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Quant’è sexy Massimo Guastini.

Chissà quante volte Massimo Guastini si sarà umettato le labbra, passandoci in mezzo la lingua, piano, durante la presentazione dell’indagine “Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini, in Italia”. Chissà come si è alzato e abbassato il suo petto, con che mossa sensuale avrà spostato i lunghi capelli dalle spalle, mostrando l’incavo del collo. Per non parlare dei fianchi: come sarà rimasto lì? In piedi statuario, oppure avrà spostato il peso prima da una parte poi dall’altra? Avrà dato almeno per un attimo le spalle al pubblico mostrando, generoso, le forme tondeggianti e perfette delle natiche?
Ecco, se raccontassi Massimo Guastini così per prima cosa potrei avere dei seri problemi con sua moglie, secondo li potrei avere con lui, terzo potrei passare per pazza.
Che cosa sono queste righe se non un punto di vista falsato, eccessivo, fuori contesto. Dichiaratamente erotico?
Se fosse l’incipit di un libro nessuno avrebbe problemi a catalogarlo subito come filone hard.
Che cosa ci troverò mai di tanto erotico in una presentazione di una ricerca?
Nulla.
Appunto.
Il fatto è che ora mi dovete spiegare perché fa tanto strano raccontare un uomo così, con questi occhi, e invece non c’è niente di strano- o alla maggior parte della gente non sembra strano- che le donne vengano guardate e raccontate così in qualunque contesto e occasione dalla pubblicità. Secondo i normali canoni di comunicazione io sono più sexy di Guastini. Ma tanto di più. In maniera spropositata. E come me chiunque altra, basta che sia femmina.
Le parole sono molto più erotiche delle immagini? Strano, avrei detto il contrario.
Se racconto Massimo Guastini come un uomo che scatena istinti sessuali la maggior parte di voi lo troverà ridicolo da parte mia (Massimo non me ne voglia: confido nella sua travolgente ironia).
Allora perché in pubblicità il mondo femminile viene raccontato tanto male, con contesti tanto assurdi, e quello maschile no?
Perché siamo sempre viste sotto la lente prevalente dell’erotismo e dell’inutilità?
I dati di questa ricerca lo confermano: non è una sensazione. Sono i numeri.
In Italia si raccontano le donne in modo sbagliato. Si investe in narrazione errata.
Ogni tanto mi vien voglia di dire “facciamolo davvero”: prendiamo per buone le narrazioni pubblicitarie e facciamo un’ipotesi di come dovrei essere io, durante una giornata, se mi comportassi come la maggior parte della pubblicità si aspetta da me.
Secondo questa ricerca una buona parte delle donne viene descritta come modelle, grechine (nel senso di puramente decorative), professioniste (e qui ci siamo), disponibili, (mh, per Lenny Kravitz si), madri, interrotte (ovvero inquadrate solo a pezzi), emotive, manichini, preorgasmiche; mogli, sportive, innamorate.

Quindi, posto che come madre, innamorata, professionista, sportiva (fingiamo che il mio abbonamento in palestra sia ancora valido), dovremmo esserci.
Per il resto dovrei passare il tempo a fare altro: dovrei essere una gnocca di ragguardevole piacevolezza, possibilmente senza espressione e sentimenti. Oppure dovrei mostrare gioia, stupore e ilarità in modo assolutamente esagerato.

Dovrei fingere orgasmi – dio… non che non succeda – ma la cosa incredibile è che dovrei farlo in moltissimi contesti: mentre provo costumi o vestiti, quando mi metto un profumo, quando assaggio un piatto di pasta.
Mi ci vedete da Intimissimi mentre mi metto un push up per raccattarmi le tette da terra con una faccia al limite della piccola morte?
Ridicola? Eppure quanti pubblicitari e clienti committenti hanno trovato credibile e anzi, vendibile, una faccia simile?
Quante volte si è vista?
Sulle donne a pezzi si apre il capitolo di “tette che camminano” o “passera a passeggio”. Forse sembrerò esagerata, ma capita spessissimo di non essere considerate persone ma semplici pezzi di carne che si muovono. E non importa il perché tu stia andando da qualche parte o chi tu sia: solo per il fatto di essere una portatrice sana di vulva meriti di essere importunata. Punto.

La pubblicità in tutto questo ha le sue colpe.
Non mi aspetto che non si possano più usare stereotipi, non è questa la battaglia.
Vorrei semplicemente che fossero usati meno, in modo più sensato. Motivato.
Vorrei vedere strategie meno codarde rispetto alla strada già tracciata. Ovviamente la finta famiglia felice con la mamma che cucina l’arrosto e il padre assente che legge il giornale dà commercialmente più sicurezza delle reazioni che può dare una coppia di mamme lesbiche, ma la realtà ormai viaggia a una velocità diversa. Il pubblico è altro. E l’ideale non è solo la bellona con le misure mozzafiato. L’ideale sono il talento, la motivazione, sono le storie piene di novità e di caratteristiche inaspettate.
Non c’è equità nel raccontare uomini e donne. Ma mi aspetto che arrivi.
Mi aspetto che ci sia più attenzione perché l’immagine che passa fuori condiziona, eccome, le aspettative della gente rispetto alle donne – anche dalle donne stesse.
Credo che ci si debba accollare un maggior senso di responsabilità verso la comunicazione e le scelte che si fanno.
Scommette che avete visto il video “Like a girl- come una ragazza” di Always.
Il sunto è proprio questo. Quand’è che essere una ragazza, o una donna, comincia a esser qualcosa di negativo? Perché dire “fai una cosa come una ragazza” ha una valenza negativa? Da quando comincia a valere meno l’immagine femminile? Secondo quali criteri?
Mi aspetto che la pubblicità e la comunicazione tornino a raccontarci secondo criteri più veri. Più rispettosi. Perché “Correre come una ragazza” vuol dire andare più veloce che puoi. “Farlo come una ragazza” vuol dire fare qualcosa al meglio delle tue possibilità.
Non vuol dire mettersi un grembiule, cucinare l’arrosto o starsene con una faccia da orgasmo in attesa di non si sa bene cosa.
Noi andiamo veloci. Se la pubblicità non ce la fa a starci dietro, il problema è solo vostro.

***
Questa la presentazione di Massimo Guastini, oggi, a Roma, Camera dei Deputati, Sala della Regina, nell’ambito di ROSA SHOCKING, Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere.

>>> SEGUI IL NOSTRO LIVE TWEETING SU @adcinews #RosaShocking

 

 

 

 

 

 


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Fermiamo la pubblicità sessista. #adci

Quest’anno, in occasione della manifestazione “Giovani leoni” organizzata da Sipra, il brief per la sezione stampa ha invitato i giovani concorrenti a immaginare una campagna a favore della petizione online contro la pubblicità sessista.

La petizione sarà online domani, 13 maggio 2013.
Oltre che firmarla vi invito a condividerla. La troverete QUI, in home page nel sito Adci e nella home page di changes.org

E questo è il lavoro che abbiamo scelto per sostenere la petizione.
L’idea è di Lara Rodriguez e Giorgio Fresi (Tbwa).

campagna contro la pubblicità sessista in Italia, promossa dall’Art Directors Club Italiano

Per regolamento non è possibile iscrivere campagne multi soggetto ai Giovani Leoni, e l’unico soggetto iscritto al concorso da Lara e Giorgio non era nella forma attuale.
Ma ha comunque colpito l’attenzione mia e della giuria presieduta da Annamaria Testa. Li abbiamo quindi contattati affinché tirassero fuori con più calma (rispetto alle sole 24 ore concesse dal concorso) tutto il potenziale della loro idea.

A quante figure carismatiche, possibili premier, premi nobel, imprenditrici, artisti, stiamo rinunciando, tarpando loro le ali, senza esserne consapevoli? Siamo certi che sia conveniente, per un paese a terra, accontentarsi di un solo motore quando per decollare ce ne servirebbero due?

Sono ormai vent’anni che le nostre università laureano più donne che uomini.
E il 66% delle votazioni superiori a 106 sono state ottenute da donne (Miur, 2006).

Ma i numeri contano evidentemente poco in un paese in cui oltre l’80% degli individui si forma un’opinione sulla base di quello che trasmette la televisione.

E quale immagine della donna ci racconta la TV?
Non certo quella che ci suggerirebbero i dati delle università, quanto piuttosto una figura quasi sempre relegata a ruoli gregari, ancillari, decorativi o ipersessualizzati.
Liberare la nostra pubblicità (e anche il resto del palinsesto TV, possibilmente) da stereotipi sessisti libererebbe risorse umane preziose.

In un momento in cui il nostro Paese avrebbe più che mai bisogno di accedere alle migliori risorse umane, per tirarsi fuori da una crisi senza precedenti dal dopo guerra, è del tutto autolesionistico ingabbiare e tenere in panchina (ruoli marginali) proprio quel 50% della popolazione da cui provengono i più promettenti segnali di dinamismo intellettuale.

Ringrazio Lara Rodriguez&Giorgio Fresi, per il loro importante contributo (e grazie anche ai loro direttori creativi Nicola Lampugnani e Francesco Guerrera).

Ho già inviato richiesta alle banche immagini (Corbis e Yay Images) e a The Coincidential Dandy, di concederci gratuitamente i diritti di utilizzo delle foto per potere avviare una ricerca spazio presso le concessionarie.

Ecco altri soggetti.

La pubblicità sessista ha idee chiare sull'occupazione femminile

campagna contro la pubblicità sessista in Italia, promossa dall’Art Directors Club Italiano

campagna contro la pubblicità sessista in Italia, promossa dall’Art Directors Club Italiano