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Velocità vs. Profondità.

Ho scritto questo pezzullo con l’intenzione di provocare discussione. Spero di essere impallinato. Spero con il contributo di altri di aiutarci a capire dove andiamo. Ecco la mia esca: ho appena compiuto 63 anni, ho imparato a scrivere con pennino e calamaio e porto sempre nella tasca sinistra dei pantaloni un fazzoletto di cotone. Pulito.
Andrea Concato

Il digitale ha impresso una velocità alla comunicazione, all’informazione e alla condivisione come non avevamo mai visto. Twitter ha poi spostato ancora più avanti la barra.
Rapidissimi, si vede, si legge, si condivide, si spruzza in rete di tutto.
Il mondo digitale campa di velocità. Più veloce sei a pascolare, ingaggiare e condividere, più click fai. I player digitali fatturano i click e le loro tracce.
Più veloci siamo meglio lavoriamo per loro.

Temo che siamo arrivati a una soglia critica.

Non c’è dubbio che la qualità delle informazioni che abbiamo ci definisce come persone e come cittadini che votano e decidono in una democrazia.
I giovanissimi con cui parlo attingono informazione soprattutto da Facebook. Riconosco che recentemente alcune breaking news le ho viste prima su Facebook che sui siti di informazione.
E ricordo sempre che la qualità dei post che vedi su Facebook dipende dalla qualità dei tuoi amici.
Ma Facebook contiene molto buono e una gigantesca valanga di fuffa. Sciocchezze, bufale, virus, ossessioni tipo complotti e scie chimiche, tavanate messe lì solo per farti cliccare trattandoti da babbeo, informazioni false, informazioni criminalmente tendenziose. Fino all’apoteosi, all’Oscar dell’ebete: “Voi non potete immaginare cosa succede al bikini di questa ragazza!”
Twitter idem. Columbia University e Microsoft, con uno studio pubblicato, ci dicono che il 59% degli articoli condivisi su Twitter non è stato nemmeno letto! Nemmeno letto! Il 59%!
Si legge solo il titolo. E tutti sappiamo che un titolo può essere fuorviante, è messo lì solo per acchiappare.
In tv l’intervistatore chiede al grande giornalista: “Quale futuro per l’Europa? Ma veloce che abbiamo 20 secondi e poi devo chiudere.” Purtroppo il grande giornalista non lo manda a farsi fottere.
E’ tutto in pillole. Ma non ci fai una mazza con la cultura in pillole.
Che non mi si venga a raccontare che scorrere la homepage di un quotidiano online ha qualcosa a che vedere con la sua lettura seria.
Diciamocelo, siamo sommersi da una marea di cavolate, di pettegolezzo, di voyeurismo. Come possiamo costruire un futuro intelligente se ci nutriamo di questo junk feed?
La cosa sta preoccupando molto seriamente i big player digitali. Perché favorisce la diffusione di bufale e di virus.
Perché le loro piattaforme perdono credibilità. Stanno diventando contenitori di spazzatura. A parte Instagram che è visivo e veloce per natura. E Whatsapp & Co. che sono privati e uno ci dice quello che gli pare.
Come posso io consigliare un cliente di investire in un’arena dove trova gente disattenta, affrettata, superficiale solo per fare numeri che non servono a niente?
La velocità è nemica della qualità, salvo casi specifici. La velocità ti serve ai videogame. Non se devi capire perché la tua amica sta piangendo.
Un’altra conseguenza? Cos’è l’esito della votazione sulla Brexit se non cattiva, emotiva e affrettata informazione?
Quante volte ci siamo resi conto dalla risposta che la nostra mail non è stata letta né bene né tutta? Quante volte ti chiedono di nuovo quello che avevi appena spiegato ma non era nelle prime due righe? Ma per favore.

Torniamo a dare alla profondità il giusto valore. Torniamo a ricordarci che i diamanti migliori stanno in profondità, che tocca scavare, pensare.
Anche usando qualche minuto in più. Che poi, diciamocelo, nella maggior parte dei casi, che hai di tanto importante da fare dopo?
Solo se siamo dei geni possiamo essere rapidi e profondi insieme. E i geni in circolazione sono pochissimi.
Vorrei che i pulsanti di condivisione di un articolo online apparissero solo dopo 60 secondi di permanenza. Almeno a quel punto se non vuoi leggerlo ti dichiari proprio un pericoloso citrullo.
Vorrei che si spargesse la notizia che il nostro valore, anche professionale, dipende da quello che sappiamo, dalla qualità di quello che mettiamo in giro. Non certo dalla camicia, dalla barba, da quante volte usiamo l’ammorbante gergo da “fasarsi” a “tempistica” a “schedulare” a “relazionare” o “scannerizzare”, o da quanti post di sciocchezze facciamo o da quanti like questi post abbiano, giusto per definire i disperati dell’autolike.
Vorrei che tornassimo a dare grande importanza alle informazioni che prendiamo, alla qualità di chi le scrive. Un amico ha fatto l’elenco di 132 testate bufala online con nomi che storpiano le grandi testate che diffondono post bufala su Facebook. Oggi abbiamo anche gli strumenti per verificare quello che leggiamo. Dobbiamo discriminare, mondare. Oggi possiamo concordare o criticare quanto detto dovunque da chiunque googlando su mobile istantaneamente.
Non è importante il tanto, ma il quale.
Vorrei che avessimo più coscienza che in comunicazione tutti i dati del mondo non ti servono a niente se non sei capace di partorire un insight rilevante e non hai niente di interessante da raccontare.
Il rischio più grosso è che la comunicazione di marketing si adegui alla fuffa per “armonizzarsi all’ecosistema digitale”.
Oh cavolo. E’ già successo.