditti, direttore delle relazioni istituzionali di Expo 2015 e il moderatore Massimo Russo, direttore di Wired Italia. Favoloso: si è discusso di Expo senza retorica, nonostante l’alta concentrazione di assessori, e i politici hanno parlato di digitale con cognizione di causa. What if…

Ancora, nel corso della mattinata, Jacopo Pasquini di Doctor Brand su UX e Usability come due fondamenti della strategia digitale spesso considerati accessori, poi Mark Tungate, direttore editoriale degli Epica Awards, con una selezione di campagne che ‘guardano oltre’, indicando la direzione verso la quale si stanno muovendo certi brand e agenzie creative, e verso cui dovremmo muoverci tutti, ché faremmo bene (lode per il suo humor nemmeno troppo inglese, by the way).

Il pomeriggio si apre con la case history poetica e delirante di Blue&Joy: tanta joy si respira nella sala A, grazie al loro raccontarsi totalmente dissacrante, specie quando affrontano il loro (mica breve) periodo blue. Ugualmente intensa, ma dai toni decisamente meditativi, la riflessione di Gianrico Carofiglio (il prossimo libro esce a novembre, ci ha detto!) sul potere delle metafore come atti e strutture concettuali che danno forma alla percezione della realtà e di noi stessi (i copy in sala in ascolto partecipe).
Intanto Christina Knight, in Sala Grande, si chiede perché tutti i grandi libri scritti da creativi siano stati scritti da uomini, dando poi conto del come e del perché ha deciso di rimediare con il suo Mad Women. Poi Walter Fontana sfoggia quella che per noi è la chart delle chart (è l’immagine sopra, in apertura), che vi dà giusto il polso del suo incredibile talk : )
E ancora Simon Whalley, che racconta del successo della cartoon series Toones, caso emblematico di branded (McLaren) entertainment.
Ospiti di IF! anche The Jackal, videomaker a 360, anzi 361°, felicemente schizofrenici, divisi come sono tra i lavori della loro casa di produzione e il successo su YouTube con Lost in Google, Gay ingenui e il cult Gli effetti di Gomorra sulla gente (deux fritures!).

Fa un po’ da warm up al gran finale la round table con Bruno Bertelli, Luca Scotto di Carlo e Sergio Rodriguez, che ci raccontano le atmosfere di giuria a Cannes (e qualche dritta su come (provare a) vincere qualcosa)).

È l’ora del gala di premiazione degli ADCI Awards 2014, condotto da Ylenia di Radio 105 e Cristiano Seganfreddo.
Maurizio D’Adda entra nella Hall of Fame dell’Adci (l’intervento di Luca Scotto di Carlo a raccontare MD’A, qui).
I “coni” vengono assegnati a tutte le categorie, ed è bello vedere molti under-30 sul palco.

Vicky Gitto con Luca Pannese e Luca Lorenzini, Saatchi & Saatchi Italia, Grand Prix Adci 2014

È notte. In quello stesso foyer che è stato la nostra agorà di questi giorni di Festival, i bassi del party finale (alla consolle Larry Gus, Giorgia Angiuli e gli 88 Bros, e poi live sound performance di Coco Soundscapes con Julia Kent, Josef Van Wissem e Fabrizio Palumbo) vengono sovrastati dai ping dei messaggi di Guastini, che lancia l’ultima (le ultime), fondamentali chiamate al voto per il Grand Prix – via mobile, i soci del Club assegnano il massimo riconoscimento a “Dear Future Mom” di Coordown, agenzia Saatchi & Saatchi Italia.
E vodka tonic sia. E musica. E orgogliosa soddisfazione. E un kebab alle 4 del mattino, anche.

Okay, è stato meraviglioso, e per questo non finisce qui. Allora sapete come lo chiudiamo questo primo episodio di IF #ItaliansFestival? Con un hashtag rubato al discorso di Boscacci, che ha aperto gli Award.
#rifacciamolo

Chiara Lanzafame (feat. Emanuele Soi)


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#ItaliansFestival / ADCI Award : Hall of Fame a Maurizio D’Adda, copywriter

L’ovazione e la commozione della comunità dei creativi riunita in Sala Grande per gli ADCI Award hanno trasmesso il senso della Hall of Fame a Maurizio D’Adda. Il significato lo ha pronunciato Luca Scotto di Carlo – a voi, integrale.

Maurizio D’Adda, copywriter

La cosa migliore che può capitare a un creativo non è vincere un premio.
E’ avere un buon maestro.

E a me è capitato due volte: con Emanuele Pirella e con Maurizio D’Adda.

Ma se Emanuele ha rappresentato la primavera del mio copywriting, Maurizio è stato la mia estate.

Perché d’estate si sorride in continuazione, avvertiamo l’energia dentro di noi e ci sentiamo carichi di positività: sembra tutto più facile.

E così, Maurizio: parlavo con lui in agenzia ed era effettivamente tutto più facile. Come d’incanto sparivano le scadenze a ridosso e le seghe mentali.

La sua capacità di arrivare in un batter d’occhio alla soluzione mi ha sempre affascinato, così come la sua abilità di trovare ogni volta la chiave per rendere ogni riunione una discesa e mai una salita insormontabile – come spesso capita ai negativi cronici. Quelle riunioni alla fine delle quali tutti si guardano e dicono: “Ma certo, come ho fatto a non pensarci io?”

“La rima arriva prima” mi diceva quando snocciolava uno dei suoi slogan che faticavano ad accettare la definizione ‘claim’, giocando con leggerezza con le parole in quel modo tutto suo, un po’ come fanno gli anglosassoni da generazioni e non solo nella pubblicità ma anche nella musica o nelle serie tv. (cfr. Dumb ways to die)

Perché l’obiettivo di Maurizio è sempre stato non solo quello di parlare alle persone ma di raggiungerle, di interessarle e di intrattenerle, di mettersi sul loro stesso piano e poi sorprenderle.

Sembra facile a parole, ma solo se le parole sono le sue.

Grazie di tutto, Maurizio.

Luca Scotto di Carlo

***
NOTA: non è di buona qualità, e me ne scuso, ma restituisce il momento – la foto è mia, un po’ storta, fatta col telefono tenuto in alto, sopra le teste in standing ovation, come ai concerti, come per le rockstar. Come per le rockstar ; ) [ES]

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Twitter cronaca della Serata di Premiazione ADCI “Insieme per una pubblicità migliore”, 7 giugno 2013

Insieme per una pubblicità migliore ADCI 2013 Giovanna Cosenza Erik Gandini Lorella Zanardo

Erik Gandini, Giovanna Cosenza, Rosalba Reggio (giornalista e moderatrice dell’incontro),  Lorella Zanardo

RT @corpodelledonne: Hall of Fame alla Provincia di Milano, prima dell’inizio #ADCI #pubblicità http://t.co/XmlhaK4Hoj

RT @maxgnocchi: Quando sei in ritardo, rallenta il passo: aspettando il twittatore ufficiale della serata #ADCI

RT @kttb: Il Fatto Quotidiano…. http://t.co/3KhUpvXVK7

RT @maxgnocchi: Bloccato sul bus, studio l’invito della serata: retrospettiva, halloffame, stile retro’, temo la serata amarcord, potrei non reggerlo #ADCI

RT @corpodelledonne: Erik Gandini, Giovanna Cosenza e Lorella Zanardo pronti ad entrare nella Hall of Fame #ADCI http://t.co/UqrlrD6C5E

RT @maxgnocchi: A proposito di amarcord, passo davanti a Taveggia, quasi quasi mi sparo una sambuca e poi que sera, sera #ADCI

7 giugno, Milano: premiazione Hall of Fame dell’Art Directors Club | Il corpo delle donne http://owl.li/lONwo

RT @maxgnocchi: Sono le 20 ma è più figo restare rigorosamente fuori, per cui gli incauti che entrano riescono precipitosamente #ADCI

RT @maxgnocchi: Ligio al dovere, entro, ovviamente la sala e’ mezza vuota #ADCI

RT @adcinews: Erik Gandini – http://t.co/FcKlv3SnzA #hallofFame #ADCI

RT @maxgnocchi: Le poltroncine della sala e i gruppi di giovani mi ricordano ll’università, sto per avere un attacco di panico #ADCI

RT @maxgnocchi: Breve discorso introduttivo dell’assessore Del Nero, poi si passa al trio degli halloffamer Cosenza, Gandini e Zanardo #ADCI

RT @maxgnocchi: I tre halloffamer rifiutano il tavolo istituzionale guidati dalla giornalista Reggio e si siedono sul bordo palco, w la vicinanza #ADCI

RT @maxgnocchi: Zanardo racconta il proprio impegno nelle scuole per offrire ai piu giovani gli strumenti per difendersi dagli stereotipi culturali #ADCI

RT @maxgnocchi: Per adesso nei tre interventi e’ stata manifestata l’incredulita’ di essere stati invitati, vedremo se Gandini sara’ a proprio agio #ADCI

RT @maxgnocchi: Le ultime file se ne vanno, non capisco se per protesta o attacchi di fame collettiva, la Cosenza procede impavida #ADCI

RT @maxgnocchi: Interviene Gandini, che intanto non manifesta dubbi sulla sua partecipazione, meno male se no mi univo alla mozione delle ultime file #ADCI

RT @maxgnocchi: Gandini, filmaker, celebra l’importanza del documentario come forma espressiva di democrazia #ADCI

RT @maxgnocchi: Gandini: l’importanza e la necessita’ di affermare il proprio sguardo sul mondo #ADCI

RT @maxgnocchi: Gandini parla di Surplus, documentario sul sentimento di sfiducia del consumatore utilizzando l’estetica pubblicitaria #ADCI

RT @maxgnocchi: La retorica di Gandini inizia a deragliare, si ammutolisce e passa la palla alla Reggio che la ripassa alla Zanardo #ADCI

RT @maxgnocchi: Zanardo non si fa cogliere di sorpresa e parla della differenza tra nudo artistico/agito e nudo commerciale umiliante #ADCI

RT @maxgnocchi: La Zanardo all’improvviso mi rivela che le bocche usate negli spot di gelati evocano la fellatio, sono proprio uno sprovveduto #ADCI

RT @maxgnocchi: La Zanardo apre una riflessione: perche stiamo attenti agli inquinamenti ambientali e non all’inquinamento dell’immaginario? #ADCI

RT @maxgnocchi: Zanardo: la necessita’ di produrre bellezza per combattere l’inquinamento dell’immaginario #ADCI

RT @maxgnocchi: La Cosenza cita anche uno spot Galbusera in cui c’e’ un amplesso con un biscotto, evidentemente continuo a perdermi il meglio #ADCI

RT @maxgnocchi: Se vi capita di parlare con la Cosenza e le vengono attacchi di brividi o sospiri, tranquilli, e’ la sua forma di manifestare dissenso #ADCI

RT @maxgnocchi: Gandini presenta spezzoni di Videocracy, parla di processo di penetrazione ma fortunatamente la scampa #ADCI

RT @maxgnocchi: Le persone iniziano a dibattersi come prede finite in una tagliola, se non parte la premiazione prevedo tumulti #ADCI

RT @maxgnocchi: La delegazione del foyer si ingrossando pericolosamente, mentre la Zanardo parla dell’abbandono scolastico e chiede aiuto ai presenti #ADCI

RT @maxgnocchi: Comunque non biasimo la delegazione del foyer, e’ evidente un grave problema di contestualizzazione della serata #ADCI

Roberto Ottolino
Certo che se si parla di stereotipi sessisti e poi parte una standing ovation sulle chiappe di Belén…

Piccolagenziacreativa Pac
Registi televisivi trash non sono creativi pubblicitari… un’altra cosa.

RT @maxgnocchi: La sala rumoreggia e la Zanardo tenta un’operazione simpatia con il proclama Un bel porno non si nega a nessuno, scatta l’armistizio #ADCI

RT @maxgnocchi: Vengono assegnati i coni ai tre halloffamer #ADCI #Zanardo #Gandini @GiovannaCosenza

RT @maxgnocchi: Parte la premiazione dei nove ori, sale a presentare la Felletti con Guastini come valletto, affrontano stoici l’imbarazzo della sala #ADCI

RT @maxgnocchi: Come tutti gli sfigati sorrido a ragazze che in realta’ stanno salutando qualcuno dietro di me #ADCI

RT @maxgnocchi: Il primo oro, quello al progetto editoriale non se lo fila nessuno, il triste destino dei libri continua #ADCI

RT @maxgnocchi: Il secondo oro, al progetto shortology, viene accolto calorosamente, il discorso di ringraziamento seppure short non lo e’ abbastanza #ADCI

RT @maxgnocchi: La claque TBWA sta riportando la serata nei binari di guasconaggine che le competono #ADCI

RT @maxgnocchi: Se i miei studi mi assistono, quando parte la retrospettiva ci sara la transumanza nel foyer, per tornare ubriachi per il grandprix #ADCI

RT @maxgnocchi: Rimpiango i bei tempi dei fake e delle combine, adesso non ho piu’ scuse per non aver vinto una mazza fionda #ADCI

RT @maxgnocchi: Per ora gli spot della retrospettiva sono meravigliosamente brutti, rinfrancato posso unirmi alla delegazione del foyer #ADCI

RT @maxgnocchi: Dopo inaspettato free hug di un bambino sento l’irresistibile necessita’ di tornare a casa dal mio, chiedo perdono al presidente, vado #ADCI

RT @livepaola: Serata bellissima organizzata da @adcinews con panel @GiovannaCosenza Lorella Zanardo ed Erik Gandini poi Awards campagne bravi

RT @maxgnocchi: Mi allontano fra gli allegri echi dei premiati, chi avrà vinto il GP? È riuscita la serata? Ai presenti la sentenza #ADCI

RT @corpodelledonne: Ora parla Giovanna Cosenza: il suo lavoro con la #pubblicità e del costante peso che questa riveste nella vita delle persone giovani #ADCI

RT @corpodelledonne: Inizia il dibattito e la serata per una pubblicità migliore #ADCI http://t.co/Yo5y2a6Txd

RT @corpodelledonne: Il motivo per cui siamo qui questa sera #ADCI http://t.co/chwzrNDcpu

RT @cecilia_rnd: Grazie! :-) @adcinews #ffback

 


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Serata di Premiazioni Adci: insieme, per una pubblicità migliore.

Invito realizzato da H-57 per la serata di premiazioni Adci

Le pubblicità attuali trasmettono un numero maggiore di messaggi negativi rispetto al passato. Lo pensa il 58% degli italiani, stando al sondaggio che abbiamo commissionato nel mese di marzo all’Istituto Piepoli.

Dopo il manifesto deontologico Adci, dopo il convegno del 25 marzo scorso sull’inquinamento cognitivo e a pochi giorni dalla petizione “fermiamo la pubblicità sessista, L’Art Directors Club Italiano propone una serata di riflessione oltre che di premiazione: “Insieme per una pubblicità migliore”.

Vi aspettiamo venerdì 7 giugno, entro le 20 (puntuali), presso l’Auditorium della Provincia di Milano, in via Corridoni 16.

L’appuntamento prevede tre momenti. Alle 20 saluteremo l’ingresso nella Hall of Fame Adci
di Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo.
A condurre l’intervista abbiamo invitato la giornalista Rosalba Reggio.

Dalle 21.15 proietteremo i lavori che hanno vinto i nove ori assegnati dalle giurie Adci Award 2013 . Verranno presentati da Alessandra Felletti.

Dalle 21.45 alle 22.15 proporremo una retrospettiva, composta dai commercial premiati dall’Adci a partire dal 1986.
Una “mezz’ora da pubblivori” per ricordare cosa può e dovrebbe essere la comunicazione.
Alle 22.20 verrà assegnato il Grand Prix degli Adci Award 2013.

Soci Adci e tutti quelli che hanno partecipato agli Adci Award 2013 sono naturalmente invitati. Basterà confermare la presenza via email scrivendo a info@adci.it oppure confermando la partecipazione attraverso l’evento Facebook.
Considerato l’intento della serata, saremo lieti di ospitare anche donne e uomini di azienda, giornalisti, studenti e chiunque sia sensibile all’argomento. I posti sono circa 500.

Ringraziamo La Provincia di Milano e in particolar modo il Dottor Paolo Giovanni Del Nero, (Assessore Sviluppo Economico, Formazione e Lavoro Provincia di Milano) per la cooperazione e per averci messo a disposizione il Centro dei Congressi Auditorium in via Corridoni 16.
Speriamo sia l’inizio di una collaborazione che porti in futuro a un vero e proprio Festival: con seminari, workshop, colloqui orientativi per i giovani.


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Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo nella Hall of Fame Adci.

Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo entrano nella Hall of Fame dell’Art Directors Club Italiano.

Venerdì 7 giugno, ore 20, presso l’Auditorium della Provincia di Milano, in via Corridoni 16, L’Art Directors Club Italiano saluterà l’ingresso nella propria Hall of Fame di: Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo. Nel corso della stessa serata verranno proiettati i vincitori degli Adci Award 2013 e votato il Grand Prix.

Perché tre non pubblicitari entrano nella Hall of Fame dell’ADCI e cosa c’entrano con un’associazione che ha come obiettivo quello di migliorare la pubblicità italiana?

Giovanna Cosenza, Erik Gandini e Lorella Zanardo hanno svolto un enorme lavoro (e continuano a farlo) teso a diffondere strumenti critici accessibili a tutti, per rendere la fruizione della TV, e dei mass media in generale, più consapevole.

Lorella, Erik e Giovanna hanno creato contenuti in grado di riportare all’attenzione un aspetto fondamentale: la grande responsabilità morale che si assume chiunque abbia accesso ai media.

Erik, Lorella e Giovanna sono creatori di contenuti critici e quindi utili e ispiranti per la società e per chi come noi, Soci dell’Art Directors Club Italiano, da quasi trent’anni si pone l’obiettivo di migliorare la comunicazione d’impresa e istituzionale in Italia.

Accoglierli nella Hall of Fame dell’ Art Directors Club Italiano significa rimarcare la differenza esistente tra noi, Soci Adci, e chi deve ancora comprendere che la pubblicità non dovrebbe mai costituire una forma d’inquinamento cognitivo.

Personalmente considero il lavoro e i contenuti di Lorella Zanardo, Erik Gandini e Giovanna Cosenza un segnale di speranza: l’organismo Italia, anche dopo trent’anni di TV come quelli che abbiamo vissuto, è ancora in grado di produrre anticorpi culturali.

E proprio in funzione degli ultimi trent’anni di TV ritengo sarebbe utile far conoscere il loro lavoro nelle scuole dell’obbligo.

Invece.
L’opera di tutti e tre vive soprattutto in rete. Se questo è in parte comprensibile nel caso di Giovanna Cosenza, non lo è assolutamente per “Videocracy, basta apparire” e per “Il Corpo Delle Donne”. Entrambi prodotti nel 2009, non sono mai stati messi in onda da Rai.
Anzi, i trailer di Videocracy vennero rifiutati anche dalla stessa Rai, oltre che da Mediaset.
Andò in onda su La7, due anni dopo, grazie a Enrico Mentana.

Accogliere Erik, Giovanna e Lorella, nella Hall of Fame di un’associazione di creativi pubblicitari, vuole essere il segno di un’alleanza tra chi reclama lo stesso diritto: una TV più sana. Pubblicità compresa. “Perché anche l’anima del commercio deve avere un’anima” (cit. Pasquale Barbella).

La serata del 7 giugno è aperta a chiunque sia interessato all’argomento. Per riservare un posto scrivere a info@adci.it

Aggiunta successiva
Lorella Zanardo mi avvisa che in realtà “Rai ha mandato in onda il doc una volta in agosto a mezzanotte”
Più che una precisazione mi pare la sottolineatura del problema a cui alludevo ;)


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Adci Award e Hall of Fame 2013

La shortlist Adci Award è online.
Ogni Socio può consultarla, basta accedere all’area riservata del sito Adci usando la propria password. Dopo di che cliccate su “Preview Annual”.

L’attuale shortlist è il risultato della selezione operata dalle giurie Adci il 20 e il 21 aprile.

Ora sono in corso i controlli per escludere la presenza di eventuali “fake” e, come già comunicato nei mesi passati, in questa fase ci sta supportando Nielsen.

Nielsen ci fornirà due tipi di informazioni
1. la pianificazione
2. il contenuto realmente messo on air

nel caso di eventuali dubbi contatteremo immediatamente via email il direttore creativo esecutivo responsabile del lavoro, mettendo in copia conoscenza il presidente della giuria.

Chiederemo di dimostrare che il lavoro sia stato commissionato e pagato da un committente.

La mia calda raccomandazione è: chiunque abbia un lavoro fake in shortlist (o premiato con un metallo) me lo segnali entro i prossimi 15 giorni: massimo.guastini@adci.it
Ci limiteremo alla semplice esclusione.

Ho già spiegato perché i cosiddetti fake minano la credibilità dell’Art Directors Club Italiano, e l’assemblea dei Soci si è espressa all’unanimità, sull’argomento, il 29 settembre 2012.

La premiazione sarà il 7 giugno 2013. Nel corso della serata verranno presentate le nuove induction nella Hall of Fame (i premiati hanno confermato la loro presenza) e verrà votato in sala il Grand Prix 2013 dell’Art DIrectors Club Italiano.