La malattia dell’arte.


Fumava e dipingeva, tutti i giorni, fino alla fine. David Hockney ci ha lasciati l’11 giugno, a 88 anni, nella sua casa di Londra, portato via da una malattia. Ma una malattia, quella vera, ce l’aveva dalla nascita: la malattia dell’arte. Del dipingere, del creare, dell’immaginare un’immagine che il giorno prima non esisteva. E una malattia così non si cura e non va in pensione: ti accompagna ogni mattina, davanti alla tela o allo schermo, esattamente come la sigaretta che teneva tra le dita. Oltre ai quadri straordinari, era una figura d’artista di altri tempi. Oggi siamo abituati a creativi compulsivi che postano senza sosta ogni loro creazione, in cerca di un applauso immediato; lui incarnava un ideale ormai raro, quello del pittore solitario e devoto unicamente alla propria pittura. Eppure proprio quel pittore appartato era diventato l’artista vivente più pagato al mondo: un suo quadro, Portrait of an Artist (Pool with Two Figures) – quello che vedete in questa newsletter – è stato battuto nel 2018 per oltre novanta milioni di dollari. Ma lui continuava a fare la stessa identica cosa di sempre. Se avesse dipinto per i soldi o per la fama, avrebbe potuto smettere a ventotto anni, già ricchissimo. Non lo fece, perché per lui l’arte era il fine e non il mezzo: lo sapeva fin da bambino, quando disegnava dalle nove del mattino alle nove di sera. A folgorarlo fu una mostra di Van Gogh, nel 1955. C’è un particolare che dice tutto di lui: raccontava che Bradford – la città industriale dove era nato nel 1937 – gli sembrava tutta grigia, senza ombre e senza colori, e che proprio per questo aveva deciso di andarsene. Tutta la sua vita, a pensarci, è stata una lunga fuga verso la luce e il colore che a Bradford gli erano mancati. Quella fuga ha un nome e un luogo: la California. A Los Angeles accadde qualcosa di fondamentale per la sua poetica: vide ciò che i californiani stessi non vedevano più, la bellezza delle palme, lo smalto azzurro delle piscine, il lusso quotidiano di quel sole e quei corpi maschili bellissimi che si tuffavano a tutte le ore. Serve quasi sempre uno straniero per rimetterci davanti agli occhi una bellezza a cui siamo assuefatti, ormai ciechi e anestetizzati dall’abitudine. È esattamente il compito che dovremmo dare anche al nostro lavoro: far tornare visibile ciò che la gente ha smesso di guardare. Ma dietro quella partenza c’era una seconda ragione, altrettanto vitale: in California Hockney poteva vivere la propria sessualità libero dal giudizio di un’Inghilterra che aveva ancora molti tabù da abbattere, molto prima del punk e della minigonna. Da lì sono nati il blu, il sole a picco, i colori vivaci che sarebbero diventati la sua cifra inconfondibile. Poi, da vecchio, è tornato nella campagna inglese, e quella luce violenta si è ammorbidita nella luce dell’alba e del tramonto. Se c’è una morale nella vita di un uomo così, è questa: passare l’intera esistenza a immaginare nuovi paesaggi – un gesto che oggi, in un mondo a corto di immaginazione, ci è diventato più necessario che mai.
In più di quarant’anni aveva sperimentato con tutto: collage, pittura astratta, incisioni, fotografia, fino alla tavoletta grafica. E qui arriva il dettaglio che amo di più, perché lo racconta meglio di qualunque biografia. Quando uscì l’iPad, Hockney – che aveva già attraversato la camera lucida, il fax, la fotocopiatrice, il Quantel Paintbox – cominciò a dipingere di notte. Sapete perché? Perché finalmente poteva dipingere al buio: gli bastava la retroilluminazione dello schermo. ‘Con il mio iPad retroilluminato potevo disegnare le ombre che la luna proiettava sull’erba’, raccontò; ‘sarebbe stato quasi impossibile senza’. A più di settant’anni, uno dei più grandi maestri del secolo era ancora lì, sveglio nel buio, emozionato come un ragazzino, perché un aggeggio nuovo gli permetteva di rubare una luce che prima gli sfuggiva. Lo spingeva quella febbre di vedere e fissare qualcosa di nuovo. Se non è malattia questa.
Tutto questo oggi ci fa riflettere e merita un pensiero in più. Mentre gli algoritmi generativi imparano a replicare qualsiasi stile in pochi secondi, l’esempio di Hockney ci dice da che parte sta il valore. Una macchina può imitare i suoi blu e le sue prospettive; ma ciò che le resta precluso è la ragione per cui quei colori esistono, il perché scegliere e dipingere proprio quelli. Lo stile si può copiare, lo sguardo no. E molte volte, davanti a un’immagine generata dall’AI, ci troviamo di fronte a una bella decorazione più che a un’opera d’arte. Un importante direttore di un museo qualche giorno fa mi ha detto ‘diamo tempo e serve tempo all’AI, perché nulla cambierà, si normalizzerò e si aggiungerà come strumento’. E lo strumento, da solo, non dipinge nulla. Serve sempre qualcuno che guardi, e qualcuno che, come Hockney, non riesca a farne a meno.
Ogni giorno.

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