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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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Baldoni, Saviano… e qualche pensiero bello

Domani, 26 agosto, ricorre il decennale dell’assassinio del nostro collega Enzo Baldoni. Facendo nostra la proposta di molti soci, rilanciamo questo contributo di Till Neuburg, originariamente condiviso sulla mailing list ADCI il 22 agosto. Come scrive Till: chi voleva sapere, sa.

Questo martedì 26 agosto 2014, saranno esattamente dieci anni da quando Enzo è stato ucciso.

Se qualche giornalista del sistemone se ne ricorderà, di sicuro leggeremo il solito mantra “Tragica fine”, “Misteriosa vicenda”, “Circostanze mai chiarite”. Per chi aveva e ha voglia di capire cos’era successo laggiù, a Washington, ad Arcore, Roma e Milano, sin dal giorno che l’avevano rapito (il 21 agosto 2004), il menu di bocconi avvelenati è sempre stato ottimo e abbondante.

Infatti, nel giorno che Enzo fu ammazzato, Vittorio Feltri s’era divertito così:

“Se esaminata cinicamente, cioè con lucidità, la disavventura di Enzo Baldoni sconfina nella commedia all’Italiana. Già ieri abbiamo scritto: un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?). (…) Enzo, hai qualche filo staccato. E come te ce l’hanno staccato i tuoi amici, gente sicuramente perbene che però non capisce un’acca, neanche dell’evidenza. Non fraintendete, spero che il detestato governo Berlusconi sia in grado di rimpatriare questo sbronzo di idiozie pacifiste e antiamericane. (…) Dai Berlusconi, datti una mossa, restituisci alla famiglia e alla Coca-Cola questo spottaro strappato a via Montenapo e a Piazza San Babila”.

Le reali circostanze del suo viaggio, delle sue intenzioni, degli spostamenti, cosa aveva visto, chi aveva incontrato e soprattutto, cosa aveva con sé al momento del suo rapimento, è tutto stato raccontato e descritto in modo dettagliato – con articoli, testimonianze, video, blog, e persino con qualche foto. Chi voleva sapere, sa.

  • Enzo aveva visto di persona le spaventose conseguenze dei bombardamenti americani al fosforo bianco su Faluja (sostanza espressamente bandita dalla Convenzione di Ginevra).
  • Enzo era presente quando i carri armati USA assediavano i ribelli sciiti rifugiati nella moschea di Najaf. Memore della complicità affaristica tra Bush senior e il padre di Bin Laden, quel luogo santo non poteva assolutamente essere distrutto con le armi e perciò il comando americano era intenzionato a stanare i ribelli con i gas – esattamente come aveva fatto Putin con i ceceni nel teatro moscovita. Tutto questo, Enzo lo sapeva.
  • Enzo intendeva portare in Italia una lettera del leader sciita Moqtada Al Sadr destinata al Papa, lettera che Maurizio Scelli voleva a tutti i costi recuperare per consegnarla di persona a Wojtyla. Nelle possibili trattative separate tra le forze ribelli sciite e gli USA, con quell’agognata intermediazione il Commissario Straordinario della Croce Rossa Italiana, avrebbe assunto una visibilità di rilevanza internazionale.

Questi fatti (e parecchie circostanze indotte), erano lucidamente stati censurati e cancellati da tonnellate di chiacchiere, falsità e depistaggi – e da un’indifferenza generale nel nostro paese (purtroppo anche da parte di troppi suoi colleghi di mestiere).

Il 18 agosto 2004, Enzo scriveva sul suo blog: “…L’unica cosa che ci fa davvero paura sono gli americani“. Non a caso, tre anni dopo, su tutti i giornali apparve una foto dove il comandante supremo delle forze USA in Iraq, il generale David Petraeus (divenuto successivamente comandante delle operazioni militari statunitensi in Afghanistan e poi persino capo della CIA), beveva il tè con il vicepresidente iracheno Bahram Saleh e con il capo dell’esercito islamico dell’Iraq Abu al-Abed – che in realtà si chiamava Saad Erebi al Ubaidy ed era colui che aveva aveva rapito e ammazzato Enzo.

Da noi, a parte il loscume sparpagliato dai vari Gianni Letta, Franco Frattini, Nicolò Pollari (Sismi), il generale Mario Mori (Sisde) e da gazzettari come Vittorio Feltri e Renato Farina, persino il più prestigioso massone d’Italia, Carlo Azeglio Ciampi, s’era distinto per una piccola “devianza” della quale la stragrande maggioranza dei cittadini sono tuttora all’oscuro:

Dopo aver prontamente insignito il mercenario al soldo della contracting company “Presidium Corporation”, Fabrizio Quattrocchi, con la Medaglia d’Oro al valor civile alla memoria, la richiesta di migliaia di cittadini italiani per il conferimento di una medaglia di pari valore a Enzo, non solo non fu mai soddisfatta, ma lo stesso Presidente della Repubblica dell’epoca non s’era nemmeno degnato di rispondere a una sola delle varie petizioni.

Ultima annotazione: ai funerali di Quattrocchi a Genova, officiati nientemeno che da Tarcisio Bertone con un messaggio personale di Giovanni Paolo II, c’erano il cardinale Angelo Sodano, l’allora presidente della Camera Pierferdinando Casini, il vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini, il ministro Mirko Tremaglia. Il presidente Ciampi aveva inviato un messaggio personale alla famiglia.

Ai funerali di Enzo, effettuati a Preci 27 novembre 2010, di rappresentanti delle nostre istituzioni nemmeno l’ombra.
Till
……………..

Per onorare degnamente il ricordo di Enzo, ecco cosa aveva scritto Roberto Saviano il giorno successivo alla sua morte:

L’affermazione della libertà – I partigiani chiamano

(pubblicato il 27 agosto 2004)

di Roberto Saviano

Hanno ucciso il giornalista collaboratore di DIARIO Enzo Baldoni. Era andato in Iraq con la Croce Rossa per aiutare una popolazione costretta allo stremo, aveva utilizzato il suo ruolo di volontario per raccontare ciò che gli uffici stampa dei Marines (quelli che i giornalisti Mediaset e RAI usano come fonte principale delle loro notizie) preferiscono tacere. Era un uomo interessato alla vita e forse questo l’ha reso pericoloso.

Non conoscevo Enzo Baldoni di persona. Era un collaboratore di DIARIO. Anche io sono un collaboratore di DIARIO e forse questo mi è bastato per comprendere che Enzo era un reporter libero da vincoli e stipendi. Non era la Botteri ed i suoi contratti milionari, non era un inviato della CNN da 60 mila euro settimanali. Era un giornalista che non alloggiava negli alberghi superprotetti dei giornalisti che non aveva blindature diplomatiche come la RAI concede ai suoi presunti reporter. Era curioso, interessato alla vita quotidiana di chi è senza una gamba perché saltata su di una mina, interessato a quel politico locale iracheno che con genialità riesce a rendere la vita dei suoi cittadini meno dura, voleva raccontare cosa davvero vive un paese invaso da cingolati e proiettili USA che fingono invece di gettare cioccolatini e vhs. Baldoni è morto senza che il governo italiano mediasse così come aveva fatto con i legionari. Per un mercenario però v’è sempre più spazio, ha troppe cose da svelare, troppe magagne da raccontare, le famiglie con la morte potrebbero svelare, raccontare a qualche magistrato. Meglio salvare ad ogni costo chi è andato a difendere l’industriale, il pozzo di petrolio, la cava. Baldoni invece era andato per portare cibo e raccogliere la memoria dispersa della disperazione. Null’altro che la vita di ragazzetti straziati, donne affamate, uomini sbandati. Ma anche una memoria di gioia, quella di un popolo antichissimo, capace di mantenersi dignitoso persino ironico, il suo blog http://bloghdad.splinder.com * ne era un chiaro esempio.

L’Esercito Islamico dell’Iraq persegue una logica speculare a quella dell’invasione USA, ammazzare chi cerca di mediare, uccidere chi vuole raccontare la verità e tenta di aiutare chi è allo stremo. I terroristi islamici finanziati dalle aristocrazie petrolifere non hanno altro obiettivo che aumentare la disperazione, rendere nulla l’ipotesi di soluzione. Nel trambusto perpetuo e nel fiume di sangue v’è la sua vittoria. Oggi Giuseppe D’Avanzo su La Repubblica dice in poche parole verità che molti hanno taciuto:

All’opinione pubblica si continua a ripetere che la nostra è una missione di pace. Che siamo lì per sostenere il popolo iracheno. Che mandiamo lì acqua e medicinali. Chiudiamo gli occhi sulle distruzioni, sulla morte degli innocenti. Ci rendiamo così incomprensibile l’odio che una parte del popolo iracheno ci riserva. È l’odio che stanotte ha ucciso anche Enzo Baldoni, un amico del popolo iracheno.

Personalmente vivo in terra di camorra, scrivo inchieste, ho la presunzione di comprendere cosa significa lavorare per un giornale libero e vivere nella solitudine più totale. Avere come obiettivo soltanto ciò che si scrive e per poter giungere ad una verità d’analisi completa non proteggere la propria vita né il proprio salario. So cosa questo significa. So che a volte, forse ingenuamente, si crede che una pagina, un’inchiesta, una denuncia, un approfondimento, possano realmente cambiare qualcosa, che il sapere, il far sapere, il condividere una verità, in qualche modo già serva a mutare il corso delle cose. Oggi credo di meno a tutto ciò. Oggi è davvero un brutto giorno anche per me, come inchiestista e come collaboratore di DIARIO oltre che come uomo.

Sono di origine ebraica, a Enzo Baldoni dedico un kaddish per i morti, sono ateo, ma in questo momento mi pare la cosa più triste che mi abbiano insegnato a fare dinanzi ad una morte, che come tutte le morti è ingiusta:
«Yehé shemé rabbà mevaràch le’alàm ul’almé ’almayà yitbàrac».

* Oggi, quel blog è ancora (parzialmente) presente in rete come:
http://enzobaldoni.wordpress.com/

t.n.
…………………………………………

Per gli amici di Enzo (e miei), ho messo insieme una raccolta di suoi pensieri. Erano apparsi in varie mailing list e blog e sono messi in stretto ordine cronologico. (I titolini, puramente identificativi, sono miei):

Libertà sessuale
Credo che XXX sia orgogliosamente bisex, con sfumature sadomaso, e rivendichi il diritto di fare sesso come le pare e con chi le pare. D’altro canto, pur non essendo praticante, personalmente ritengo la bisessualità una sessualità più ricca e completa.
YYY, non so se ti intendo male, ma mi pare che tu consideri l’aggettivo “lesbica” come un insulto da cui XXX vada in qualche modo protetta. Personalmente, credo che sia semplicemente un modo di essere di cui non ci si debba né vergognare né vantare. Si cerca di viverci in armonia: come si è biondi o bruni, timidi o spacconi, impiegati di banca o copywriter.

16 novembre 2001

Morire felici – Uno
Sapete che vi dico? Non mi dispiacerebbe morire facendo una cosa che adoro.
Lo dico sempre ai miei quando parto: “Se dovessi morire, ricordatevi che sono morto felice, vivendo come volevo e facendo le cose che mi piacevano”.
Non è poi questa gran cosa, la morte. Non si sente male se ti sparano o se vai a sbattere. Fa male guarire, non morire. Chiunque abbia avuto un incidente stradale lo sa.
Credo che se uno ha vissuto bene, va bene anche morire. Certo, Maria Grazia Cutuli era terribilmente giovane. Ma ho idea che fosse felice, in Afghanistan.
Secondo voi sto bestemmiando?

20 novembre 2001

Mobilità
In Italia di lavoro ce n’è. Tanto è vero che importiamo manodopera per i lavori che nessuno è più disposto a fare, e perfino piccoli imprenditori: ormai tanti pizzaioli sono egiziani.
Se un ragazzo ha voglia ed energia, un lavoro se lo inventa.
È che i nostri figli sono un po’ cocchi di mamma. Pochi vanno a fare i camerieri per pagarsi il Grand Tour intorno al mondo…
Gabriella, mia figlia, ha rifiutato un comodo posto di creativa in qualche agenzia e fa l’artista di strada: fa spettacoli ai compleanni dei ragazzini, va alle feste di paese, spesso dorme in un vecchio furgoncino VW degli anni ’80 attrezzato a camper.
Durerà? Non lo so. Una delle caratteristiche del nuovo modo di vivere è il cambiamento continuo, la mobilità, le sfide, l’elasticità. Magari tra due anni farà tutt’altro.
Ma io sono orgoglioso che abbia scelto una strada tutta sua, anche dura, invece della comoda sistemazione prospettata dall’ansioso paparino.

21 novembre 2001

Il posto fisso
Ci vuole una rivoluzione culturale in tutto, anche nel modo di lavorare. Per esempio, quanto è diffuso il concetto di customer satisfaction?
In fondo il concetto di posto fisso dalla culla alla tomba è vissuto da poco più di un secolo.
Prima i posti di lavoro erano tutti flessibili, dall’arrotino al marinaio, dal mercenario al Primo Ministro. Come sgarravi … zac! nelle segrete del castello.
Il posto fisso ha fatto nascere una burocrazia arrogante e margniffona, sazia e prepotente. Bidelli maleducati, professori insipienti, infermieri sporcaccioni, tranquillamente certi che nessuno li potrà mai licenziare. E presidi tremebondi, dirigenti leccaculo, quadri incapaci che chiudono la strada ai giovani capaci. Pensate alle vostre agenzie, alle aziende con cui lavorate: quanti imbecilli restano a far danno solo perché licenziarli sarebbe troppo costoso?
Si ritorni alla flessibilità. E chi non sa fare bene il proprio lavoro si levi di mezzo.

21 novembre 2001

Serenità
La paroletta magica è PAURA.
Nel mio piccolo, alle Balene, cerco di mantenere un’atmosfera serena e piacevole. Però è facile, siamo piccoli. Le tensioni aumentano negli organismi complessi.
Nella nuova casa delle Balene ci saranno tanto legno, forme curve, acquari, vetro, molta luce, piante, perfino un giardino zen.
Non sono sicuro che tutto ciò favorisca la produttività, ma la verità è la seguente: chi se ne fotte?

4 dicembre 2001

Caso e surf
Se fai resistenza, la vita ti trascina via e ti travolge. Se impari ad abbandonarti, ti porta dove vuoi – meglio: dove puoi. Solo apparentemente è un controsenso. Io ho avuto le conferme sul campo.
Il caso si governa. Come un surfista sulle onde: un po’ ti lasci portare dal mare, un po’ dirigi la tavola.

14 dicembre 2001

La morte non esiste
Se pensassimo che solo questo istante è eterno? Cioè: vivere profondamente, coscientemente il presente, senza troppo curarsi del resto?
Lo so, suona metafisico e io metafisico non sono per niente. In pratica: provate a concentrarvi sull’adesso, le mani appoggiate sulla tastiera, toccate il tavolino, passatevi la mano tra i capelli (ma dedicandovi interamente ad ascoltare il piacere, la tattilità e la sensazione fisica di quel passaggio tra i capelli).
Con un po’ di esercizio, vi accorgete che la morte non esiste. (Oops, l’ho sparata grossa?)
Se pensassimo che solo questo istante è eterno? Cioè: vivere profondamente, coscientemente il presente, senza troppo curarsi del resto?

15 dicembre 2001

Figli
Credo che sia per una serie complessa di motivi (genetici, di ambiente) e anche perché la nascita di un bambino ci mette a contatto con uno degli aspetti più profondi e animali della nostra anima, il creare qualcosa di profondamente nostro, di carne e di pelle e di sangue e che ci perpetuerà: il nostro cucciolo.
È la stessa cosa che ci succede per una campagna in cui crediamo: ci esalta crearla e metterla a punto, soffriamo se qualcuno la bistratta o la maltratta.
Per quanto mi riguarda, i momenti in assoluto più pieni e felici della mia vita sono legati ai figli.
Naturalmente, questo non è vero per tutti: ci sono persone che vivono tranquille senza figli e non ne sentono mai il bisogno.
Non c’è mai una risposta unica. Per fortuna.

17 dicembre 2001

Illuminismo?
Anch’io sono convinto che le grandi religioni siano inevitabilmente storie di potere e di denari, di stragi e di veleni, di sopraffazione e di controllo sociale.
Eppure.
Eppure confesso che ogni tanto mi sento un po’ zoppo, col mio laicismo che sembra offrire una spiegazione razionale a tutto ma lascia un sacco di zone d’ombra.
Ieri ero nel Duomo di Cremona, a scopi meramente turistici. Stavo studiando con attenzione la Grande Croce, un miracolo di oreficeria gotica, quando ho zumato e messo a fuoco tre metri più in là.
C’era un vecchio prete, nel confessionale aperto, illuminato da una lampadina fioca.
Inginocchiata davanti a lui, una signora sui sessanta. Un cappotto grigio un po’ infeltrito, un fazzoletto di lana marrone sulla testa.
Prima lettura: la beghina che si confessa, (Les Bigotes di Jacques Brel), il potere della Chiesa che allunga le mani sulle pagine dei parrocchiani.
Seconda lettura: qualcosa di più profondo. Quel prete vecchio, dalla faccia buona, un uomo pacificato, forse saggio, poteva essere un rabbino nell’angolo buio di una sinagoga di Praga, lo sciamano in una steppa gelida della Mongolia, l’imam che, sotto una palma, al tramonto di una giornata di ramadan, assaggia caffè speziato, pane e datteri, ascoltando un uomo in dubbio, malato o angosciato. L’esponente di una comunità che ha cura e dà conforto ai propri aderenti.
Non so come dire: la ragione offre delle risposte su un piano bidimensionale, come la superficie del mare. Ma non è sufficiente per dare risposte su un piano tridimensionale. Cosa c’è al di là del visibile, dello sperimentabile? Il tempo è davvero una linea retta? La terra è veramente piatta come ci appare?
Ogni tanto mi chiedo: troppo illuminismo acceca?

24 dicembre 2001

Rischiare
Ragazzi, non si può vivere con la paura. È la paura che ci frega. Se abbiamo fiducia nella vita e negli altri, la vita ci sorriderà.
Garantito.
Non so come funzioni, ma funziona. Per me va così da trent’anni. E, quando ho il coraggio di affidarmi alla vita e di rischiare, mi succedono cose straordinarie.

21 novembre 2001

Ottimismo
Mi piace la CNN, che è tutto un girotondo di facce dalle radici anglo-iraniane, cino-hawaiiane, africane, afroamericane, nippo-giamaicane, finlandesi purissime, arabe, brasiliane, sudafricane, indiane. Un bel misto di cromosomi, a volte così misti da non essere rintracciabili. Facce diverse che comunicano in una lingua comune abbastanza semplice, come vorrei che fosse il futuro del mondo.
Mi piace da impazzire vedere le previsioni del tempo globali, sapere nel giro di dieci minuti che su Timor sta piovendo, sulla Colombia c’è il sole e a Seattle il Puget Sound è spazzato dal vento. Mi piace pensare che siamo tutti uomini di un unico, piccolo pianeta, e che le differenze razziali sono destinate a scomparire, perché un giorno le facce saranno tutte nelle varie gradazioni del caffellatte.
Soprattutto mi è piaciuto, ieri, tenere in braccio Bianca, la bambina appena nata del mio socio Marco. Bastava un braccio solo. Un topolino di nemmeno tre chili dagli occhi spalancati e curiosi che si abbandonava al mio braccio con fiducia totale – e non ho nessuna paura di fare retorica. Per questa bimba, e per tutte le cose belle che la vita le sta preparando, io dico: abbiamo il dovere (e il piacere) di essere ottimisti.

4 gennaio 2002

Violenza
Ricordate l’esperimento di qualche anno fa, di quel professore che faceva applicare elettricità a una cavia umana, spronando i migliori allievi ad alzare senza pietà il potenziometro?
Di là del vetro la cavia faceva finta di tremare, svenire, urlare. E il professore diceva: “Più forte, dobbiamo testare i limiti di resistenza umana.” E i bravi allievi dai, giù a 360 V. Avevano il permesso dell’Autorità.
I ragazzi che a My Lai sventravano le vietnamite incinte scommettendo sul sesso del feto non erano mostri, erano normali ragazzoni americani allevati a omogeneizzati e senso patriottico. I poliziotti che a Genova hanno menato dimostranti indifesi che dormivano nei sacchi a pelo erano figli di mamma come i dimostranti che, sotto i miei occhi, hanno dato fuoco a un blindato con i carabinieri dentro che urlavano. E più urlavano, più i dimostranti cercavano di fracassare i vetri con mazze e sassi.
L’onda d’urto della violenza faceva paura.
Temo che la civiltà sia una vernicetta sottile. Per scrostarla basta poco.

15 gennaio 2002

Conformismo
Gaber è un grande borghese, intelligente, che ha avuto il coraggio di dire quello che in molti sentivamo confusamente ma, nel conformismo di sinistra in cui eravamo tutti avvolti, non eravamo ben sicuri di pensare.

23 gennaio 2002

A cena con la Nanda
Ieri sera a cena con amici e una signora ultraottantenne con gli occhi vivi che scioccava i nuovi arrivati dicendo “Oh, che bel ragazzino! Ma a te piacciono i pompini? Non contare su di me, però…”
Una serata a chiacchierare di Gregory Corso, di Ferlinghetti, di Ginsberg e dei poeti beat, di San Francisco Anni Sessanta, di Palo Alto e di Big Sur, del primo LSD, di ragazze che collezionavano cazzi di intellettuali come altre collezionavano bigliettini di San Valentino, e che si erano fatte scopare da tutta l’intellighenzia della West Coast. Di Cuba e di Hemingway che, alla Finca Vigia, lavorava dalle sei alle undici del mattino e poi era in sbronza fissa di scotch, Valpolicella e daiquiri.
Guardavo quel volto rugoso che è stato molto bello e pensavo: “Da queste rovine mi guardano sessant’anni di storia della letteratura americana”.

26 febbraio 2002

Valdesi
Essendo agnostico non do denari a comunità religiose.
Se dovessi darli a qualcun però, li darei ai valdesi. Per simpatia, non per un motivo ragionato. Forse perché hanno l’aria molto seria e hanno fatto una comunicazione concreta e calvinista.

11 marzo 2002

Fanatismi
È importante continuare a distinguere “ebrei” da “israeliani”, e sapere che non tutti gli israeliani vogliono l’occupazione dei territori, anche se ho trovato molto inquietante vedere gli ebrei del ghetto di Roma che urlavano “Viva Sharon”.
Brutti tempi per chi vuole continuare a mantenere la testa fredda. Tempi di odio, di morte, di fanatismo, di cuori induriti dai lutti e dalla ferocia.

4 aprile 2002

Gli anni migliori
Io ho sempre un po’ di pudore a dire che penso positivo, suona molto american-celluloid – ricettina per la felicità. E poi, sì, l’ha detto quello stupidotto di Jovanotti.
Eppure da sette/otto anni ho fatto un cambiamento importante e ragionato nel mio approccio verso la vita, e mi è successo davvero di tutto. Anche delle cose che se me le raccontasse un altro non ci crederei.
Non credo di aver trovato il Supremo Segreto Universale della Vita. Resto sempre un contadino umbro emigrato a Milano. Arranco, e inciampo, ogni tanto ho paura e ogni tanto sono triste e depresso come tutti. Ma posso dire che gli anni dai 46 ai 53 di oggi sono probabilmente stati i migliori della mia vita?

18 aprile 2002

Occhiali da eschimese
Che bello. Ognuno vede una realtà sua. E sospetto che ognuna di queste visioni sia reale, anche se naturalmente incompleta.
Io per capire mi sono inventato (o forse ho orecchiato) questo ragionamento un po’ rozzo degli occhiali da eschimese.
Se riuscissimo davvero a “vedere” compiutamente la realtà probabilmente impazziremmo.
Come gli eschimesi che, se guardassero per sei mesi di seguito il sole e i ghiacci, diventerebbero ciechi.
Così gli eschimesi si fanno quei begli occhialini d’osso: una fessura. La loro visione del mondo viene limitata, ma gli occhi si salvano.
Credo che siamo così anche noi: la cultura, l’educazione e la vita ci fabbricano delle griglie attraverso cui filtriamo tutti gli stimoli che ci arrivano, e li organizziamo secondo un nostro sistema di giudizi e valori, che usiamo per proteggerci dagli eccessi di realtà.
Le cose che non capiamo, o che non passano dalla fessura dei nostri occhiali da eschimese, le neghiamo o le rimuoviamo.
Il pezzettino di visione che arriva al nostro occhio lo chiamiamo realtà.

7 maggio 2002

Morire felici
La morte. Credo di essere guarito dalla paura della vecchia compagna di strada quando l’ho vista in faccia e mi sono reso conto che non è poi tutto questo gran che.
Il nostro corpo si difende dalla morte: quando ci sei vicino ti imbottisce di endorfine che ti danno una sensazione piacevolissima, e non si soffre. Si soffre, casomai, prima, ma mai nell’ora che la precede. I medici lo sanno.
Per ora mi affaccendo a vivere.
Forse non mi fa paura la morte anche perché amo così tanto la vita e credo di averla vissuta bene, o perlomeno come piaceva a me. Ad ogni partenza dico a mia moglie, ai miei figli: “Se morirò durante questo viaggio non piangete, perché sarò morto felice: facendo la cosa che mi piace di più al mondo”.

20 agosto 2002

Tolleranza
L’esperienza personale mi induce a lasciare le briglie lente. Meglio che i nostri figli imparino la libertà e la tolleranza piuttosto che l’odio o la diffidenza per le religioni.
I miei due sono stati battezzati, hanno scelto loro di non fare l’ora di religione, la ragazza si è comunicata e cresimata (lo facevano tutte le sue compagne, l’ha chiesto lei, perché negarle un’esperienza?), ha conosciuto da vicino le suore e i preti e ora è felicemente e tranquillamente agnostica.
Al contrario, ho visto bambini figli di mangiapreti piangere per poter andare al catechismo, come i compagni.
Insomma, come sempre un po’ di tolleranza e nessun fanatismo. Che i ragazzi conoscano e provino tutto quello che vogliono, senza sentirsi troppo diversi dal gruppo (gli adolescenti hanno un grande bisogno di identificarsi in qualcosa al di fuori della famiglia). Poi sceglieranno loro.

10 marzo 2003

In libera compagnia
Un amico mi regalò una t-shirt con scritto “I’m straight but not narrow” che conservo gelosamente e che ho indossato anche al Gay Pride di Roma di qualche anno fa, dove andai sottobraccio a mio figlio diciassettenne.
Finalmente potevamo abbracciarci in pubblico senza che la gente si chiedesse “Ma sono padre e figlio o sono froci?”

31 marzo 2003

L’ego
Credo che – specialmente noi che facciamo i creativi – dobbiamo imparare a riconoscere le sirene dell’ego e sfuggirle come la morte.
Raggiungiamo il nostro massimo potenziale quando ci facciamo piccini, umili e modesti.
La modestia (assieme alla risata) è un concetto essenzialmente zen.
Io questa cosa l’avevo capita, tanti anni fa. Avevo capito che dobbiamo tendere ad essere semplici e lisci come un ciottolo levigato dal mare.
Ma purtroppo tendo a dimenticarla.
Spero di ricordarmela ogni volta che mi sentirò un po’ troppo sicuro della mia forza, della mia intelligenza o della mia creatività.

7 aprile 2003

Il mio funerale
Stamattina sono stato a un funerale. La cerimonia è andata via liscia e incolore finché alla fine il prete ha detto: “Ora il figlio vuole dire qualche parola”.
Il figlio, in dieci minuti, ha tratteggiato un ritratto vivo, affettuoso e vivace del padre. Un ritratto senza sbavature né esagerazioni né cedimenti al sentimentalismo. Ma quei dieci minuti hanno avuto più calore, colore e spessore di tutto il resto della cerimonia. Il papà era ancora lì tra noi, vivo, e questo sarà il ricordo che ne manterremo.
Ordunque, trascurando il fatto che io sono certamente immortale, se per qualche errore del Creatore prima o poi dovesse succedere anche a me di morire – evento verso cui serbo la più tranquilla e sorridente delle disposizioni – ecco le mie istruzioni per l’uso.
La mia bara posata a terra, in un ambiente possibilmente laico, ma va bene anche una chiesa, chi se ne frega. Potrebbe anche essere la Casa delle Balene, se ci sarà già o ci sarà ancora. L’ora? Tardo pomeriggio, verso l’ora dell’aperitivo.
Se non sarà stato possibile recuperare il cadavere perché magari sono sparito in mare (non è una cattiva morte, ci sono stato vicino: ti prende una gran serenità) in uno dei miei viaggi, andrà bene la sedia dove lavoro col mio ritratto sopra.
Verrà data comunicazione, naturalmente per posta elettronica, alla lista EnzoB e a tutte le altre mailing list che avrò all’epoca. Si farà anche un annuncio sui miei blog e su qualsiasi altra diavoleria elettronica verrà inventata nei prossimi cent’anni.
Vorrei che tutti fossero vestiti con abiti allegri e colorati.
Vorrei che, per non più di trenta minuti complessivi, mia moglie, i miei figli, i miei fratelli e miei amici più stretti tracciassero un breve ritratto del caro estinto, coi mezzi che credono: lettera, ricordo, audiovisivo, canzone, poesia, satira, epigramma, haiku. Ci saranno alcune parole tabù che *assolutamente* non dovranno essere pronunciate: dolore, perdita, vuoto incolmabile, padre affettuoso, sposo esemplare, valle di lacrime, non lo dimenticheremo mai, inconsolabile, il mondo è un po’ più freddo, sono sempre i migliori che se ne vanno e poi tutti gli eufemismi come si è spento, è scomparso, ci ha lasciati.
Il ritratto migliore sarà quello che strapperà più risate fra il pubblico. Quindi dateci dentro e non risparmiatemi. Tanto non avrete mai veramente idea di tutto quello che ho combinato.
Poi una tenda si scosterà e apparirà un buffet con vino, panini e paninetti, tartine, dolci, pasta al forno, risotti, birra, salsicce e tutto quel che volete. Vorrei l’orchestra degli UNZA, gli zingari di Milano, che cominci a suonare musiche allegre, violini e sax e fisarmoniche. Non mi dispiacerebbe se la gente si mettesse a ballare. Voglio che ognuno versi una goccia di vino sulla bara, checcazzo, mica tutto a voi, in fondo sono io che pago, datene un po’ anche a me.
Voglio che si rida – avete notato? Ai funerali si finisce sempre per ridere: è naturale, la vita prende il sopravvento sulla morte. E si fumi tranquillamente tutto ciò che si vuole. Non mi dispiacerebbe se nascessero nuovi amori. Una sveltina su un soppalco defilato non la considererei un’offesa alla morte, bensì un’offerta alla vita.
Verso le otto o le nove, senta tante cerimonie, la mia bara venga portata via in punta di piedi e avviata al crematorio, mentre la musica e la festa continueranno fino a notte inoltrata.
Le mie ceneri in mare, direi. Ma fate voi, cazzo mi frega. Basta che non facciate come nel Grande Lebowski.

24 maggio 2003

Bei tempi
Mi ricordo la noia di domeniche interminabili in cui, dopo la messa, non c’era niente da fare e si passava all’osteria o alle bocce, a dirsi sempre le stesse tre cose.
Mi ricordo il controllo sociale fortissimo, per cui se sgarravi a qualche regola non scritta eri emarginato, e tutte le tue scelte erano condizionate dal “si fa” e “non si fa”, dal “che ne dirà la gente”.
Mi ricordo la mancanza di orizzonti, il campanilismo che ti spingeva a guardare con sospetto gli “stranieri” del paese vicino che si azzardavano a venire a ballare con ragazze del posto (e le risse immancabili).
Mi ricordo che i panni sporchi si lavavano in casa.
Mi ricordo che i ricchi contavano di più perché erano ricchi, e gli si doveva rispetto perché da loro dipendeva il tuo pane.
Mi ricordo le inimicizie che duravamo anni, intere famiglie che non si parlavano per generazioni perché il nonno aveva fatto non so più quale sgarbo all’altro nonno.
Mi ricordo le liti furibonde tra contadini per qualche metro di confine, perché la vacca era entrata nel prato, perché uno aveva fatto il malocchio all’altro.
Mi ricordo che i ragazzini perbene non potevano giocare con i figli degli operai, e comunque le zone di abitazione erano ben divise per classi sociali.
Mi ricordo che se una ragazza rimaneva incinta era una donna perduta, e le mamme proibivano alle figlie di frequentarla.
Mi ricordo la disperazione di chi era omosessuale, e viveva la propria condizione con colpa, con vergogna. E se aveva il coraggio o la sfortuna di diventarlo pubblicamente veniva dileggiato e picchiato.
Mi ricordo che una storia extraconiugale veniva vissuta come una tragedia, e spesso dava origine a un omicidio, a una cacciata o a una fuga.
Mi ricordo una sessualità compressa, mortificata, negata, piena di sensi di colpa. Il parroco era un potere, nel paesino, e ficcava il naso anche nei letti dei parrocchiani.
Teneteveli, i bei tempi andati. Io, che sono un ragazzo di campagna, quando entro in un supermercato e vedo l’abbondanza e i colori delle merci, della frutta e degli yoghurt, mi sento più felice.

27 maggio 2003

Libertà di parola scritta
In una mailing list (e ancora di più in un forum, dove ha accesso chiunque) la democrazia non funziona. Ci vuole una dittatura illuminata.

17 giugno 2003

Clienti Padroni
Io adoro il padrone italiano. E peccato che sia una razza in via di estinzione. Conosce il suo mercato molto meglio di me perché è andato a sporcarsi le mani in giro coi venditori e ha passato le notti a sognare i suoi prodotti. Rischia del suo. Non passa il tempo a pararsi il culo, come i suoi manager che si riparano dietro l’ombrellino delle ricerche. Non può sprecare tempo a farsi le seghe, quindi ti dice in faccia quel che pensa. Ne ho sentito uno dire: “Le ricerche stampatemele su carta morbida, che mi ci pulisco il culo”.
Sono quelli – la piccola e media industria – che hanno creato l’economia italiana, mentre la Fiat, la Montedison e le altre grandi industrie, coi loro manager strapagati, puppavano alle mammelle statali, incamerando i profitti e caricando le perdite sulle spalle di noi cittadini.
Penso a Geox, a Meliconi, ai Guzzini o alla Permasteelisa, l’azienda veneta che sta facendo le facciate del grattacielo più alto del mondo, a Taiwan. E mi dico: è vero, a volte il padrone italiano è più creativo di noi.

17 novembre 2003

Il distacco
Non so se sia una ricetta universale – probabilmente non esistono ricette universali – ma mi pare utile imparare a coltivare il distacco.
La tua campagna cresce, la innaffi, la curi come un fiore. Poi andrà per la sua strada. Pubblicata o non pubblicata, gara vinta o gara persa, il senso profondo è stato nel crearla. È lì il premio. Il resto sono trappolette dell’ego. Che infatti ci fanno soffrire.
Non è così anche coi figli? I genitori equilibrati li crescono, li educano e poi li lasciano andare: con qualche rimpianto ma felici che facciano la loro strada.
I genitori che non sono in pace con sé stessi, i genitori egoisti e possessivi, restano sempre addosso ai figli, soffocandoli e tarpandogli le ali, senza mai recidere il cordone ombelicale.
Anche per questo dico che le nostre campagne “sono solo canzonette”. Chi si ricorda più chi ha preso un oro a Cannes cinque anni fa?

27 novembre 2003

Siamo tanto migliori?
Noi civili occidentali siamo tanto migliori dei terroristi islamici?
Un’inchiesta del Guardian sembra rivelare che, ad Amara, alcuni feriti in battaglia (almeno sette) sono stati torturati a morte dai soldati britannici. Un ragazzo di 19 anni, ferito, fatto prigioniero è stato finito a botte e a morsi. A un altro hanno tagliato i genitali. A un altro ancora hanno letteralmente gonfiato la faccia. Leggere per restare molto, molto perplessi.
Sia chiaro: non mi scandalizzo per niente. Queste cose in guerra sono sempre successe e continueranno a succedere. È la guerra, è la sua logica.
Forse sarebbe ora di smettere di cercare di risolvere le controversie internazionali con le guerre. Già.

22 giugno 2004

La paura
La maggior parte degli errori che facciamo li facciamo per paura.
È per paura delle conseguenze che ogni tanto chiniamo la testa.
È per paura di perdere un budget che i nostri responsabili d’agenzia cercano di accontentare sempre tutti (mentre, come diceva non so più chi: “Non so come si arrivi al successo. Ma so come si arriva all’insuccesso: cercando di non scontentare nessuno.”)
È per paura, che buttiamo giù un rospo dopo l’altro pur di avere il nostro stipendio garantito alla fine del mese (e c’è chi è abile a sfruttare questa paura, e ci si arricchisce su.
Io non sono un coraggioso. Ho paura, e anche abbastanza spesso. Accetto molti compromessi. Però penso che la paura la dobbiamo combattere. Credo che dobbiamo insegnare ai nostri figli a essere liberi, a rischiare, a non aver paura della vita. A inseguire i loro sogni, non a farsi tarpare le ali dal timore di volare.
Non sono un ragazzino idealista. Ho 55 anni, ho conosciuto la morte e il dolore. Ho cresciuto due figli, ho costruito delle cose e ho fatto moltissimi sbagli. Ma ho imparato dall’esperienza che, davvero, se insegui i tuoi sogni, la maggior parte delle cose che ti fanno paura si sciolgono come la neve al sole.
E una volta che le hai superate ti dici: “Ma che cazzo, era tutto lì?”.

4 luglio 2004

La disponibilità
Sono convinto che il cazzeggio sia fondamentale per la comunicazione. Distende e predispone all’apertura verso l’interlocutore.
Un po’ come i cosiddetti convenevoli, che sono segnali: «Sono disponibile ad ascoltarti, siamo della stessa pasta, siamo amici».
Lo stesso inviare un bambino con i fiori ai Capi di Stato in visita risale ad antichissime abitudini tribali: inviando un bambino fuori delle mura del villaggio alla tribù in arrivo si mandava un messaggio di pace.
Al contrario, la cultura del sospetto, il continuo chivalà, lo stare col fucile puntato, il controllo esasperato e nevrotico deprimono la comunicazione e la qualità del lavoro.

6 luglio 2004

Insegnamenti
Per ogni schiaffone che ci dà, la vita ci regala anche un’occasione.
Secondo me, imparare ogni tanto a schierarsi invece di voler sempre essere equidistanti a tutti i costi è un bel regalo.
Un altro insegnamento prezioso è: mai mettersi con le persone negative.
Ti succhiano energie, ti macchiano con la loro negatività e alla fine magari portano pure un pochino sfiga.

7 luglio 2004

Morire felici – Due
Mi piacerebbe che, in caso di morte, diffondeste questo messaggio:
“Mettiamola così: nelle prossime 24 ore ho la possibilità abbastanza concreta di crepare. Ovviamente non succederà – ma, se dovesse succedere, sappiate che sono morto felice facendo quello che più mi piace al mondo: viaggiare in paesi che non hanno mai visto un turista prima di me.”

13 agosto 2004

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