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ADCI AWARDS 2016 – GRAND PRIX A NETFLIX / WE ARE SOCIAL PER NARCOS “PARLA COME EL PATRON”

La giuria presieduta da Katrien Bottez ha appena annunciato i vincitori degli ADCI AWARDS 2016, nella serata conclusiva di IF! Italians Festival.

I Premi Best Use Of Youtube sono andati a Wind “Una grande giornata” di Ogilvy & Mather e Tempo “Happy Tears” di DLVBBDO.

Per il 7 Days Brief – menzione d’onore per Gabriele Ciregia e Giulia Brugnoli.

“Sono davvero molto orgoglioso di questa edizione degli Awards. Abbiamo visto le giurie, impegnate anche in dibattiti animati, lavorare con passione per andare a fondo dei messaggi delle campagne presentate. Abbiamo visto davvero ottimi lavori che dimostrano come il nostro Paese sia pronto per alzare l’asticella.” ha dichiarato Vicky Gitto, Presidente ADCI. “La scelta di avere anche un cliente tra i giurati è significativa perché è sempre più importante creare un forte legame tra Agenzie e Cliente, in modo da lavorare in sinergia per lavori di qualità sempre crescente e in grado di raggiungere anche target internazionali. È arrivato il momento di osare, perché questa è la strada per la crescita delle realtà aziendali ed imprenditoriali e che può portare davvero all’evoluzione culturale del Paese”

ADCI AWARDS 2016 – METALLI (AGGIORNATO CON CATEGORIA ILLUSTRAZIONE)

Grazie a tutti! 


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Maurizio Cattelan, Hall of Fame ADCI 2016

 

Sarà Maurizio Cattelan ad entrare nella “Hall Of Fame” dell’ADCI, in occasione della serata di Premiazione prevista al Teatro Parenti sabato 8 Ottobre in occasione di IF, Italian Festival.

L’ADCI ha deciso di conferirgli questo prestigioso riconoscimento sulla base di questa motivazione:

Maurizio Cattelan è autore di opere e azioni di forte impatto mass-mediatico ed è uno degli artisti che più ha influenzato l’immaginario contemporaneo su scala planetaria. Figura emblematica e controversa, è ‘il creativo’ italiano che più di ogni altro si è misurato con il potenziale totalizzante dell’era dei mass media utilizzandoli in una logica avanguardista. Come sottolinea Massimiliano Gioni: “In Cattelan i media fanno da cassa di risonanza alle sue leggende urbane e alla sua mitologia individuale. Alcune opere di Cattelan esistono solo nello spazio mediatico, come per esempio la campagna elettorale “Il tuo voto è prezioso, tienitelo” apparsa unicamente sui giornali. E tutte le sue opere vivono una specie di seconda vita o una serie infinita di vite nei media.” Per queste ragioni è un grande onore per noi includere Maurizio Cattelan nella Hall of Fame dell’ADCI

Maurizio Cattelan, il più quotato sul mercato tra gli artisti italiani viventi, nasce a Padova nel 1960. Vive e lavora tra Milano e New York

I personaggi che popolano il mondo di Cattelan, definito da ”Le Monde” il primo surrealista del terzo millennio, sono comparse di un teatro dell’assurdo: poliziotti ribaltati a testa in giù, animali impagliati che pendono dal soffitto, icone del potere derise pubblicamente, bambini meccanici che disturbano i visitatori. Il lavoro di Maurizio Cattelan simula e sovverte le regole della cultura e della società, in un continuo gioco di sconfinamenti e gesti di insubordinazione.

Stando a Nancy Spector – curatrice della personale che nel 2012 il Guggenheim dedicò al ribelle di Padova – “Per Maurizio Cattelan il sistema dell’arte funziona come il lettino dell’analista; è un non luogo in cui fare emergere derive, angosce e contraddizioni”.

By Stefania Siani


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THANKS ENZO IT’S A BIG FRIDAY

 

Ve lo avevamo già accennato.
Tante iniziative pronte per voi giovanotti dell’Italia creativa.
Dopo il 7daysBrief, ecco il Grande Venerdì di Enzo.
Sempre ad IF!, sempre con tanti Direttori Creativi alla ricerca di nuovi talenti, affamati di grandi idee.

Tirate fuori le p***### e i vostri portfolii e andatevi a prendere quella scrivania vuota che aspetta solo di essere occupata.

Che David Droga sia con voi e con il vostro Art o Copy.

Sarà una serata difficile ma per partecipare è davvero molto facile.
Cliccate qui.
In bocca al lupo!


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SAVE THE DATE – IF Italians Festival 2016 Preview Party

Mercoledì 15 Giugno 2016 h. 20.00

ADCI e ASSOCOM in partnership con Google ti invitano alla Preview della terza edizione di IF! Italians Festival.

DOVE:     Piano B Square, Via Sannio 26, 20137 Milano

Special Exhibition: All That Eye Can See - Mostra fotografica di Guido Morozzi

R.S.V.P. info@adci.it

(la lista chiude alle ore 12:30 di mercoledì 15 giugno 2016)


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Una Hall of Fame da Oscar.

Alla sua sesta nomination finalmente si aggiudica un Oscar.
No, non Di Caprio.

Siamo qui per celebrare un’eccellenza tutta italiana.

Grande Ufficiale dell’Ordine al merito della Repubblica italiana, Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte, Commendatore dell’Ordine al merito della Repubblica italiana. Non solo. Ha ottenuto nei giorni scorsi la stella sulla Walk of Fame, gli è stato dedicato un asteroide, detiene la seconda categoria nazionale negli scacchi.

Fatto ancor più sorprendente, è uno dei pochi uomini al mondo che si ricorda di ringraziare la moglie.

Ma, soprattutto, dal 1998 è membro della Hall of Fame dell’ADCI.

Signore e signori, il Maestro Ennio Morricone.

“Per quel che mi riguarda Morricone è il mio compositore preferito. E quando parlo di compositore non intendo quel ghetto che è la musica per il cinema, ma sto parlando di Mozart, di Beethoven, di Schubert.”, ha dichiarato Quentin Tarantino.

E il suo primo Oscar è arrivato proprio grazie al suo lavoro per l’ultimo film di Tarantino, The Hateful Eight.

A dire il vero un Oscar lo aveva già vinto nel 2007. Quello alla carriera.
Più che meritato, ma non abbastanza.

Dagli inizi con Sergio Leone, un sodalizio artistico destinato a fare la storia, alla collaborazione con Tornatore, le sue musiche sono state protagoniste dei migliori film. Ha anche composto per Cronenberg, De Palma, Malick, Argento, Bertolucci e molti altri.

Un’infinita tensione alla ricerca, per creare sempre qualcosa di nuovo. Anche a 87 anni.
“Ho scritto per Tarantino una musica che non avevo scritto mai. Ho cambiato strada. Quentin ha girato un western, ma io non potevo riallacciarmi a 50 anni fa, alla musica che facevo con Sergio Leone. Non volevo ripetermi e non avrei mai scritto una cosa già fatta nel passato. Ho detto, devo inventarmi un’altra scrittura.”.

L’Oscar alla carriera non era abbastanza, perché la sua carriera non è ancora finita. Morricone ha sempre cercato e accettato nuove sfide e non ha intenzione di fermarsi.
E ha appena vinto un Oscar. Ed è membro della Hall of Fame dell’ADCI. Per dire.

Alla domanda “Progetti per il futuro?” risponde: “Torno subito a Roma perché sto lavorando a un pezzo, ma non per il cinema. Un po’ di cambiamento ci vuole!”.

E allora, andiamo avanti.
La aspettiamo a IF!, Maestro.

 


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Dalla bella figura al design | Paola Antonelli, Hall of Fame ADCI 2015

Laudatio a cura di Till Neuburg

Nella lingua italiana, design è sinonimo di linea, forma, bellezza – una sorta di deus ex machina che nobilita un oggetto normale in un’alta testimonianza della modernità. Se invece vai a vedere come i dizionari anglosassoni definiscono questo vocabolo, salta fuori una parola molto più semplice e concreta: progettazione.

   Chi in giro per il mondo inventa, definisce, propone un oggetto, un sistema, un’idea produttiva, è niente di meno e niente di più di un progettista il quale – inevitabilmente – interagisce con la curiosità, l’estro, la tecnologia, l’energia, la società. Oltre a essere, in modo implicito, un ideatore, un artefice, un trasformatore, il designer è anche un insaziabile disseminatore di FAQ. Un sollevatore di pesi, misure e tante domande; un ossessivo cronista, spia e paparazzo culturale, che si agita ben oltre i fatidici Five Ws (Who, What, Where, When, Why). A lui interessa prima di tutto How.

   Ma, per raccontare il Magical Mystery Tour dal nostro far bella figura al design, facciamo un fast rewind – fino al giugno del 1989. Il giorno 5 di quel fatidico e prolifico mese, in un’enorme agorà di Pechino un giovanotto innescò un’ennesima Lunga Marcia, che avrebbe spinto un quinto della popolazione mondiale dai Libretti Rossi verso i carri armati e infine anche in direzione del consumismo, del profitto e dell’iPhone. Esattamente una settimana dopo, in un resort sciistico del Colorado, un altro giovanotto, un tantino più avanti negli anni, avrebbe messo sottosopra per sempre il tantra meneghino del disain. In occasione dell’«Italian Manifesto» all’International Design Conference di Aspen, il nostro Achille Castiglioni scombussolò allegramente l’immagine che le nostre riviste, cucine, poltrone, penne stilografiche, posacenere e automobili avevano disseminato nel Wonderland internazionale dell’estetica lavorativa e abitativa. Di fronte a una platea entusiasta, divertita e allibita, in appena dodici minuti quel matto ridicolizzò per sempre l’estetismo neo-milanese/brianzolo. (Da qualche mese, quell’evento è ora godibile anche su YouTube). Incurante di cosa avessero da dire o ridire i suoi numerosissimi ultrà di lingua inglese, il nostro figlio di Teti in armi verbali e gestuali, tranquillamente si esprimeva nell’idioma in uso in Piazza Castello 27. Tra i complici che facevano parte di quella spedizione propositiva, c’era praticamente tutto il gotha della Milano del design: Bellini, Cerri, Clemente, Colombo, Cutolo, De Lucchi, Giacomoni, Lupi, Magnago Lampugnani, Sacchi, Talarico, Viti. In mezzo a loro, c’era una tostissima e giovanissima interfaccia tra storia, didattica, giornalismo, ricerca, divulgazione e progettazione, di nome Paola Antonelli.

   Ridendo, scherzando e traducendo, la “nostra” Paola non solo se la cavò benissimo a gestire in modo competente e divertente quella lucida dissacrazione live, ma dimostrò da subito – per chi non l’avesse ancora capito – di che stoffa era fatta. Non certo di ricami verbali, teoremi damascati e riti triti e inamidati, ma della più cangiante texture che già allora era a portata di mente per chi amasse svolazzare lassù – nel rarefatto ma indissolubile intreccio tra competenza, passione, mobilità fisica, linguistica e mentale… and so on.

   Nata a Sassari e vissuta per pochi anni a Ferrara, Paola Antonelli era diventata una milanese doc. Non certo della Milano da succhiare, della rucola e della movida lungo gli Sbadigli, ma quella degli studi e del lavoro, del planning e dell’efficienza, dei viaggi e del diamoci da fare. A casa sua la cultura non si scriveva con la C maiestatis (come in Costituzione, Via Crucis, Carabinieri), ma con una semplice c – come in casa, capire, competenza, carriera (come ematologa quella di sua madre, nella chirurgia quella del padre).

   Da piccola sognava di fare la Valentina Tereskova che proprio nell’anno della nascita di Paola, era stata la prima donna a superare gli orizzonti terrestri della brava ragazza, della compagna obbediente, dell’alcova. Se oggi ci rallegriamo per il (fugace ma sagace) rientro della nostra Samantha Cristoforetti del design, festeggiamola con una standing ovation da Prima della Scala… che, mi auguro, s’interromperà solo quando anche il più giovane e ignaro creativo italiano avrà capito che non tutti i progetti per un futuro interessante nascono per forza a misura Duomo.

   Prima che, una ventina d’anni fa, Paola Antonelli spiccasse il volo stratosferico per il Museum of Modern Art, il suo curriculum era stato geograficamente a zigzag, ma dal punto di vista professionale sempre perfettamente lineare: dopo due anni poco felici alla Bocconi s’iscrive al Politecnico e si laurea in architettura; poi, esperienze di concept, layout e organizzative per mostre di design in Italia, in Francia e in Giappone lavorando con Italo Lupi, Giulio Castelli, Paolo Viti, Achille Castiglioni, Pierluigi Cerri; segue qualche esperienza con la Triennale di Milano; approda infine all’UCLA (University of California Los Angeles) dove insegna per quasi quattro anni. Durante uno dei suoi tanti voli tra le due coste americane legge un annuncio con il quale il MoMA cerca una persona adatta per fare l’assistant curator per iniziative espositive; lei si ritiene adatta e i capi del museo la pensano allo stesso modo. Affare fatto.

   Tutto qui? Nemmeno per sogno. Dopo essere diventata Curator, Senior Curator e infine anche Direttore Ricerca e Sviluppo del Museo, oggi insegna alla Harvard Graduate School of Design, ha già svolto ben tre magnifiche conferenze TED (Technology Entertainment Design), partecipa regolarmente al World Economic Forum di Davos. Tra le sue centinaia di lezioni, master, interviste, premiazioni e speech per sigle come BaseNow, BBC World News, Wired, Big Think, Design Boom, Hyperallergic, MIT Media Lab, PopTech, Seed, Sensorium, Meet the Media Guru (a Milano)… e decine e decine di altre presenze pubbliche, nel 2011 il primo e più prestigioso Art Directors Club del mondo, quello di New York, la elegge nella sua Hall of Fame motivando la induction con queste semplici parole: “Attraverso le sue mostre, lezioni e contributi scritti, si batte per promuovere una più profonda comprensione dell’influenza trasformativa e costruttiva del design sul mondo”.

   È una motivazione che noi dell’ADCI non solo sottoscriviamo con caratteri cubitali, ma evidenziamo col marker pink fosforescente più accecante che si possa trovare in giro per Milano. In quella nobile bacheca newyorchese – che ha per logo nientemeno che la firma di Albrecht Dürer – Paola si trova in compagnia di gente come Richard Avedon, Saul Bass, Herbert Bayer, Bill Bernbach, Alex Bogusky, Leo Burnett, A.M. Cassandre, Lee Clow, Walt Disney, David Droga, Charles Eames, Steven Frankfurt, Milton Glaser, John Hegarty, Jim Henson, Helmut Krone, Annie Leibovitz, George Lois, Herb Lubalin, Nicholas Negroponte, Shirley Polykoff, Joe Pytka, Paul Rand, Norman Rockwell, Joe Sedelmaier, Ben Shahn, Art Spiegelman, Andy Warhol, Dan Wieden… e di altri due italiani: Giorgio Soavi e Massimo Vignelli.

   Ormai lo capiscono anche dalle nostre parti che Paola Antonelli non è solo una donna di mondo, ma qualcosa di dannatamente più seducente e inquietante: una sorta di TomTom culturale, una donna-drone che si agita e s’innalza in ambienti sempre on the edge, preferibilmente mimetici, multimediali, virali. Fa sorridere che questa infographic novel sia iniziata in una Milano dove sotto i ricordi del Derby Club, del Santa Tecla, dei cinema di Prima, Seconda e Terza visione, del Premio Bagutta, della Grande Inter e di Carosello, c’era ancora scritto un virtuale “Vernice fresca!” Il design meneghino era coniugabile solo se faceva rima con sigle tipo Danese, De Padova, Brionvega, Fratelli Nava, Fiorucci, Pedano, Ottagono, Casabella, Electa, Umanitaria, Piccolo Teatro, Unimark e, last but never lost: ADI e Compasso d’Oro. Tutti nomi, sigle e identità che si trastullavano di preferenza in una Milano più benedetta dai danee, che autenticamente e semplicemente bene. I rari outsider che di quel bon ton sostanzialmente radical chic se ne fregassero allegramente (Castiglioni, Del Buono, Dorfles, Munari, Soavi, Trischitta) giocavano di preferenza a tutto campo, spesso fuori ruolo, dribblando – se erano in giornata – qualche volta persino sé stessi. La sella da trattore, Krazy Kat, il Kitsch, i gesti italici delle mani, il cane con la Valentina, la mostra itinerante Exhibit… non rientravano certo nel decalogo del formato DIN A4, dell’Helveticatondochiarocorpodieci, della sezione aurea da vecchio PCI.

   C’era in giro un clima ossessivamente e pedissequamente nordico, un po’ da regime Victorinox, da norme DIN, da Leica, Bauhaus e prodotti Braun, che con tutta evidenza non giovava più al metabolismo di una giovane studiosa la quale era ormai già atterrata, non solo con la testa, lontano dalla Malpensa: prima a L.A. e poi a NYC.

   Quell’enorme provincia chiamata U.S.A. non era (e non è) solo il Big Country dello Star Spangled Banner, dell’Apple Pie e dell’American Dream. In alcuni isolotti di nome Frisco, Seattle, L.A., Miami, Boston e NYC., di quando in quando scoppiettano dei popcorn che qui da noi si possono sentire, vedere e gustare al massimo nel web o in qualche multisala dell’immaginazione. I Beatniks, il Grunge, la Wieden & Kennedy, la HP e la Apple, Google, Crispin Porter+Bogusky, il BeBop, Woody Guthrie e Bob Dylan, la DDB di Bill Bernbach, tutta l’epopea della Pop Art, la Juilliard School, Woody Allen (e potremmo andare avanti per almeno altre venti righe)… sono proprio il Dark Side of the Moon di un paese dove, nonostante Nixon, il KuKluxKlan e Dianetics, “succedono” le cose che qui non capiteranno mai.

   L’Italia (prima durante il Boom, poi ai tempi del Milione di posti di lavoro e oggi con i pimpanti venditori del nulla nei sempre più anoressici toksciò) non ce l’avrebbe mai fatta ad affidare a una “donna sola al comando” le sorti comunicazionali del più importante museo d’arte del paese. Al MoMA, oltre a organizzare mostre di rilevanza epocale, la Antonelli si occupa anche di come orientare il traffico di chi frequenta quel posto facendo surfing sul web. Interpellata da Vittorio Zincone su cosa pensasse di questo nostro inamovibile specchietto retrovisore per allodole, per pavoni, gufi, corvi, avvoltoi e pappagalline di ogni inimmaginabile colore, Paola Antonelli non si tira indietro: «Diciamolo: in Italia la mia è una generazione persa. Non ha possibilità di affiorare. La generazione prima, quella dei sessantenni, non molla l’osso. Hanno messo un tappo. Per motivi di età e di sesso: nessuno mi avrebbe nominato curatrice a trent’anni, come è successo al MoMA, e malgrado le mille conquiste, in Italia la disparità tra uomini e donne è ancora assurdamente tangibile».

   Ne sappiamo qualcosa persino noi, che l’abbiamo eletta in questa defilata ma combattiva Hall of Fame. A partire dal lontano 1990 (quando nacque la galleria dei nostri eroi) fino al 1999, in nove lunghi anni la proporzione tra fiocchi azzurri e quelli rosa era stata di 47 a 1 (q-u-a-r-a-n-t-a-s-e-t-t-e-a-u-n-o!!!). La prima Eva che avevamo cacciato nel Paradiso della nostra pubblicità, si chiamava nientemeno che Fernanda Pivano (un’italiana che, con il suo infinito amore per i grandi scrittori statunitensi, i poeti beat e infine gli autori postmoderni, ci aveva insegnato che, dopo Cristoforo Colombo, l’America avremmo dovuto scoprirla come minimo una seconda volta). Piombammo poi in un altro letargo novennale prima di eleggere, nel 2012, Annamaria Testa. Nel 2013, con Giovanna Cosenza a Lorella Zanardo, riuscimmo finalmente a completare il nostro primo poker d’assi al femminile.

   Ora, nel 2015, quell’irrequieto quartetto femminile si tramuta finalmente in un Batti il cinque che non solo coinvolge tutte quante le nostre dieci dita (clapclapclap), ma segna anche il numero dei continenti, il pentagramma, la quintessenza… e, prima ancora, l’accesso al MoMA all’angolo con la Fifth Avenue, che di netto taglia in due la città più vitale, ricca, stimolante del pianeta. Cara Paola, come è possibile che lì da te, le italiane e gli italiani con il pepe sotto il sedere ce l’abbiano fatta a smuovere persino le routine testardamente W.A.S.P. della nazione più potente del pianeta, mentre qui da noi a malapena riusciamo a salvare il salvabile del nostro paesaggio, del nostro cibo, della bellezza intesa – appunto – come “linea”, “estetica”, “far bella figura”?

   Com’era possibile che per eccellere nella scienza, nel cinema, e persino nella musica e nell’arte, ai vari Frank Capra, Enrico Caruso, Leo Castelli, Renato Dulbecco, Federico Faggin, Enrico Fermi, Giancarlo Menotti, Rita Levi-Montalcini, Tina Modotti, Rodolfo Valentino, bastasse abbandonare la loro terra per trovare Lamerica dei loro sogni a migliaia di chilometri a ovest, oltreoceano, nel versante estremo dell’Occidente? Sarà un caso che “la vita bella” e “la grande bellezza” del nostro vivere day-by-day siano ancora saldamente intrecciati con il finto, l’ignoranza, le bugie e il kitsch? Come tutti sappiamo “far bella figura” è prima di tutto un segnale di panico e di sottomissione, un’esortazione alla messinscena, un autentico must dei perdenti. Ma è un pensiero che fa talmente parte del nostro DNA culturale, che di fatto è un’espressione gergale intraducibile. Per spiegare a un norvegese, cinese o americano cosa significa questo ghirigoro concettuale, dovremmo scomodare Tullio De Mauro, Umberto Eco e forse persino Roberto D’Agostino. Pare che, in senso reverse, da noi il vero significato della parola design, sia altrettanto intraducibile. Da qui, una domanda semplice e secca: Come mai, per un occhio attento alle vicende visive italiane, i titoli delle seguenti mostre inventate tutte da Paola Antonelli sembrano così inconsueti, curiosi, diversi?

            -  Mutant Materials in Contemporary Design (1995)

            -  Open Ends (2000)

            -  Workspheres (2001)

            -  Humble Masterpieces (2004)

            -  Design for the Real World (2006)

            -  Safe: Design Takes on Risks (2006)

            -  Design and the Elastic Mind (2008)

            -  Rough Cut: Design Takes a Sharp Edge (2008)

            -  Action! Design Over Time (2010)

            -  Talk to Me: Design Between People and Objects (2011)

            -  Standard Deviations: Types and Families in Contemporary Design (2011)

            -  Design and Violence (2015)

   Come si vede, quasi sempre vi compare anche la keyword design. Invece i lemmi beautiful, look, taste, shape, figure, pleasant, non appaiono mai. Il design che ha in mente Paola Antonelli è evidentemente molto più avanti rispetto a questa gamma di valori. Tutto qui.

   Un Tutto e un Qui piuttosto rilevanti, mi sa. Non credo che la nostra festeggiata sia particolarmente attratta dai canoni che guidano la genesi e i consumi nel nostro luxury design, ma piuttosto dal fatto che, per esempio, per condire la pasta con qualche colpo di grattugia di Genuine Italian Parmisan non dobbiamo compiere una trasferta chilometrica da Peck, da Eataly o da qualche gioielliere di slow food, ma basta che facciamo un salto nel negozietto sotto casa. Tutto il contrario di quanto succede nella New Amsterdam dei nostri giorni. Cosa sia (e sarà) il nostro design, forse dobbiamo ancora scoprirlo – senza scomodare sempre e solo la sezione aurea, l’Helvetica, il quadrilatero della moda, il Salone del Mobile, la Lambretta e il Compasso d’Oro.

   Senza smentire le nobili radici della nostra reputazione estetica, per Paola Antonelli il nostro vero design sta altrove.Nella socialità, nei conflitti tra materia e pensiero, in un nuovo div-ismo tra divertimento, divulgazione e diversità. In una parola: in noi stessi e nel futuro che stiamo annusando pure noi – i cani tartufo della comunicazione aka art director e copywriter.

   Bentornata Paola, è bello sapere che ci sei. A New York City. In giro per il mondo. Qui.


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My ADCI Awards : la rivoluzione fatta col Papà

Mio padre è partito lui.
Mio padre vive in Africa da oltre dieci anni.
Mio padre. Da mio padre, non ho mai avuto il modo di andarci. Il tempo. La voglia.

Stacco.

Non è agli ADCI Awards che per la prima volta ho visto il film di Ogilvy & Mather per Wind.

Sono uno degli oltre uno su due che l’hanno condiviso alla prima view, due estati fa. Siamo otto milioni. E sono tanti i “kappa” che Wind ha investito su questa idea.
Questa è tecnicamente una rivoluzione: un budget considerevole, a cinque zeri, da un cliente tradizionalmente presente in tv e sui media classici, dedicato a un’idea digital first. Se vi pare un dettaglio, rileggete otto volte, poi fatevi un giro per capire che aria tira.

Certo, l’idea deve essere considerevolmente buona. E, a proposito di aria, parlerò fuori dai denti: sento un sacco di scoregge sul tema storytelling: una cosa che fa parte della natura umana da quando popolavamo le caverne che abbiamo trasformato nel santo graal dell’era del marketing-non-di-massa. Ma anche la storia del santo graal è una storia di uomini, non dell’oggetto in sé. Storytelling è una modalità che viene confusa con una cosa.
Questo film non si confonde: è la storia di due uomini. È narrazione pura. Mi parla attraverso un trattamento che spesso abbiamo il coraggio di utilizzare solo per certe campagne sociali. Non mi schiaffeggia col prodotto. Passa con naturalezza le sue informazioni di servizio sull’oggetto (i santissimi device & connettività) mentre (com-)muove con forza la mia parte emotiva. Forse la schiaffeggia. Con quella forza stemperata dall’affetto che solo un padre.

Stacco.

Tutte le (poche) volte che mio padre mi ha dato uno schiaffo, lo accompagnava con un “Ricordatelo!”.
“Papà” quest’anno vince tre ori, un Best Use of YouTube per i risultati eccezionali ottenuti sulla piattaforma di Google, e il Grand Prix dell’Art Directors Club Italiano. Ma soprattutto si presenta e vince con un 4′ pensato per il web, e sostenuto da un budget finalmente above-the-line, in una categoria (Film) tradizionalmente appannaggio di produzioni per la tv.

Ogilvy ha fatto la rivoluzione col Papà. Ricordatevelo.

Me, se mi cercate, sto organizzando un viaggio in Africa per parlare con un vecchio testardo cui mi son ricordato di voler bene.


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What IF! la smettessimo di lamentarci? – Un pensiero.

Si è conclusa sabato sera la seconda edizione di IF! Italians Festival.

Tre giorni densi di creatività allo stato puro, ospiti da tutto il mondo, discorsi illuminanti.
Tre giorni di saluti baci e strette di mano. Di gente che non vedevi da tempo e che ti ha fatto piacere riabbracciare, di persone che avresti preferito evitare e di strani esseri che parlavano per ore chiamandoti con dei nomignoli di grande intimità mentre dentro di te una sola domanda: “ma questo chi minchia è?”.

Tre giorni quasi perfetti, mancavano solo i Marò.

Bene, in questi tre giorni non ho mai sentito nessuno, e ho ascoltato molto, chiedere: “Come stai?”.
Un come stai sincero, intendo. Un come stai che se fosse la scena di un brutto film sarebbe il viso paonazzo di un bambino col fiatone che puntandoti contro la sua felicità ti chiede: “Quante cose belle ti stai schiacciando negli occhi in questo Festival?”.

No.

Le domande ricorrenti erano sostanzialmente 3:
-       Dove lavori adesso?
-       Perché non ti licenzi?
-       Perché non ci licenziamo da ‘sta merda e andiamo ad aprirci un chiosco di banane?

Questa cosa delle banane che dicono tutti, poi, mi ha sempre incuriosito molto. Ma mai quanto le risposte più o meno standard a queste domande.
-       Lavoro sempre nel solito inferno, ma appena riesco me ne vado.
-       Io valgo molto di più della merda che devo fare tutti i giorni.
-       Guarda, parliamo d’altro perché il lavoro mi rovina già abbastanza le giornate, dai.

Sarò solo una piccola fiammiferaia con l’ambizione del tedoforo, ma davvero non capisco questo atteggiamento.

Faccio questo lavoro solo da pochi anni e ne sono innamorata, è vero. È vero anche che ogni volta che dico questa cosa mi si guarda come se fossi un’Anna dai capelli rossi un po’ scema.
E io odio Anna dai capelli rossi.
Ma con una logica da cinquenne sarei intervenuta nell’80% dei discorsi rispondendo con un candido: “Non ti piace questo lavoro? Mollalo.”.
Oppure “Fai un po’ quello che ti pare ma smettila di lamentarti”. Purtroppo quest’ultima è una cosa molto difficile da dire a persone che amano tanto sentire il suono della propria voce.

Eh sì, perché se è vero che c’è grossa crisi e le risposte dentro di noi sono tutte sbagliate, dubito la soluzione sia nelle stesse bocche che ruttano ego e lamentele poco costruttive.

Ma in questi tre giorni ho anche visto una cosa straordinaria. Non una soluzione, ma una proposta. Molte proposte. Idee, discorsi, tentativi concreti di ripartire da dove siamo e farlo con nuovo entusiasmo.

IF! è il modo migliore per smetterla di lamentarsi che mi sia mai capitato di vedere.
È una demo di proattività. È il brief delle 19,30 del venerdì prima delle ferie estive. Una grande opportunità che tutti hanno paura di cogliere. Ma poi qualcuno lo fa, perde ferie, weekend, ore di sonno, anni di vita, realizza un progetto incredibile e vince.

E vinciamo tutti.


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ADCI AWARDS 2015 – Breve resoconto

Ecco un breve resoconto di cosa è accaduto durante la cerimonia di premiazione degli ADCI Awards: i ragazzi di BCube hanno spaccato i culi.

Ore 20.45. Il pubblico di IF! viene fatto accomodare in Sala Grande. Sullo schermo, un conto alla rovescia scandisce i secondi mentre le persone si riversano sulle poltroncine. La folla freme, sgomita. La confusione aumenta. Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, selfie di gruppo e di nuovo abbracci. Vanna Marchi sta cercando di smerciare le 800.000 Volkswagen che non hanno superato il test. Oliviero continua a dichiararsi l’unico vero direttore creativo presente in sala. Le luci rosse del palco accecano senza pietà gli spettatori, che arrancano con difficoltà verso gli ultimi posti rimasti. Lo scompiglio aumenta. Tante facce felici. Tanta frenesia.

Quando lo spettacolo inizia, la temperatura percepita si aggira intorno ai 30°. La sala del Parenti scoppia d’energia. C’è grande aspettativa. C’è voglia di vedere della bella pubblicità. E per fortuna la bella pubblicità non tarda a farsi vedere. Ogni volta che Lele Sacchi annuncia l’oro di categoria, il pubblico non si risparmia in applausi, urla e altre manifestazioni d’apprezzamento di svariata natura. Ma quant’è bello vedere salire sul palco i creativi più giovani? Sarebbe meraviglioso vederne salire ancora di più.

La cerimonia si conclude con il presidente Guastini che annuncia i due Grand Prix.

Da una parte Ogilvy & Mather con Wind. Un video intenso e poetico che arriva dritto al cuore, con il quale il brand fa un passo indietro, si avvicina ai più autentici sentimenti umani e con grande eleganza prende le distanze da una tecnologia sempre più pervasiva.

Dall’altra parte BCube. Ceres c’è e attraverso una strategia che è già considerata best practice in ambito social, non ha paura di esprime la propria opinione sui fatti di cronaca italiana e internazionale. Grazie a una creatività sempre ironica, istantanea, costante e dissacrante, per Ceres non esiste argomento troppo spinoso o notizia troppo distante dal brand per parlare (e far parlare) ancora una volta di sé.
Si tratta del primo Grand Prix vinto da un’agenzia grazie a un piano editoriale e una strategia social. Possiamo dire che BCube con questo progetto abbia dato un nuovo valore e una nuova centralità a un mezzo che solitamente nelle presentazioni fino a poco tempo fa finiva etichettato sotto la categoria Collateral o Altre declinazioni?
Sono convinto che questa case dovrebbe essere sottoposta all’attenzione di tutte quelle aziende che si ostinano a non destinare adeguate risorse ed energie alla comunicazione digitale e social. Sono convinto che la strategia portata avanti da Ceres dovrebbe essere non il singolo eclatante caso nazionale, ma un approccio molto più diffuso e consolidato tra i brand presenti online.

I ragazzi di BCube ci hanno dimostrato che la creatività bella, senza compromessi e divertente in Italia è ancora possibile, e non può essere ignorata.

Per dirla con le parole di Ceres, la pubblicità ha bisogno di eroi così.


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ADCI AWARDS 2015: DUE GRAND PRIX (BOOM) – BCUBE con CERES e OGILVY & MATHER con WIND

Wind “Papà” si aggiudica anche un Best Use of YouTube insieme a “Italy, The Extraordinary Commonplace” di Leo Burnett per ICE. Hall of Fame ADCI a Paola Antonelli, curatrice del dipartimento di architettura e design del MoMA di New York. Il 7 Days Brief va a Valeria Camin e Valentina Ceccarelli. In questo post il PDF con tutti i metalli – i credit dettagliati prossimamente su questo blog. Faremo nomi e cognomi: siete avvisati ; )

GRAND PRIX ADCI 2015 – CERES, Agenzia BCUBE

GRAND PROX ADCI 2015 – WIND, Agenzia Ogilvy & Mather

ADCI AWARDS 2015 METALLI YT & GP Finale

Riceviamo e prontamente segnaliamo: i credit inizialmente attribuiti a “Red Lion Communications divisione Publicis” sono invece da attribuire a “Publicis Italia”.