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Posto fisso, precari e freelance: leggende e verità

"Posto fisso, che monotonia", disse il Presidente...

“Posto fisso, che monotonia”, disse il Presidente…

La battuta del Presidente del Consiglio Mario Monti sul “posto fisso, che monotonia” ha scatenato numerose reazioni, compresa una serie di hashtag su Twitter immediatamente diventati trending topic.

La rarefazione di “posti fissi” è un problema che il mondo della pubblicità, insieme a qualche altra categoria, ha affrontato in anticipo rispetto al resto d’Italia. Vorrei esprirmere il punto di vista di un freelance, punto di vista spesso sconosciuto o mal compreso.

I problemi di freelance, precari e partite iva sono tre:

  1. La gestione degli alti e bassi. È normale guadagnare di più in un certo periodo e guadagnare di meno in un altro. Occorre prepararsi a farlo dal punto di vista emotivo, culturale e anche pratico. Invece in Italia questo fatto viene totalmente trascurato, oscillando fra due poli: etichettare i freelance (talvolta anche i precari) automaticamente come evasori fiscali (non è vero); comportarsi come se il reddito fosse sempre in perpetua crescita (non è vero neanche questo).
  2. L’assenza di servizi da parte dello Stato italiano. Esempio: gli asili nido, scarsi e progettati principalmente per le esigenze di lavoratori dipendenti part-time o dipendenti pubblici con orario ridotto. Freelance, precari e partite iva non possono accedere alla maggior parte dei servizi, oppure possono accedervi con costi più elevati.
  3. La totale assenza di ammortizzatori sociali. L’unico ammortizzatore sociale esistente in Italia praticamente è a cassa integrazione, che, invece di favorire l’uscita da un periodo di disoccupazione, spesso si limita a prolungare l’agonia di aziende grandi e medie che, per motivi di evoluzione di mercato, in certi casi sarebbe meglio ridimensionare o chiudere.

Ostacoli da parte dello stato
Per quel che riguarda il primo punto, l’organizzazione statale e la previdenza sociale non solo non comprendono, ma addirittura ostacolano. Dal punto di vista fiscale, si parte dal presupposto che il reddito del freelance debba sempre salire. Il paradosso è che, in caso di difficoltà economica o di fluttuazione fisiologica (un esempio che può capitare a tutti: un’azienda fallisce e non paga) il problema per il freelance e per i precari raddoppia: oltre al mancato pagamento, c’è il problema fiscale.

Assenza di servizi
Il secondo punto trova donne e freelance insieme nel problema. Lo stato italiano è organizzato per corporazioni. Se fai parte di una corporazione formale o informale (albi professionali forti, dirigenti, dipendenti pubblici, grandi aziende, aziende pubbliche) hai certe agevolazioni e servizi (esempio: i dipendenti hanno il congedo per maternità); i freelance e i precari hanno poco o nulla e devono autotutelarsi o rivolgersi, come sempre, alla famiglia.

Ammortizzatori sociali: arrangiatevi
Il terzo punto è il peggiore. La totale assenza di ammortizzatori sociali per freelance, precari e partite iva significa che le condizioni di lavoro vanno dall’autotutela (ti tuteli da solo, se sei capace) a nessuna tutela in assoluto. L’esempio principe è il cliente che non paga: tanto nel caso dei precari quanto nel caso dei freelance che emettono regolare fattura. In questi casi diventa necessario fare causa civile, con costi enormi e, talvolta, senza alcun disincentivo per le aziende in mala fede, che corrono rischi minimi e penalizzazioni minime o inesistenti.

Maggiore sicurezza, nonostante tutto
Ciononostante, i freelance possono godere di una maggiore sicurezza rispetto ai dipendenti.

Il motivo per cui la condizione di freelance, precari e partite iva può essere più sicura di quella di un dipendente è semplice: un dipendente può sempre perdere il lavoro, per i motivi più vari (se l’azienda è costretta a chiudere, non c’è tutela sindacale che tenga, in questo momento: in quel caso il sindacato è totalmente impontente e addirittura inadeguato); un freelance può invece trovarsi in difficoltà (e spesso è proprio lo stato a dare un contributo alle sue difficoltà) ma è impossibile che perda tutti i clienti contemporaneamente.

Esistono categorie professionali che non pososno puntare al posto fisso
Infine: non tutti i lavoratori possono ambire al posto fisso: traduttori, giornalisti, interpreti, geometri, web designer, sviluppatori software e tante altre figure professionali difficilmente possono pensare di farsi assumere vita natural durante dalle aziende pubbliche e private.

Ciononostante, il pubblico, i sindacati e lo stato continuano a dividere il mondo fra “dipendenti” e “non dipendenti”, come se non esistessero innumerevoli vie di mezzo, da colf e badanti (personaggi fondamentali per il benessere sociale) fino agli artisti e i personaggi dello spettacolo. E, naturalmente, molti pubblicitari e freelance che lavorano per agenzie e clienti diretti.


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A tutti i creativi stanchi di lamentarsi

Segnalo questa iniziativa, comparsa su creativi.eu
Leggerla ti ruberà solo 5 minuti, come promette l’autore.
Se sono mesi, anni, che ti lamenti senza trovare una soluzione, puoi investire altri 300 secondi, in fondo è domenica.
Puoi anche farla circolare, dopo tutto non sei solo.

Cari creativi,

vi chiedo di leggere questo post. Ci metterete 5’. Parla di voi. Dopo, sarete un po’ incazzati. Forse, più motivati. Magari saprete cosa fare. Altrimenti, postate una canzone.

Ora passo al tu. Se appartieni al 94% di chi “non” possiede o dirige un’azienda di successo, con i riconoscimenti che ne derivano, contratti o dividendi, prendi un foglio di carta e scrivi su quali forme di tutela puoi contare. Fatto?

Che prospettive ritieni di potere avere, superati i 50 anni, se non dovessi divenire titolare, dirigente, star acclamata? E se ti trovassi nella condizione di doverti ri-immettere sul mercato?

Oggi, su quali garanzie puoi contare sotto il profilo sanitario, pensionistico, in caso di malattia, disoccupazione, maternità Se invece sei un libero professionista o un free lance, che tutele hai su pagamenti e tempi? Quali spese scarichi? E gli utili corrispondono agli studi di settore? Continue reading