Postato il Ven 8 Lug 2022 da in ADCIArteRiflessioni

EDITORIALE – IL FOTOGRAFO

“Wow, che bello”
L’esperienza della bellezza nell’era dei like 

di Giuseppe Mastromatteo Artista & Chief Creative Officer Ogilvy Italia


Durante un’intervista chiesero a Jeff Koons cosa uno spettatore dovrebbe pensare davanti a una sua opera e l’artista americano rispose semplicemente ‘Wow’. Una dichiarazione figlia del suo pensiero sull’arte, che per lui deve essere immediata, gioiosa, positiva e soprattutto bella. E la sua lo è: di fronte alle sue sculture, levigatissime e luccicanti, il bambino innocente che è in noi esclama alla visione di ogni opera.

Viviamo in un’epoca di iper-positività, di like sempre e comunque. Dove tutto è apprezzato, instagrammabile, a portata di pollice, condivisibile senza bisogno di troppi approfondimenti. Le dinamiche del mondo digitale si sono riversate da tempo in quello dell’arte contemporanea: la bellezza è stata privata della sua anima più intima e vera per diventare merce di scambio al servizio dei like, dove l’importante è guadagnarsi un click velocemente.

L’immagine di un’opera d’arte o di una fotografia è più importante dell’opera stessa e la bellezza è diventata una scorciatoia per attrarre follower e consenso immediato – purché non presenti disturbi, negatività e oscurità. Perché un like equivale a un sorriso e non a un pensiero.

Ma la bellezza che si adatta allo spettatore compiacendolo, appagandolo e, ruffianamente, conquistandolo, lascia poco spazio alla riflessione, alla vera esperienza del bello che Baudelaire ben sintetizza ne I Fiori del Male: la bellezza è un disastro che scompiglia, è la fiamma che attira la farfalla dove essa brucia. 

La bellezza non può anestetizzare ma scuotere l’anima, perché come ci ricorda Simone Weil, la bellezza ci obbliga ad «abbandonare la nostra immaginaria posizione di centralità. Non è che non siamo più al centro del mondo: non ci siamo mai stati. Noi cediamo volontaria-mente il campo alla cosa bella che ci sta di fronte».