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SXSW: annunciati i vincitori

Ecco i vincitori del SXSW 2013 Interactive Awards:
Activism: Wikipedia Zero
Amusement: Contre Jour 
Business: VIP Fridge Magnet Classic: BioDigital Human Community: SoundCloud 

Educational Resource: ChronoZoom 

Experimental: Chrome Web Lab

Film/TV: The Beauty Inside 

Motion Graphics: Air Jordan 2012 

Music: JAM With Chrome 

Personal: Marco Rosella 

Social Media: NASA Mars Curiosity Rover 

Student: Living Galapagos 

Technical Achievement: Nike+ FuelBand 

 

Special Honours

Digital Campaign of the Year: Invisible Children: KONY 2012 

Speaker of the Event: Cory Booker – ‘Cory Booker: The New Media Politician’

Breakout Digital Trend: Leap Motion 

People’s Choice Award: Charity Miles 

Best of Show: Contre Jour

Considerazione finale: nell’impero pubblicitario, la periferia è decisamente più interessante del centro.
Soprattutto la categoria Best of Show, con il magnifico gioco per iPad Contre Jour (l’immagine del post ne è uno screenshot).


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La filiera dell’adv è finita

Mercoledì 21 sono stato, assieme a Guido Cornara, coordinatore alla giornata didattica Movi&Co presso lo IULM.

Si tratta di un workshop di videomaking organizzato da Movie&Co, a cui diverse aziende si iscrivono, pagando una quota d’iscrizione. Questa quota dà loro accesso a un pool di giovani videomaker tra cui verranno individuati quelli che dovranno rispondere al brief dell’azienda, realizzeranno fino a due video.
A me e a Guido è stato riservato il compito di valutare i video ed elargire critiche e consigli sia ai giovani videomaker sia alle aziende. Quest’ultimo compito, devo confessare, è stato particolarmente piacevole per entrambi 😉

Rispetto all’anno scorso, ho trovato ragazzi con una maggiore consapevolezza stilistica, e anche una maggiore “fame”: ragazzi che difendevano il loro lavoro dalle critiche mie e di Guido, con convinzione. Di lavori belli ce n’erano diversi: alcuni talenti sono sicuramente da tenere d’occhio. Certo, non tutti erano allo stesso livello. Così come i lavori che hanno realizzato.  E qui casca l’azienda.
Togliendo il velo di Maya a una questione che dovrem(m)o affrontare prestissimo, un’azienda si è lamentata pubblicamente del livello del video realizzato per lei, rispetto ad altri: argomentando che “con il biglietto che pago che vantaggio ne ho, se poi il video non è di livello?”. Va detto che l’azienda in questione è una fedelissima dell’iniziativa Movi&Co da diversi anni. E questo rende la questione ancora più cruciale. Perché un workshop del genere non è né una casa di produzione né un’agenzia creativa, ma più una roulette di talenti: ti può capitare quello migliore o quello peggiore. E’ un rischio consapevole, o così dovrebbe essere.
Lasciamo perdere lo spirito di un’iniziativa del genere, di talent scouting e di divulgazione di cultura del videomaking nel mondo dell’azienda. Facciamo i cinici. Se, in 7 anni, dovesse esserle andata bene anche solo 3/4 volte, ci sarebbe da esserne contenti: a un costo infinitamente inferiore a quello d’agenzia + casa di produzione si porta a casa un video di cui può fare l’utilizzo che vuole.

La filiera dell’advertising è finita.
Un azienda che dichiara con tanta pervicacia che *pretende* il servizio di un’agenzia, senza pagare un’agenzia, è un segno dei tempi. Puntualissime le parole che Guido mi ha sussurrato all’orecchio, mentre difendevo l’onore (e le fatture) delle agenzie: “Paolo, è finita…”

Hai ragione, Guido: il modello di business dell’agenzia è finito.
Non è un giudizio di valore, è una constatazione.
Sempre più aziende cercheranno scorciatoie per spendere meno e avere un servizio che assomigli a quello finora erogato soltanto dalle agenzie.

Questo è un brief che tutti i professionisti pubblicitari dovrebbero darsi: pensare un nuovo modello di business per la comunicazione.


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Rooster dei premi digitali. Una proposta (aggiornata).

Si è da poco concluso il SXSW. A buon diritto la si può definire la più importante conferenza al mondo di interaction e digital design. Che al suo interno include un premio, gli SXSW awards. Oltre a questo, è, già dallo scorso anno, un luogo dove la creatività digitale di manifesta in maniera seminale: mi riferisco al caso di  Social Media Hell della R/GA.
Bene, questo mi ha fatto pensare che per l’ADCI sia tempo di aggiornare la lista dei premi digital da includere nel proprio rooster (anche per potersi accreditare come socio).
Ecco una mia lista.
Il già citato SXSW awards.
Vimeo e youtube sono i più importanti premi digital / viral in ambito video.
Facebook Studio è il premio del più importante social network.
Mashable è la bibbia dei social media e digital:
Il TED, che ha lanciato una sezione di ads worth spreading:
Il notissimo FWA.
Da ultimo, inserirei Contagious, bibbia della comunicazione viral (l’Archive del virale, insomma), che ha un forte seguito online.
Aggiungo gli awwwards e i webby awards, in effetti molto considerati in rete e non solo.
Resta una lista assolutamente opinabile.
Per cui: integratela, contestatela, riducetela.
A voi la palla.

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TED’s 2012 ‘Ads Worth Spreading’ Winners

http://youtu.be/diy7rkWkDtU

Ecco i vincitori del premio Ads worth spreading del TED.

Personalmente, inserirei questo premio nel rooster dei più significativi premi pubblicitari assieme ai vari Cannes, Clio, Eurobest, Epica etc.

Sia perchè il TED è la più importante conferenza d’idee del pianeta. Sia perchè il concetto di “worth spreading” ben s’attaglia allo spirito di questi tempi, oltre che a quello del manifesto deontologico ADCI.

Tra i vincitori, tutti caratterizzati da un grande storytelling, segnalo The Kinect Effect, per il suo contenuto di verità: basta googlare kinect mashup per rendersi conto di cosa ha scatenato l’arrivo di Kinect. Ha ragione Kirby Ferguson, quando dichiara che la creatività è remix: nel caso di Kinect è proprio andata così.


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WikiBrands in Italia.

Wiki è la parola che più rappresenta questa fase del nuovo millennio. La fase veloce, partecipativa, cognitivamente collettiva. La partecipatività sta ridefinendo la nostra intelligenza, la nostra identità, il nostro modo di comunicare: anche in pubblicità.

Per questo è importante che un libro come WikiBrands, di Moffit e Dover, sia arrivato in Italia: segna un minestrone nella riflessione sul mestiere della comunicazione.

Leggetene la quarta di copertina e capirete:

Il brand continua a rappresentare un valore fondamentale per il business solo se saprà abbracciare pratiche di comunicazione realmente innovative, in una difficile transizione dall’immagine alla relazione. Con l’affacciarsi sul mercato di una nuova generazione di nativi digitali, col passaggio della maggior parte dell’informazione dalle mani delle aziende a quelle delle singole persone e con l’emergere di nuovi comportamenti culturali dettati dalle nuove tecnologie, il marketing si espone a una sfida epocale, individuando strategie basate sull’engagement con i consumatori, sulla collaborazione e persino sulla condivisione della proprietà del brand.

Wikibrand è una chiamata alle armi, una guida strategica e una road map verso il futuro. Un appello alle aziende a spostare l’attenzione da ciò che fanno (pubblicità, comunicazione, vendite) a come lo fanno (connessione, partecipazione, brand engagement).
Il libro, frutto degli studi di due tra i maggiori esperti mondiali di media e marketing, spiega come sfruttare i nuovi modelli di business, le tecnologie e le community di appassionati online, fornendo centinaia di esempi e testimonianze dirette di casi di successo.

Che lavoriate in un’azienda ormai consolidata o che siate alle presa con il lancio di una start up, questo libro saprà offrirvi numerosi spunti e suggerimenti:

  • come creare engagement con i consumatori attraverso il passaparola e i contenuti generati dagli utenti;
  • come generare un’esperienza condivisa di valutazioni, recensioni e cultura online;
  • come costruire una comunità mediante il microblogging e il crowdsourcing.
  • come stabilire una connessione veramente autentica e capace di creare valore.

Destinato a imprenditori e manager, ma anche ai responsabili di marketing e comunicazione che dovranno dirigere questo cambiamento, Wikibrands è uno strumento prezioso anche per gli esperti del digitale, gli studiosi di comunicazione e per chiunque sia interessato a capire come le aziende leader siano costantemente alla ricerca del coinvolgimento del proprio pubblico”.

E’ da diverso tempo che si parla di questo progetto. Sicuramente è da diverso tempo che parlo di questi argomenti con Matteo Righi, nelle serate ADCI (in realtà mista, reale e/o virtuale): discutendo su quanto sia cambiato lo scenario della creatività nel mondo, di quanto occorra ragionare in maniera “partecipativa” e tecnologica se si vogliono produrre idee davvero potenti e rilevanti per le persone. Soltanto idee concepite in questo modo possono davvero alimentare la conversazione, far parlare le persone, facendo parlare anche di sé.

Per questo, per entrambi è stato una piacevolissima sorpresa essere coinvolti, come autori di case history “partecipative” italiane, da Marco Lombardi, presidente Y&R e docente IULM, puntuale e appassionato curatore dell’edizione italiana del volume.

E visto che di “era della partecipazione” si parla, non fermatevi a questo post, ma leggetevi anche quello di Matteo Righi su Partecipactive, di Luca de Biase nel suo blog; e partecipate alla conversazione su twitter e su facebook.

 


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Halftime, too many times.

Senza giri di parole: lo spot Chrysler dell’ultimo SuperBowl mi ha disgustato.

Perché? -chiedete.

Rispondo in inglese:

It’s halftime.

Both teams are listening to a Madonna performance that sounds eerily similar to a Lady Gaga song they’ll hear 10 years from now.

It’s halftime in America too.

People are out of work and they’re hurting.

And they’re wondering where all their money went.

Well, $12.5 billion of it went to Chrysler. In the form of a bailout.

But it’s okay, because Chrysler is all-American.

Though technically 58.5% of Chrysler is owned by an Italian corporation.

And Chrysler manufactures many of it’s vehicles in Canada. And Mexico.

But I guess that doesn’t make for a great commercial.

Unlike polar bears. Or dogs. Or that digestive yogurt.

Yeah, Americans are hurting.

And their dollars are being used to bail out the chosen ones.

Instead of themselves.

What happened to freedom?

What happened to choice?

Yeah.

We need to guard them like Ben Roethlisberger’s friend guards a bathroom door.

Allegedly.

OK, ma perché inglese? -chiedete

Beh – rispondo – perché è il VO di un magnifico spoof che ha dato voce esattamente a ciò che mi frullava in testa, quando mi è venuta voglia di scrivere questo post per il blog ADCI.

Per cui, guardatevelo. E ridete, amaramente.

 


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Videomaker (poveri) di idee

Giovedì scorso si è svolta la giornata didattica organizzata da Movi&Co allo IULM. Ho avuto modo, assieme a Marco Lombardi, di conoscere e giudicare il lavoro, assieme ai loro autori, di 45 giovani videomaker che si sono cimentati in progetti di comunicazione.

La giornata è stata una bellissima esperienza, di cui ringrazio sia Movi&Co sia Marco Lombardi per avermi coinvolto: sarà il fatto di essere un giovane padre (o forse il fatto di volermi credere ancora giovane, nonostante i pochi capelli), ma credo moltissimo nei giovani: sono il motore dell’evoluzione.

Per questo mi ha deliziato vedere come sono imbevuti di nuovi linguaggi, e di quello che gira quotidianamente, ad esempio, su vimeo, i cui awards personalmente ritengo importanti quanto quelli di Cannes.

Sempre per questo, mi ha colpito la talvolta sospetta mancanza di cultura di comunicazione di non pochi fra questi aspiranti videomaker. Lasciamo da parte i luoghi comuni (sono rimbambiti da google e wikipedia, non sanno l’inglese, sono pigri, sono finite le mezze stagioni) probabilmente veri, e poniamoci una domanda: siamo dei bravi insegnanti per questi giovani? Noi, i comunicatori di professione, i coltivatori d’idee, siamo anche coltivatori di giovani talenti?

In fondo, si è chiamata “giornata didattica”, non “giornata del giudizio”: ho avuto la tentazione di giudicare, lo confesso, soprattutto quando una ragazza ha presentato il video di un collega, dicendo che era ispirato all’*idea* di Dove “Evolution” solo perché realizzato con la tecnica del timelapse. Poi mi son detto, appunto, quello che vi ho appena scritto. E mi sono impegnato a insegnare di più ai miei studenti, ai miei creativi, anche a imparare da soli quando non c’è nessuno che insegna.

Sì, decisamente sono invecchiato.


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ADC*E, impressioni a caldo umido


[youtube=http://youtu.be/oM9ZRLXZBR8]

Appena atterrato a Linate, scrivo due impressioni a caldo – molto umido, dato il clima milanese di oggi.

Qui sopra vedete il video del grand prix: Dortmund Konzertmilk. Un argento a Cannes (nella categoria Titanium & Integrated, che secondo David Droga è la categoria più importante a Cannes; insomma, il grand prix della creatività che guarda al futuro), che sono felicissimo abbia guadagnato il Grand Prix all’ADC*E.

Perchè?

Perchè anche a Cannes, da qualche anno è premiato lo storytelling “innovativo”. Storie raccontate cercando nuovi linguaggi creativi, in modo decostruito, multi-narrativo, tech savvy, cuccurucu palomaaaa…

Philips Carousel e Old Spice, per fare 2 esempi, sono casi emblematici al riguardo.

Per questo, visto che all’ADC*E di Grand Prix se ne dà uno solo, che racchiude quindi tutte le categorie e le giurie, trovo assai azzeccato premiare un tipo di narrazione cuccuruccu palomaaaa come dicevo sopra. Una campagna che racchiude in sé molte altre, se non tutte le altre, categorie (ho sentito non pochi giurati della sezione design stupirsi che non avessero iscritto la bottiglia del latte nella loro categoria: “…avrebbe vinto un oro”), e offre un punto di vista inedito, originale, e creativo su un brief per nulla facile.

Insomma, un Grand Prix non scontato, dato che i pronostici pre-giurie erano per la consacrazione di Nike Write the future, ma proiettato al futuro della creatività, con una consapevolezza non solo di cosa è, ma anche di cosa sarà (e, magari, dovrebbe essere) il nostro mestiere.

Scusate eventuali refusi e castronerie bollite – il caldo è talmente umido che le dita scivolano sullo schermo dell’iPad…


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adci! salute.

La storpiatura del nome è un antico cliché comico. Per cui, mi ha fatto sorridere quando la maggior parte dei partecipanti italiani a Frontiers of Interaction pronunciava il nome del nostro club non scandendo le lettere (A D C I) come siamo abituati a fare, ma lo diceva tutto d’un fiato, facendolo suonare come uno starnuto.

Fuor di battuta, mi ha fatto riflettere che in molti conoscessero l’ADCI, ma lo guardassero da lontano, come chi vive alla periferia di un impero il cui centro è ormai alieno. Eppure, tanta è la voglia di entrare a far parte del “club dei creativi”, di sentirsi di casa al centro dell’impero della comunicazione.

Per questo, in molti mi hanno chiesto se è possibile iscriversi, pur senza avere i requisiti di premi vinti.

E’ una domanda non banale, secondo me, su cui occorre riflettere. Perchè riguarda il senso e l’ampiezza del termine “creativo”, oggi. Vi assicuro che di talenti ne ho visti tanti, a foi11 (il tag della conferenza): interaction designer, digital designer, hardware designer, art director di interfacce digitali per film, scrittori di codice, filosofi creativi, e tantissime forme di ibridazione creativa.

Tutti ambiti ancora outsider rispetto alla creatività pubblicitaria come la intendiamo in Italia; ma, a ben guardare, i leoni a cannes e i grand prix digitali (mi riferisco soprattutto a “pay with a tweet”) di quest’anno vengono proprio da ambiti creativi molto vicini ai talenti con cui ho condiviso il palco e con cui ho avuto modo di parlare proprio a foi11.

Mi fermo qui, e non scrivo nessuna conclusione. Lascio la provocazione aperta, e vorrei sapere che ne pensate voi.

Intanto, per farvi un’idea di cosa è stato, qui trovate una panoramica della conferenza su twitter, e qui i commenti al mio talk, sempre su twitter. Oltre a questo, i ragazzi di KMzero, con cui ho avuto una piacevolissima chiacchera post-show, hanno realizzato un intrigante flash design con una cernita di “foi11 quotes”: lo trovate qui.

 

PS. una nota di orgoglio per noi dell’ADCI: il design vincitore del tshirt+badge contest è stato molto apprezzato anche dai creativi internazionali di agenzie come AKQA e Frog Design.