Postato il Lun 16 Mar 2026 da in La vita del Club

Director’s Eye – Eliza McNitt

Un racconto che nasce dall’intimitàdi Massimo Sbaraccani e Nicola Schito 

Nel dialogo contemporaneo sulle immagini, dove cinema, arte e tecnologia si intrecciano in modi sempre più complessi, ci sono pochi autori che mettono in discussione non solo cosa si vede, ma come lo si sente. Tra questi, Eliza McNitt occupa una posizione particolare: pur non essendo ancora un nome molto noto nel mondo pubblicitario europeo, il suo lavoro riflette alcune delle trasformazioni più profonde del nostro tempo visivo.

Dalla prima fase della sua carriera, McNitt ha costruito un cinema che è insieme intimo e concettuale. Nei suoi primi lavori commerciali come SPACE TO DREAM per Nike con Alyssa Carson e DOT OF LIGHT un documentario per Google, il suo sguardo si è rivolto a territori personali, ispirandosi alla memoria e nelle relazioni, senza mai lasciarsi catturare da virtuosismi tecnici fini a sé stessi. È stato così ben prima che arrivassero progetti come SPHERES, ASTRA e ANCESTRA, opere che hanno portato il suo nome a una platea più ampia non solo per l’uso di tecnologie avanzate ma per la coerenza di pensiero che le anima.

SPHERES (2018) è un’esperienza immersiva in realtà virtuale in cui la McNitt ha trasformato lo spazio cosmico in racconto percettivo da attraversare, più che da guardare. 

ASTRA (2024) è un’esperienza di mixed reality in cui Eliza McNitt fa un passo oltre: non crea più solo uno spazio da attraversare, ma usa lo spazio dello spettatore come materia narrativa, trasformando l’ambiente reale in parte attiva di un viaggio narrativo e sensoriale.

Con ANCESTRA (2025), cortometraggio presentato ai festival e prodotto in collaborazione con Primordial Soup e Google DeepMind, l’impiego dell’intelligenza artificiale non è mai fine a sé stesso: l’AI non serve a stupire, ma a raccontare ciò che prima non poteva essere detto in quel modo, a estendere la nostra capacità di sentire e connettere immagini a memoria, origine e identità.

Questa visione, in cui la tecnologia non è il punto di partenza ma una conseguenza narrativa e percettiva, è il motivo per cui l’abbiamo scelta per Director’s Eye. In un panorama in cui l’AI è spesso adottata come ornamento o effetto, McNitt ci ricorda che gli strumenti contano meno di ciò che intendiamo fare con essi.

Abbiamo deciso di chiedere a Eliza McNitt di raccontarci meglio il suo Director’s Eye.

Quando guardi il mondo audiovisivo di oggi, cosa noti che la maggior parte delle immagini sembra ignorare?

Siamo sommersi di contenuti, ma gran parte di essi è ottimizzata per la velocità, la reazione e il consumo. Ciò che va perso è il senso di riverenza – lo spazio per sentire qualcosa di vasto e intimo allo stesso tempo. Nel mio lavoro, che si tratti di ANCESTRA, SPHERES o ASTRA, esploro sempre quella tensione: una madre che dà alla luce un figlio insieme all’eco del Big Bang, un battito cardiaco in sincronia con una pulsar, due buchi neri che spiraleggiano insieme e fanno musica.

La tecnologia, per me, non è spettacolo, è un canale. È un modo per rendere visibile l’invisibile e ricordarci che il cosmico e l’umano non sono scale separate. Penso che molte immagini oggi ci isolino gli uni dagli altri e dalla natura. Mi interessa creare immagini che ripristinino la connessione, che ci facciano sentire il sacro pulsare che attraversa sia l’universo che i nostri stessi corpi.

Senti che alcune regole dello storytelling persistono più per abitudine che per necessità, anche nel contesto pubblicitario?

Sì, penso che molte regole dello storytelling persistano per abitudine più che per necessità. Ereditiamo strutture – tre atti, archi narrativi lineari, risoluzioni ordinate – perché hanno funzionato in passato, soprattutto nella pubblicità dove la chiarezza e l’efficienza sono valori fondamentali. Ma questo non significa che siano l’unico modo per toccare qualcuno.

Nel mio lavoro, mi sono sempre interessata a esperienze che sembrano meno “raccontare” una storia e più entrare in uno stato: qualcosa di immersivo, emotivo, persino non lineare. Non tutto ciò che è significativo si risolve in modo netto. La nascita non lo fa. Il lutto non lo fa. La scoperta non lo fa.

Anche nella pubblicità, penso che il pubblico sia più sofisticato di quanto gli riconosciamo. Sa tenere l’ambiguità. Sa stare dentro un sentimento. A volte ciò che rimane non è un arco narrativo perfettamente eseguito, ma un momento di verità, un’immagine, un tono, un pulsare, che aggira la formula e raggiunge qualcosa di più profondo.

Le regole non sono sbagliate. Ma non sono nemmeno sacre.

Come eviti che la tecnica diventi un effetto fine a sé stesso, e le permetti invece di diventare parte integrante dello storytelling?

Per me, la tecnologia deve sempre essere al servizio della storia. Se uno strumento è lì solo per lo spettacolo, rimane in superficie. Quindi parto sempre dal nucleo umano della storia e poi mi chiedo quale forma o tecnologia sia davvero necessaria per esprimerla.

Mi interessa capire se questi strumenti mi permettono di raggiungere qualcosa di più intimo, di più emotivamente preciso. Qualcosa che altrimenti non potrei esprimere. Il sentimento deve nascere dalle persone coinvolte. La tecnologia può solo amplificare ciò che è già vivo.

In ANCESTRA, raccontavo la storia di mia madre che mi dava alla luce: un momento di pericolo, vulnerabilità e meraviglia. Nel film, un’immagine generata dall’AI di me neonata viene fusa con le riprese dal vivo dell’attrice. Ho usato l’AI per modellare la bambina a partire da fotografie che mio padre, oggi scomparso, aveva scattato di me da neonata. Quelle immagini, il suo modo di vedere e la luce che aveva catturato, sono diventate parte della bambina sullo schermo. Ciò ha significato che l’esperienza fisica di mia madre nel darmi alla luce e l’archivio di mio padre sui miei primi giorni di vita potevano coesistere in un unico momento cinematografico.

L’AI è diventata il ponte, un modo per intrecciare memoria, lignaggio e presenza. Quando uno strumento è radicato in qualcosa di intimo e necessario, si dissolve nello storytelling. La tecnologia non ha creato il cuore del film. L’ha creato la mia famiglia.

Se dovessi dare un solo consiglio a un creativo oggi – non su cosa fare, ma su come guardare – a cosa lo incoraggeresti a prestare attenzione?

Man mano che l’AI e gli strumenti generativi diventano più accessibili, penso che la cosa più importante sia guardare verso l’interno – verso ciò che ti fa sentire umano.

Rallenta. Torna al silenzio. Scrivi con una matita. Alza gli occhi. Accetta di sentirti piccolo di fronte a qualcosa di reale.

Di recente ho nuotato con i capodogli a Dominica. Prima di entrare in acqua, tutto era caos – motori dei gommoni che ronzavano, persone che urlavano, onde che si infrangevano. E poi ho immerso la testa sotto la superficie. All’improvviso non si sentiva altro che il leggero ticchettio delle balene che echeggiava nel blu. Una creatura grande come un autobus che si avvicinava verso di me – eppure la sensazione prevalente era quella di immobilità.

Questo è ciò che incoraggerei gli artisti a notare: i momenti che mettono a tacere il rumore abbastanza a lungo da sentire qualcosa di più profondo. Sono queste esperienze che cambiano il tuo senso delle proporzioni. Perché, indipendentemente da quanto siano avanzati gli strumenti, il cuore ha origine dall’essere umano.

Potete trovare infomazioni su Eliza McNitt su elizamcnitt.com

Trailer di SPHERES: vimeo.com/300221456
Trailer di ASTRA: youtu.be/o5eCn7q2fnE?si=e9igEwEwu8iY1u1z
Il film ANCESTRA: youtu.be/HEs9miwtwh4?si=Lwi2m6xorKjXwZun

SPACE TO DREAM – Nike: https://www.youtube.com/watch?v=ApaxPWouUM8
DOT OF LIGHT: https://www.youtube.com/watch?v=gY46VTL35WI

Tags: