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Al via il ciclo di appuntamenti Google dedicati ai soci ADCI

Prende il via giovedi 3 aprile alle 16:00 il ciclo di appuntamenti organizzati da Google per tutti i membri dell’ Art Directors Club Italiano. Sarà l’occasione per parlare di creatività e digitale e approfondire i temi più caldi e le sfide che si pongono per la industry.

Si parte con YouTube, il team di Google presenterà le potenzialità creative della piattaforma di video sharing attraverso casi di successo ed esempi pratici italiani e internazionali.

A seguire l’agenda dell’incontro:

- YouTube e lo scenario del video online

- Potenzialità creative di YouTube, esempi e best practices

- Advertising su YouTube

L’evento, seguito da un aperitivo, avrà luogo in via Leto Pomponio 3/5 Milano presso TBWA.

Vi aspettiamo numerosi!


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Red Bull, No Limits

Come fa notare il sempre preciso MauromanRed Bull Stratos non è poi tanto diverso da quello che faceva Sector No Limits una 15ina di anni fa con testimonial come Patrick de Gayardon, a parte che c’è Internet di mezzo.

E, in effetti, la presenza di Internet è tutta la differenza. Non solo come potenza di buzz, cosa di per sé non da poco, ma perché ha spostato l’accento della comunicazione di marca sui contenuti: sul content marketing, per fare felici di planner ;-P

15 anni fa, in pieno paradigma televisivo, Patrick de Gayardon e tutta la scuderia di testimonial Sector erano appunto soltanto dei testimonial, degli sportivi estremi che diventavano personaggi televisivi portando con sé il logo Sector e i valori della marca: che era pienamente co-protagonista della comunicazione.

Quello che oggi è cambiato, grazie al paradigm shift internet e geek, è che il volo supersonico di Felix Baumgartner è protagonista assoluto di un’operazione di cui Red Bull è “soltanto” finanziatore e, soprattutto, media company. Perché ha prodotto un contenuto video scientifico/sportivo che stato guardato da oltre 8 milioni di persone live su YouTube e che genererà anche un documentario BBC in onda a Novembre negli States sul National Geographic Channel.
La marca diventa invisibile, cedendo il passo al contenuto e all’atleta. Come nota AdFreak, infatti, la marca è “omnipresent yet invisible”.

Facendo un passo indietro a favore dei contenuti, Red Bull aumenta la sua visibilità e iconicità, al punto che qualcuno già addita l’evento come prossimo oro a Cannes nella categoria special events e live advertising. E a giudicare dal numero di spoof istantanei (qui di seguito vedete quello di Conan o’Brien e, sotto, quello di Ogilvy Vienna, con i Lego), tendo ad essere d’accordo.


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Rooster dei premi digitali. Una proposta (aggiornata).

Si è da poco concluso il SXSW. A buon diritto la si può definire la più importante conferenza al mondo di interaction e digital design. Che al suo interno include un premio, gli SXSW awards. Oltre a questo, è, già dallo scorso anno, un luogo dove la creatività digitale di manifesta in maniera seminale: mi riferisco al caso di  Social Media Hell della R/GA.
Bene, questo mi ha fatto pensare che per l’ADCI sia tempo di aggiornare la lista dei premi digital da includere nel proprio rooster (anche per potersi accreditare come socio).
Ecco una mia lista.
Il già citato SXSW awards.
Vimeo e youtube sono i più importanti premi digital / viral in ambito video.
Facebook Studio è il premio del più importante social network.
Mashable è la bibbia dei social media e digital:
Il TED, che ha lanciato una sezione di ads worth spreading:
Il notissimo FWA.
Da ultimo, inserirei Contagious, bibbia della comunicazione viral (l’Archive del virale, insomma), che ha un forte seguito online.
Aggiungo gli awwwards e i webby awards, in effetti molto considerati in rete e non solo.
Resta una lista assolutamente opinabile.
Per cui: integratela, contestatela, riducetela.
A voi la palla.

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Behindsight. “Da TV a video, da Watch-Time a Screen-Time, da Youtube a YouTV?” #part2

#PARTE 2. (scusate il ritardo ma ci sono stati alcuni problemi tecnici ora tutti risolti)

A complicare ulteriormente il futuro della televisione, e indubbiamente artefice principale della sua crisi, ci si mette il fatto che la TV non è più l’unico schermo per i consumatori e che quindi il mercato offre delle alternative o complementi all’esperienza di consumo televisivo. Dall’altro lato della barricata troviamo un fenomeno che da 7 anni a questa parte sta letteralmente trasformando il web: i contenuti video. Se infatti tutti noi siamo intuitivamente portati a pensare che siano stati i social network il fenomeno “digital” con la più alta crescita di questi anni, ci stupirà sapere che il consumo di contenuti video, in rete è cresciuto a ritmi ancora superiori, imponendosi di fatto come il vero fenomeno di rivoluzione di massa della rete negli ultimi anni: +1905% è il tasso di crescita del consumo di contenuti video dal 2000 al 2009 rispetto alla crescita dei social network nello stesso periodo (+883%). A dispetto di queste cifre però, il valore degli investimenti pubblicitari nell’area video, è pari solo a 3 miliardi di dollari, briciole rispetto alla TV.  Quali sono i nuovi modelli di TV intesa come consumo di contenuti video? Il modello di televisione alternativo o complementare a quello della TV tradizionale, è capitanato da Youtube, Netfix, Hulu, Vimeo. Sono fenomeni che non possiamo ignorare e che, in funzione delle direzioni che stanno prendendo, impatteranno direttamente sul modo di concepire il rapporto con lo screen televisivo. A capofila di questo movimento, c’è Youtube: “solo” 7 anni fa pioniere, iniziatore e promotore della cultura dei video online e oggi il più grande contenitore video globale e secondo motore di ricerca al mondo. 800 milioni di unique user al mese, 3 miliardi di visioni al giorno, 48 ore di nuovi contenuti caricati ogni minuto. 8 volte il numero di spettatori di Hulu (NBCUniversal, News Corporation e Walt Disney). La prima piattaforma media globale. Ma anche Youtube non sembra ancora aver trovato la risposta all’interrogativo sul futuro della televisione. Sì, perché a dispetto dei numeri impressionanti che lo descrivono, anche Youtube non appare perfetto e alcune delle sue criticità attuali sono direttamente riconducibili al DNA stesso del brand. Youtube nasce infatti sotto l’egida di User-Generated Anarchy: libera scelta non solo dal lato dell’upload ma soprattutto della scelta di cosa vedere e quando vederlo. Ciò rende il consumatore libero di operare qualsiasi scelta di programmazione e di broadcasting. Libero fino al punto di poter fare la propria televisione costruendosi un palinsesto personale e istantaneo. Ma questa libertà, congiuntamente all’iper-abbondanza di offerta di contenuti, sta creando un paradosso: l’immobilismo del consumatore stesso, incapace di scegliere, ogni 3 minuti (tempo medio di 1 contenuto video su YT), cosa vedere dopo, a differenza invece della TV dove il blocco di programmazione dura in media 22 minuti. E su questo punto, nonostante YT sia il secondo motore di ricerca più popolare al mondo, il brand non è ancora riuscito a trovare la soluzione giusta per un consumo più lungo e continuativo. Ricercare entertainment è diverso da ricercare informazioni: “lol” è la keyword più utilizzata su YT, ma così facendo titoli ed etichette dei video non forniscono indicazioni molto utili alla profilazione con l’algoritmo. Risultato? L’average tuber spende  solo15 minuti al giorno su YT, contro le 4-5 ore di watch-time televisivo del consumatore medio americano. Ciò spiega perchè, nei quartier generali di Youtube, sia attualmente in corso una virata significativa che potrebbe anche alienare una parte dell’audience storica dei suoi fedelissimi. Il cambio di homepage in vigore da pochi mesi testimonia infatti la prima risposta alle criticità di cui si parlava. Stiamo andando verso un tentativo di aiutare e guidare il processo di ricerca, scelta e programmazione fai-da-te degli user, attraverso l’introduzione di canali e la tematizzazione per ambiti di interessi. Non solo, ma sul fronte contenuti c’è una seconda rivoluzione in casa Youtube: l’introduzione di servizi come movie-streaming e i nuovissimi Youtube Original Channels. Entrambi i servizi traducono l’intenzione di Youtube di alzare significativamente il livello qualitativo dei contenuti offerti, rendendolo competitivo con altri servizi online (Hulu e Netfix) e anche con quelli televisivi (è solo un altro screen), senza contraddire radicalmente la propria origine user-generated. L’obiettivo ultimo è naturalmente quello di prolungare la permanenza media degli utenti, watch-time, e consentire CPM rates più interessanti. In breve: il più grande media player globale sta cercando di gettare un ponte che unisca la cultura dell’informazione e dell’abbondanza (Google) e la cultura dell’intrattenimento e della scarsità-premium (Hollywood). La tv del futuro ancora non c’è. E così neanche un modello di investimento pubblicitario alternativo a quello tabellare. Sono più le domande che le risposte. Stiamo andando verso una specie di convergenza? Lo scontro e la sfida sarà sui contenuti? O sulla qualità della programmazione? Oppure sulle regole di fruizione e consumo? Sulle business revenue e la sostenibilità-profittabilità del modello? I Due universi paralleli, TV e contenuti video, sono conviventi ma sempre più prossimi a qualche forma di clash, di collisione, di contaminazione. Il consumatore è lo stesso e sarà proprio lui a prendere per mano brand e mercati e a guidare il cambiamento, con i suoi comportamenti adattativi e le sue nuove abitudini. Insomma, i silos isolati, tv, computer, smartphone e tablet, cui siamo stati abituati finora, sono sempre più vicini a rompersi e a mescolarsi. Forrester prevede che entro il 2016, metà delle case americane avranno televisori con wi-fi che riporteranno in salotto i contenuti video del web. La tecnologia è già osmotica quindi. Il consumatore anche. Apple è pronta ancora una volta a stravolgere le regole del gioco con Apple TV, che si prevede introdurrà nuove forme di condivisione multi-piattaforma ora anche nel comparto televisivo. Un cambio di direzione significativo rispetto a quanto stanno facendo tutti i player di mercato, intenti a sfidarsi a suon di 3D e alta definizione. La vera sfida sarà su come i consumatori potranno interagire con i contenuti video, su più schermi e in maniera sociale. A tal proposito, ho scovato questi due esempi particolarmente recenti e interessanti di come potrebbe svilupparsi questo futuro della televisione: shelby.tv e la loro tecnologia touchplay. Shelby.tv è una nuova idea di TV sociale, che costruisce il palinsesto del consumatore creando uno stream di contenuti video “pescati” dai profili facebook e twitter dei propri amici. Con in aggiunta la possibilità di interagire socialmente con gli stessi contenuti mentre li guardi, commentando, condividendo, taggando, ecc… Una TV socially-oriented, che cerca di risolvere il problema di YT, la scelta, attraverso un meccanismo di contestualità sociale.

A questo link (purtroppo non si riesce ancora a fare l’embedding) potete vedere una demo di come funziona Shelby.tv

La seconda, touchplay, è l’evoluzione interattiva di Shelby.tv appena presentata al CES 2012, attraverso cui l’interattività via ipad con i contenuti della TV viene abilitata direttamente anche nel televisore di casa, introducendo delle nuove forme di interazione con i contenuti totalmente estranee all’esperienza televisiva da salotto. Anche qui un link per vedere touchplay in azione.

Per concludere. A me sembra chiaro che i silos finora separati di TV e web, a partire dal mondo video, si stanno spaccando e stiamo andando a tutta velocità verso forme di convergenza multiplatform. Con alcuni distinguo importanti rispetto al passato: che le modalità di fruizione, le tipologie di contenuti, gli approcci al palinsesto, i comportamenti degli utenti, sono profondamente diversi nei due mondi di provenienza e rispetto a quanto eravamo abituati dal passato. La tecnologia abilita, o disabilita. Io ho appena acquistato una TV wi-fi, l’ho connessa ad internet e sto sperimentando. Vi assicuro che qualcosa cambia. E non è nella tecnologia, bensì nella nostra testa.

E voi, che televisione vi immaginate?

 


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Behindsight. “Da TV a video, da Watch-Time a Screen-Time, da Youtube a YouTV?” #part1

Sono stato invitato dall’ADCI a scrivere su questo blog. E a scrivere con sufficiente regolarità, di sprone alla mia risaputa cialtroneria! Ho accettato l’invito con piacere e questa è la mia prima uscita. Il brief è stato: “scrivi quello che vuoi purché scrivi come uno strategic planner”.
“behind the hindsight, ovvero#behindsight //by Mr White”.
E’ questo il nome della rubrica che raccoglierà i miei post su questo blog. Una rubrica dedicata a tutti quelli, creativi e non, che vogliono passare da “con il senno di poi” a “se l’avessi saputo prima”. Naturalmente senza presunzione di onniscienza e con la timida fiducia di poter portare a contraddittorio dei lettori di questo blog, pensieri e riflessione sull’evoluzione del mercato in cui siamo profondamente immersi ogni giorno.

E adesso distruggetemi ;)

DA TV A VIDEO, DA WATCH-TIME A SCREEN-TIME, DA YOUTUBE A YOUTV #part1
Lo scorso dicembre appariva su questo blog un post intitolato “TV e Social Network: integrarli sarà più utile che contrapporli” in cui si presentavano i risultati di una ricerca e si discuteva delle implicazioni derivanti dalla convivenza di old-media, TV in primis da un lato, e new-media, Facebook e social network dall’altro.

Prendo liberamente spunto da quel post e da “streaming dreams” , un articolo molto interessante apparso recentemente su The New Yorker,  per allargare la conversazione a quello che mi sembra un hot topic del momento: re-inventare il futuro della televisione.

Pur non essendo un fan della televisione a priori, è mia opinione che nonostante le “gufate” che arrivano ogni giorno da più parti, la televisione non sia affatto morta. Prova ne è che continua a giocare un ruolo centrale nelle strategie dei brand, in quanto ritenuto media ineguagliato per reach e impatto. Esco infatti da più di una sala riunioni di grandi multinazionali, in cui giusto in queste settimane si confermava la centralità della TV quale “media più efficace per garantire copertura di target numericamente significativi”. Ma parimenti, in altre sale riunioni di altre grandi multinazionali, ho partecipato a discussioni sul  diffondersi e affermarsi di una nuova cultura  multimediale, “AV culture”, o cultura dell’Audio-Video e del “multiscreen entertainment”. Non c’è dubbio che al momento questi siano 2 universi paralleli e poco dialoganti, ma la collisione o osmosi che sarà, appare ormai prossima. Non penso che il futuro vedrà prevalere una sull’altra. Credo piuttosto in una contaminazione o addirittura convergenza delle due tendenze. Ma al contempo credo anche che la TV, per come la conosciamo e l’abbiamo sempre usata, stia correndo un grande rischio: quello di diventare rumore di fondo, piacevole accompagnamento ad altre attività più ingaggianti e d’intrattenimento che avvengono su altri schermi (computer, smartphone e tablet). Come accadde per la radio diversi anni fa, la centralità della televisione nei salotti delle case dei consumatori, potrebbe venire progressivamente meno, con l’inevitabile risultato di rendere questo mezzo sicuramente meno efficace di una volta, ma per questo non sacrificabile. Viene spontaneo quindi chiedersi come sarà la TV del prossimo decennio? E aggiungerei anche, dove la si guarderà? E che ruolo giocherà nel portafoglio di schermi a disposizione di ogni utente?

La TV non è morta e apparentemente neppure in crisi. Da più parti nel mondo, USA davanti a tutti, i dati dicono che il watch-time è cresciuto, passando addirittura da 4 a 5 ore al giorno per l’americano medio. Non solo: complessivamente è un media che vale 60 miliardi di dollari di investimenti pubblicitari worldwide. Ma se l’audience cresce e il billing rimane stratosferico, dove sta il problema? Se crisi non è, sarebbe però da ottusi non riconoscere le crescenti difficoltà di questo mezzo, che ne svuotano progressivamente il valore e il potenziale di performance. Innanzitutto la TV non è più l’unico screen a disposizione degli utenti, ma uno degli screen-device entertainment a disposizione, assieme a computer, smartphone e tablet. Non solo, ma rispetto ai bei tempi andati, la TV non è più capace di raccogliere audience veramente di massa: siamo passati dal 70-80% degli anni ’70, al 30% degli anni ’80-’90, al 6%-10% di oggi. Alcuni commentatori affermano inoltre che la TV non è mai stata di qualità e che la differenza rispetto ad oggi era semplicemente dovuta al fatto che in passato fosse l’unico schermo che i consumatori potessero guardare. Ma volendo azzardare un po’, dobbiamo riconoscere che la TV di oggi non è in grado di offrire un palinsesto e una programmazione di qualità, capace di fare la differenza nella scelta e nelle preferenze dei consumatori. Infine, fattore a mio parere importantissimo, la TV non è più l’unico media in grado di creare pop-culture, anzi, nuove generazioni di consumatori crescono all’ombra del web, scoprendo le loro welebrities su questi nuovi media: REAL ANNOYING ORANGE, SHANE DAWSON, MICHELLE PHAN solo per citare le più famose.

Ciononostante, la TV riesce ancora a trattenere davanti al suo schermo i consumatori per un tempo decisamente superiore a quello che gli stessi spendono sul web per il consumo di contenuti video:  22 minuti contro 3 minuti per ogni blocco di programmazione. E così facendo, genera revenue pubblicitarie esponenzialmente superiori ai cugini del digital.

Lo scollamento è evidente. La TV è un media non in crisi ma certamente in decadimento, ancora in grado di giocare un ruolo strategico pesante nelle strategie di comunicazione dei brand, seppure a svuotamento progressivo. Nel lungo periodo la sua efficacia relativa è crollata drasticamente. La questione prioritaria riguarda quindi non i numeri, ancora buoni e incoraggianti, ma l’approccio al mezzo e il cambio di attitudine che il mercato della comunicazione deve fare rispetto alla TV. L’agenda sul tema è estremamente aperta.

TO BE CONTINUED (la seconda parte, per non indurvi a gesti inconsulti, la troverete luendì 13 febbraio sempre su questo blog)

cover photo: made by Tom Lawrence