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Lavorare gratis NON è una buona opportunità.

Antonella Meoli, copywriter e consulente strategica, condivide sulla Adci-List un’esperienza ormai quotidiana per migliaia di creativi italiani. Il caso è paradigmatico. Pasquale Barbella lo riprende sul suo blog. E noi con lui. Perché con la creatività ci mangiamo (e lo diciamo da tempo).

Questo pomeriggio, parliamo di noi.

Sostiene Antonella: «Fare il copy è la mia professione, non il mio hobby. [...] La differenza tra un dilettante e un professionista è proprio questa: il professionista non lavora a tempo perso, si fa pagare.»

Rimarca Barbella: «Esigere gratis la merce, il servizio e il sudore altrui è un paradosso: mina la logica dello scambio utile tra le parti e non ha precedenti nemmeno nella preistoria (io ti dò la carne secca e tu mi dai il sale).»

Annotava Guastini: «Fare lavorare gratis le persone non è bello. Ha anche effetti negativi che non credo debba spiegare. Forse la nostra Costituzione avrebbe dovuto essere più esplicita nel primo articolo. “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro remunerato”.»

A me ha sempre fatto pensare a Divide et impera. Per questo è fondamentale saper dire di no. Tutti insieme. Sempre.

Ma questo è lo spazio di Antonella, che ringraziamo per il coraggio di autorizzarci a pubblicare integralmente - perché ce ne vuole, e lo sapete: sta rischiando il cliente.

La speranza resta che facciamo girare, che non smettiamo di parlare, che non ne abbiamo mai abbastanza di denunciare.

Casi in cui lavorare gratis si è rivelato effettiva-mente un buon modo per conquistare il cliente.

eMail : [Adci-List] | 30 maggio 2014 | h11:25

Lavoro come freelance e, tra i miei clienti, c’è un’importante azienda.

Collaboro piuttosto bene con diversi product manager.

Uno, a differenza degli altri, ha però l’abitudine di mettere in gara (non retribuita) ogni lavoro, anche minimo. 

Si tratta di lavori così banali che vincere o perdere la gara dipende più dal caso che dalla qualità delle proposte.

Immagino infatti che tutti i contendenti siano in grado di dare risposte analoghe.

Ho espresso delle perplessità in merito.

Il product manager in questione mi risponde, stupito, che pensava che coinvolgermi in queste gare fosse per me una «buona opportunità», ma che se mi creava disagi «lavorare gratis», si sarebbe comportato di conseguenza.

Nonostante questo sia per me un cliente importante, ho risposto:

«Lavorare gratis non mi crea disagi, mi crea perdite. Fare il copy è la mia professione, non il mio hobby. Lo faccio con passione, ma l’obiettivo non è sentirmi bene invece che a disagio. L’obiettivo è guadagnare un onesto e doveroso compenso. La differenza tra un dilettante e un professionista è proprio questa: il professionista non lavora a tempo perso, si fa pagare.

Lavorare gratis NON è una buona opportunità.

Lavorare gratis ripetutamente per ottenere, al massimo, il giusto compenso solo su uno dei lavori fatti ogni 4 o 5, non è un investimento: è un’inutile perdita di tempo. Tu lavoreresti se sapessi che l’azienda ti paga un mese ogni 5 con la motivazione che gli altri 4 mesi sono intervenuti dei cambiamenti che hanno vanificato il tuo lavoro? Chi comprerebbe mai dei biglietti di una lotteria se il massimo della vincita fosse il rimborso del biglietto acquistato?»

Probabilmente perderò il cliente e, francamente, non potrei permettermelo.

Ma se tutti i miei colleghi fossero altrettanto fermi nel rifiutare proposte indecenti o, peggio, non offrissero la loro disponibilità a gareggiare gratis perché è comunque «una buona opportunità», ne guadagneremmo tutti. Perlomeno in dignità.

Antonella Meoli


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I veri imprenditori mettono in gioco solo se stessi

Antonio Pagani è l’alternativa a Del Frate nell’area “delega gare” del consiglio direttivo di Assocomunicazione.
Ho letto il suo programma e non condivido un punto fondamentale.

…mi sono domandato quante siano le gare – i clienti – in Italia che possono permettersi di riconoscere un rimborso di 25k euro.
…ritengo che il rischio imprenditoriale se lo debba accollare l’agenzia che è libera di scegliere se partecipare o meno ad una gara. Se poi un cliente riconosce un rimborso, ben venga, ma non lo ritengo una condicio sine qua non.

No, non ci siamo. Come ho già spiegato molte volte e in varie sedi, in qualunque settore serio i fornitori e i consulenti vengono pagati per i loro servizi. Una gara per un progetto di comunicazione integrata richiede alle agenzie centinaia di ore lavorative. Chi le paga? Nessuna agenzia oggi è sovrastrutturata. Ne consegue che il cosiddetto rischio imprenditoriale se lo accolla sì tutta l’agenzia, come sostiene Pagani, ma solo in minima parte ricade sulle spalle del cosiddetto imprenditore. Il resto se lo accollano i dipendenti (quando lo sono) facendo straordinari e week end che non sono mai riconosciuti. E indirettamente lo pagano gli altri clienti dell’agenzia impegnata nella gara non remunerata, ritrovandosi a lavorare con esseri umani spompati, senza una vita privata, senza diritti e non esattamente nelle condizioni ideali per essere brillanti produttori di idee. Non siamo macchine che possono sfornare beni materiali giorno e notte.
Le gare non remunerate hanno devastato anche i settori professionali “a valle”. Mi riferisco a fotografi, illustratori, case di produzione, ovverosia a quei partner preziosi sui quali le agenzie di pubblicità hanno l’abitudine di scaricare il “rischio imprenditoriale”. La vera verita è che qui sono tutti imprenditori con il culo degli altri.
Inoltre, l’azienda che vuole scegliere un partner, non è costretta a pagare per conoscere delle agenzie. Può selezionarne anche una dozzina, sulla base del profilo, della reputazione, delle esperienze e poi incontrarle. Può inviare preventivamente un’agenda degli argomenti che vorrebbe affrontare in una riunione di 90-120 minuti. Due ore di colloquio sono più che sufficienti per farsi un’idea sulle qualità umane, sulle competenze tecniche nonché sul feeling. Siamo esseri umani, non siamo macchine. Le grandi campagne si costruiscono partendo da buone relazioni umane, dal rispetto e dalla fiducia reciproca. Oggi le nostre campagne non sono grandi perché piccole sono le relazioni umane a monte del processo. E instaurare una relazione professionale basandosi sul più prono dei motti “il tuo rischio me lo prendo io” è un piccolo inizio che non porterà mai a nulla di grande.

Per quanto riguarda la condivisione delle informazioni su una piattaforma web, ho già espresso più volte la disponibilità di diversi ottimi creativi che guidano agenzie indipendenti. Per segnalare sia i comportamenti virtuosi sia quelli non esattamente edificanti. Anche molti soci Adci che lavorano in grandi strutture si sono detti disponibili a condividere informazioni, in questo caso si parla di una white list pubblica dei manager di azienda distintisi per correttezza e competenza.

Nel 2012 l’Adci permetterà di condividere molte più informazioni online rispetto a oggi. Sarei lieto di coordinarmi e collaborare anche con Assocomunicazione da questo punto di vista. Ma solo se verrà riconosciuto un principio fondamentale: o fanno pagare le gare alle aziende, o gli imprenditori delle agenzie si dimostrano realmente tali e iniziano a pagare straordinari e weekend. Come noterete, a differenza di Antonio Pagani io non uso punti esclamativi. Li considero le stampelle delle idee zoppe.


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La prima risposta di Massimo Costa, candidato presidente Assocomunicazione

Servono fatti, assunzioni di responsabilità e coerenza“.
Questo, in sintesi estrema, il succo dell’incontro tra me e Massimo Costa, avvenuto circa un mese fa, dopo le otto domande che avevo rivolto pubblicamente a lui e ad Assocomunicazione. Ci siamo sentiti poi altre volte al telefono e Costa ha condiviso con me il suo programma prima di renderlo pubblico.

Vedo sin qui confermate sia la ricerca di un dialogo sia la volontà di restituire dignità al nostro lavoro. E vedo confermata, per lo meno nelle prime interviste, anche la promessa di perseguire questo obiettivo senza compromessi.
“Non accettare un cambiamento normalissimo (gare gestite da advisor) implica il voler lavorare in un Paese scorretto, non professionale e corrotto”, ha risposto a un Salvatore Sagone abbastanza scettico sulla possibilità di regolamentare le gare in Italia.
Lo fa tutto il mondo, se l’Italia non lo fa è perché siamo un paese di terzo mondisti” ha aggiunto Costa

Dichiarazioni nette e credo di non commettere una forzatura scrivendo che le considero una risposta alla mia domanda più importante:

Cosa pensa dei manager che accettano lavori incerti ai limiti della rarefazione, scaricando il rischio imprenditoriale sui dipendenti e chiedendo loro straordinari non remunerati o stipendi del tutto inadeguati all’orario di lavoro?

Terzo mondisti. Scorretti. Non professionali. Corrotti. Io stesso non avrei saputo essere più preciso.

Mi è anche piaciuto sentirgli affermare che:
indubbiamente la mancanza (o scarsa) credibilità che il nostro comparto riesce a esprimere non è relativa alla crisi è un dato di fatto da anni.

Finalmente un manager, candidato alla presidenza di Assocomunicazione, che non si nasconde dietro l’alibi della crisi economica.
La nostra credibilità è stata divelta per via di comportamenti ottusi, pavidi e per niente lungimiranti, da parte di mediocri manager che hanno basato la competizione tra agenzie sule sabbie mobili della remunerazione, non potendo ascendere al mondo delle idee.

Costa, e il nuovo Consiglio Direttivo di Assocomunicazione potranno dettare le linee guida e perseguirle con fermezza e coerenza. Troveranno anche un seguito?
Che ruolo possono avere i creativi in tutto questo?

Possiamo essere il pungolo. Possiamo rifiutare gli straordinari ordinari, gli stage non remunerati, i frequenti weekend in agenzia senza compenso. Possiamo rifiutare i contratti farlocchi.
Siamo noi a produrre i contenuti. Siamo noi ad accettare di lavorare a un costo orario che per gran parte dei creativi è oggi nella fascia compresa tra gli 80 centesimi e i 5 euro netti all’ora.

Gare senza rimborso e remunerazioni di agenzia inadeguate non sarebbero sostenibili senza la rassegnazione dei creatori di contenuti.
Creatività e reputazione saranno solo vuote parole sinché una baby sitter guadagnerà all’ora più della maggior parte di noi.

Per questo, ritengo che nei prossimi mesi noi creatori di contenuti dovremo essere più attori che spettatori. Basta agli sterili lamenti, basta circoscrivere la propria indignazione ai commenti anonimi.

Se saremo compatti nel ricordare i nostri diritti ai manager di agenzia, li aiuteremo a essere più coerenti rispetto al nuovo corso di Assocomunicazione.

La difesa della dignità implica l’abbandono dell’anonimato e della paura. Subite dei torti? Denunciateli pubblicamente. Se vi sentite dalla parte della ragione non dovreste avere problemi. Scrivetemi, vi indirizzerò a un ottimo consulente del lavoro. Non lasciatevi frenare da retro pensieri del tipo: “se faccio valere i miei diritti poi non troverò più un altro posto nelle agenzie di pubblicità che contano”. Non ci saranno più “agenzie che contano” sinché non recupereremo una reputazione.

L’ho già scritto: il 2012 sarà un anno per coraggiosi. Volete rinunciare a questo privilegio? Preferite continuare a pretenderlo dai reparti marketing delle aziende e dai manager di agenzia piuttosto che da voi stessi?
Io temo che uno sciopero dei creativi oggi fallirebbe perché la maggior parte di chi ha un lavoro (o una parvenza) non aderirebbe. Significherebbe metterci la faccia. Smentitemi, ve ne prego.
massimo guastini

p.s.
naturalmente l’immagine del post non allude alla relazione tra me e Massimo Costa ma all’attuale rango dei creatori di contenuti rispetto allo status di baby sitter. Non accontentiamoci più del velo di zucchero di una job description fashion per ingoiare una pillola sempre più amara.


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Cosa mi aspetto da Assocomunicazione

Emanuele Nenna, in un commento a un post del suo blog, mi rivolge un invito interessante.

Chiede a me o a un consigliere Adci di partecipare, in veste di moderatore, al confronto “live” tra lui e gli altri due candidati al “ministero creatività e premi”: Maurizio Sala e Pino Rozzi. L’incontro andrebbe naturalmente organizzato da qualche testata di settore.

Faccio un po’ fatica a vedermi nella veste di moderatore. Non l’ho mai fatto.

Non ho però problemi a dichiarare cosa mi aspetto da Assocomunicazione, nei prossimi tre mesi e non nel prossimo triennio.

1)Una linea ferma e ufficiale che regolamenti le gare. Sostenuta da strumenti concreti per attuarla.

2)Una posizione ferma e ufficiale contro lo sfruttamento che oggi colpisce soprattutto i giovani per una ragione molto semplice: i “vecchi” sono quasi tutti scomparsi.

1)Gare
Spesso segnano l’avvio della nostra relazione con le aziende.


Una sana relazione consulenziale si basa necessariamente su quattro aspetti fondamentali, strettamente correlati: credibilità, autorevolezza, reputazione, valore.

Se 5 avvocati si disputassero il mio caso lavorando gratis per mesi, offrendomi 16 alternative di difesa, alla fine preferirei comparire in tribunale da solo. Le aziende hanno pure un’alternativa all’autarchia: si chiama crowdsourcing.

Le gare senza regole e senza rimborso tolgono credibilità all’intero settore, perché non danno un valore economico al lavoro. Questo priva di qualunque autorevolezza i progetti presentati, indipendentemente dalla qualità creativa espressa. Vi fidereste del chirurgo che vi offrisse un intervento a cuore aperto gratis?
Se alcune delle migliori agenzie italiane si spogliano pubblicamente di ogni autorevolezza davanti ad aziende importanti (devo proprio fare nomi? Unicredit, Telecom, Poste Italiane, Ferrarelle, per esempio), screditano l’intero settore. Ci sputtanano la reputazione.
Senza reputazione non c’è valore. E il giro ricomincia.

Gli investimenti in comunicazione sono complessivamente aumentati nell’ultimo decennio.
Eppure, l’assenza di regole unita a una folle competizione basata sulla pronitudine dei prezzi e delle condizioni contrattuali, hanno quasi ucciso il nostro lavoro. E abbiamo quasi ucciso anche i settori professionali più a valle: case di produzione, fotografi, illustratori, ecc.
Non c’è altro tempo da perdere.

Non mi aspetto solo delle regole per le gare. Mi aspetto anche il rigore nell’applicarle, senza eccezioni. Sospensione alla prima infrazione. Espulsione alla seconda.
Suggerisco di incentivare i comportamenti virtuosi, creando una pubblica vetrina online che permetta alle agenzie di Assocomunicazione di raccontare i comportamenti etici da parte dei committenti. Auspico anche una vetrina pubblica che stigmatizzi i comportamenti non etici.
In questo senso l’Adci è sicuramente disponibile a collaborare con Assocomunicazione. E molti dei soci che lavorano in agenzie indipendenti mi hanno già dato un parere positivo in tal senso. Unire le conoscenze ci permetterebbe di condividere una mappa dei comportamenti virtuosi e non, molto più precisa.
Non lasciamo solo alle aziende il privilegio di valutarci. Anche così si conquista l’autorevolezza.

2) Sfruttamento giovani
Un’indagine Eurisko, commissionata proprio da Assocomunicazione nel 2009, evidenziò che Il 72% degli addetti aveva meno di quarant’anni.
Credo che oggi gli under 40 siano oltre l’ 80%, se si parla di tutte le strutture che fanno parte di Assocomunicazione. Se invece facciamo riferimento ai reparti creativi delle strutture di “pubblicità e comunicazione globale”, gli under 40 si avvicinano al 90%.
Lasciamo perdere la demagogia spicciola e non raccontiamoci che il nostro settore investe sui giovani.
Più semplicemente, il dumping ormai cronico ha tolto alle agenzie le risorse economiche per pagare l’esperienza. E questa è stata una grave perdita, anche per i più giovani. Un tempo, certe sigle storiche dell’advertising (per esempio McCann e Saatchi&Saatchi) erano delle vere scuole, perché permettevano ai più giovani di crescere professionalmente, “rubando” esperienza ai senior.

Non esiste un censimento ufficiale, ma oggi i giovani che lavorano in agenzia percepiscono da 83 centesimi a 5 euro e 41 centesimi netti all’ora.
Ve lo assicuro, perché ne incontro molti e ci parlo. E ricevo moltissime email sull’argomento. Ovviamente ho calcolato anche gli straordinari diventati ordinari e non retribuiti.
È molto bello parlare di talento. Ma va incoraggiato oltre che identificato. La nostra industry sta diventando sempre meno attraente per i migliori talenti.
Perché con queste retribuzioni non è possibile accendere nemmeno un mutuo lungo quarant’anni. Senza contare che sta diventando una carriera breve quanto quella dei calciatori. Ma con stipendi diversi.

Potrà sembrare strano che, pur essendo presidente dell’Art Directors Club Italiano, non abbia sin qui avanzato richieste sulla valorizzazione della creatività. In realtà l’ho fatto. Considero la creatività la conseguenza di una sana relazione tra azienda e agenzia. Sin tanto che questa relazione resterà patologica, vedremo “creatività” in qualche campagna sociale e nei cosiddetti “fake”. Forse.
Come vado spiegando da anni, la comunicazione italiana fa mediamente schifo perché è scadente la relazione tra agenzie e aziende.
I nostri giovani creativi vincono spesso the young competition festival a Cannes. Poi si perdono, nei meandri di un lavoro che non ha più niente di creativo.

Se il nuovo corso di Assocomunicazione darà segni tangibili e in tempi molto rapidi di voler intervenire sui primi due aspetti che ho evidenziato, potremo passare al punto successivo: valorizzazione della creatività. È sicuramente un punto cruciale, che dovrebbe stare a cuore non solo alle aziende ma anche alle istituzioni. Perché il “nutrimento” principale dell’immaginario è oggi la pubblicità, non l’arte. Shit in, shit out.

Ai proprietari di agenzia che partecipano regolarmente a gare non remunerate, applicano il dumping e di conseguenza sfruttano i propri collaboratori, rivolgo un invito cordiale: ritiratevi. Basta raccontare che “così fan tutti”. Basta giustificarvi con “la dura legge del mercato”. Non avete attitudine imprenditoriale. Non siete nemmeno degli imprenditori per Wikipedia, perché vi manca il coraggio:

l’attitudine ad affrontare il rischio è un elemento specifico dell’attività imprenditoriale: l’imprenditore (perlomeno nella piccola impresa) deve spesso mettere in gioco la propria sicurezza economica e finanziaria pur di mettere in pratica la propria idea, profondendo nella realizzazione del progetto imprenditoriale gran parte delle proprie risorse economiche e temporali.

Il 2012 sarà un anno durissimo per il nostro settore. Non c’è spazio per i vigliacchi.


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Penguin USA: $9,99 per la copertina di un libro

Pietro Saltini, L'elemosina, olio su tela

Penguin Group USA lancia un concorso per la copertina della versione economica del libro “An abundance of Katherines” di John Greene.
Il premio? La citazione come autore della copertina e una copia del libro, del valore di 9,99 USD

OK, l’autore, rispondendo ad un post su un gruppo di Linkedin, spiega che è rivolto ai fan, che hanno realizzato un sacco di copertine autoprodotte del precedente volume, e che non mettendo premi intendevano escludere i designer professionisti, ma vi sembra ugualmente corretto?

Qui il bando del concorso Penguin USA.

[Segnalazione ricevuta da Giovanni Pizzigati, Socio ADCI. Segui Giovanni su Twitter qui.]