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My ADCI Awards : la rivoluzione fatta col Papà

Mio padre è partito lui.
Mio padre vive in Africa da oltre dieci anni.
Mio padre. Da mio padre, non ho mai avuto il modo di andarci. Il tempo. La voglia.

Stacco.

Non è agli ADCI Awards che per la prima volta ho visto il film di Ogilvy & Mather per Wind.

Sono uno degli oltre uno su due che l’hanno condiviso alla prima view, due estati fa. Siamo otto milioni. E sono tanti i “kappa” che Wind ha investito su questa idea.
Questa è tecnicamente una rivoluzione: un budget considerevole, a cinque zeri, da un cliente tradizionalmente presente in tv e sui media classici, dedicato a un’idea digital first. Se vi pare un dettaglio, rileggete otto volte, poi fatevi un giro per capire che aria tira.

Certo, l’idea deve essere considerevolmente buona. E, a proposito di aria, parlerò fuori dai denti: sento un sacco di scoregge sul tema storytelling: una cosa che fa parte della natura umana da quando popolavamo le caverne che abbiamo trasformato nel santo graal dell’era del marketing-non-di-massa. Ma anche la storia del santo graal è una storia di uomini, non dell’oggetto in sé. Storytelling è una modalità che viene confusa con una cosa.
Questo film non si confonde: è la storia di due uomini. È narrazione pura. Mi parla attraverso un trattamento che spesso abbiamo il coraggio di utilizzare solo per certe campagne sociali. Non mi schiaffeggia col prodotto. Passa con naturalezza le sue informazioni di servizio sull’oggetto (i santissimi device & connettività) mentre (com-)muove con forza la mia parte emotiva. Forse la schiaffeggia. Con quella forza stemperata dall’affetto che solo un padre.

Stacco.

Tutte le (poche) volte che mio padre mi ha dato uno schiaffo, lo accompagnava con un “Ricordatelo!”.
“Papà” quest’anno vince tre ori, un Best Use of YouTube per i risultati eccezionali ottenuti sulla piattaforma di Google, e il Grand Prix dell’Art Directors Club Italiano. Ma soprattutto si presenta e vince con un 4′ pensato per il web, e sostenuto da un budget finalmente above-the-line, in una categoria (Film) tradizionalmente appannaggio di produzioni per la tv.

Ogilvy ha fatto la rivoluzione col Papà. Ricordatevelo.

Me, se mi cercate, sto organizzando un viaggio in Africa per parlare con un vecchio testardo cui mi son ricordato di voler bene.


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ADCI AWARDS 2015 – Breve resoconto

Ecco un breve resoconto di cosa è accaduto durante la cerimonia di premiazione degli ADCI Awards: i ragazzi di BCube hanno spaccato i culi.

Ore 20.45. Il pubblico di IF! viene fatto accomodare in Sala Grande. Sullo schermo, un conto alla rovescia scandisce i secondi mentre le persone si riversano sulle poltroncine. La folla freme, sgomita. La confusione aumenta. Baci, abbracci, strette di mano, pacche sulle spalle, selfie di gruppo e di nuovo abbracci. Vanna Marchi sta cercando di smerciare le 800.000 Volkswagen che non hanno superato il test. Oliviero continua a dichiararsi l’unico vero direttore creativo presente in sala. Le luci rosse del palco accecano senza pietà gli spettatori, che arrancano con difficoltà verso gli ultimi posti rimasti. Lo scompiglio aumenta. Tante facce felici. Tanta frenesia.

Quando lo spettacolo inizia, la temperatura percepita si aggira intorno ai 30°. La sala del Parenti scoppia d’energia. C’è grande aspettativa. C’è voglia di vedere della bella pubblicità. E per fortuna la bella pubblicità non tarda a farsi vedere. Ogni volta che Lele Sacchi annuncia l’oro di categoria, il pubblico non si risparmia in applausi, urla e altre manifestazioni d’apprezzamento di svariata natura. Ma quant’è bello vedere salire sul palco i creativi più giovani? Sarebbe meraviglioso vederne salire ancora di più.

La cerimonia si conclude con il presidente Guastini che annuncia i due Grand Prix.

Da una parte Ogilvy & Mather con Wind. Un video intenso e poetico che arriva dritto al cuore, con il quale il brand fa un passo indietro, si avvicina ai più autentici sentimenti umani e con grande eleganza prende le distanze da una tecnologia sempre più pervasiva.

Dall’altra parte BCube. Ceres c’è e attraverso una strategia che è già considerata best practice in ambito social, non ha paura di esprime la propria opinione sui fatti di cronaca italiana e internazionale. Grazie a una creatività sempre ironica, istantanea, costante e dissacrante, per Ceres non esiste argomento troppo spinoso o notizia troppo distante dal brand per parlare (e far parlare) ancora una volta di sé.
Si tratta del primo Grand Prix vinto da un’agenzia grazie a un piano editoriale e una strategia social. Possiamo dire che BCube con questo progetto abbia dato un nuovo valore e una nuova centralità a un mezzo che solitamente nelle presentazioni fino a poco tempo fa finiva etichettato sotto la categoria Collateral o Altre declinazioni?
Sono convinto che questa case dovrebbe essere sottoposta all’attenzione di tutte quelle aziende che si ostinano a non destinare adeguate risorse ed energie alla comunicazione digitale e social. Sono convinto che la strategia portata avanti da Ceres dovrebbe essere non il singolo eclatante caso nazionale, ma un approccio molto più diffuso e consolidato tra i brand presenti online.

I ragazzi di BCube ci hanno dimostrato che la creatività bella, senza compromessi e divertente in Italia è ancora possibile, e non può essere ignorata.

Per dirla con le parole di Ceres, la pubblicità ha bisogno di eroi così.


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CANNES 2015. La lotteria della long list e l’ipocrisia dei brand.

E dopo un bel po’ di esperienza in varie giurie in giro per il mondo è arrivata anche quella di Cannes.

Tre settimane di pregiuria online. Quattro giorni di giuria live per la long list, 22 giurati separati in 5 gruppi diversi. Un giorno per definire la short list. Sedici ore per assegnare i leoni e il grand prix.
Su più di 3.300 lavori iscritti, in shortlist è passato circa il 10%, e sono stati convertiti in leoni quasi il 5% del totale. Risultati e iscrizioni che sono nella media annuale, ma a pensarci bene, alla fine dei conti un singolo giurato ha visto non più del 25-30% dei lavori totali. Tutta questa matematica per dire che Cannes può davvero essere una lotteria; sono sicuro che un sacco di progetti interessanti e di valore si possono perdere tranquillamente per strada, vuoi per sfortuna, vuoi per mancate coincidenze, vuoi per disattenzione.

Quindi che fare per limitare questo rischio? Prima di tutto iscrivere lavori che hanno già un credito perché pubblicati sui blogs o se già vincitori di altri festival di pubblicità.
Aiuta anche una case history fatta bene, soprattutto nei primi 10 secondi, una case che sia di intrattenimento e fresca, perché a volte i giurati sono stanchi o distratti o non conoscono bene l’inglese, per cui avere i sottotitoli oltre che uno speaker è una buona mossa. Conviene poi fare case history diverse in base alle sottocategorie e avere i dati collegati a quella categoria sia in intro che in chiusura. Inoltre i board difficilmente hanno peso, meglio poche informazioni e font bold su fondo bianco, perché la proiezione e la distanza non aiutano la leggibilità.

Parlando invece dei progetti premiati voglio fare una considerazione un po’ cinica. Si sa che i lavori più belli, toccanti e interessanti sono quelli sociali, infatti hanno un grand prix tutto loro: il grand prix for good. Ma cosa succede quando sono gli stessi brand a essere portatori di messaggi socialmente utili? Non è un caso che il grand prix se lo sono contesi Nivea doll,  Volvo lifepaint, Proud whooper di Burger King. Tutti progetti che sposano direttamente una causa, rispettivamente: la lotta al cancro della pelle, la sicurezza stradale, l’omofobia. Qualcuno mi ha detto che ogni anno per un paio di settimane le favela brasiliane sono visitate da giovani pubblicitari che girano materiale video, e poi non si vedono fino all’anno prossimo.
Creatività ipocrita o trend di awareness ormai consolidato? Qualsiasi sia la risposta forse dovrebbero avere una categoria a parte e lasciar gareggiare operazioni che vendono i prodotti per quelli che sono.


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#ItaliansFestival | Day three_aftermath (e considerazioni conclusive)

#Invidiateci. Sì, invidiateci. Tanto. E che questa invidia sia durevole: minimo un anno, fino al prossimo IF! ; )

Eccoci. Mangiati, soddisfatti e riposati (ed anche nuovamente immersi nel day-by-day, certo), a raccontarvi l’ultimo giorno di IF! e magari chiudere con qualche bel pensiero. Anzi, aprire.

È stato un Festival denso, ricco, divertente oltre ogni aspettativa. Lo abbiamo vissuto sottopelle. Sostituire una conference call con uno spritz non ha prezzo. È stato un Festival che ha dato enorme spazio al contatto umano: gli ospiti erano prossimi al pubblico, il pubblico era partecipe, e tutto questo ha avuto un effetto di dialogo vivo, che ci ha restituito il respiro sconfinato del nostro mestiere e ha messo in ghiaccio gli automatismi operativi del quotidiano.
La cosa è addictive. Questo dovete saperlo. E per questo lo rifaremo. Fosse anche solo per questo, sì.

Flashback.
Sabato 4 ore 10: al Parenti si parte con la tavola rotonda dedicata alle strategie di comunicazione per Expo 2015 - ne esce un confronto interessante e per nulla scontato tra gli assessori Cristina Tajani e Filippo del Corno, Roberto Arditti, direttore delle relazioni istituzionali di Expo 2015 e il moderatore Massimo Russo, direttore di Wired Italia. Favoloso: si è discusso di Expo senza retorica, nonostante l’alta concentrazione di assessori, e i politici hanno parlato di digitale con cognizione di causa. What if…

Ancora, nel corso della mattinata, Jacopo Pasquini di Doctor Brand su UX e Usability come due fondamenti della strategia digitale spesso considerati accessori, poi Mark Tungate, direttore editoriale degli Epica Awards, con una selezione di campagne che ‘guardano oltre’, indicando la direzione verso la quale si stanno muovendo certi brand e agenzie creative, e verso cui dovremmo muoverci tutti, ché faremmo bene (lode per il suo humor nemmeno troppo inglese, by the way).

Il pomeriggio si apre con la case history poetica e delirante di Blue&Joy: tanta joy si respira nella sala A, grazie al loro raccontarsi totalmente dissacrante, specie quando affrontano il loro (mica breve) periodo blue. Ugualmente intensa, ma dai toni decisamente meditativi, la riflessione di Gianrico Carofiglio (il prossimo libro esce a novembre, ci ha detto!) sul potere delle metafore come atti e strutture concettuali che danno forma alla percezione della realtà e di noi stessi (i copy in sala in ascolto partecipe).
Intanto Christina Knight, in Sala Grande, si chiede perché tutti i grandi libri scritti da creativi siano stati scritti da uomini, dando poi conto del come e del perché ha deciso di rimediare con il suo Mad Women. Poi Walter Fontana sfoggia quella che per noi è la chart delle chart (è l’immagine sopra, in apertura), che vi dà giusto il polso del suo incredibile talk : )
E ancora Simon Whalley, che racconta del successo della cartoon series Toones, caso emblematico di branded (McLaren) entertainment.
Ospiti di IF! anche The Jackal, videomaker a 360, anzi 361°, felicemente schizofrenici, divisi come sono tra i lavori della loro casa di produzione e il successo su YouTube con Lost in Google, Gay ingenui e il cult Gli effetti di Gomorra sulla gente (deux fritures!).

Fa un po’ da warm up al gran finale la round table con Bruno Bertelli, Luca Scotto di Carlo e Sergio Rodriguez, che ci raccontano le atmosfere di giuria a Cannes (e qualche dritta su come (provare a) vincere qualcosa)).

È l’ora del gala di premiazione degli ADCI Awards 2014, condotto da Ylenia di Radio 105 e Cristiano Seganfreddo.
Maurizio D’Adda entra nella Hall of Fame dell’Adci (l’intervento di Luca Scotto di Carlo a raccontare MD’A, qui).
I “coni” vengono assegnati a tutte le categorie, ed è bello vedere molti under-30 sul palco.

Vicky Gitto con Luca Pannese e Luca Lorenzini, Saatchi & Saatchi Italia, Grand Prix Adci 2014

È notte. In quello stesso foyer che è stato la nostra agorà di questi giorni di Festival, i bassi del party finale (alla consolle Larry Gus, Giorgia Angiuli e gli 88 Bros, e poi live sound performance di Coco Soundscapes con Julia Kent, Josef Van Wissem e Fabrizio Palumbo) vengono sovrastati dai ping dei messaggi di Guastini, che lancia l’ultima (le ultime), fondamentali chiamate al voto per il Grand Prix – via mobile, i soci del Club assegnano il massimo riconoscimento a “Dear Future Mom” di Coordown, agenzia Saatchi & Saatchi Italia.
E vodka tonic sia. E musica. E orgogliosa soddisfazione. E un kebab alle 4 del mattino, anche.

Okay, è stato meraviglioso, e per questo non finisce qui. Allora sapete come lo chiudiamo questo primo episodio di IF #ItaliansFestival? Con un hashtag rubato al discorso di Boscacci, che ha aperto gli Award.
#rifacciamolo

Chiara Lanzafame (feat. Emanuele Soi)


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ADC*E 2012: Grand Prix e Amir Kassaei nuovo Presidente

Si è appena concluso anche l’ADC*E Award 2012. Qua sopra vedete il Grand Prix: il commercial ”Bear”, per Canal+, dell’agenzia BETC.
Bel commercial, niente da dire. Eppure, mi lascia l’amaro in bocca che nel 2012 il Grand Prix ADC*E vada ad un “semplice” spot TV.
Voglio dire: nell’epoca delle narrazione multi-piattaforma, della geek advertising, delle idee cross media, dei Titanium, il Grand Prix va a uno story-telling tradizionale che oltretutto utilizza meccanismi narrativi altrettanto tradizionali (short story con elemento enigmatico svelato dal prodotto alla fine: ricordate lo splendido Power of Wind, Oro a Cannes 2007?).
Mi lascia perplesso. Molto meglio il Grand Prix dell’anno scorso, Dortmund Milk, e, soprattutto, molto meglio il Grand Prix italiano, che racchiude in sé un modo di fare story-telling più intrigante, multi-sfaccettato, e aperto a quello che è il futuro presente del nostro mestiere.

Confido che il nuovo presidente ADC*E, appena nominato, sappia costruire una visione più “contemporanea” del premio che dovrebbe essere il “premio dei premi” summa di tutti gli art director club europei. Si tratta di Amir Kassaei che, fresco di promozione a Chief Creative Officer DDB Worldwide, nell’ultimo ADCE Board meeting è stato eletto nuovo ADCE President, succedendo così a Franco Moretti.

Amir Kassaei

Nato in Iran, cresciuto in Austria, Amir ha studiato in Francia e si è trasferito in Germania nel 1997, dove ha iniziato a lavorare in pubblicità prima come Account Manager e poi come Strategic Planner, per passare in seguito al reparto creativo come Art Director e Designer in agenzie come TBWA, Barci & Partner and Springer & Jacoby. Proprio in Springer & Jacoby, Amir ha fatto esperienza anche come Copywriter, posizione da cui ha fatto il salto a Creative Director e infine a Executive Creative Director per Mercedes-Benz global. E’ uno dei creativi più premiati al mondo, avendo vinto, assieme ai suoi team di lavoro, oltre 4000 premi nazionali e internazionali, tra cui oltre 60 leoni a Cannes. Con un palmares e un CV così impressionanti, siamo sicuri che non gli mancherà proprio una visione contemporanea dell’advertising


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Cannes Lions 2011: Nike “Write the Future” vince il Grand Prix.

Com’è stato abbondantemente twittato,  bloggato e postato su Facebook , il film Nike “Write the Future” ha vinto il Grand Prix di Cannes Lions 2011.

L’agenzia che si è aggiudicata il premio più importante è W+K Amsterdam, il regista del film è Alejandro G. Iñarritu.

La zampata italiana è che nel film appare Bobby Solo (a 0:37).

Il riassunto di tutti i vincitori qui.