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IF! ITALIANS FESTIVAL TORNA AL TEATRO FRANCO PARENTI

IF! ITALIANS FESTIVAL TORNA AL TEATRO FRANCO PARENTI DI MILANO DAL 26 AL 30 SETTEMBRE.

TEMA 2017: #SOVVERTIRE

La quarta edizione del Festival della Creatività organizzato e promosso da ADCI e ASSOCOM, in partnership con Google, proporrà quest’anno due giornate intere dedicate alla formazione, prima dell’apertura ufficiale al pubblico con l’opening del giovedì sera. Chiusura sabato 30 settembre con i prestigiosi ADCI Awards. 

Sovvertire. Rovesciare la visuale, ribaltare il paradigma. Cinema, moda, letteratura, musica, arti grafiche e visive per elaborare nuove connessioni, ispirare, educare e comunicare imprimendo nuova potenza relazionale ai brand, ai loro prodotti e servizi. Arte applicata e tecnologia per sovvertire il sistema e indicare la strada a una nuova generazione di creativi e di brand”.

È il manifesto dell’attesissima quarta edizione di IF! Italians Festival (www.italiansfestival.it), il più importante appuntamento italiano con la migliore creatività internazionale organizzato e promosso dall’Art Directors Club Italiano (www.adci.it) e ASSOCOM (www.assocom.org), in partnership con Google.

Dal 26 al 30 settembre, il Teatro Franco Parenti di Milano sarà per il quarto anno consecutivo la “casa” del Festival della Creatività che in questa edizione verterà il suo ricco e articolato programma intorno al tema #sovvertire.

Numerose le novità di questa edizione. A cominciare dal format dell’evento che si svilupperà su 5 giorni (uno in più rispetto al 2016) con le prime due giornate interamente dedicate alla formazione: martedì 26 con un focus specifico sul digitale e mercoledì 27 sulle arti applicate.

Mentre si segnala un nuovo ingresso nel Comitato Organizzatore di IF!: quello di Stefano Capraro che affianca Emanuele Nenna, Nicola Lampugnani, Alessandra Lanza e Davide Boscacci. 

IF! Italians Festival si avvale quest’anno di alcune collaborazioni eccellenti come quella di Marco Mancuso, critico, curatore e direttore di Digicult, nuovo consulente sui contenuti di cultura digitale del programma.

Insieme a Mancuso, si segnalano le conferme del creativo Francesco Guerrera, responsabile dell’immagine coordinata di IF! e del giornalista e project manager culturale Dino Lupelli (Elita), responsabile del programma Entertainment.

A gestire le attività di ufficio stampa anche quest’anno ci sarà un team di PR HUB, che si conferma partner dell’evento.

Il Festival della Creatività riserverà un doppio, imperdibile, appuntamento con il più importante riconoscimento alla migliore creatività italiana, gli ADCI Awards: l’IF! Short List Party con l’esposizione delle short list del premio durante l’opening ufficiale di giovedì 28 settembre, e l’atteso Show di premiazione che chiuderà la cinque giorni milanese nella serata di sabato 30 settembre. 

Per il quarto anno consecutivo, Google è vicino al mondo dei creativi italiani per promuovere la collaborazione tra creatività e tecnologia. Insieme a speaker d’eccezione, tra le attività in programma nella nuova edizione del festival sono già confermati i workshop sulle piattaforme Google, il premio “Best Use of YouTube” all’interno degli ADCI Awards, e una rassegna delle migliori campagne pubblicitarie 2017 su YouTube.

Per seguire il Festival sui canali digital:
Sito web: www.italiansfestival.it
Facebook: www.facebook.com/IFItaliansFestival
Twitter: twitter.com/IFItaliansFest (hashtag ufficiale #ItaliansFestival)
Instagram https://instagram.com/italiansfestival
YouTube https://www.youtube.com/italiansfestival

IF! Italians Festival
26-30 settembre 2017 – Teatro Franco Parenti – Milano 

Promoted by ADCI e ASSOCOM

Main Partner: Google

Organigramma:
Comitato Organizzatore: Emanuele Nenna, Nicola Lampugnani, Alessandra Lanza, Davide Boscacci e Stefano Capraro.
Consulente Contenuti Cultura Digitale: Marco Mancuso
Responsabile Entertainment: Dino Lupelli (Elita)
Immagine Coordinata: Francesco Guerrera
Fundraising: Valentina Eva Tosato (Ideal Comunicazione)
Ufficio Stampa: PR HUB (Assocom)
Comunicazione digital e social: We Are Social


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ADCI AWARDS 2016 – GRAND PRIX A NETFLIX / WE ARE SOCIAL PER NARCOS “PARLA COME EL PATRON”

La giuria presieduta da Katrien Bottez ha appena annunciato i vincitori degli ADCI AWARDS 2016, nella serata conclusiva di IF! Italians Festival.

I Premi Best Use Of Youtube sono andati a Wind “Una grande giornata” di Ogilvy & Mather e Tempo “Happy Tears” di DLVBBDO.

Per il 7 Days Brief – menzione d’onore per Gabriele Ciregia e Giulia Brugnoli.

“Sono davvero molto orgoglioso di questa edizione degli Awards. Abbiamo visto le giurie, impegnate anche in dibattiti animati, lavorare con passione per andare a fondo dei messaggi delle campagne presentate. Abbiamo visto davvero ottimi lavori che dimostrano come il nostro Paese sia pronto per alzare l’asticella.” ha dichiarato Vicky Gitto, Presidente ADCI. “La scelta di avere anche un cliente tra i giurati è significativa perché è sempre più importante creare un forte legame tra Agenzie e Cliente, in modo da lavorare in sinergia per lavori di qualità sempre crescente e in grado di raggiungere anche target internazionali. È arrivato il momento di osare, perché questa è la strada per la crescita delle realtà aziendali ed imprenditoriali e che può portare davvero all’evoluzione culturale del Paese”

ADCI AWARDS 2016 – METALLI (AGGIORNATO CON CATEGORIA ILLUSTRAZIONE)

Grazie a tutti! 


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ADCI AWARDS 2016 – SHORTLIST ***PRIMA EDIZIONE***

A pochissime ore dalla conclusione delle giurie degli ADCI Awards 2016 che si sono tenute oggi al Teatro Franco Parenti in Milano nel contesto di IF! Italians Festival III edizione, sotto la presidenza di Katrien Bottez, pubblichiamo la primissima versione delle shortlist.

Per eventuali segnalazioni,. vi preghiamo di scrivere a cfe@adci.it riportando semplicemente la categoria + la linea da rettificare con le relative modifiche.
La deadline garantita perché tali segnalazioni vengano recepite e inserite a credit per la serata di premiazione è domani, venerdì 8 ottobre, ore 18.

Grazie a tutti voi professionisti e agenzie che avete iscritto lavori, progetti e campagne; soci ADCI e amici di IF! che avete partecipato a questa serata di apertura; presidenti e giurati che avete dato vita a una giornata intensa e – come sempre – indimenticabile. In tutti i sensi :)

A domani, per IF! #ItaliansFestival Day 2.

ADCI AWARDS 2016 – SHORTLIST


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Maurizio Cattelan, Hall of Fame ADCI 2016

 

Sarà Maurizio Cattelan ad entrare nella “Hall Of Fame” dell’ADCI, in occasione della serata di Premiazione prevista al Teatro Parenti sabato 8 Ottobre in occasione di IF, Italian Festival.

L’ADCI ha deciso di conferirgli questo prestigioso riconoscimento sulla base di questa motivazione:

Maurizio Cattelan è autore di opere e azioni di forte impatto mass-mediatico ed è uno degli artisti che più ha influenzato l’immaginario contemporaneo su scala planetaria. Figura emblematica e controversa, è ‘il creativo’ italiano che più di ogni altro si è misurato con il potenziale totalizzante dell’era dei mass media utilizzandoli in una logica avanguardista. Come sottolinea Massimiliano Gioni: “In Cattelan i media fanno da cassa di risonanza alle sue leggende urbane e alla sua mitologia individuale. Alcune opere di Cattelan esistono solo nello spazio mediatico, come per esempio la campagna elettorale “Il tuo voto è prezioso, tienitelo” apparsa unicamente sui giornali. E tutte le sue opere vivono una specie di seconda vita o una serie infinita di vite nei media.” Per queste ragioni è un grande onore per noi includere Maurizio Cattelan nella Hall of Fame dell’ADCI

Maurizio Cattelan, il più quotato sul mercato tra gli artisti italiani viventi, nasce a Padova nel 1960. Vive e lavora tra Milano e New York

I personaggi che popolano il mondo di Cattelan, definito da ”Le Monde” il primo surrealista del terzo millennio, sono comparse di un teatro dell’assurdo: poliziotti ribaltati a testa in giù, animali impagliati che pendono dal soffitto, icone del potere derise pubblicamente, bambini meccanici che disturbano i visitatori. Il lavoro di Maurizio Cattelan simula e sovverte le regole della cultura e della società, in un continuo gioco di sconfinamenti e gesti di insubordinazione.

Stando a Nancy Spector – curatrice della personale che nel 2012 il Guggenheim dedicò al ribelle di Padova – “Per Maurizio Cattelan il sistema dell’arte funziona come il lettino dell’analista; è un non luogo in cui fare emergere derive, angosce e contraddizioni”.

By Stefania Siani


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SAVE THE DATE – IF Italians Festival 2016 Preview Party

Mercoledì 15 Giugno 2016 h. 20.00

ADCI e ASSOCOM in partnership con Google ti invitano alla Preview della terza edizione di IF! Italians Festival.

DOVE:     Piano B Square, Via Sannio 26, 20137 Milano

Special Exhibition: All That Eye Can See - Mostra fotografica di Guido Morozzi

R.S.V.P. info@adci.it

(la lista chiude alle ore 12:30 di mercoledì 15 giugno 2016)


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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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My ADCI Awards : la rivoluzione fatta col Papà

Mio padre è partito lui.
Mio padre vive in Africa da oltre dieci anni.
Mio padre. Da mio padre, non ho mai avuto il modo di andarci. Il tempo. La voglia.

Stacco.

Non è agli ADCI Awards che per la prima volta ho visto il film di Ogilvy & Mather per Wind.

Sono uno degli oltre uno su due che l’hanno condiviso alla prima view, due estati fa. Siamo otto milioni. E sono tanti i “kappa” che Wind ha investito su questa idea.
Questa è tecnicamente una rivoluzione: un budget considerevole, a cinque zeri, da un cliente tradizionalmente presente in tv e sui media classici, dedicato a un’idea digital first. Se vi pare un dettaglio, rileggete otto volte, poi fatevi un giro per capire che aria tira.

Certo, l’idea deve essere considerevolmente buona. E, a proposito di aria, parlerò fuori dai denti: sento un sacco di scoregge sul tema storytelling: una cosa che fa parte della natura umana da quando popolavamo le caverne che abbiamo trasformato nel santo graal dell’era del marketing-non-di-massa. Ma anche la storia del santo graal è una storia di uomini, non dell’oggetto in sé. Storytelling è una modalità che viene confusa con una cosa.
Questo film non si confonde: è la storia di due uomini. È narrazione pura. Mi parla attraverso un trattamento che spesso abbiamo il coraggio di utilizzare solo per certe campagne sociali. Non mi schiaffeggia col prodotto. Passa con naturalezza le sue informazioni di servizio sull’oggetto (i santissimi device & connettività) mentre (com-)muove con forza la mia parte emotiva. Forse la schiaffeggia. Con quella forza stemperata dall’affetto che solo un padre.

Stacco.

Tutte le (poche) volte che mio padre mi ha dato uno schiaffo, lo accompagnava con un “Ricordatelo!”.
“Papà” quest’anno vince tre ori, un Best Use of YouTube per i risultati eccezionali ottenuti sulla piattaforma di Google, e il Grand Prix dell’Art Directors Club Italiano. Ma soprattutto si presenta e vince con un 4′ pensato per il web, e sostenuto da un budget finalmente above-the-line, in una categoria (Film) tradizionalmente appannaggio di produzioni per la tv.

Ogilvy ha fatto la rivoluzione col Papà. Ricordatevelo.

Me, se mi cercate, sto organizzando un viaggio in Africa per parlare con un vecchio testardo cui mi son ricordato di voler bene.


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ADCI AWARDS 2015: DUE GRAND PRIX (BOOM) – BCUBE con CERES e OGILVY & MATHER con WIND

Wind “Papà” si aggiudica anche un Best Use of YouTube insieme a “Italy, The Extraordinary Commonplace” di Leo Burnett per ICE. Hall of Fame ADCI a Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di architettura e design del MoMA di New York. Il 7 Days Brief va a Valeria Camin e Valentina Ceccarelli. In questo post il PDF con tutti i metalli – i credit dettagliati prossimamente su questo blog. Faremo nomi e cognomi: siete avvisati ; )

GRAND PRIX ADCI 2015 – CERES, Agenzia BCUBE

GRAND PROX ADCI 2015 – WIND, Agenzia Ogilvy & Mather

ADCI AWARDS 2015 METALLI YT & GP Finale

Riceviamo e prontamente segnaliamo: i credit inizialmente attribuiti a “Red Lion Communications divisione Publicis” sono invece da attribuire a “Publicis Italia”. 


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ADCI AWARDS 2015 : LE SHORTLIST ***UPDATE 20:30***

Le giurie sono terminate ieri alle 23. Ecco tutte le shortlist. Per i metalli ci vediamo sabato ore 20 in Sala Grande al Teatro Franco Parenti.

IMPORTANTE
Alla serata finale avranno accesso prioritario (fino alle ore 21):
- Tutti i soci ADCI attivi (la lista completa è già nelle mani dell’organizzazione di IF e un invito è già stato inviato ieri ai nostri soci via eMail)
- Coloro i quali siano presenti in shortlist (salgono sul palco solo ori)

L’ingresso alla serata finale non richiede e non include il 3days-pass a pagamento necessario per partecipare alle attività di IF! precedenti la serata, ma solo l’accesso alla sala grande per la premiazione. Chi volesse godersi IF! può comunque sempre acquistare il pass al desk in teatro.

NOTA: Le shortlist sono presentate accorpate per giuria – l’update 20:30 tiene conto di del feedback in real time ricevuti finora (evidenziati in verde).

ADCI AWARDS 2015 SHORTLIST update 20_30


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Moleskine protagonista a IF! Italians Festival per salvaguardare la creatività “nell’era del rumore”

Nuovo content partner del Festival della Creatività organizzato e promosso da Adci e AssoCom insieme a Google, Moleskine porterà al Teatro Franco Parenti la sua case history unica di marca mondiale con sede in Italia, attraverso un viaggio dentro i processi creativi, tra strumenti analogici e digitali. L’inspiration talk di Maria Sebregondi, co-fondatrice di Moleskine, è in programma venerdì 6 novembre alle 17.00.  

Come si alimentano le idee? Come non perderle nell’info-obesità quotidiana? Come selezionare, curare, editare i contenuti che ci passano continuamente davanti agli occhi, le orecchie e la testa? Come salvare ciò che ha senso, dargli spazio per farlo crescere?
Sono alcune delle domande chiave che guideranno l’inspiration talk dal titolo “La creatività nell’era del rumore” curato da Maria Sebregondi, co-fondatrice di Moleskine, nuovo content partner di IF! Italians Festival.

Case history di marca arrivata alla notorietà globale quasi esclusivamente via word of mouth, Moleskine porterà al Teatro Franco Parenti la propria esperienza in fatto di processi creativi e strumenti per l’elaborazione delle idee.
Caso singolare nel mondo e silenziosa eccezione in un panorama di grande affollamento pubblicitario come quello italiano, Moleskine ha scelto toni di voce sussurrati come strumento per emergere dal rumore. “La saturazione informativa e pubblicitaria è tale – afferma Maria Sebregondi, co-fondatrice di Moleskine – che spesso il modo migliore per emergere è il silenzio o il sussurro. Poca comunicazione, con toni di voce pacati, che lasci spazio al pubblico.

Dal 5 al 7 novembre, inoltre, uno sketchnoter e un illustratore Moleskine racconteranno il Festival della Creatività di Adci e AssoCom attraverso illustrazioni e schizzi che saranno condivisi sui social con l’hashtag #moleskinestories. E tutti i partecipanti riceveranno gratuitamente uno speciale taccuino tascabile Moleskine personalizzato al momento con speciali timbri dedicati al festival, per annotarsi le idee e gli stimoli raccolti durante la tre giorni milanese.

Nata a Milano nel 1997, Moleskine (moleskine.com/it) ha il proprio pubblico naturale nei professionisti della comunicazione, dell’informazione, dei media, delle arti visive e audiovisive, del graphic design, industrial design e del web design, tra i pubblicitari e gli innovatori digitali: persone che ben conoscono l’importanza della fase offline nella formulazione di idee, quando si è liberi da distrazioni, lontani dal flusso dell’iper informazione, al riparo dalla tentazione del copia e incolla, magari in movimento, sospesi tra A e B, quando il cervello è più propenso all’elaborazione di nuove connessioni.

L’inspiration talk di Maria Sebregondi è in programma venerdì 6 novembre, alle ore 17.00,
nella Sala A del Teatro Franco Parenti di Milano.

Per maggiori informazioni:
Ufficio Stampa IF! Italians Festival
Alessandro Turchi – alessandro.turchi@thebignow.it
Annalaura Giorgio – annalaura.giorgio@elita.it
Teatro Franco Parenti, via Pier Lombardo, 14 – 20135 Milano