WHY PHOTOGRAPHY?


Quest’anno, durante il festival francese di fotografia Les Rencontres de la Photographie d’Arles, manifestazione fondata nel 1970 dal fotografo Lucien Clergue, dallo scrittore Michel Tournier e dallo storico Jean-Maurice Rouquette, è apparsa sul grande schermo del Théâtre Antique di Arles una grande scritta: Why Photography? In quel momento l’artista cileno Alfredo Jaar stava tenendo una lezione magistrale sull’importanza della fotografia oggi. Quella domanda è un’interrogazione alla quale, ogni anno, oltre centoquarantamila persone cercano di rispondere camminando da un chiostro del XII secolo a un hangar industriale dismesso, come in un pellegrinaggio verso qualcosa che sospettiamo un po’ tutti di aver perso: la vera fotografia. Ma Alfredo Jaar, quella sera, ci ha raccontato la sua visione e una possibile risposta alla domanda: «Il cuore innescherà il cervello. Il cervello ritornerà allo sguardo. E lo sguardo innescherà di nuovo il cuore. Ecco perché la fotografia.» Ma, per poter accettare questa risposta, è necessaria una condizione: che davanti all’obiettivo non ci siamo noi, ma il mondo. L’altro. Perché è esattamente lì che si è rotto qualcosa. La fotografia è diventata immagine e, ahimè, una delle immagini più diffuse è quella di noi stessi. Già nel 2014 Google stimava che sui soli dispositivi Android venissero scattati circa 93 milioni di selfie al giorno; due anni dopo Google Photos ne aveva già classificati 24 miliardi. Numeri che raccontano bene quello che è successo: da quasi quindici anni abbiamo progressivamente girato l’obiettivo verso noi stessi. Siamo passati dal racconto del mondo attraverso le immagini all’esibizione della nostra identità come unico universo possibile. E l’altro? Crediamo di essere interessanti a tal punto da ritrarre continuamente la nostra presenza nel mondo e così la fotografia di fatto si sveste di ogni interesse e mistero. Non so. Io, nel dubbio, evito con cura ogni superficie riflettente e preferisco di gran lunga non specchiarmi e non inviare un mio selfie nel mondo. Girare l’obiettivo della macchina fotografica verso sé stessi è come rigirarsi pigramente nel letto la mattina, in una giornata di primavera, mentre il mondo là fuori ci sta aspettando. L’altro mondo. Oggi ci raccontiamo una realtà che non esiste, costruita unicamente a nostra immagine e somiglianza. Ed è anche per questo che gran parte delle immagini che produciamo manca del tutto di quel punctum di cui parlava Roland Barthes: quella capacità rara di trafiggere chi guarda e lasciargli addosso una ferita che non si chiude. E Arles, quest’anno, ha detto con forza proprio l’opposto: l’esplorazione, attraverso il tema Des mondes à relire, mondi da rileggere. Il festival di Arles smonta le narrazioni dominanti e lo fa mettendo in tensione la memoria storica e le urgenze del presente. Il centenario della nascita di William Klein al Museon Arlaten dialoga con i colori di Harry Gruyaert, con la poesia visiva di Ming Smith, con le cronache urbane di Martine Barrat tra Parigi e New York; la riscoperta di Paul Kodjo, pioniere della fotografia ivoriana e dei suoi fotoromanzi cinematografici, e la collettiva GHANA! Dreaming Independence 1957–1976, bellissima e difficilissima, restituiscono complessità e autorialità a geografie che l’immaginario occidentale ha spesso ridotto a stereotipo. Il festival funziona perché è inseparabile dalla città: cappelle sconsacrate, cripte romaniche, vecchi complessi industriali dell’Ottocento, aperti in esclusiva, diventano spazi nei quali l’immagine pretende un’attenzione quasi religiosa e una partecipazione fisica nonostante il caldo di quest’anno. Il festival chiude a ottobre. È un viaggio lungo dall’Italia, ma ampiamente ripagato dall’esperienza e da una ricerca artistica che, per intensità e concentrazione, ha pochi paragoni al mondo. Quindi l’invito è, se potete, di andarci. Tornerete da Arles con una certezza: scattare una fotografia d’autore oggi significa ancora, e forse più che mai, avere un punto di vista e qualcosa di importante da dire. Voltando le spalle allo specchio e girando finalmente l’obiettivo verso il mondo. E provando anche voi a rispondere alla domanda di Jaar: Why Photography?
Giuseppe Mastromatteo
Info: https://www.rencontres-arles.com/en


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