Postato il Mer 8 Apr 2026 da in La vita del Club

Director’s Eye – Yannis Konstantinidis

Una tecnica antica, con uno sguardo di oggi.
di Massimo Sbaraccani e Nicola Schito 

Guardare il lavoro di Yannis Konstantinidis genera quasi sempre la stessa reazione: un disorientamento piacevole. Le immagini hanno un’estetica estremamente avanzata: potrebbero essere 3D, potrebbero essere generate da qualsiasi tecnologia recente. Eppure, c’è qualcosa che non torna, una qualità materica che nessun rendering riesce davvero a replicare. La ragione è semplice: quelle immagini sono fatte a mano.

Stop Motion, con la materia al centro. Oggetti veri, luce vera, movimento costruito fotogramma per fotogramma. 

Co-fondatore e Creative Director di NOMINT, studio con base a Londra, Konstantinidis ha preso una delle tecniche più antiche dell’animazione e l’ha rinnovata con uno sguardo completamente diverso: non per aggiornarne l’estetica, non per nostalgia, ma perché in quella tecnica ha trovato qualcosa che ancora non era stato detto. Il suo lavoro ha costruito in pochissimo tempo un rapporto preciso tra materia e racconto: ciò che si vede è sempre anche ciò con cui è fatto.

La serie per WWF – “IN HOT WATER”, “UP IN SMOKE”, “A FLAMMABLE PLANET”, “CAN’T NEGOTIATE THE MELTING POINT OF ICE” – è il progetto in cui questo approccio si è definito con più chiarezza. Per parlare di crisi climatica, usa i materiali che quella crisi la incarnano fisicamente: acqua vera che si scioglie, fumo vero che avvolge, fiamme vere che consumano paesaggi e personaggi costruiti e reali. La tecnica non illustra il tema, lo incarna. Non è una scelta estetica, o, almeno, non solo.

Con il recentissimo “TRAILS WILL BLAZE”, realizzato per BBC per le Olimpiadi Invernali di Milano Cortina 2026, la scala cambia ma il principio è lo stesso. Un film interamente in stop motion, con effetti pirotecnici in set, 700 atleti stampati in 3D e quattordici tecniche di combustione diverse testate per un mese intero. Gli atleti attraversano paesaggi in miniatura ispirati alle Dolomiti mentre una scia di fuoco reale li segue fotogramma per fotogramma: quando uno di loro cade il fuoco si spegne, quando si rialza si riaccende. Non c’è una sola fiamma generata in post-produzione.

È questa tensione, tra l’aspetto di qualcosa di nuovissimo e l’origine in una tecnica antica, tra l’immagine che stupisce e la mano che l’ha costruita, che ci ha convinti a sceglierlo per Director’s Eye.

Abbiamo chiesto a Yannis di raccontarci qualche dettaglio in più  sul suo Director’s Eye.

Quando guardi il panorama visivo oggi, cosa noti che la maggior parte delle immagini in movimento sembra ignorare? C’è qualcosa nel modo in cui il mondo si muove, o nel modo in cui i materiali si comportano, che senti venga sistematicamente perso?

Credo che ci sia un potenziale sempre più grande e ancora inesplorato per creare qualcosa di davvero innovativo, sia sul piano visivo che su quello strutturale. Nonostante la crescita che il nostro settore ha vissuto, e tutto il dibattito sull’automazione nella produzione, c’è ancora un bisogno costante di esplorare l’ignoto e dare vita a opere che non sono mai esistite prima. 

Per me questa è anche una ricerca filosofica. Come creatori e autori di opere che speriamo abbiano risonanza, dobbiamo continuamente andare oltre il risultato e chiederci perché stiamo creando quello che stiamo realizzando. Il lavoro che facciamo può essere divertente, ma è anche molto, molto difficile. Allora perché lo facciamo davvero? Non esiste una risposta unica, ma credo che il tentativo di rispondere a questa domanda porti a un lavoro più solido, più efficace, più significativo.

Nella serie WWF, la scelta di usare acqua vera, fumo vero, fuoco vero sembra qualcosa di più di una decisione estetica. Sembra una scelta etica. Come decidi quando una tecnica diventa una dichiarazione? Come riesci a evitare che la tecnica diventi un effetto, e riesci a farla diventare parte della narrazione?

Nei film WWF la tecnica e il concpet sono inseparabili. Sono piuttosto selettivo riguardo ai progetti che accetto, perché per me la tecnologia deve servire in modo molto chiaro il concept del film. La tecnica non è un artificio invisibile. È uno degli elementi strutturali che fa funzionare l’idea.

Parte di questo consiste nel trovare un approccio visivo e narrativo che risulti originale e unico. Ma al di là di questo, credo che il modo in cui si realizza qualcosa alteri inevitabilmente il messaggio che si vuole trasmettere. C’è sempre il rischio di esagerare, di lasciare che la tecnica diventi spettacolo. È qui che la capacità di progettare e il gusto diventano importanti. Il buon gusto può modellare tutti questi elementi in qualcosa di coeso e, si spera, migliorare il risultato finale.

La stop motion è una tecnica in cui ogni imperfezione è reale, ogni errore diventa essenziale. Lavori con il fuoco che non si comporta sempre come previsto, materiali che sfuggono al controllo. Questa imprevedibilità è qualcosa che gestisci, o qualcosa che cerchi attivamente?

La cerco attivamente.

Il mio approccio richiede molto tempo ed è un po’ anticonformista, nel senso che lavoro rigorosamente fotogramma per fotogramma. Dopo la fase di preproduzione, in cui planifico ogni movimento e ogni inquadratura, mi concentro esclusivamente sulla cattura del fotogramma successivo. Durante le riprese non penso mai all’intera sequenza. Solo al fotogramma successivo.

Questo dipende in parte dal fatto che i materiali con cui lavoro sono imprevedibili e incontrollabili. Fuoco, fumo, acqua. Non è possibile sapere esattamente come si comporteranno. Alcuni fotogrammi richiedono minuti per essere immortalati, altri possono richiedere molte ore. Ma all’interno di quella casualità succede qualcosa di interessante. Il risultato diventa spontaneo, caotico e vivo in un modo che è molto difficile da simulare.

Se dovessi dare un solo consiglio a un creativo oggi – non su cosa fare, ma su come guardare – a cosa lo incoraggeresti a prestare attenzione?

Guardate il più lontano possibile dalla vostra specializzazione.

Io, ad esempio, trovo ispirazione nel teatro, e in origine ho studiato architettura. Immergetevi in tutto ciò che vi interessa davvero e cercate di diventare persone il più possibile uniche. Potrebbe trattarsi di scienza, danza, statistica o robotica. Siamo tutti il risultato di ciò che più ci attrae, e prima o poi quelle influenze emergono nel nostro lavoro.

Anzi, penso che dovreste allontanarvi il più possibile dai lavori che richiamano troppo il vostro settore. E se qualcosa che state facendo vi ricorda troppo qualcos’altro, è probabilmente il momento giusto per fermarsi e lavorarci sopra, finché non diventa davvero vostro.

Trovate tutti i lavori di Yannis Konstantinidis nella sua pagina sul sito di NOMINT: nomint.com/directors/yannis

Nelle pagine dei progetti trovate anche video di backstage e dettagli sulle produzioni.

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