Postato il Ven 13 Nov 2020 da in ADCIIF

IF! 2020 – Day #4

Si avvicina il weekend, si avvicina il clou di IF! e, come da tradizione, gli appuntamenti non smettono di essere ricchi di contenuti e spunti pazzeschi.

Ti ricordi cosa facevamo l’anno scorso di questi tempi? Brà, ci mettevamo scomodi. Ecco, quest’anno invece, abbiamo iniziato la quarta giornata di IF! all’opposto, comodi comodi sul divano di casa (come da circa 9 mesi ormai).

CREATOR DAL DIVANO DI CASA è infatti il titolo del workshop promosso da YouTube e presentato da Cane Secco, che ha raccontato uno spaccato di quotidianità della vita dello youtuber. E un bel po’ di cose interessanti le ha dette.

Non servono mezzi tecnici pazzeschi per creare contenuti pazzeschi. Servono idee. Grandi, semplici, forti.

Ma non di sole idee vive lo youtuber. Serve anche competenza tecnica. E neanche su questo Cane Secco ha lesinato informazioni, parlando dell’importanza del setting, dell’esposizione, del fuoco e, naturalmente, dell’audio.

Su ciascuno di questi punti si è soffermato dando consigli e portando esempi concreti. E abbiamo il sospetto che da domani vedremo un bel po’ di contenuti esteticamente più d’impatto. Almeno da parte di chi ha assistito al workshop.

A mezzogiorno, invece, Mattia Voltaggio (Eni S.p.A Head of Start Up Acceleration & Head of Brand Communication), Nicola Lampugnani (CCO TBWA\Group & CEO Bol ) e Gina Ridenti (Group Executive Creative Director TBWA) hanno accompagnato la platea digitale alla meritata pausa pranzo con un interessante workshop dal titolo CNTNT CLTR – CONTENT CULTURE SHORTENS DISTANCES.

Qui il tema è stato, ça va sans dire, il content. La ciccia. Il sugo. Chiamalo come ti pare. La sostanza, ecco.

Siamo bombardati costantemente da miriadi di contenuti che si contendono la nostra attenzione.

Ci sono così tanti contenuti – commenta Lampugnani – che non riusciamo a renderli interessanti. Come i consumatori interagiscono con i contenuti è il punto più importante: contenuti belli distribuiti male non hanno successo, contenuti brutti venduti bene spesso, purtroppo, fanno presa.

Per contro, Voltaggio risponde con Joule, il progetto di formazione fiore all’occhiello di Eni.

Il ruolo di Eni – prosegue Voltaggio – è stato contribuire alla creazione di questo ecosistema, ossia un vero e proprio mondo professionale dotato di due leve: una di formazione supportata dalle competenze di Eni e l’altra pensata come un acceleratore.

FORMAZIONE: Primo obiettivo, riportare al centro l’uomo e sull’uomo costruire l’impresa.

ENERGIZER: Un acceleratore che nasce per sviluppare iniziative
imprenditoriali mirate all’abbassamento di emissioni e economia circolare
(anche per progetti non attinenti alla realtà di di Eni).

Gina Ridenti conclude offrendo un ampio e incoraggiante resoconto del progetto che ha spiegato attraverso un decalogo:

fare 172 Meet con 52 persone e uscirne vivi e con un sacco di
idee e soluzioni è possibile;

un corso di formazione può essere anche una Web series;

la verità paga anche nella fiction: il progetto era partito infatti prendendo una start up inventata, ma dopo alcuni meeting hanno individuato una storia vera;

si pensa che ci sia un tempo per vivere e morire ma in realtà c’è un tempo per pensare e uno per fare. In questa esperienza il processo creativo, produttivo, amministrativo si comprime e diventa ciclico;

ci possono essere figate pazzesche ma se non sono applicate a una storia non veniamo catturati;

avere sempre un piano B (soprattutto in pandemia). Il lockdown ha portato a pensare a una soluzione diversa al fine di mantenere comunque la
costruzione narrativa scelta;

bisogna saper ottimizzare ma con stile;

no panic, no party. Se qualcosa può andare storto, lo farà. Basta non andare nel panico e trovare delle soluzioni;

ok la linea romantica ma il business plan? All’interno delle 12 puntate ci sono inseriti ganci narrativi legati al modulo formativo di joule;

le cose migliori nascono quando ti diverti.

E si chiude poi con PAROLE CHE FANNO LA DIFFERENZA, workshop con Stefania Siani (Vicepresidente e CCO DLVBBDO, Vicepresidente ADCI e Founder Premio Equal) e Stefania Marinangeli (Media Manager Fater).

Il fulcro della discussione, per la gioia di tutti i copywriter là fuori, è stato l’impatto che le parole e la linguistica di un determinato idioma possono avere sugli stereotipi di genere. La domanda che le due Stefania si sono poste è stata semplice ma ambiziosa, come tutte le cose belle: è possibile un uso più consapevole della lingua? Le due relatrici sono sembrate possibiliste in merito, ma il raggiungimento del risultato non è certo scontato.

L’argomento si prestava perfettamente all’introduzione di un tema che, per fortuna, negli ultimi anni è diventato una tradizione tra le più ambite e rispettate tra quelle legate a IF! e agli ADCI Awards: il premio Equal.

Stefania Siani, ideatrice e, da sempre, più grande sostenitrice del progetto, lo ha raccontato a beneficio dei più giovani e di chi si affaccia per la prima volta a una manifestazione come IF!

E oggi EQUAL, assieme al gruppo FATER, ha scelto di proporre un workshop dedicato al tema della discriminazione di genere nel linguaggio.
ADCI si affianca ad un cliente estremamente militante specialmente
sulle nuove generazioni per affrontare e risolvere questo tema.
Fater sul lavoro Lines sta cercando davvero di trovare uno step evolutivo per lavorare sulla consapevolezza di discriminazione di genere nel linguaggio.

La case history dello storico brand, raccontata anche grazie all’intervento di Giorgia Ferraro, direttore creativo di Armando Testa, fa scuola in questo senso, raccontando come gli stereotipi di genere (linguistici e non) impediscono alla donna un’autopercezione credibile e vera, dando invece spazio a un’immagine di sé distorta dalle sovrastrutture sociali che, ancora oggi, producono degli abomini umani e semantici tipo “o fai figli o lavori”, “non puoi guadagnare come un uomo”, “vestita così se l’è cercata” e altre dolorose idiozie del genere.

Come combatte Lines tutto questo? Con uno spot in cui racconta la storia di una testimonial, Emma Marrone, tra le più credibili per grinta e storia personale. Ma anche con azioni ancora più concrete, come Lines“We World”, che lavora sul mercato italiano e internazionale opera per
difendere i diritti dei bambini e delle donne, e “Domande Scomode @School”, un programma che nasce per abbattere gli stereotipi e creare una cultura della parità di genere partendo dai più giovani (la futura generazione), ragazzi e ragazze delle medie inferiori e delle superiori.

Siani ha poi proseguito con un approfondimento sul tema sessismo e, guarda un po’, il linguaggio ha tantissimo a che fare con questo argomento.

Analizziamo alcuni esempi per ripulire il linguaggio:
• Perché dire a una donna “hai le palle, sei cazzuta!” quando basterebbe parlare invece di una donna forte/determinata?
• Perché diciamo “piangere come una femminuccia” anziché “piangere” e basta, indipendentemente se l’emozione che scatena il pianto riguardi donne o uomini?
• Dobbiamo proprio dire “Fai l’uomo”? Perché non dire semplicemente sii forte? Perché fare riferimento ad una attitudine di
forza e coraggio di cui l’uomo è portatore in contrapposizione al genere femminile più debole ed emotivo?
• E vogliamo parlare dei “Capelli alla maschietta”? È davvero così complicato parlare semplicemente di “capelli corti”?
• “Sei nervosa? Hai il ciclo?” Vabbè, su questo non varrebbe nemmeno la pena soffermarsi, tanto è squallido e odioso. E invece proprio questo caso è affrontato dal gruppo Fater per porre l’accento su come le donne
siano state discriminate nel linguaggio comune per l’emotività ricondotta al “funzionamento” del loro corpo.
• “Sei proprio un maschiaccio”. Ma perché, dire “libera”, “istintiva”, “dinamica”, “sportiva” fa schifo?

La cosa si riverbera inevitabilmente anche sulle future generazioni. Basta guardare molti, troppi reparti per bambini di negozi di vestiti, o le pubblicità di prodotti e giochi per i più piccoli.
La società si aspetta ancora che le bambine siano femminili, dolci carine e vezzose, mentre i bambini siano forti, coraggiosi, aggressivi. Significa quindi che le bambine verranno vestite di rosa e i bambini di blu. Significa che alle bambine verranno regalate bambole e cucine in miniatura, ai bambini macchinine e kit di ragazzi.
Significa che le bambine verranno iscritte a danza e i bambini a calcio; significa che le bambine aiuteranno la mamma a fare i biscotti e i bambini aiuteranno il papà ad aggiustare il rubinetto del bagno. Significa che le
bambine cadranno, potranno piangere perché sono femminucce e i bambini no, perché loro invece femminucce non sono (“Boys don’t cry” playing in the background). Significa che bambine e bambini cominceranno ad allinearsi e conformarsi al modello di comportamento socialmente accettato per il proprio genere. Significa che crescendo continueranno a comportarsi come è stato loro insegnato. Significa che le loro azioni troveranno conferma nel comportamento degli altri in una sorta di spirale infinita: continueranno a riprodurre questi comportamenti appresi e li reitereranno e li riprodurranno continuamente.

E spesso, diventati ormai adulti, saranno talmente immersi in queste convenzioni da non riuscire nemmeno a identificarle e saranno portati a ritenere tutte le differenze maschio/femmina come naturali e non come
culturalmente influenzate.

E che dici, non è il caso di fare qualcosa per invertire la rotta, evolverci e consegnare alle generazioni successive un mondo un pochino più uguale?

Secondo le relatrici, ma anche secondo chi scrive, assolutamente sì.

Ma non basta farlo solo a parole. Anche se è proprio dalle parole che si deve cominciare.

E adesso, come dopo ogni giornata di Festival, la fatidica domanda: birretta?

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