The Sparking Lions: Marco Recchia & Chiara Leone
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Ma ve lo ricordate Bonucci con il suo iconico “NE DOVETE MANGIARE ANCORA DI PASTASCIUTTA!” ? Quanti ricordi… un iconico reminder diventato leggenda per celebrare la vittoria degli Azzurri nell’ormai lontano 2021 in quel di Wembley.
Chissà che fine ha fatto Bonucci… ci pensate ogni tanto? Se mangia… se beve… se sarà special guest come coach motivazionale per i nostri ragazzi a Cannes… (noi glielo vediamo piuttosto bene in realtà).
Certo, come ogni anno ci giochiamo la finale in trasferta, ma non a Wembley, bensì a Cannes.
Ma quest’anno la nostra coppia vincitrice della categoria Design porta avanti l’eredità e gli insegnamenti del buon Bonucci e ci tengono a ricordare ai nostri beneamati cugini francesi che “NON SIAMO FETTUCCINE ALFREDO!”
In attesa dunque del fischio d’inizio della finale dei Young Lions ’26 a Cannes, presentiamo dunque la squadra d’attacco composta da Marco Recchia, fiero romano, classe ’97, art director e graphic designer in WLA, proveniente dal percorso di Graphic Design dello IED di Roma; e Chiara Leone, graphic designer in Marimo da quasi 5 anni, anche lei segue il percorso di Marco in Graphic Design allo IED di Roma.
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Palla (o brief) al centro. Una mano al petto per recitare l’Inno e l’altra per far rosolare il guanciale per preparare la carbonara più buona di sempre, giusto per ricordare che noi di pasta ce ne intendiamo e sappiamo benissimo anche di che tipo ne siamo fatti.
Voilà, ecco dunque a voi Marco e Chiara, protagonisti di questa edizione speciale di The Spark, la rubrica ADCI dedicata alla scintilla che ha dato vita alla passione per la creatività dei talenti Under 30 e 35.
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E questo è il loro SPARK!
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Ave Marcus! Raccontaci in breve “come tutto ebbe inizio”.
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M: Sono cresciuto circondato da stimoli. In famiglia ho sempre avuto zii musicisti e pittori (compreso uno zio versione Elvis, con tanto di outfit e tribute show), ma la vera spinta creativa, secondo me, l’ho ereditata da mia madre. Ha sempre avuto un senso estetico innato, che fosse nel vestire o nel decorare la tavola per la colazione pasquale: è sempre stata un passo avanti, senza seguire nessuna moda. Da mio padre, vigile del fuoco, ho preso invece il lato agonistico: la voglia di mettermi in gioco e di non aver paura di affrontare le sfide.
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M: Alle superiori ho studiato per diventare grafico pubblicitario, mosso più dalla curiosità che da un piano quinquennale per dominare il mondo dell’advertising. Lì ho incontrato Fabio Fontana. Più che un professore, è stato un maestro di vita: è merito suo se quella curiosità si è trasformata in passione e, infine, in una scelta professionale consapevole che mi ha spinto a proseguire gli studi.
M: Se guardo al passato, il mio punto di riferimento è Herb Lubalin. La prima volta che ho visto il logo per Grumbacher, sono rimasto folgorato: è un’opera d’arte tipografica che chiunque, credo, vorrebbe nel proprio portfolio.

Cosa sogni di raggiungere?
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M: Cerco di raggiungere l’eccellenza provando a circondarmi di persone che rispettano questo mestiere e che danno il massimo e mi stimolano a dare il massimo. Contaminarsi a vicenda per me è vitale. Un obiettivo a lungo termine? Riuscire a fare qualcosa di rilevante ed iconico, che sia di ispirazione a chi verrà dopo di me. Ad esempio, IL progetto a cui avrei voluto lavorare è la brand identity per l’Orchestra Sinfonica di Milano realizzata da Landor. È un progetto che riesce a descrivere perfettamente la mia idea di equilibrio tra estetica e funzione.
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M: Mi piacerebbe che riuscissimo a superare l’idea del grafico come artista, o qualcuno/a che si limita a rendere carine le cose. Usiamo logica, metodo e gusto per risolvere problemi concreti. L’estetica è importante e una grafica curata fa sempre piacere, ma la vera bellezza per me sta nel trasmettere il senso e i valori di ciò che si guarda. Proprio per questo, nel mio lavoro non mi sentirete mai dire “mi piace” senza una motivazione tecnica, strategica o concettuale.
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Quali sono le vostre aspettative da Rappresentanti D’Italia?
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M: Vorrei vivermi la settimana a Cannes come un bambino che va per la prima volta a Disneyland. Sono pronto a immergermi completamente nel festival, a lasciarmi ispirare e a divertirmi insieme a tutti i ragazzi del team. Da rappresentanti d’Italia, siamo pronti a far capire di che “pasta” siamo fatti.
P.S.: Non siamo Fettuccine Alfredo. (n.d.r. ribadirlo non fa mai male, del resto non c’è due senza tre!)
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Adesso tocca a te, Chiara! Raccontaci un pò delle tue “origini”.
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C: Credo di aver iniziato a capire cosa fosse davvero il graphic design quando ho cominciato a studiare allo IED, un po’ più tardi rispetto alla tabella di marcia degli altri. Prima di allora non sapevo dare un nome a quello che mi piaceva. Finito il liceo, pensavo addirittura che avrei indossato un camice da chimico e passato il resto della mia vita in laboratorio. Quando ho realizzato che la scienza non era la mia strada, ho iniziato a cercare un nome per ciò che mi incuriosiva fin da bambina.
C: Sono sempre stata attratta dalle confezioni del supermercato, dalle etichette delle bottiglie, dai colori e dalle fotografie sugli scaffali. Da piccola mi capitava di conservare per mesi i pack più particolari che giravano per casa. A un certo punto ho scoperto che c’era chi li progettava di mestiere e mi si è aperto un mondo. È stato come trovare il pezzo mancante del puzzle.
La consapevolezza è arrivata con il corso di Storia della Grafica del professore Riccardo Ippolito, allo IED. È durante le sue lezioni che mi sono davvero innamorata di questo mestiere. Quello che mi ha insegnato è la base di ogni ricerca quotidiana. Perché «Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma».
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Come si alimenta il tuo Spark? Cosa ti porta a perseguire questo percorso?
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C: Più che perseguire l’eccellenza, cerco di avere un approccio da esploratrice: in generale mi piace curiosare, scoprire cose nuove. Non so farmi gli affari miei. Questo mi porta a tentare di spostare i miei confini un po’ più in là, ogni giorno. Non immagino il mio percorso come una linea retta. Piuttosto come qualcosa che si allarga: a volte riesco nelle cose, altre meno, allora cerco di capire cosa è andato storto e cosa può essere fatto in modo diverso.
C: Onestamente non so dove sarò tra dieci anni, ma mi piacerebbe lavorare con un pizzico in più di leggerezza. Quello che mi interessa è fare cose che funzionino anche fuori dalla nostra bolla. Progetti che parlino a chi non è del mestiere, che suscitino stupore, che siano belli, ma non chiusi in un linguaggio autoreferenziale. Le influenze più forti, spesso, arrivano da vicino: colleghi, amici, persone con cui condivido il mio percorso. Osservare il loro approccio, discutere, confrontarsi è uno dei modi più concreti che ho per continuare a imparare.
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Come ci si sente ad essere vincitori di questa edizione dei Young Lions? Cosa vi aspettate al prossimo “round” a Cannes?
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C: Vincere è stato strano, nel senso buono ovviamente. Ogni tanto guardo Marco e gli dico: “Ma ci pensi che abbiamo vinto!?”. Io sono al settimo cielo perché era l’ultimo anno in cui potevo partecipare. Non seguo il calcio, ma penso sia come segnare un goal al novantesimo. Io e Marco funzioniamo per contrasto: io più competitiva, lui più zen. La mattina in cui sono stati pubblicati i brief io ero pronta da ore, lui era al mercato a fare la spesa. Direi che ci compensiamo.
C: Per Cannes siamo elettrizzati! Non sappiamo esattamente cosa aspettarci, ma vogliamo capire cosa succede quando ci si misura in un contesto più grande. Non vediamo l’ora di sapere come ce la caviamo.
Io spero solo che non ci siano mercati nei paraggi. (n.d.r. ouch, Marco colpito e affondato)
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