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Perché i cosiddetti “fake” minano la credibilità dell’ADCI.

 

È difficile sapere cosa sia la verità, ma a volte è molto facile riconoscere una falsità.

(Albert Einstein)

San Sebastiano Massimo (Il Martirio dei Fake)

Innanzitutto perché, ve lo assicuro, le discussioni che innescano possono risultare estremamente dolorose per qualunque essere umano si trovi a lavorare nel Consiglio Direttivo dell’Art Directors Club Italiano.

Poi, perché non raggiungono lo scopo di mostrare ad aziende, istituzioni e pubblico che un’altra comunicazione è possibile.
Non dimostrano ai committenti che è possibile dialogare con gli utenti senza trattarli da imbecilli.
Non lo dimostrano perché non essendo stati un reale atto di comunicazione non hanno avuto un vero pubblico.

Una pubblicità senza pubblico non è pubblicità.

E in assenza di dimostrazioni lasciamo tutti liberi di pensare che “la diamo a tutti” sia uno slogan a effetto. Che Parah faccia bene a trattare il suo target da idioti o, peggio ancora, da maitresse con operazioni come questa.
E permettiamo che anche molti colleghi e operatori si ostinino con la stupidaggine del “che se parli, anche male, purché se ne parli”.

Per anni abbiamo raccontato agli studenti che i loro lavori, sia pur selezionati dalle giurie Adci, non potevano vincere premi o entry perché esercitazioni, non annunci realmente pianificati.

Io provo un profondo disagio nel sostenere questa tesi, se scorro a caso uno degli Annual pubblicati nel nuovo millennio.

Si è scritto sin troppo per spiegare le cause del fenomeno fake. Sicuramente sono il sintomo di un disagio diffusosi con il progressivo deterioramento della relazione tra Aziende e Agenzie. I fake erano rarissimi sino al principio degli anni novanta, perché i clienti tendevano ad approvare ottimi contenuti. E li sostenevano con investimenti strategici.

I “fake” possono contribuire all’obiettivo primario del Club solo se non vengono dissimulati (e disseminati) tra i reali atti di comunicazione. Possono essere persino utili per mostrare “nuove frontiere” alle aziende, se usati per coinvolgere le aziende stesse in un processo di ricerca e sviluppo di nuovi linguaggi.

Cosa suggerisco
Togliamo anche la foglia di fico del basta un’uscita.
Ma chiediamo un reale iter approvativo. Un’iscrizione autorizzata dall’azienda e, a quel punto, una giuria costituita sia da soci del club sia da chi lavora nei reparti marketing delle principali aziende operanti in Italia.

Una giuria speciale e sperimentale, per una sezione dichiaratamente volta alla ricerca e allo sviluppo. Una giuria dove ci si confronti apertamente sul significato di creatività e la cui discussione possa essere condivisa in diretta streaming. Perché il dibattito abbia una funzione utile.

E che i verdetti di questa giuria divengano un contributo da condividere in rete, per avere feedback non solo da altri addetti ai lavori ma soprattutto dal pubblico.
Una ricerca “in vivo”, grazie alla rete. Una ricerca vera, anziché un’esibizione di falsi. Non trovate che sarebbe immensamente più utile?

Anche in questo caso, abbiamo bisogno dell’aiuto e del supporto dei soci. Della disponibilità a essere un Club e non un pueblo chico.