Condividi:

L’UOMO DI SAMOA E IL PAPALAGI OCCIDENTALE

Lettura 2/3 minuti

 

Erich Scheurmann, un artista tedesco amico di Hermann Hesse, quello di Siddartha per intenderci, si stabilì in Polinesia per un periodo della sua vita e lì conobbe e si avvalse della testimonianza di un capo indigeno delle isole Samoa di ritorno da un viaggio in Europa, Tuiavii di Tiavea, per scrivere un piccolo saggio antropologico sulla società dell’uomo bianco , “Il Papalagi” appunto.

Le impressioni di Tuiavii furono meticolosamente raccolte dall’autore e nel capitoletto intitolato “il Papalagi non ha tempo” Tuiavii recita testualmente : «Il tempo mi sfugge!» «Il tempo corre come un puledro impazzito!» «Dammi un po’ di tempo!» Questi sono i lamenti più abituali che si sentono dall’uomo bianco. Io dico che deve essere una strana sorta di malattia; perché anche supponendo che l’uomo bianco abbia voglia di fare una cosa, che il suo cuore lo desideri veramente, per esempio che voglia andare al sole o sul fiume con una canoa o voglia amare la sua fanciulla, così si rovina ogni gioia, tormentandosi con il pensiero: «Non ho tempo di essere contento».

Il tempo è lì ma, con tutta la buona volontà, lui non lo vede. Nomina mille cose che gli portano via il tempo, se ne sta immusonito e lamentoso al suo lavoro che non ha alcuna voglia di fare, che non gli dà gioia e al quale nessuno lo costringe se non se stesso. Ma se poi all’improvviso si avvede di avere tempo, che il tempo è lì, oppure qualcuno gli dà dell’altro tempo (i Papalagi si danno sempre il tempo a vicenda, sicuro, niente è più altamente considerato di questo), allora gli manca di nuovo la voglia oppure è stanco del suo lavoro e senza gioia. E regolarmente vuole fare l’indomani ciò per cui oggi non ha più tempo.

Ci sono Papalagi che affermano di non avere mai tempo. Corrono intorno come dei disperati, come dei posseduti dal demonio e ovunque arrivino fanno del male e combinano guai e creano spavento perché hanno perduto il loro tempo. Questa follia è uno stato terribile, una malattia che nessun uomo della medicina sa guarire, che contagia molta gente e porta alla rovina. »

Da quando Tuiavii osservò così acutamente il rapporto paradossale degli europei nei confronti del tempo, la durata della nostra vita intanto è raddoppiata. Inoltre, per risparmiare tempo, abbiamo inventato macchine come il robot, il cellulare e internet; per arricchire il tempo, abbiamo messo la radio in automobile, il cinema in aereo e nei poggiatesta delle automobili; per immagazzinare il tempo abbiamo costruito dischi, il videoregistratore, la segretaria telefonica e l’archivio di file nel pc e sul cloud; per programmare il tempo abbiamo a disposizione sveglie e dispositivi elettronici.

Eppure avvertiamo sempre più acuta la mancanza di tempo e nel corso della giornata, che si ostina a durare solo 24 ore, cerchiamo di fare quante più cose possibili per riempire fino all’orlo la nostra esistenza e tracannarla voracemente. Divorati dallo stress di fare non ci accorgiamo che il tempo vuole essere vissuto a sorsi, gustato lentamente per assaporare gli aromi e le sfumature di quanto sta accadendo.
Viviamo sulle righe, senza approfondimento, tutto si brucia in un istante: amori, amicizie, rapporti professionali, di vicinato e parentali. Tutto e subito. Vogliamo “esperienze fast-food” che lasciano in bocca sempre lo stesso sapore: l’amaro dell’inconcludenza.
Abbiamo paura di affrontare il nuovo, di capire come confrontarci con Cose & Cosi che ancora non conosciamo e allora decidiamo di non perdere tempo, e di accontentarci di quanto sappiamo. E’ poco e fragile, ma quel poco è condiviso da molti, il motto che unisce sarà “Poca conoscenza, Molti conoscenti” che fa il verso a “Faccio cose, incontro gente” di Morettiana memoria.

Se tornasse tra noi il saggio Tuiavii, continuerebbe a chiedersi, come fece cento anni fa: «Che cosa ne fa alla fine il Papalagi del suo tempo? Io credo che il tempo gli sfugga come una biscia sfugge da una mano bagnata, proprio perché lui cerca di tenerlo stretto, di arraffarlo. Ma il tempo è silenzioso, ama la pace, la calma e lo stare distesi su una stuoia a guardare le nuvole per esempio. Il Papalagi non ha compreso il tempo, non lo riconosce per quello che è, e perciò lo maltratta in quel modo con i suoi rozzi costumi. Dobbiamo liberare il povero smarrito Papalagi dalla sua follia, dobbiamo ridargli il suo tempo. Dobbiamo distruggere la sua piccola macchina del tempo che lui chiama orologio e dobbiamo annunciargli che, dal levarsi al calare del sole, c’è molto più tempo di quanto un uomo può averne bisogno ».

Cerchiamo di fare quante più cose sono possibili per riempire fino all’orlo la nostra esistenza per poi tracannarla voracemente

Divorati dallo stress di fare, non ci accorgiamo che il tempo vuole essere vissuto a sorsi, gustato lentamente per assaporarne gli aromi: le sfumature di quanto sta accadendo.

E’ poco, ma quel poco è condiviso da molti, il motto che unisce sarà “Poca conoscenza Molti conoscenti” che fa il verso a “Faccio cose, incontro gente” di Morettiana memoria.