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Vicky Gitto è il nuovo Presidente dell’ADCI

La notizia era già nell’aria, ma da sabato è divenuta ufficiale: l’assemblea dei soci dell’Art Directors Club Italiano ha eletto Vicky Gitto XV Presidente del Club.

Con lui è stato eletto il nuovo Consiglio per il triennio 2016-2018, all’insegna del rinnovamento nella continuità: Nicola Lampugnani è confermato alla vicepresidenzaStefania SianiMassimiliano Maria LongoMatteo MaggioreGabriele CucinellaKarim Bartoletti e Mauro Manieri compongono la squadra.

A loro si aggiungono Caroline Yvonne Schaper, in qualità di Segretario, e i Probiviri Massimo Guastini, Roberto Scotti, Gianguido Saveri e Valerio Le Moli (membro supplente).

Proprio il Presidente uscente Guastini ha sottolineato l’armonia del passaggio di consegne, in una continuità di visione del Club ribadita dal neo-Presidente con rinnovata energia: concreto, pragmatico e determinato il suo manifesto operativo, articolato in dieci punti programmatici.

Prima priorità: consolidare il brand del Club, con un posizionamento chiaro e autorevole che sappia oltrepassare i pericolosi limiti dell’autoreferenzialità, fisiologicamente sempre in agguato. Aprire insomma concretamente le attività associative: alle professionalità esterne al mondo dell’advertising duro e puro, a una comunità creativa nazionale vibrante e sorprendente anche al di fuori dei confini milanesi, e soprattutto a una presenza femminile sempre più necessaria e determinante.

Qui il programma nel dettaglio:

A lui e al nuovo Consiglio i migliori auguri di ottimo lavoro.


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Quote Associative Adci: meglio pagare 130 euro oggi che 520 ad aprile. O no?

La Coppia Più Bella Del Mondo. (Fritz Tschirren & Pasquale Barbella)

L’Assemblea dei Soci ha ieri approvato all’unanimità la proposta presentata dal Consiglio Direttivo.

Iscriversi o rinnovare oggi la quota d’iscrizione all’Art Directors Club Italiano, costa 130 euro anziché 260. Purché lo facciate entro il 31 gennaio 2016.

Per chi rinnoverà l’iscrizione tra il primo febbraio e il 31 marzo 2016, la quota sarà di 260 euro.

Chi deciderà di iscriversi successivamente pagherà invece 520 euro.

Gli Under 30 continueranno a pagare 50 euro.

La più rapida Assemblea Soci della storia del Club è stata seguita dai festeggiamenti per i 30 anni.

È stato bello rivedere insieme Fritz e Pasquale.

La coppia più bella del mondo, nonché primo e secondo Presidente del Club, sono stati intervistati da Beatrice Mari, Federica Nanni, Luca Pertanto Pedrani e Sara Rosset. (grazie ancora, miei prodi, per esserci stati)

Domande anche per il Past President Maurizio Sala, e alcuni dei soci fondatori.

Ricordo che per decisione unanime del Consiglio Direttivo Adci, tutti e 45 i soci fondatori non sono più tenuti a versare la quota associativa. Chi desidera rientrare e avere la propria scheda all’interno del sito, dovrà semplicemente farne richiesta via email al Segretario del Club, Caroline Yvonne Schaper (caroline.schaper@adci.it)

FAQ

1. Ho uno spiccato senso per gli affari e preferisco pagare 130 euro che 260 o addirittura 520. Cosa devo fare?

Un bonifico a: Art Directors Club Italiano
Banca Prossima, Milano
Iban: IT19V0335901600100000119579

BIC/SWIFT: BCITITMX (Solo per l’estero)

causale: quota associativa 2016 NOME+COGNOME.

Entro il 31 gennaio 2016. Fallo oggi e togliti il pensiero.

2. Non sono mai stato socio Adci come mi iscrivo?
fai richiesta via email: caroline.schaper@adci.it e emanuele.soi@adci.it

3. Compio 40 anni nel 2016 ma sono svizzero come Fritz Tschirren, posso entrare in giuria?
Basta la maggiore età ed essere invitato da uno dei presidenti delle giurie Adci Award (che non sono ancora stati scelti, così come ancora non è stato deciso chi sarà il presidente dell’award nel 2016)

4. Posso candidarmi come giurato italiano a Cannes Lions?
Certamente. Basta che tu sia in regola con la quota associativa Adci. Puoi inviare la tua auto candidatura a caroline.schaper@adci.it o al membro del consiglio Adci che preferisci. Ma le candidature per Cannes Lions 2016 sono già state inviate il 31 ottobre scorso. Quindi ora la tua candidatura verrebbe considerata per l’edizione del 2017. Ti consiglio di mandarla nel mese di settembre 2016.

5. Come stai?
-mah, sono un po’ preoccupato, sospettano abbia un tumore al fegato…
-ah, scusa se ti interrompo, ma stavo pensando che non sono mai stato giurato a Eurobest e ci terrei a rendermi utile per il Club…eh che ne pensi?…si può fare? cos’è che dicevi? hai un rumore?

Buon Natale a tutti :)
m.


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IMPORTANTE: Sito Web ADCI e Contatti Club

Cari Soci, ex-Soci, amici del Club,

scrivo per vostra corretta informazione circa il sito web www.adci.it attualmente offline. Il sito tornerà online a settembre e sarà tutto nuovo. Nel frattempo, potete essere in contatto diretto online in altri modi.

Questo Blog, che comunque conserva la propria funzione di “voce del Club”.

Il gruppo Facebook “Art Directors Club Italiano” riservato ai soli Soci, pertanto dovete essere in regola con la quota associativa 2015 per farne parte, così come occorre essere in regola con la quota dell’anno corrente per essere eleggibili come giurati per l’Award o altri premi che vedano coinvolto il Club.

Le quote sono 3:
- Under 30 (non deve compiere i 30 anni nel corso del 2105) € 50,00
- Socio Nuova Nomina € 130,00 (occorre prima compilare la richiesta scaricabile qui [PDF] e inviarla a Emanuele e Caroline – eMail qui sotto)
- Socio Senior / Awarded € 260,00

Per associarvi o rinnovare:
Art Directors Club Italiano
Banca Prossima
IBAN : IT19V0335901600100000119579

Causale: Quota associativa 2015 NOME+COGNOME

Twitter per le news e la copertura “live” degli eventi

La eMail, per info:
emanuele.soi@adci.it (Emanuele Soi è il nuovo tesoriere e general manager del Club dallo scorso marzo, dopo il saluto di Gabriele Biffi)
caroline.schaper@adci.it (Caroline Schaper è il segretario del Club)

Vi segnaliamo inoltre che potete già iscrivere i vostri lavori agli ADCI Award 2015 su cfe.adci.it

Grazie a tutti.

Un caro saluto,
Massimo Guastini
Presidente ADCI


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“No remunerazione, ma aperti al confronto” is the new “Non fiori, ma opere di bene”

Nella foto, Cesare Salvini, direttore marketing Mercedes Italia, “difende il suo business game” su Pubblicità Italia (e nelle migliori sale – pardon, salotti).

#workisnotagame

 

Le parole del Sig. Leo Burnett e altre grasse risate

Caro Massimo,

Grazie per questo tuo bellissimo scritto [il post "Se perde Riccardo Pagani, perdiamo tutti" - ndr]. Il valore dei suoi contenuti, la chiarezza con la quale li esponi e l’aver citato il famoso discorso di Mr Leo Burnett ne fanno un pezzo che dovrebbe smuovere le coscienze e far aprire gli occhi a chiunque di noi opera quotidianamente nel difficile mestiere di comunicare………

LE RAGIONI PER CUI QUESTO ARTICOLO È STATO PESANTEMENTE TAGLIATO SONO SPIEGATE NEL POST “EGREGIO GIORGIO BRENNA“. (m.g.)

Ciao,
Guido

[Nota di redazione: per il profilo di Guido Chiovato, leggi qui]

Se perde Riccardo Pagani, perdiamo tutti. (post modificato)

(i motivi per cui questo post è stato modificato potete leggerli nel post “Egregio Giorgio Brenna“.)

Premessa (maggiore) d’obbligo.

Non dobbiamo considerare l’Etica una bella parola (come digital) da infilare qua e là nei nostri discorsi pubblici. Né dobbiamo reputarla una pratica new age da idealisti senza senso del business.

L’Etica è il sottile diaframma che separa qualunque consesso di esseri umani dal Caos. È lo scudo della fragilità umana.

È il fondamento su cui si basa la teorica possibilità di sopravvivere come specie, di sperare in un futuro migliore.

Quale che sia il modello politico-economico che sentite più vostro, dal capitalismo al comunismo (per citare i duellanti del secolo scorso), sono entrambi solo parole, inutili feticci, se non sono sostenuti da princìpi e soprattutto comportamenti quotidiani etici.

Da questo punto di vista possiamo tranquillamente considerare l’Etica un modello “egoistico” di sopravvivenza della specie, se così  vi appare meno idealistico e quindi più pratico. Meno sospetto.

Veniamo al punto.

 

Questo spot lo conosciamo molto bene. Ha vinto l’oro agli Adci Award e un bronzo al Festival di Cannes, lo scorso giugno.

Quello che non tutti sanno, io stesso l’ho scoperto solo da pochi giorni, è il nome “dell’autore dell’ idea fondante lo spot pubblicitario oggetto di causa”.

Detto in soldoni, e non in “legalese”: chi è l’autore dell’idea su cui si fonda questo spot premiato nei festival più importanti, in Italia e all’estero?

Si chiama Riccardo Pagani.

Il dato è pacifico“, come scrive la Giudice, Dottoressa Gabriella Ratti.

Eppure “rigetta le domande cautelari formulate da Riccardo Pagani”. Poi vedremo le motivazioni.

Cosa ha chiesto Riccardo Pagani?

“Riccardo Pagani, dipendente creativo della Leo Burnett Company s.r.l. ed attualmente collocato in Cassa Integrazione Guadagni in deroga, ha introdotto la presente controversia (davanti alla sezione lavoro del Tribunale di Torino che ha l’ha poi correttamente trasmessa alla sezione Tribunale delle Imprese) per la tutela, in via di urgenza, del suo diritto ad essere riconosciuto autore o coautore dello spot pubblicitario televisivo e cinematografico commissionato dalla società Fiat alla Leo Burnett Company s.r.l. per la vettura “500”, spot comunemente definito “Fiat 500 cult yacht” e che ha ottenuto il “Leone di bronzo” presso il Festival di Cannes nella categoria “Film (car)”

Perché la Giudice, Dottoressa Gabriella Ratti, ha rigettato quanto richiesto da Riccardo Pagani?

“…Seppure dunque il concetto cardine a cui è ispirato lo spot “Fiat 500 cult yacht” risale ad uno script a suo tempo concepito dall’odierno ricorrente, si deve tuttavia escludere che l’apporto del sig. Pagano si sia concretato in un’opera tutelabile ai sensi della legge sul diritto d’autore.

La tutela della dimensione morale o patrimoniale del diritto d’autore presuppone infatti l’esistenza di un’ opera dell’ingegno compiuta, cioè di una unità organica volta al raggiungimento di uno specifico risultato creativo e, come affermato anche dalla Suprema Corte, sfuggono alla tutela in questione materiali che non costituiscono siffatta unità organica, cioè quelli che hanno bisogno di aggiustamenti e trattamenti specifici per la pubblicazione. (Cass., 1999, n. 5301).

In altre parole, il diritto d’autore non protegge le idee in sé ma protegge invece le opere nelle quali le idee trovano una concreta espressione creativa e, come ulteriormente precisato dalla Corte di Cassazione “… caratterizza in senso marcatamente soggettivo la creatività, la quale nell’ambito delle opere dell’ingegno, non è costituita necessariamente dall’idea di per sé, ma dalla forma della sua espressione… di modo che la stessa idea può essere alla base di diverse opere d’autore, come è ovvio nelle opere degli artisti, le quali possono essere diverse per la creatività soggettiva che ciascuno degli autori spende e che, in quanto tale, rileva per l’ottenimento della PROTEZIONE” (Cass., 2004, n. 15496).

Se quindi il diritto d’autore tutela l’opera e non già l’idea ancorché questa ne costituisca l’ispirazione generica, si deve escludere che, nel caso di specie, sussista il fumus boni juris dell’azione cautelare intrapresa dal ricorrente e cioè il suo diritto di essere riconosciuto autore o coautore dello spot “Fiat 500 cult yacht”: l’opera tutelata dalla LdA è infatti solo lo spot in questione che, formato da immagini, parole e suoni, è stato realizzato da altri soggetti. “

Queste motivazioni sono molto ragionevoli se applicate a un’opera d’arte. “Non è la storia, ma come la racconti” direbbe più sinteticamente Stephen King.

Il diritto d’autore può tutelare la “Madonna del Gesù dipinta con i piedi” di Massimo Guastini, solo dal momento in cui, la suddetta Madonna, dal mondo delle idee si trasferisce su tela (o altro supporto) per mano (o per piedi) di Massimo Guastini.

Applicate al mercato pubblicitario (e ricordo che noi non produciamo arte), queste stesse motivazioni avrebbero invece un effetto devastante. Vi faccio un esempio.

Un’azienda invita una ventina di agenzie a una gara, o digital business game se preferite chiamarlo così.

Le gare (o i game) non sono pagate, perché a cominciare dalle Pubbliche Amministrazioni tutti pensano che il nostro non sia un lavoro ma un giochino e che le buone idee ci vengano dormendo.

(È un atteggiamento non etico e irresponsabile, ne ho scritto recentemente anche nel post chiediamo più mercede che Mercedes. Ma sinché gli Utenti Pubblicitari Associati non si regoleranno diversamente continuerà a succedere)

Ipotizziamo una media di tre strade creative per le venti agenzie in gara: sessanta proposte.

Ipotizziamo un’azienda dal palato fino, più esigente delle giurie dell’Adci Award, e che quindi le finaliste siano solo un dieci per cento: sei proposte ancora in vita.

L’azienda ha sei anni di campagne pubblicitarie gratuite, per le quali non vi dovrà riconoscere nulla.

Script, storyboard, rubamatic, presentati in fase di gare (pardòn, game) potranno essere utilizzati per produrre campagne pubblicitarie senza riconoscere alle agenzie né i credit né un centesimo di compenso. Neanche a Leo Burnett. Perché si potrà “escludere che l’apporto della qualsivoglia agenzia X&Y si sia concretato in un’opera tutelabile ai sensi della legge sul diritto d’autore”.

L’alternativa per cautelarsi da questo scenario? Produrre il contenuto. Che sia un web game, un radio comunicato, un film.

Anche se avete già l’abitudine di partecipare alle gare senza chiedere un centesimo, non vi pare davvero un po’ troppo?

Un rischio del genere potrebbe in teoria prenderselo solo chi gestisce anche l’acquisto di spazi pubblicitari.

Non tanto per la commissione richiesta ufficialmente, ma per i cosiddetti diritti di negoziazione.

Quindi? Quindi, se perde Riccardo Pagani perdiamo tutti.

Sopravvivranno (forse) solo le holding che hanno un centro media o i centri media stessi. Magari gli stessi player che vogliono stare fuori o uscire da Assocom. Meno di dieci sigle. Alla faccia del libero mercato. Alla faccia delle competenze e del talento che possiate avere.

Siamo certi che un mercato senza regole sia davvero libero, ma libero veramente?

Altre considerazioni. Non meno importanti.

Al di là delle motivazioni addotte dalla Giudice, Dottoressa Gabriella Ratti, gli Award dell’Art Directors Club Italiano sono un premio agli autori, prima ancora che alle agenzie.

Di questo si scrisse già qui qui qui e qui.

Provvederò quindi a consegnare personalmente il cono d’oro a Riccardo Pagani. Spero che questo lo faccia sentire un po’ meglio. Si merita sia il cono d’oro sia di stare meglio.

Naturalmente i credit della campagna sono già stati aggiornati.

Sono certo che questo banale atto di giustizia farà sentire meglio anche tutti quei colleghi, presenti nei credit, che erano a conoscenza dei reali meriti di Riccardo Pagani.

E penso che ne saranno contenti anche i colleghi che erano all’oscuro della vicenda.

Leggendo la documentazione sono riuscito a capire che

1. L’idea di Pagani – necessariamente attuata in un’opera di consistenza cartacea e di conseguenza “embrionale” (siamo stati tutti embrioni…) venne presentata una prima volta tra il 18 e il 21 gennaio 2010, nel corso di una gara per Fiat. Il marketing disse “bella, ma non ora…”

2. Il 17 febbraio 2014 Pagani è stato messo in cassaintegrazione.

3. Il 21 febbraio 2014, nel corso di una nuova gara per Fiat, l’idea di Riccardo Pagani viene ripresentata. Al cliente piace. Viene prodotto un rubamatic, Fiat approva e Leo Burnett vince la gara.

4. Viene prodotto lo spot che tutti conosciamo, Leo Burnett si aggiudica il fee (XXX K circa, a quanto sembra).

5. Giugno 2014. Lo spot (Yacht) entra in short list a Cannes (poi arriverà al Bronzo). Nell’immagine un messaggio di Vavalà a Brenna. Non ne comprendo lo spirito. Ma è stato prodotto come prova a favore di Pagani. Uno degli elementi che hanno portato la Giudice a ritenere Pagani autore dell’idea fondante (ma non tutelabile) dello spot Fiat Yacht. (L’immagine è stata rimossa su richiesta degli avvocati di Giorgio Brenna. Ho acconsentito nella logica di una distensione volta a favorire l’accordo finale tra Leo Burnett e Riccardo Pagani)

6. Alla notizia della shortlist, alcuni colleghi di Pagani chiedono alla direzione creativa Leo Burnett di inserirlo nei credit. Non viene fatto. La spiegazione non è nella crudeltà della direzione creativa ma nel punto 8. (Il punto 8 è stato rimosso perché gli avvocati di Giorgio Brenna mi hanno fatto notare che era lesivo in quanto poteva suggerire una sorta di “ricatto” a Pagani.)

7. Lo spot (Yacht) vince il Leone di Bronzo, in una categoria tra le più difficili e competitive, al Festival di Cannes.

8. Luglio 2014. Rimosso su richiesta degli Avvocati di Giorgio Brenna (vedi punto 6)

Sono certo che tutti i creativi, Soci e non dell’Art Directors Club Italiano, saranno così intelligenti da capire perché è fondamentale riconoscere il diritto di Riccardo Pagani a essere considerato “l’autore dell’ idea fondante lo spot pubblicitario oggetto di causa”. Sono certo che i primi a esserne lieti saranno i direttori creativi di Leo Burnett che, dapprima ignari della situazione, si sono poi ritrovati in una situazione molto, molto difficile da gestire. Sicuramente più facile pensare il contrario a distanza di mesi, leggendo questo post comodamente seduti. Magari in un’altra agenzia. O sulla poltrona (sicura) di casa propria.

È fondamentale per tutti noi, che facciamo il lavoro di Riccardo Pagani (i pubblicitari), restare uniti davanti al tema principale della questione: le motivazioni di questa sentenza di primo grado. Il nove gennaio ci sarà l’appello. Se lasciamo solo Riccardo Pagani, saremo tutti soli.

Penso che questo banale atto di giustizia sarebbe piaciuto al Signor Leo Burnett.

Il suo “testamento” resta una delle cose migliori mai scritte da un capo di agenzia. Vale la pena rileggerlo. E praticarlo nei comportamenti quotidiani.

“Un giorno o l’altro, quando sarò finalmente fuori dal gioco, voi – o i vostri successori – sarete forse tentati di togliere il mio nome dalla porta. Magari vorrete chiamarvi “Tizio, Caio e Sempronio S.p.A” o “Agenzia Futura”, o qualcosa del genere.


Mi starà bene, se starà bene anche a voi. Però lasciatemi dire quando sarò io a voler togliere il mio nome dalla porta.

Sarà quando spenderete più tempo a far quattrini e meno a fare la pubblicità. La pubblicità come la intendiamo noi. Quando dimenticherete che, per il tipo di gente che lavora nella nostra agenzia, il divertimento che il lavoro pubblicitario dà è importante almeno quanto il denaro che se ne ricava.

Quando perderete la sensazione che quello che fate non è mai abbastanza buono.
Quando perderete l’invincibile desiderio di fare il lavoro bene per se stesso, senza riguardi per il cliente, per i soldi o per la fatica. Quando perderete l’amore per la completezza e l’avversione per le perdite di tempo.

Quando smetterete di ricercare lo stile, le sottolineature, la fusione di parole ed immagini che producono risultati freschi, memorabili e credibili. Quando smetterete di dedicarvi ogni giorno all’idea che per “Leo Burnett” significa “pubblicità migliore”.

Quando non sarete più quello che Thoreau chiamava “un’azienda con una coscienza”, che per me significa solo un gruppo di uomini e donne coscienti di quel che fanno. Quando comincerete a compromettere la vostra integrità, che è sempre stata il cuore e la forza di quest’agenzia.

Quando vi fermerete davanti ai vantaggi immediati e razionalizzerete l’opportunismo per amore dei soldi. Quando mostrerete anche i più piccoli segni di asprezza, di incompetenza, di saccenteria perdendo quel sottile senso delle proporzioni.

Quando il vostro interesse principale sarà di porre come unità di misura della vostra opera la quantità invece che il buon lavoro, il lavoro duro che dà buoni risultati. Quando le vostre prospettive si ridurranno a contare i simboli del successo nel vostro ufficio.
Quando perderete la vostra modestia e diventerete dei “pezzi grossi”… un po’ troppo grossi per le vostre scarpe.

Quando la mela rimarrà solo un frutto da mangiare (o da lustrare) anziché essere parte del nostro stile, della nostra personalità. Quando, trovando da ridire su qualcosa, tirerete in ballo non il lavoro in sé ma la persona che lo avrà fatto.

Quando smetterete di costruire su idee forti e vitali e vi accontenterete di una catena di montaggio.

Quando comincerete a credere che, nell’interesse dell’efficienza, lo spirito creativo possa essere delegato e amministrato, dimenticando che deve essere invece solamente nutrito, stimolato ed ispirato. Quando comincerete a sciacquarvi la bocca con la frase “Agenzia Creativa” e smetterete di esserlo davvero.

Quando, infine, perderete il rispetto per l’individuo: l’uomo solo alla sua macchina da scrivere, o al suo tavolo da disegno, o dietro la sua macchina da presa, o semplicemente immerso nelle scartoffie a lavorare tutta la notte su una pianificazione media.

Quando dimenticherete che solo l’individuo – e ne sia ringraziato Dio! – ha reso possibile la costruzione dell’agenzia che abbiamo adesso. Quando dimenticherete che è sempre stato l’individuo, tendendo la mano verso mete irraggiungibili, a toccare per un momento una di quelle calde, lontanissime stelle.

Allora, amici, vi chiederò di togliere il mio nome dalla porta. E, perbacco, quel nome sarà tolto. Anche se dovessi materializzarmi abbastanza a lungo, una notte, per cancellarlo da ogni piano del palazzo. E, prima di smaterializzarmi di nuovo, cancellerò anche quel simbolo con la mano e le stelle. E brucerò gli archivi e gli schedari. Magari, en passant, strapperò qualche annuncio. E butterò ogni stramaledettissima mela giù per la tromba delle scale. E la mattina dopo non riconoscerete più neanche il posto. Allora dovrete trovarvelo per forza, un altro nome.”

Leo Burnett

 


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Quant’è sexy Massimo Guastini.

Chissà quante volte Massimo Guastini si sarà umettato le labbra, passandoci in mezzo la lingua, piano, durante la presentazione dell’indagine “Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini, in Italia”. Chissà come si è alzato e abbassato il suo petto, con che mossa sensuale avrà spostato i lunghi capelli dalle spalle, mostrando l’incavo del collo. Per non parlare dei fianchi: come sarà rimasto lì? In piedi statuario, oppure avrà spostato il peso prima da una parte poi dall’altra? Avrà dato almeno per un attimo le spalle al pubblico mostrando, generoso, le forme tondeggianti e perfette delle natiche?
Ecco, se raccontassi Massimo Guastini così per prima cosa potrei avere dei seri problemi con sua moglie, secondo li potrei avere con lui, terzo potrei passare per pazza.
Che cosa sono queste righe se non un punto di vista falsato, eccessivo, fuori contesto. Dichiaratamente erotico?
Se fosse l’incipit di un libro nessuno avrebbe problemi a catalogarlo subito come filone hard.
Che cosa ci troverò mai di tanto erotico in una presentazione di una ricerca?
Nulla.
Appunto.
Il fatto è che ora mi dovete spiegare perché fa tanto strano raccontare un uomo così, con questi occhi, e invece non c’è niente di strano- o alla maggior parte della gente non sembra strano- che le donne vengano guardate e raccontate così in qualunque contesto e occasione dalla pubblicità. Secondo i normali canoni di comunicazione io sono più sexy di Guastini. Ma tanto di più. In maniera spropositata. E come me chiunque altra, basta che sia femmina.
Le parole sono molto più erotiche delle immagini? Strano, avrei detto il contrario.
Se racconto Massimo Guastini come un uomo che scatena istinti sessuali la maggior parte di voi lo troverà ridicolo da parte mia (Massimo non me ne voglia: confido nella sua travolgente ironia).
Allora perché in pubblicità il mondo femminile viene raccontato tanto male, con contesti tanto assurdi, e quello maschile no?
Perché siamo sempre viste sotto la lente prevalente dell’erotismo e dell’inutilità?
I dati di questa ricerca lo confermano: non è una sensazione. Sono i numeri.
In Italia si raccontano le donne in modo sbagliato. Si investe in narrazione errata.
Ogni tanto mi vien voglia di dire “facciamolo davvero”: prendiamo per buone le narrazioni pubblicitarie e facciamo un’ipotesi di come dovrei essere io, durante una giornata, se mi comportassi come la maggior parte della pubblicità si aspetta da me.
Secondo questa ricerca una buona parte delle donne viene descritta come modelle, grechine (nel senso di puramente decorative), professioniste (e qui ci siamo), disponibili, (mh, per Lenny Kravitz si), madri, interrotte (ovvero inquadrate solo a pezzi), emotive, manichini, preorgasmiche; mogli, sportive, innamorate.

Quindi, posto che come madre, innamorata, professionista, sportiva (fingiamo che il mio abbonamento in palestra sia ancora valido), dovremmo esserci.
Per il resto dovrei passare il tempo a fare altro: dovrei essere una gnocca di ragguardevole piacevolezza, possibilmente senza espressione e sentimenti. Oppure dovrei mostrare gioia, stupore e ilarità in modo assolutamente esagerato.

Dovrei fingere orgasmi – dio… non che non succeda – ma la cosa incredibile è che dovrei farlo in moltissimi contesti: mentre provo costumi o vestiti, quando mi metto un profumo, quando assaggio un piatto di pasta.
Mi ci vedete da Intimissimi mentre mi metto un push up per raccattarmi le tette da terra con una faccia al limite della piccola morte?
Ridicola? Eppure quanti pubblicitari e clienti committenti hanno trovato credibile e anzi, vendibile, una faccia simile?
Quante volte si è vista?
Sulle donne a pezzi si apre il capitolo di “tette che camminano” o “passera a passeggio”. Forse sembrerò esagerata, ma capita spessissimo di non essere considerate persone ma semplici pezzi di carne che si muovono. E non importa il perché tu stia andando da qualche parte o chi tu sia: solo per il fatto di essere una portatrice sana di vulva meriti di essere importunata. Punto.

La pubblicità in tutto questo ha le sue colpe.
Non mi aspetto che non si possano più usare stereotipi, non è questa la battaglia.
Vorrei semplicemente che fossero usati meno, in modo più sensato. Motivato.
Vorrei vedere strategie meno codarde rispetto alla strada già tracciata. Ovviamente la finta famiglia felice con la mamma che cucina l’arrosto e il padre assente che legge il giornale dà commercialmente più sicurezza delle reazioni che può dare una coppia di mamme lesbiche, ma la realtà ormai viaggia a una velocità diversa. Il pubblico è altro. E l’ideale non è solo la bellona con le misure mozzafiato. L’ideale sono il talento, la motivazione, sono le storie piene di novità e di caratteristiche inaspettate.
Non c’è equità nel raccontare uomini e donne. Ma mi aspetto che arrivi.
Mi aspetto che ci sia più attenzione perché l’immagine che passa fuori condiziona, eccome, le aspettative della gente rispetto alle donne – anche dalle donne stesse.
Credo che ci si debba accollare un maggior senso di responsabilità verso la comunicazione e le scelte che si fanno.
Scommette che avete visto il video “Like a girl- come una ragazza” di Always.
Il sunto è proprio questo. Quand’è che essere una ragazza, o una donna, comincia a esser qualcosa di negativo? Perché dire “fai una cosa come una ragazza” ha una valenza negativa? Da quando comincia a valere meno l’immagine femminile? Secondo quali criteri?
Mi aspetto che la pubblicità e la comunicazione tornino a raccontarci secondo criteri più veri. Più rispettosi. Perché “Correre come una ragazza” vuol dire andare più veloce che puoi. “Farlo come una ragazza” vuol dire fare qualcosa al meglio delle tue possibilità.
Non vuol dire mettersi un grembiule, cucinare l’arrosto o starsene con una faccia da orgasmo in attesa di non si sa bene cosa.
Noi andiamo veloci. Se la pubblicità non ce la fa a starci dietro, il problema è solo vostro.

***
Questa la presentazione di Massimo Guastini, oggi, a Roma, Camera dei Deputati, Sala della Regina, nell’ambito di ROSA SHOCKING, Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere.

>>> SEGUI IL NOSTRO LIVE TWEETING SU @adcinews #RosaShocking

 

 

 

 

 

 


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#ItaliansFestival | Day three_aftermath (e considerazioni conclusive)

#Invidiateci. Sì, invidiateci. Tanto. E che questa invidia sia durevole: minimo un anno, fino al prossimo IF! ; )

Eccoci. Mangiati, soddisfatti e riposati (ed anche nuovamente immersi nel day-by-day, certo), a raccontarvi l’ultimo giorno di IF! e magari chiudere con qualche bel pensiero. Anzi, aprire.

È stato un Festival denso, ricco, divertente oltre ogni aspettativa. Lo abbiamo vissuto sottopelle. Sostituire una conference call con uno spritz non ha prezzo. È stato un Festival che ha dato enorme spazio al contatto umano: gli ospiti erano prossimi al pubblico, il pubblico era partecipe, e tutto questo ha avuto un effetto di dialogo vivo, che ci ha restituito il respiro sconfinato del nostro mestiere e ha messo in ghiaccio gli automatismi operativi del quotidiano.
La cosa è addictive. Questo dovete saperlo. E per questo lo rifaremo. Fosse anche solo per questo, sì.

Flashback.
Sabato 4 ore 10: al Parenti si parte con la tavola rotonda dedicata alle strategie di comunicazione per Expo 2015 - ne esce un confronto interessante e per nulla scontato tra gli assessori Cristina Tajani e Filippo del Corno, Roberto Arditti, direttore delle relazioni istituzionali di Expo 2015 e il moderatore Massimo Russo, direttore di Wired Italia. Favoloso: si è discusso di Expo senza retorica, nonostante l’alta concentrazione di assessori, e i politici hanno parlato di digitale con cognizione di causa. What if…

Ancora, nel corso della mattinata, Jacopo Pasquini di Doctor Brand su UX e Usability come due fondamenti della strategia digitale spesso considerati accessori, poi Mark Tungate, direttore editoriale degli Epica Awards, con una selezione di campagne che ‘guardano oltre’, indicando la direzione verso la quale si stanno muovendo certi brand e agenzie creative, e verso cui dovremmo muoverci tutti, ché faremmo bene (lode per il suo humor nemmeno troppo inglese, by the way).

Il pomeriggio si apre con la case history poetica e delirante di Blue&Joy: tanta joy si respira nella sala A, grazie al loro raccontarsi totalmente dissacrante, specie quando affrontano il loro (mica breve) periodo blue. Ugualmente intensa, ma dai toni decisamente meditativi, la riflessione di Gianrico Carofiglio (il prossimo libro esce a novembre, ci ha detto!) sul potere delle metafore come atti e strutture concettuali che danno forma alla percezione della realtà e di noi stessi (i copy in sala in ascolto partecipe).
Intanto Christina Knight, in Sala Grande, si chiede perché tutti i grandi libri scritti da creativi siano stati scritti da uomini, dando poi conto del come e del perché ha deciso di rimediare con il suo Mad Women. Poi Walter Fontana sfoggia quella che per noi è la chart delle chart (è l’immagine sopra, in apertura), che vi dà giusto il polso del suo incredibile talk : )
E ancora Simon Whalley, che racconta del successo della cartoon series Toones, caso emblematico di branded (McLaren) entertainment.
Ospiti di IF! anche The Jackal, videomaker a 360, anzi 361°, felicemente schizofrenici, divisi come sono tra i lavori della loro casa di produzione e il successo su YouTube con Lost in Google, Gay ingenui e il cult Gli effetti di Gomorra sulla gente (deux fritures!).

Fa un po’ da warm up al gran finale la round table con Bruno Bertelli, Luca Scotto di Carlo e Sergio Rodriguez, che ci raccontano le atmosfere di giuria a Cannes (e qualche dritta su come (provare a) vincere qualcosa)).

È l’ora del gala di premiazione degli ADCI Awards 2014, condotto da Ylenia di Radio 105 e Cristiano Seganfreddo.
Maurizio D’Adda entra nella Hall of Fame dell’Adci (l’intervento di Luca Scotto di Carlo a raccontare MD’A, qui).
I “coni” vengono assegnati a tutte le categorie, ed è bello vedere molti under-30 sul palco.

Vicky Gitto con Luca Pannese e Luca Lorenzini, Saatchi & Saatchi Italia, Grand Prix Adci 2014

È notte. In quello stesso foyer che è stato la nostra agorà di questi giorni di Festival, i bassi del party finale (alla consolle Larry Gus, Giorgia Angiuli e gli 88 Bros, e poi live sound performance di Coco Soundscapes con Julia Kent, Josef Van Wissem e Fabrizio Palumbo) vengono sovrastati dai ping dei messaggi di Guastini, che lancia l’ultima (le ultime), fondamentali chiamate al voto per il Grand Prix – via mobile, i soci del Club assegnano il massimo riconoscimento a “Dear Future Mom” di Coordown, agenzia Saatchi & Saatchi Italia.
E vodka tonic sia. E musica. E orgogliosa soddisfazione. E un kebab alle 4 del mattino, anche.

Okay, è stato meraviglioso, e per questo non finisce qui. Allora sapete come lo chiudiamo questo primo episodio di IF #ItaliansFestival? Con un hashtag rubato al discorso di Boscacci, che ha aperto gli Award.
#rifacciamolo

Chiara Lanzafame (feat. Emanuele Soi)


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#ItaliansFestival | day two_aftermath

Il Teatro Parenti è sopravvissuto all’esplosione di creatività della seconda giornata di Festival, tra workshop, speech, sfide tra registi e un primo (movimentato) tentativo di definire il crowdsourcing della creatività rispetto a quello dei contenuti. Una nota: IF! è ricchissimo, e per coglierlo nella sua immensa molteplicità di stimoli bisogna viverlo – questa è una selezione: nelle settimane a seguire, vi promettiamo parecchi focus interessanti. Stay Tuned!

Si parte sin dal mattino stavolta, subito con l’illuminante sessione in stile bottega rinascimentale di Raul Montanari e la sue visioni sul ruolo di una formazione specifica per la scrittura creativa. Nel frattempo in Sala Grande tips & tricks degli youtubers (Cane Secco, Cotto e Frullato, iPantellas, Sistiana e WithLoveBrunella) e il workshop  sull’internet of things in chiave OOH.

Si torna a parlare di “bottega” anche dopo pranzo: si passa dal dire al fare con lo speech di Ignasi Girò (Honest&Smile) sulla ricerca e sviluppo di prototipi (nel corso del quale sono state presentate con pari dignità e autoironia case di successo come AbracadabrApp e altre meno fortunate). Spazio anche per l’editorial design di taglio sartoriale con la case history di Iperborea e Studio XXY, e per un approccio gaming alla gestione delle HR in azienda (Mark Holden di PHD). Perché l’importante, alla fine, è amare quello che facciamo; e lo sa bene Lee Clow, in Hangout da TBWA\ Los Angeles, autore -tra le altre- di memorabili campagne per Apple (e noi non possiamo che essere d’accordo con lui).

C’è persino l’applausometro alla “Director’s Battle” tra Federico Brugia, Luigi Pane e Ali Ali, che vede vincitore al fotofinish quest’ultimo. E mentre Lapo  Interpreta il creativo senza confini come solo Lapo, in Sala Blu vive un dibattito acceso (e non concluso, ma to be continued…), moderato da Salvatore Sagone (ADVexpress), tra i rappresentanti delle nuove piattaforme di “generazione contenuti” (questo il vero tema) in crowdsourcing Zooppa e Userfarm e i rappresentanti di Adci, Assocom, AIAP e UPA (Guastini, Nenna, Iabichino, per fare tre nomi). Non era mai successo prima, tutti insieme su questo tema. Ed va letto per forza come un buon inizio.

Chiudono la giornata l’imperdibile appuntamento con il Venerdì di Enzo, aperto dalle parole di Gabriella Baldoni (merita un post ad hoc: lo pubblichiamo nella mattinata in versione integrale), infine il party di DoubleClick con Lele Sacchi e Plugger Dj, perché non ci facciamo mancare niente (i creativi non son famosi per “lavorare” di notte?).

Dai vostri Adci Marines è tutto, buonanotte da Chiara e Matteo.

A domani (perché non è finita, eh!)


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#ItaliansFestival | day one_aftermath

Saviano in video, Testa & Guastini mano nella mano, un frenetico foyer e tante idee che finalmente attraversano libere il nostro italico cielo. What IF?

No, niente Chiambretti. Sono Lelio Semeraro e Matteo Tognocchi a condurre questo primo DopoIFestival, condensando in poche righe una intensissima serata a base di Spritz, birrette, caffè (amari) e – ma certo! – tanti, tanti spunti, che per raccontarli tutti gli ci vorrebbe un altro giro. O magari due. (ES)

Questi signori sono saliti sul palco mano nella mano #BestOfTheDay

IF può essere inteso in due modi: Interventi Freschi&Frizzanti che si sono succeduti nel primo giorno di Festival al Teatro Parenti e Immensa Fatica che ci vorrebbe per fare emergere la creatività in un paese come l’Italia. La giornata si è aperta con un contributo di Roberto Saviano (“La creatività è qualcosa che non ha una dimensione temporale, è uno spazio, è il nostro petrolio”), che ha preceduto i brevi speech di benvenuto di ADCIAssocom e Google.

Mentre sul wall del foyer prendeva forma il live painting di Luca Zamoc, nella Sala Grande si è iniziato a fare sul serio. Francesco Morace (Future Concept Lab) ha proposto alcune vie per valorizzare il talento italiano nel mondo facendo leva su un pe

nsiero artigianale. A seguire Michael Yapp (Google, The Zoo) ci ha fatto “vedere” le potenzialità della comunicazione digitale attraverso le sue lenti speciali, mentre Pete Blackshaw ha presentato la trasformazione digitale di Nestlé. Infine Rob Newlan (Facebook) ha ribaltato l’idea classica del marketing, mettendo al centro le persone e i loro bisogni reali: addvertising vs. advertising.

Dulcis in fundo, per far lavorare i muscoli non solo i neuroni, concerto inaugurale PLAID + MOGEES con sonorità minimal ed effetti video spettacolari.

Allora, ci vediamo domani?

Lelio Semeraro + Matteo Tognocchi

CREDITS: Le foto sono tratte dalla Facebook gallery di IF Italians Festival e da Google