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Numb3r5 – Global YouTube Audience Study, Italy 2013

Google pubblica i numeri dell’audience di YouTube in Italia. Voi, se volete, con un’operazione di Ascii Art platonica ( ! ), potete ricavarne i volti.

Ho sempre preferito Aristotele a Platone. Che in filosofia è come dire: o Beatles o Rolling Stones. Tuttavia c’è un aspetto di Platone, che emerge per esempio nel Timeo, che mi è rimasto e faccio fatica a cancellare, per la semplice ragione che trova riscontro costante in molte esperienze comuni, per esempio quella professionale: la matematica è lo strumento necessario a passare dal piano della realtà quotidiana al piano della certezza scientifica. È la sintassi del mondo.

Ed ora, con un’operazione 2×1, consumando solo il 50% dei sei gradi di separazione disponibili per collegare qualsiasi cosa a un’altra, da Platone, passando per la matematica (il numero, l’aspetto quantitativo delle cose), arrivo a YouTube: la fotografia dell’audience delineata dalle numeriche di Google è, prima che interessante, utile. Scientificamente utile.
Utile soprattutto ai creativi, che possono così sostanziare con un grano di scienza la propria ispirazione — se mai un loro account ne sentisse la necessità ; ) Ma anche utile agli strategist, agli architetti di sistemi, ai coder che oggi (finalmente) popolano le file Adci.

Queste quantità regalano fondamento oggettivo alla nostra qualità, perché garantiscono il risultato, o almeno la sensatezza di un’idea, di una strategia, di un approccio, di una scelta. Ed è sul risultato, oggi più che mai (la Digital Age non è più il futuro, ma uno splendido quanto complesso presente), che costruiamo una relazione duratura con i brand che interpretiamo attraverso la nostra arte — la nostra Tèchne (Τέχνη), come l’avrebbe chiamata Platone.

Dieci chart, dieci fotografie di un’audience (anche le dida sono di Google). Non… vi sentite fortunati? (cit.)

ES

Watch movies in theaters : 40% | Attend live events: 21% | Dine out in restaurants: 60%

Go back and forth among different devices: 31%
Feel disconnected not having an internet enabled device available: 42%

YouTube users:
Buy electronics, gadgets, or other devices: 24%
Buy/Download digital music, movies, or books: 38%
Buy/Download apps for your smartphone or tablet: 60%

Non users:
Buy electronics, gadgets, or other devices 6%
Buy/Download digital music, movies, or books 9%
Buy/Download apps for your smartphone or tablet 33%

Rate products, services or restaurants online: 46%
First to try new products: 37%
Give advices to others: 48%
Tell others about beloved brands: 63%


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Il logo di Firenze

Giglio di FirenzePaola Manfroni, Vicepresidente dell’Art Directors Club Italiano, ha scritto nelle scorse settimane (15 luglio) all’Assessora per lo sviluppo economico del Comune di Firenze, la dottoressa Sara Biagiotti.

Gentile assessore Biagiotti ,
La contatto in merito al bando di concorso che il Comune di Firenze sta per lanciare per un logo che rappresenti la città.
Come Art Directors Club Italiano, associazione dei creativi pubblicitari italiani, vorremmo offrirle la nostra collaborazione per un confronto sulla stesura del brief e sulla gestione del concorso: i casi più recenti di simili iniziative hanno avuto risultati imbarazzanti e deludenti, suscitando proteste infinite tra i professionisti del settore. Il nostro mestiere, in particolare quello dei graphic designer, è uno tra i più colpiti dalla attuale crisi, soprattutto tra i giovani, e in Italia sta subendo una continua svalutazione: va trovata una via di mezzo tra i 200.000 euro del logo di Salerno e i 15.000 di quello di Firenze, ma soprattutto va capito che un logo non è un “disegnino” come riportato nell’articolo di Repubblica, ma un segno complesso che ha bisogno di guidelines applicative, cioè di un progetto serio e ampio, di professionalità ed esperienza; che un’idea potente non è la fulminazione di un minuto ma il risultato di anni di lavoro che si concentrano in un’intuizione duratura. Qui, in un intervento del nostro Presidente Massimo Guastini che ci legge in copia, può leggere per esempio come nacque il logo di New York:
http://blog.adci.it/riflessioni/dalla-lezione-morandi-a-quella-alemanno-passando-per-milton-glaser/

Il suo assessorato ha l’occasione di creare una best practice italiana, una caso emblematico che possa essere di ispirazione a tutte le amministrazioni del paese. Il logo di Firenze che vi accingete a selezionare può e deve essere considerato qualcosa di più del logo di una qualsiasi città: sarà infatti l’espressione contemporanea di quella creatività italiana che da secoli parte da Firenze per arrivare al mondo intero.

La nostra lunga storia, la rappresentatività dei nostri soci, e il manifesto deontologico che firmiamo e che le allego, fanno di ADCI un interlocutore super partes, il cui unico obiettivo è migliorare la qualità della creatività italiana nel settore della pubblicità e della grafica.
Nella speranza di trovare in lei la giusta sensibilità, le rinnoviamo tutta la nostra disponibilità per lavorare al fianco della amministrazione fiorentina affinché Firenze possa avere un grande logo, che tenga alta la reputazione creativa italiana nel mondo

Ringraziandola per l’attenzione, la saluto cordialmente

Paola Manfroni

Dopo due settimane di silenzio, Paola Manfroni ha fatto una telefonata di controllo. L’Assessora fa sapere, attraverso la sua segreteria, di avere ricevuto la lettera ma di non aver ritenuto sin qui necessario dare una risposta.

A chi in questo momento sta partecipando al “venghino venghino” su Zooppa, segnalo questa frase: L’inserimento nella “shortlist dei migliori” implica la cessione del diritto di esclusiva sulla proposta.

E non sottovalutate nemmeno questa indicazione, anch’essa riportata nel regolamento:

I contenuti non vincitori non potranno essere ceduti e/o riutilizzati per attività in diretta concorrenza* con le attività del Comune di Firenze.* attività commerciali e non esercitate dal comune di Firenze anche tramite appalti a terzi (quali a titolo meramente esemplificativo e non esaustivo attività di educazione per la prima infanzia; servizi ricreativi per bambini e giovani, attività sportive; attività culturali, servizi di informazione turistica, attività di promozione economica, nonchè per attività di produzione e commercio anche mediante attività di merchandising e licensing di prodotti legati all’immagine della città, contrassegno di qualità di eventi, luoghi, prodotti e servizi del del territorio e della città).

Poi. Se considerate quello che state facendo un lavoro, con il quale mantenervi, e non un passatempo o un argomento di conversazione, leggetevi queste due frasi:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro.

No, non sono frasi prese dal regolamento per il logo di Firenze. Sono contenute nella Costituzione Italiana. Il Comune di Firenze forse non le ha lette. Lo fanno molte pubbliche amministrazioni. Probabilmente tutte.
Se invece conoscono gli articoli 1 e 36 della nostra Costituzione, resta una sola spiegazione: non considerano i loghi un lavoro.

Chiunque accetti le “regole di partecipazione” del contest zooppa “brand per Firenze” sottoscrive il suo non essere un professionista andando a collocarsi tra i numerosissimi dilettanti con l’hobby per la grafica.


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“Parola di Art Director”, presentazione a Roma


MARTEDI’ 23 APRILE A ROMA
LIBRERIA FELTRINELLI
PIAZZA COLONNA 31/35 (Galleria Alberto Sordi) ORE 18: 00

Presentazione del libro
“Parola di Art Director”
di Daniele Ravenna.
59 art director italiani
attraverso testi, lavori, aforismi
e i ritratti realizzati da 13 giovani fotografe
e fotografi dell’Istituto Italiano di Fotografia.
Interviene Daniele Ravenna, curatore e autore del libro.


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Lettera aperta ai Grandi Manager della Pubblicità Italiana

Condivido questa lettera aperta, scritta con Annamaria Testa, perché sono socio fondatore di un’agenzia indipendente e considero improcrastinabile la necessità di riportare trasparenza in un settore ottenebrato dall’opacità.
Condivido questa lettera anche come copywriter e presidente dell’Art Directors Club Italiano. Perché penso che tutti i “creativi” (e non solo, ovviamente), soci e non soci, non possano fare a meno di porsi domande analoghe.
Ritengo che chiunque voglia continuare a considerarsi un professionista dovrebbe pretendere una risposta.

Cari colleghi,
una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.
Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi
1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia
2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente …ma quale professionista lavora gratis?
3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti
4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici
5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente
6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita
7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?
a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli
b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico
c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.
Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.

(Annamaria Testa – Massimo Guastini)


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Twitter cronaca dagli #Adciawads 2012

Oggi che anche a Cannes Twitter sta avendo un ruolo da protagonista, ecco i principali tweet circolati ieri sera e stanotte sulla premiazione degli ADCI Awards 2012. I link sono foto e istantanee della serata che è stata seguita da pochi ma buoni utenti anche dall’estero.

RT @KTTB: #adciawards. 236 bottiglie nel bagagliaio presidenziale. http://t.co/CCuUGm48

RT @KTTB: #adciawards trovato come risollevare il morale di J. Edgar Biffi http://t.co/JGAhEwG9

RT @ValentinaMaran: RT @matteorighi: A poche ore da #ADCIAwards, si dimette l’intero consiglio #ADCI http://t.co/6XPLzgzO

RT @claudianeri: @Adci mentre “gente normale” e “società civile” guarda la partita noi cani sciolti andiamo a vedere e ( ricevere) gli #adciawards

RT @giiiiigiiiii: #adciawards ciboooo http://t.co/E5Ny8ihR

RT @modbeat: “@giiiiigiiiii: #adciawards http://t.co/9dx5Reyx” i h8 u XD

RT @francescogrz: Mancano le tshirt xl per i soci “taglie comode”.. :) #adciawards

RT @paoladecorato65: Bella gioventù #artdirectorsclub #ADCIawards palazzina liberty Milano http://t.co/kO23Buvo

RT @lorenzini_luca: #adciawards http://t.co/FTnGzCkF

RT @marcodiotallevi: #adciawards teddisbanded malato! | Daniele dionisi e Alessandro izzillo a #adciawards http://t.co/IYEWph1d

RT @gabrieledepalma: RT @Iabicus: Astemio alla festa dell’Art Directors Club Italiano, come essere di colore a quella del Ku Klux Klan. #adciawards

RT @Iabicus: Astemio alla festa dell’Art Directors Club Italiano, come essere di colore a quella del Ku Klux Klan. #adciawards

RT @marcodiotallevi: #adciawards Laura sordi e angelo marino! http://t.co/KcqRYFEJ

RT @jorge_jimenez: RT @giiiiigiiiii: Bellissima campagna per #durex #adciawards http://t.co/7btDZ26c

RT @alessandromag: #ADCIAwards potete dire a quelli alti di mettersi dietro

RT @lorenzini_luca: #adciawards Due tettine d’oro, http://t.co/8uvsU0LN

RT @marcodiotallevi: #adciawards il cono di risarcimento http://t.co/m51ets7T

RT @ilagranato: #adciawards vi seguo da #Parigi

RT @francescogrz: #adciawards visto che c’è più gente fuori che dentro, la nomina del Grand Prix si fa fuori stile “habemus papam”.. :)

RT @maxgnocchi: #adciawards insider dalla premiazione: gli applausi a Durex erano registrati.

RT @kttb: #adciawards grand prix a Beauty of a second

RT @horacekidman: Premiazione #adciawards proclamazione del Grand Prix 2012: The beauty of a second Mont Blanc. http://t.co/xI5SL7J8 http://t.co/57FnbM6z

RT @maxgnocchi: #adciawards clamoroso: Massimo Guastini e’ un fake, in realta’ e’ Giovanni Pagano con il
costume di Paperoga. La premiazione e’ annullata.

RT @bcomebru: #ADCIawards Ho vinto un oro per l’abitino fluo :-)


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Behindsight. “Da TV a video, da Watch-Time a Screen-Time, da Youtube a YouTV?” #part1

Sono stato invitato dall’ADCI a scrivere su questo blog. E a scrivere con sufficiente regolarità, di sprone alla mia risaputa cialtroneria! Ho accettato l’invito con piacere e questa è la mia prima uscita. Il brief è stato: “scrivi quello che vuoi purché scrivi come uno strategic planner”.
“behind the hindsight, ovvero#behindsight //by Mr White”.
E’ questo il nome della rubrica che raccoglierà i miei post su questo blog. Una rubrica dedicata a tutti quelli, creativi e non, che vogliono passare da “con il senno di poi” a “se l’avessi saputo prima”. Naturalmente senza presunzione di onniscienza e con la timida fiducia di poter portare a contraddittorio dei lettori di questo blog, pensieri e riflessione sull’evoluzione del mercato in cui siamo profondamente immersi ogni giorno.

E adesso distruggetemi ;)

DA TV A VIDEO, DA WATCH-TIME A SCREEN-TIME, DA YOUTUBE A YOUTV #part1
Lo scorso dicembre appariva su questo blog un post intitolato “TV e Social Network: integrarli sarà più utile che contrapporli” in cui si presentavano i risultati di una ricerca e si discuteva delle implicazioni derivanti dalla convivenza di old-media, TV in primis da un lato, e new-media, Facebook e social network dall’altro.

Prendo liberamente spunto da quel post e da “streaming dreams” , un articolo molto interessante apparso recentemente su The New Yorker,  per allargare la conversazione a quello che mi sembra un hot topic del momento: re-inventare il futuro della televisione.

Pur non essendo un fan della televisione a priori, è mia opinione che nonostante le “gufate” che arrivano ogni giorno da più parti, la televisione non sia affatto morta. Prova ne è che continua a giocare un ruolo centrale nelle strategie dei brand, in quanto ritenuto media ineguagliato per reach e impatto. Esco infatti da più di una sala riunioni di grandi multinazionali, in cui giusto in queste settimane si confermava la centralità della TV quale “media più efficace per garantire copertura di target numericamente significativi”. Ma parimenti, in altre sale riunioni di altre grandi multinazionali, ho partecipato a discussioni sul  diffondersi e affermarsi di una nuova cultura  multimediale, “AV culture”, o cultura dell’Audio-Video e del “multiscreen entertainment”. Non c’è dubbio che al momento questi siano 2 universi paralleli e poco dialoganti, ma la collisione o osmosi che sarà, appare ormai prossima. Non penso che il futuro vedrà prevalere una sull’altra. Credo piuttosto in una contaminazione o addirittura convergenza delle due tendenze. Ma al contempo credo anche che la TV, per come la conosciamo e l’abbiamo sempre usata, stia correndo un grande rischio: quello di diventare rumore di fondo, piacevole accompagnamento ad altre attività più ingaggianti e d’intrattenimento che avvengono su altri schermi (computer, smartphone e tablet). Come accadde per la radio diversi anni fa, la centralità della televisione nei salotti delle case dei consumatori, potrebbe venire progressivamente meno, con l’inevitabile risultato di rendere questo mezzo sicuramente meno efficace di una volta, ma per questo non sacrificabile. Viene spontaneo quindi chiedersi come sarà la TV del prossimo decennio? E aggiungerei anche, dove la si guarderà? E che ruolo giocherà nel portafoglio di schermi a disposizione di ogni utente?

La TV non è morta e apparentemente neppure in crisi. Da più parti nel mondo, USA davanti a tutti, i dati dicono che il watch-time è cresciuto, passando addirittura da 4 a 5 ore al giorno per l’americano medio. Non solo: complessivamente è un media che vale 60 miliardi di dollari di investimenti pubblicitari worldwide. Ma se l’audience cresce e il billing rimane stratosferico, dove sta il problema? Se crisi non è, sarebbe però da ottusi non riconoscere le crescenti difficoltà di questo mezzo, che ne svuotano progressivamente il valore e il potenziale di performance. Innanzitutto la TV non è più l’unico screen a disposizione degli utenti, ma uno degli screen-device entertainment a disposizione, assieme a computer, smartphone e tablet. Non solo, ma rispetto ai bei tempi andati, la TV non è più capace di raccogliere audience veramente di massa: siamo passati dal 70-80% degli anni ’70, al 30% degli anni ’80-’90, al 6%-10% di oggi. Alcuni commentatori affermano inoltre che la TV non è mai stata di qualità e che la differenza rispetto ad oggi era semplicemente dovuta al fatto che in passato fosse l’unico schermo che i consumatori potessero guardare. Ma volendo azzardare un po’, dobbiamo riconoscere che la TV di oggi non è in grado di offrire un palinsesto e una programmazione di qualità, capace di fare la differenza nella scelta e nelle preferenze dei consumatori. Infine, fattore a mio parere importantissimo, la TV non è più l’unico media in grado di creare pop-culture, anzi, nuove generazioni di consumatori crescono all’ombra del web, scoprendo le loro welebrities su questi nuovi media: REAL ANNOYING ORANGE, SHANE DAWSON, MICHELLE PHAN solo per citare le più famose.

Ciononostante, la TV riesce ancora a trattenere davanti al suo schermo i consumatori per un tempo decisamente superiore a quello che gli stessi spendono sul web per il consumo di contenuti video:  22 minuti contro 3 minuti per ogni blocco di programmazione. E così facendo, genera revenue pubblicitarie esponenzialmente superiori ai cugini del digital.

Lo scollamento è evidente. La TV è un media non in crisi ma certamente in decadimento, ancora in grado di giocare un ruolo strategico pesante nelle strategie di comunicazione dei brand, seppure a svuotamento progressivo. Nel lungo periodo la sua efficacia relativa è crollata drasticamente. La questione prioritaria riguarda quindi non i numeri, ancora buoni e incoraggianti, ma l’approccio al mezzo e il cambio di attitudine che il mercato della comunicazione deve fare rispetto alla TV. L’agenda sul tema è estremamente aperta.

TO BE CONTINUED (la seconda parte, per non indurvi a gesti inconsulti, la troverete luendì 13 febbraio sempre su questo blog)

cover photo: made by Tom Lawrence