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Facebook e i giustizieri della notte

di Pasquale Barbella

Questa volta vi scrivo da morto. Da un pezzo ambivo a diventare uno specialista di opere postume, e la subitanea scomparsa mi dà subito una prima occasione di uscire allo scoperto dalle tenebre.
Sono stato assassinato giovedì 20 settembre, verso mezzanotte. A infliggere il colpo fatale non è stata né una Luger né un’ascia bipenne, né un’alabarda né una mazza da golf. Qualcosa di simile a una clava, forse, ma di modello più attuale.
L’arma che mi ha colto di sorpresa, centrandomi in pieno fra gli occhi, è stata una mail sommariamente tornita, comunque non priva di schegge di selce e di osso sporgenti dalla superficie, in modo da garantire l’efficacia della sua funzione. Con l’aggressore, persona nota e apprezzata nel mondo della pubblicità, intrattenevo vaghi rapporti da oltre quarant’anni: rari e superficiali, ma sempre improntati alla massima e reciproca correttezza. Non vi dirò altro di lei o di lui, in parte per congenita passione del thriller, ma soprattutto perché lo svelamento della sua identità non ha nulla a che vedere con le sparse e disordinate considerazioni che mi accingo fare. Da qui in poi mi riferirò al/alla clavista usando la sigla K, in omaggio al signor Kersey – il giustiziere della notte impersonato da Charles Bronson in un vecchio blockbuster.
Copio e incollo il messaggio letale rispettandone la sintassi, l’ortografia, la punteggiatura e l’etilico charme:

Oggetto: ha disattivato il mio giovane facebook account
mi ha rotto vedere tutte le cazzate che scrivono in pubblico e le foto idiote di amici cari. Barbella una delusione. Avevo un alta opinione di lui, oggi sembra un pensionato che non sa che cazzo fare nella vita, ..l’unico ancora carino è Luigi Montaini, infatti è morto da 3 Mesi, Anche Bianca Allevi tiene aperto il suo account da due anni dal suo funerale. Dunque mi assento da vivo Amen.

Il ricevente Barbella, più morto che vivo, si è limitato a due rapide parole di commento:

Molto gentile.

Probabilmente K non intendeva colpirmi in modo frontale, ma alla nuca. Penso che abbia inviato la sua mail a una pletora di destinatari nascosti dimenticandosi di cancellare la vittima dall’elenco. Al mio sopracciglio alzato ha replicato con un sorry molto simile al colpo di grazia. Trascrivo letteralmente:

Sorry Pasquale, così è se guardi a freddo le cose in facebook, sembra il grande fratello di rincoglioniti con una platea di assetati di frasi o foto per sapere cosa fruga nella testa dell’uno o dell’altro per poi votare “I like”.
Se poi si tolgono a vicenda l’amicizia, soffrono anche.
Ti voglio bene e te lo dico in privato.

Appurato che esistono nuovi modi di volersi bene, modi di cui non sospettavo l’esistenza, prendo per buono l’amore di K, sebbene venato da sfumature di necrofilia (i morti sono “carini” non perché lo fossero in vita, ma perché sono passati oltre: così, almeno, mi sembra di evincere dalla sua prosa).
Ora voi, pochi e pazienti lettori, penserete che io stia descrivendo questa modesta esperienza d’amor fraterno per imbastire un’elucubrazione accademica sui social network e sulle eventuali patologie di favorevoli e contrari; o, peggio ancora, che io sia tentato di sfruttare questa piattaforma pubblica al solo scopo di elaborare qualche forma di vendetta personale.
No, no e poi no.
Il colpo ricevuto non mi ha ispirato alcuna riflessione utile su Facebook. Non m’interessa difenderne gli adepti, né criticarne gli avversari: so che ci sono persone perbenissimo su entrambe le sponde, per il semplice motivo che gli esseri umani non possono essere catalogati in base alla loro adesione o al loro rifiuto di Facebook.
Continua invece a sconcertarmi la mutazione idiomatica e forse genetica che, da Sgarbi e Bossi in poi (ma se ne potrebbero citare di nomi famosi!), sta trasformando la vecchia civiltà borghese in un gorgo primordiale. E non è questione di generazioni: K non è un fanciullo di primo pelo, né una pulzella alla prima mestruazione. È, nel nostro entourage, una presenza così storica che più storica non si può; ammirata per indiscussi meriti professionali, ma anche per sublime aplomb e sciccherìa; l’ultima persona, insomma, da cui ti aspetteresti l’apocalisse.
Che cosa ci sta succedendo?
Me lo chiedevo proprio ieri sera, cinque ore prima del bacio di mezzanotte, imbottigliato in un traffico da tregenda, lungo un’anonima periferia industriale dove l’unico tratto di umanità che vi possa mai capitare di scorgere è la presenza di prostitute nigeriane completamente svestite. Alla mia destra, oltre i mesti edifici sorgenti da campi spelacchiati, si alzavano a oscurare la luna cinquanta metri di fumo nero, da un capannone sfiancato dalle fiamme. Sto ancora tossendo, mentre inquirenti e Asl misurano la tossicità delle esalazioni e indagano sull’eventuale presenza di eternit in un deposito già saturo di plastica.
Le cronache – politiche ancor prima che ambientali – ci avvertono ogni giorno che siamo scivolati, a poco a poco, in una Chernobyl estetica e morale senza immediate speranze di bonifica. Un mondo senza giudizio, ma colmo di giudizi e pregiudizi, come se osservare il prossimo dall’alto e condannarne i comportamenti – anche i più innocenti – bastasse a farci sentire migliori. Forse anch’io, senza saperlo, ho incorporato veleni per osmosi; forse anch’io ero, a vent’anni, migliore di come sono diventato.
Che ne è stato, per esempio, del mio ottimismo, della mia naïveté, della mia sconfinata fiducia nel progresso? Dove sono io, dove i miei affini? Mi serve ancora amare Brahms?
A proposito di musica. Sto letteralmente divorando un libro bellissimo, consigliatomi da Till Neuburg: Il resto è rumore, di Alex Ross. Dalle prime pagine apprendo con stupore che Salome, opera di avanguardia di Richard Strauss, ottenne un trionfale successo non solo di critica ma anche di pubblico nel 1906, quando fu rappresentata a Graz e altre città austriache non proprio inclini all’eccentricità e al progressismo. A distanza di oltre un secolo sarebbe naturale aspettarsi, nei confronti della musica di Strauss e dei suoi coevi, le stesse reazioni suscitate dai “classici del passato” – Bach, Mozart, Beethoven, fate voi. La musica del Novecento, persino d’inizio secolo, tende invece a passare, nell’opinione comune, ancora per “contemporanea” e a suscitare la stessa, immutata ostilità riservata alle cose così nuove da farci quasi paura. I nonni o bisnonni di Graz, sommariamente etichettati come tradizionalisti, erano dunque più aperti e più avanti di noi? Procediamo davvero col passo del gambero, come ha scritto Umberto Eco in uno dei suoi saggi più acuminati?
La domanda è ovviamente retorica. I fatti parlano chiaro. Non so altrove, ma da noi è così. Per sbalorditivi che possano essere i balzi della tecnologia e la disponibilità d’informazione, il passo della società sembra andare in costante e inesorabile retromarcia. Lo spread fra ciò che siamo e ciò che potremmo essere si allarga sempre di più. La cosa più memorabile dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, This Must Be the Place, è un aforisma destinato a fama duratura: “Ci sono molti modi di morire: il peggiore è rimanendo vivi.”
Forse anche K era già morto mentre, in mancanza di maglio, brandiva le sue mail.


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Fake adv e fake fan nei social network: a chi servono davvero?

Mentre il mondo dell’advertising italiano si interroga sul fenomeno delle finte campagne pubblicitarie – i famosi fake, o scum come dicono all’estero – è di questi giorni la denuncia di Marco Camisani Calzolari, esperto e docente di linguaggi digitali, sui finti fan presenti nelle pagine Facebook e nei profili Twitter di brand italiani e internazionali.
Camisani Calzolari sulla sua pagina Facebook (notizia poi ripresa dalle maggiori testate italiane) sostiene che: “L’80% dei fan delle aziende italiane è fasullo”. Secondo me esagera. Non posso pensare che il lavoro di tanti operatori del digitale sia un fake e il fenomeno così diffuso, come non posso pensare che la maggior parte delle campagne iscritte ai vari Awards siano fasulle o create ad hoc.

Ma torniamo alla notizia. Camisani Calzolari ha comprato con facilità – e allo scopo di indagine come spiega – per 20 dollari 50 mila (finti) fan su Twitter (passando da 4.000 a 58.000 in pochi giorni) e con altri 30 6 mila like sulla sua pagina Facebook.
I siti che offrono fan a basso costo sono davvero tanti, tra i più noti ci sono Seoclerks, Letusfollow e Growfollowers ma anche offerte speciali su EBay dove è possibile comprare fan da sgamati operatori di paesi del terzo mondo, dove 20 dollari significano lo stipendio di una settimana di un’operaio specializzato. Ma ci sono anche i fake fan creati dai bot (i programmi che generano profili falsi) che costano ancora meno.

Ma perchè associare due tipi di attività così apparentemente diverse come quella dei fake in advertising e dei finti fan nei social network?
Perchè gli stimoli che ne sono all’origine sono in realtà simili, perchè si basano sull’esigenza di ottenere risultati a qualsiasi costo, un po’ come i voti comprati alle elezioni, ma questa è un’altra storia. Entrambe le attività fanno leva sulle esigenze di ottenere risultati richiesti dagli azionisti – nel caso delle Agenzie Pubblicitarie e dei loro Direttori Creativi – o dal board aziendale nel caso dei marketing manager.

Come sa chi ha frequentato agenzie appartenenti a network internazionali, i premi sono necessari per migliorare il ranking dell’agenzia nel Gunn Report e mettere tranquilli azionisti e banche. Ovviamente non è solo questione di premi – anche i profitti sono importanti – ma di sicuro aiuta: soprattutto a mantenere il posto di chi ha gli obiettivi misurati in ori, argenti, bronzi e shortlist. Quindi, può capitare che si tenti la strada più breve per conquistare metalli preziosi e con i fake molti sostengono sia il modo più facile.

Può anche essere vero: se puoi fare quello che vuoi, se puoi osare più di quello che ti concede la routine, se puoi fregartene del target al quale è destinato il prodotto, la strada potrebbe diventare davvero in discesa. Se non si devono ottenere risultati con reali consumatori ma solo con chi fa lo stesso mestiere – come i membri delle giurie dei vari Awards – si può fare a meno di studiare le inclinazioni di un target specifico di consumatori/utenti e fare risultato con un target che si conosce benissimo, perchè uguale a loro. Un po’ come se chiedessero a mia mamma di realizzare per la mia cena di compleanno il mio menu preferito.

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Ma torniamo al digitale. Come succede nelle Agenzie di Adv – dove un fake premiato può rappresentare il successo anzichè la morte professionale di un intero reparto o di un DC –  il numero dei fan nei social network rappresenta il KPI settimanale o mensile che un marketing manager deve ottenere per soddisfare le richieste dei suoi superiori. E la via per ottenerli potrebbe sembrare davvero a portata di mano, ma se ci pensiamo bene si ottiene solo un dato utile a fare bella figura con il capo.

Contano i numeri rispetto al reale engagement dei consumatori?
E la quantità in confronto alla qualità?
Davvero ci interessano false persone che poi non consumano, non interagiscono, non consigliano, non partecipano?

La risposta è scontata. Non è utile ai brand che permettono campagne di adv tradizionale che non vendono nulla. Non è utile a quelli che nel digitale preferiscono persone false al posto di quelle vere.  Ma neanche ai professionisti che vedono mettere in cattiva luce il lavoro che svolgono tutti i giorni per trovare idee che riescano a coinvolgere veri fan, veri follower e veri consumatori.

Dopo il calcio drogato dalle scommesse, il doping di atleti olimpionici, gli sms acquistati in blocco nei call center per vincere Sanremo, avevamo bisogno anche del mercato nero dei fan dei social network? Secondo me no, voi che ne pensate?

 


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WikiBrands in Italia.

Wiki è la parola che più rappresenta questa fase del nuovo millennio. La fase veloce, partecipativa, cognitivamente collettiva. La partecipatività sta ridefinendo la nostra intelligenza, la nostra identità, il nostro modo di comunicare: anche in pubblicità.

Per questo è importante che un libro come WikiBrands, di Moffit e Dover, sia arrivato in Italia: segna un minestrone nella riflessione sul mestiere della comunicazione.

Leggetene la quarta di copertina e capirete:

Il brand continua a rappresentare un valore fondamentale per il business solo se saprà abbracciare pratiche di comunicazione realmente innovative, in una difficile transizione dall’immagine alla relazione. Con l’affacciarsi sul mercato di una nuova generazione di nativi digitali, col passaggio della maggior parte dell’informazione dalle mani delle aziende a quelle delle singole persone e con l’emergere di nuovi comportamenti culturali dettati dalle nuove tecnologie, il marketing si espone a una sfida epocale, individuando strategie basate sull’engagement con i consumatori, sulla collaborazione e persino sulla condivisione della proprietà del brand.

Wikibrand è una chiamata alle armi, una guida strategica e una road map verso il futuro. Un appello alle aziende a spostare l’attenzione da ciò che fanno (pubblicità, comunicazione, vendite) a come lo fanno (connessione, partecipazione, brand engagement).
Il libro, frutto degli studi di due tra i maggiori esperti mondiali di media e marketing, spiega come sfruttare i nuovi modelli di business, le tecnologie e le community di appassionati online, fornendo centinaia di esempi e testimonianze dirette di casi di successo.

Che lavoriate in un’azienda ormai consolidata o che siate alle presa con il lancio di una start up, questo libro saprà offrirvi numerosi spunti e suggerimenti:

  • come creare engagement con i consumatori attraverso il passaparola e i contenuti generati dagli utenti;
  • come generare un’esperienza condivisa di valutazioni, recensioni e cultura online;
  • come costruire una comunità mediante il microblogging e il crowdsourcing.
  • come stabilire una connessione veramente autentica e capace di creare valore.

Destinato a imprenditori e manager, ma anche ai responsabili di marketing e comunicazione che dovranno dirigere questo cambiamento, Wikibrands è uno strumento prezioso anche per gli esperti del digitale, gli studiosi di comunicazione e per chiunque sia interessato a capire come le aziende leader siano costantemente alla ricerca del coinvolgimento del proprio pubblico”.

E’ da diverso tempo che si parla di questo progetto. Sicuramente è da diverso tempo che parlo di questi argomenti con Matteo Righi, nelle serate ADCI (in realtà mista, reale e/o virtuale): discutendo su quanto sia cambiato lo scenario della creatività nel mondo, di quanto occorra ragionare in maniera “partecipativa” e tecnologica se si vogliono produrre idee davvero potenti e rilevanti per le persone. Soltanto idee concepite in questo modo possono davvero alimentare la conversazione, far parlare le persone, facendo parlare anche di sé.

Per questo, per entrambi è stato una piacevolissima sorpresa essere coinvolti, come autori di case history “partecipative” italiane, da Marco Lombardi, presidente Y&R e docente IULM, puntuale e appassionato curatore dell’edizione italiana del volume.

E visto che di “era della partecipazione” si parla, non fermatevi a questo post, ma leggetevi anche quello di Matteo Righi su Partecipactive, di Luca de Biase nel suo blog; e partecipate alla conversazione su twitter e su facebook.

 


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TV e Social Network: integrarli sarà più utile che contrapporli.

Realizzata da Nextplora e commissionata da FB, la ricerca ‘Fuga dalla TV? La pubblicità ha scoperto Facebook’ invita i produttori di contenuti e gli investitori pubblicitari a riflettere su come sfruttare al meglio i due mezzi in futuro. Lo studio è stato condotto nel periodo settembre/ottobre 2011 su un campione di 2.004 intervistati – rappresentativi della popolazione Internet oltre i 16 anni – appartenenti al panel di Nextplora, con metodologia C.A.W I.

Internet supera la televisione in termini di tempo speso: nei giorni feriali la popolazione Internet dichiara di guardare la TV in media per circa 1 ora e 43 minuti, mentre riferisce di navigare su Internet da PC – nel giorno medio – circa 2 ore e 39 minuti (3 ore e 34 minuti prendendo in considerazione coloro che accedono a Internet anche dal cellulare). Solo nella fascia oraria del prime time la TV ha ancora un ruolo da protagonista indiscusso. Il 52% del campione quando guarda la televisione, usa abitualmente anche il PC e il 31% naviga sui Social Network (SN). Tra questi, il 96% ha un account Facebook.

Le fasce di età 16-24 e 25-34 si dimostrano maggiormente ‘multitasking’: il 46% mentre guarda la televisione comunica contemporaneamente anche con gli amici attraverso i Social Network e le chat.

Molte sono le attività Internet legate ai contenuti televisivi abitualmente fruiti: il 35% vede video delle trasmissioni TV (spezzoni o puntate intere), il 28% commenta sui SN cosa sta vedendo cosa sta vedendo, il 24% visita il sito ufficiale mentre il 22% legge news su siti non ufficiali.

I SOCIAL NETWORK: PER RAGGIUNGERE CHI NON GUARDA LA TV E AMPLIFICARE IL MESSAGGIO A CHI LA TV LA GUARDA TANTO

La ricerca individua quattro profili di utenti, classificati in base al consumo di TV e di Social Network:

Bassa TV – Basso Internet (34%)
Alta TV – Basso Internet (22)
Bassa TV – Alto Internet (18)
Alta TV – Alto Internet (27%)

Tra i quattro i profili evidenziati, l’utilizzo dei SN – e quindi di Facebook – caratterizza trasversalmente allo stesso modo i profili molto e poco televisivi. Se, infatti, i Bassa TV – Alto Internet sono iscritti ad almeno un Social Network nella misura del 68%, e gli utenti che vi accedono quotidianamente sono il 60%, gli iscritti ai Social Network che al contrario evidenziano un profilo ad alta intensità televisiva (oltre 3 ore al giorno) sono il 67% e ben il 55% vi accede quotidianamente.

La sovrapposizione tra Internet e TV è evidenziata maggiormente dall’analisi delle attività compiute ogni giorno sui Social Network: se infatti era lecito aspettarsi un utilizzo massivo delle funzionalità offerte dai SN da parte del segmento non televisivo, degno di nota è vedere quanto queste stesse attività caratterizzino in maniera molto simile anche i profili estremamente televisivi. Ad esempio, se il 27% dei Bassa TV – Alto Internet chatta ogni giorno, più volte al giorno, con gli amici online, tale percentuale rimane invariata anche da parte di chi guarda la televisione molte ore al giorno.

Percentuali molto simili anche in merito all’accesso dal cellulare e al numero di amici: gli Internauti non televisivi hanno circa 325 amici a testa e gli ipermediali (Alta esposizione TV e Internet) sono fermi a 270 amici a testa (gli altri due segmenti seguono a distanza rispettivamente con 236 e 182 amici).

Ultimo elemento a conferma della sovrapposizione tra i Social Network e la televisione riguarda il tipo di fruizione televisiva che ne fanno gli iscritti rispetto ai non iscritti: pur passando mediamente lo stesso tempo davanti alla TV, chi è iscritto ai Social Network guarda più generi televisivi. Gli iscritti ai Social Network, infatti, guardano le commedie per il 57% (+ 10 punti percentuali rispetto ai non iscritti), le serie TV crime per il 42% (+ 10 punti rispetto ai non iscritti), i documentari scientifici per il 41% (+ 10 punti percentuali rispetto ai non iscritti), le sit-com (+ 17).

PERCHÈ SI USANO FACEBOOK E GLI ALTRI SOCIAL NETWORK?

Il 96% di chi ha dichiarato di essere iscritto a un Social Network è iscritto a Facebook, che viene utilizzato per passare il tempo e per comunicare in maniera diretta con i propri amici; il 18% è iscritto a Twitter, che è usato soprattutto per essere sempre aggiornati sull’attualità e il 12% è iscritto a LinkedIn, che viene utilizzato soprattutto per ragioni di lavoro. Il 77% di chi è iscritto ad un Social Network è ogni giorno su Facebook, mentre solo il 7% su Twitter, il 4% su MySpace, in parte per il numero inferiore di iscritti e soprattutto per una minore frequenza di accesso.

Le motivazioni d’uso dei Social Network riflettono la profonda trasversalità degli stessi rispetto all’esposizione televisiva e ne giustificano l’elevato ricorso e l’importanza nella vita quotidiana delle persone. Sono tre le motivazioni fondamentali che spingono le persone ad utilizzare i Social Network:

· Partecipare à un modo per recuperare vecchi contatti , tenersi aggiornati e poter esprimere le proprie opinioni

· Osservare la vita degli altri à un modo per occupare i tempi morti leggendo della vita dei propri contatti (il gossip sulle persone che si conoscono e non sui personaggi famosi)

· Relazionarsi con gli altri à un modo per sentirsi parte di un gruppo, comunicare i propri contatti e fare nuove amicizie

Le persone dichiarano di frequentare i Social Network trasponendo su di essi esattamente quello che sono nella propria vita reale mostrando pregi e difetti (63%), il 29% invece sceglie di mostrare solo gli aspetti più positivi/belli di se stesso. Quest’ultimo aspetto è più forte tra i più giovani: il 38% dei 16-24enni, infatti, ha come priorità sui Social Network quella di mostrarsi brillante, mentre solo il 9% decide di dire tutto di sé utilizzando il SN come una sorta di diario personale “pubblico”.

“Con oltre 13 milioni di utenti attivi al giorno, in Italia, Facebook conta oggi su un’utenza paragonabile al pubblico di un programma televisivo di successo”, dichiara Luca Colombo, Country Manager Facebook Italia. “E’ evidente come il Mondo Social in generale e Facebook in particolare, amplifichi e rafforzi il messaggio televisivo. Sul fronte broadcaster, ad esempio, è sufficiente pensare a commenti e contenuti che animano FB pre, durante e post messa in onda di alcuni programmi. Sul fronte advertiser, oltre alla naturale amplificazione del messaggio, si riesce a raggiungere audience e fasce d’età, con profilazione e segmentazione impensabili per la TV generalista”.

Andrea Giovenali, Amministratore Delegato di Nextplora conferma: “I numeri oggi conseguiti dai Social Network ci inducono a considerare il fenomeno come molto esteso e con un pubblico totalmente affine a quello che da sempre è interessato dalle pianificazioni pubblicitarie in Tv. Piuttosto che quindi temere un’erosione operata dai Social Network a riguardo del livello di attenzione della pubblicità televisiva, è oggi possibile sviluppare interessanti sinergie di forme e linguaggi innovativi di comunicazione sfruttando un continuum tra essi, che consente di comunicare pubblicitariamente a fasce molto eterogenee di pubblico.”

CONCLUSIONI: RIPENSARE IL RUOLO DEI SOCIAL NETWORK NELLE STRATEGIE DI COMUNICAZIONE

Il ruolo dei Social Network nella pianificazione e nella definizione delle strategie di comunicazione e visibilità va riposizionato: il pubblico con il quale ci si confronta è sempre più ‘multitasking’, i Social Network convivono e si sovrappongono con la TV e non vanno intesi solo come strumento per raggiungere chi la tv non la guarda, ma per raggiungere meglio e in maniera più incisiva anche chi la TV la guarda tanto.

Si delineano pertanto due tendenze in atto che coinvolgono, da una parte, il broadcaster TV e, dall’altra, il planner pubblicitario.

Per i broadcaster Tv i Social Network appaiono oggi necessari per fidelizzare l’audience tv e offrire forme di interazione verso la televisione (voti, commenti, video), ma l’obiettivo verso cui tendere appare sempre più quello di una maggiore declinazione del proprio contenuto televisivo in una forma nuova e originale, che sappia vivere su Internet e sui SN in forma propria.

Per il planner pubblicitario si delinea una vera e propria riconsiderazione dei Social Network: attualmente pianificati per incrementare la copertura o come risposta all’erosione dell’attenzione del pubblico verso lo schermo tv, saranno sempre più al centro di una strategia di comunicazione sinergica con la TV.

Fonte:
Ufficio Stampa Facebook in Italia
Business Press S.p.A.
Federica Mariani/Beatrice Caputo/Diego Biasi
Tel: 02 72585.1


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Anonimo non a caso: intervista al creatore di Evasori.info.

Evasori.info è una piattaforma partecipativa online che invita le persone a geotaggare e quantificare l’evasione fiscale in Italia.
L’elettrauto ti propone lo sconto se fai senza fattura? Hai chiesto lo scontrino al bar dove mangi a mezzogiorno e non te l’hanno dato? Mappali, almeno capiremo l’entità e la diffusione del fenomeno.

Bel progetto, affascinante, ma chi lo aveva fatto? La Guardia di Finanza?

No, un professore italiano di informatica che vive negli Stati Uniti, indignato dal comportamento rassegnato e poco attivo degli italiani. Per non tollerare l’evasione, per non diventare complici nel creare un’ingiustizia fiscale che costringe alcuni a pagare le tasse anche per quelli che non le pagano, l’unico modo è agire. E smettere di subire comportamenti che alla fine ci penalizzano direttamente, perchè con lo stato in bolletta, peggiorano i servizi al cittadino e poi ci lamentiamo.
Meglio essere attivi, darsi da fare, contribuire a risvegliare la coscienza sociale. Per questo il professore aveva creato e sviluppato una piattaforma partecipativa e l’aveva messa a disposizione della gente.

Ma perchè una persona un giorno decide di iniziare un progetto così impegnativo e complesso? Quali le motivazioni? Quale l’episodio scatenante? Perchè desiderava restare anonimo?
Più conoscevo la piattaforma e più mi incuriosiva il suo creatore. Gli ho chiesto un’intervista, me l’ha concessa, la trovate qui.