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E se aprissimo le porte #FUORIEUROBEST ?

ADCI CHIAMA A RACCOLTA LE AGENZIE PUBBLICITARIE DI ROMA PER ORGANIZZARE IL FUORIEUROBEST.

Organizzare la prima notte bianca della pubblicità con l’aiuto delle agenzie romane. Questo l’obiettivo di “ADCI Fuorieurobest”, l’evento che si terrà a Roma il primo dicembre 2016 a partire dalle 19 per tutta la notteUn’unica sola notte in cui ogni agenzia organizzerà per un’ora un evento speciale: una battle, ovvero una battaglia tra due direttori creativi o due youtuber o due artisti che si sfideranno a colpi di video/case history con l’obiettivo di conquistare più applausi dal pubblico.Un’occasione collettiva per celebrare la creatività e far festa insieme durante un evento di portata internazionale come l’eurobest.Il programma del Fuorieurobest verrà pubblicato a partire dal 25 novembre sulle principali testate di settore e dai media partner di ADCI. Le agenzie che vorranno essere coinvolte dovranno occuparsi dei contenuti, della location e dell’accoglienza. Le candidature delle agenzie dovranno essere inviate a adciroma@gmail.com e info@adci.itentro e non oltre il 23 novembre. ADCI si riserva il diritto di scegliere le proposte migliori.“Roma durante eurobest sarà la capitale europea della creatività” affermano i local ambassador ADCI Carla Leveratto e Marco Diotallevi, “con il Fuorieurobest vogliamo celebrare quest’opportunità unica.”

Per info: adciroma@gmail.com e info@adci.it


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri 14_07_14

twitter: @claudianeri

Le infografiche e il metodo creativo di Stephanie Posavec

“Nurant” magazine (italiano) di illustrazione che permette di conoscere nuovi e forti talenti.

Da Calgary, Alberta (Canada) gli annual report firmati Rita Sasges.

Da Londra, Mother, fonte costante di ispirazione


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Lavorare gratis NON è una buona opportunità.

Antonella Meoli, copywriter e consulente strategica, condivide sulla Adci-List un’esperienza ormai quotidiana per migliaia di creativi italiani. Il caso è paradigmatico. Pasquale Barbella lo riprende sul suo blog. E noi con lui. Perché con la creatività ci mangiamo (e lo diciamo da tempo).

Questo pomeriggio, parliamo di noi.

Sostiene Antonella: «Fare il copy è la mia professione, non il mio hobby. [...] La differenza tra un dilettante e un professionista è proprio questa: il professionista non lavora a tempo perso, si fa pagare.»

Rimarca Barbella: «Esigere gratis la merce, il servizio e il sudore altrui è un paradosso: mina la logica dello scambio utile tra le parti e non ha precedenti nemmeno nella preistoria (io ti dò la carne secca e tu mi dai il sale).»

Annotava Guastini: «Fare lavorare gratis le persone non è bello. Ha anche effetti negativi che non credo debba spiegare. Forse la nostra Costituzione avrebbe dovuto essere più esplicita nel primo articolo. “L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro remunerato”.»

A me ha sempre fatto pensare a Divide et impera. Per questo è fondamentale saper dire di no. Tutti insieme. Sempre.

Ma questo è lo spazio di Antonella, che ringraziamo per il coraggio di autorizzarci a pubblicare integralmente - perché ce ne vuole, e lo sapete: sta rischiando il cliente.

La speranza resta che facciamo girare, che non smettiamo di parlare, che non ne abbiamo mai abbastanza di denunciare.

Casi in cui lavorare gratis si è rivelato effettiva-mente un buon modo per conquistare il cliente.

eMail : [Adci-List] | 30 maggio 2014 | h11:25

Lavoro come freelance e, tra i miei clienti, c’è un’importante azienda.

Collaboro piuttosto bene con diversi product manager.

Uno, a differenza degli altri, ha però l’abitudine di mettere in gara (non retribuita) ogni lavoro, anche minimo. 

Si tratta di lavori così banali che vincere o perdere la gara dipende più dal caso che dalla qualità delle proposte.

Immagino infatti che tutti i contendenti siano in grado di dare risposte analoghe.

Ho espresso delle perplessità in merito.

Il product manager in questione mi risponde, stupito, che pensava che coinvolgermi in queste gare fosse per me una «buona opportunità», ma che se mi creava disagi «lavorare gratis», si sarebbe comportato di conseguenza.

Nonostante questo sia per me un cliente importante, ho risposto:

«Lavorare gratis non mi crea disagi, mi crea perdite. Fare il copy è la mia professione, non il mio hobby. Lo faccio con passione, ma l’obiettivo non è sentirmi bene invece che a disagio. L’obiettivo è guadagnare un onesto e doveroso compenso. La differenza tra un dilettante e un professionista è proprio questa: il professionista non lavora a tempo perso, si fa pagare.

Lavorare gratis NON è una buona opportunità.

Lavorare gratis ripetutamente per ottenere, al massimo, il giusto compenso solo su uno dei lavori fatti ogni 4 o 5, non è un investimento: è un’inutile perdita di tempo. Tu lavoreresti se sapessi che l’azienda ti paga un mese ogni 5 con la motivazione che gli altri 4 mesi sono intervenuti dei cambiamenti che hanno vanificato il tuo lavoro? Chi comprerebbe mai dei biglietti di una lotteria se il massimo della vincita fosse il rimborso del biglietto acquistato?»

Probabilmente perderò il cliente e, francamente, non potrei permettermelo.

Ma se tutti i miei colleghi fossero altrettanto fermi nel rifiutare proposte indecenti o, peggio, non offrissero la loro disponibilità a gareggiare gratis perché è comunque «una buona opportunità», ne guadagneremmo tutti. Perlomeno in dignità.

Antonella Meoli


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Una bella scommessa (vinta in partenza)

Può una persona non vedente dalla nascita lavorare come copywriter con un art director che crea immagini? Quali le immagini mentali che si sovrapporranno a quelle reali? Le agenzie saranno disposte a questa nuova esperienza? La storia di Greta.

Due anni fa è arrivata in Accademia di Comunicazione Greta, una ragazza non vedente, che aveva una grande passione: scrivere per la pubblicità.
Non ci sono mai state esperienze simili, perlomeno in Italia, e ci siamo posti la domanda: come farà una persona non vedente dalla nascita a lavorare come copywriter con un art director che crea immagini?
Quali le immagini mentali che si sovrapporranno a quelle reali? E se anche tutto questo potesse avvenire, le agenzie di pubblicità saranno disposte a questa nuova esperienza Troverà lavoro nella pubblicità?
Abbiamo chiesto ad alcuni Direttori Creativi nostri ex studenti: qualcuno ha detto NO ma qualcun altro ha detto SÌ.

E abbiamo dato inizio all’esperienza.

Sono passati due anni, Greta ha fatto un ottimo lavoro e ora è pronta a iniziare in agenzia.

E in Agenzia andrà: è stata presa in stage in FCB Milan da Fabio Teodori, creative director, e da Nicola Rovetta, cosicché tra pochi giorni inizierà a lavorare.

Le abbiamo chiesto di raccontare la sua storia perché altri giovani non vedenti potessero avere un’ulteriore possibilità di lavoro futuro, perché tutti quanti potessero condividere con noi questa grande vittoria!

E la meraviglia di questa storia è stata la sua “non storia”.

“Mi è stato chiesto di riassumere la mia esperienza in Accademia. Dovrei scrivere un piccolo racconto, qualcosa che stupisca, magari con dettagli che solo un cieco può percepire. Ma è questo il punto. Io non ho niente da dire. Ci ho anche provato a scrivere la storia…

Se non ci credete, dopo vi mando l’inizio. Tuttavia, per quanto mi sia sforzata, non ho trovato nulla che valesse la pena annotare. Ho vissuto questi due anni come i miei compagni. Mi sono mangiata le unghie per l’ansia da consegna, ho passato i pomeriggi a litigare sulle virgole, e non so quanti soldi ho speso ai distributori di caffè. Certo, ho avuto qualche difficoltà. Ho incontrato persone che non volevano lavorare con me e gente che non ha mai pensato di descrivermi un video. Ma ho conosciuto anche dei compagni fantastici degli insegnanti curiosi e disponibili. Insomma, per me è stata un’esperienza normale. Ed è proprio per questo che anche altri non vedenti potrebbero farla. Si parla sempre d’integrazione, degli effetti speciali che un disabile può aggiungere allo show. Ma la verità è che sei davvero integrato soltanto quando non hai niente da dire”.


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Buon lunedì, le segnalazioni di Claudia Neri_10_02_014

Il lavoro di Dan Periovschi, llustratore/artista rumeno – noto anche per le istallazioni in situ – al Moma come al Macro di Roma.

Video intervista con Irving Harper, “paper Sculptor” americano, in bilico tra arte, design e crafts.

Dal Canada all’Europa, Sid Lee, “agency of the year” 4 volte in 5 anni, che recentemente ha firmato il restyling del brand ADC Global.

Martina Flor, giovane typographer/calligrapher argentina con base a Berlino.

twitter: @claudianeri


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Riforma Fornero: stasera diretta web con consulente del lavoro.

Questa sera, alle 20.15, diretta web con il Consulente del Lavoro esperto nel nostro settore. L’obiettivo è capire gli effetti della “riforma Fornero”. Abbiamo cominciato a parlarne qui, nei giorni scorsi.

Potrete partecipare digitando le vostre domande in chat. Ma ricordatevi di registrarvi, anche con nomi di fantasia. Il canale è QUI.

Se c’è ancora qualcuno che si chiede “ma perché l’Art Directors Club Italiano si occupa di questi temi?”
può trovare il mio parere qui e qui.
In estrema sintesi: l’ignoranza dei propri diritti rende schiavi.

A stasera.


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Fenomenologia del Faking, II – di Pasquale Barbella

Cambio di programma. Visto l’alto numero di lettori della prima puntata di ieri, postiamo tutto d’un fiato la continuazione del testo di Barbella.

Filosofia del fake

Si potrebbe obiettare che il fake non esiste in assoluto perché qualsiasi manufatto, nel momento in cui è esposto allo sguardo degli altri, diventa esistente. Abbiamo citato Archive e Ads of the World, ma l’intero www funziona da immenso collettore di contributi individuali, e se ciò che chiamiamo fake si intrude in un social network e viene gratificato da un milione di visite diventa, di fatto, un fenomeno di comunicazione. Non tutto il “virale” è fake, ovviamente; ma tutto il fake è, per natura, virale.
Gli obiettori possono continuare a gridare allo scandalo e pretendere norme sempre più restrittive dagli organizzatori di premi e festival, ma non c’è norma che tenga. Un fake non si definisce in base alle uscite sui media, ma in base ai suoi requisiti intrinseci. I requisiti negativi di un fake sono evidenti; se non sono evidenti, non si tratta di un fake. Se un annuncio è evidentemente un fake, chi lo vota e gli fa vincere un premio o è un giurato immaturo o è in malafede.
Spieghiamoci meglio.
Stiamo parlando di concorsi pubblicitari, dove si votano e premiano lavori pubblicitari: sperabilmente per qualità che non si limitano alla carineria dell’esecuzione o, peggio, a sciccherie di moda. Per avere qualche chance, i lavori iscritti devono possedere come requisito minimo l’essere, per l’appunto, pubblicitari (salvo i casi di grafica editoriale, assimilabili comunque alla comunicazione commerciale).
La pubblicità è tale solo se è in grado di mobilitare opinioni. Può mobilitare opinioni anche su sé stessa, naturalmente; ma se mobilita opinioni soltanto su sé stessa, non solo non è pubblicità ma reca anche grave danno alla categoria. Danno di credibilità e danno economico, come purtroppo è avvenuto e avviene in questo paese.
Smascherare un fake è meno arduo di quanto si creda. L’apparente successo dei fake presso una certa fascia di addetti ai lavori dipende da cattiva formazione e da uno sgretolamento della professionalità. Oltre che non-pubblicitari, i fake sono spesso così vecchi, stupidi e volgari da rendere incomprensibile la posizione di chi li premia.
Vecchi perché, se fatti di carta stampata, riproducono all’infinito – da oltre vent’anni – lo stesso format. Grande immagine su doppia pagina, con piccolissimo pack-shot e tre o quattro paroline alla base. Un format seducente e molto bello in origine, ma replicato milioni di volte in tutto il mondo per sostenere un paradossino su questo o quel prodotto (talvolta inesistente). Un format che da Lürzer’s Archive si è diffuso a dismisura fino a provocare un’epidemia, e che ha ucciso definitivamente il copywriting per un motivo banale: Archive deve poter circolare in tutto il mondo e pubblica cose che possano essere capite da un italiano, uno svedese, un kenyota e un coreano senza bisogno di traduzione. Passaporto ideale, perciò, di immagini-choc anche se prive di senso.
L’industria del fake uccide la pubblicità perché nasce da pubblicitari che si rivolgono a pubblicitari. È un’industria fasulla, regolata dal “voglio ma non posso” (il solo riconoscerlo dovrebbe essere umiliantissimo per chi la sostiene). È un’attività gratuita in tutti i sensi: non rende nemmeno un centesimo ai suoi autori, ed è totalmente arbitraria. Non serve a niente e a nessuno. Impoverisce chi li inventa, nonché fotografi, illustratori e case di produzione indotti a fornire esecuzioni gratis nella speranza di ottenere in cambio, domani o fra un anno, una commissione retribuita. E dal momento che i fakemaker italiani fanno anche dei bruttissimi fake, si rovinano la reputazione e rovinano quella dei colleghi.
Per capire meglio cosa sia o cosa dovrebbe essere la pubblicità, bisognerebbe compiere lo sforzo di immaginarsi dentro un altro mestiere e di esportare nell’altro mestiere certe nostre pratiche distorte. Esempio: facciamo finta di essere tutti idraulici e di partecipare ogni anno a un festival di ingegneria idraulica. Arrivo io e stupisco tutti con un tubo di sabbia. Gli altri hanno progettato e brevettato tubi in acciaio zincato, in rame, in gres, in ghisa sferoidale, in PVC, in polietilene, in vetroresina, in calcestruzzo armato normale e precompresso. Si sono fatti il mazzo nel calcolo di pesi, diametri, spessori, pressioni, resistenza ai carichi, portata dei fluidi, filettature coniche e cilindriche, temperature, condizioni ambientali. Ma io ho avuto l’idea più brillante e mi cucco il grand prix. Contenti? Ora vorrei vedere quanti di voi sono disposti a sostituire con la sabbia le tubazioni della propria abitazione.
E il peggio deve ancora venire. Il mio tubo influenza una generazione di giovani tubisti. Per venti o trent’anni, gli artisti del tubo iscrivono ai festival tubi o intere pipeline (traduco: condotte pippaiole) in carta, tabacco, pelle di coniglio, membrana biologica, capsicum piccante, solanum lycopersicum, polpa di legno, zampa di pollo, codino di porco, fibra prepuziale, aria compressa, creta, polvere di stelle, merda d’artista. L’ingegneria idraulica, quella vera, ne soffre fino a perdere ogni possibilità di sviluppo e persino di sopravvivenza. Nessuno chiama più l’idraulico perché non si fida: se i tubi sono quelli, tanto vale tenersi il water intasato. Finché tutto il paese non annega nell’esondazione di un’unica, immensa, implacabile fogna.

Il fake e la scatologia

La scatologia non è una sottobranca del packaging. Riporto da Wikipedia: «Col termine scatologia (dal greco attico σκῶρ, gen. σκατός, “escremento”, e λόγος, “materia, ragionamento”), s’intende ogni cosa che abbia a che fare con le deiezioni. Forme patologiche possono portare all’eccitazione erotica in presenza di atti defecativi o di escrementi (scatofilia), al maneggiamento di deiezioni (coprofilia) e all’ingestione di feci (scatofagia).»
Forme patologiche, appunto. E petologiche. Non capisco perché sia così frequente, nei fake pubblicitari, il filone estetico dell’inculo e della scoreggia. Don Draper, il simpatico blogger di Bad Avenue, ha aggiunto una efficace new entry all’elenco delle nostre specializzazioni creative: fart director. Probabilmente l’abbondanza di infrazioni alle buone maniere ricorrente nella “pubblicità alternativa” deriva dalla credenza che non esiste creatività senza trasgressione. Anch’io ho teorizzato qualcosa del genere, ma alludevo a una trasgressione di portata più ampia; forse avrei dovuto parlare di “digressione”, di scostamento dai binari consueti.
Non sono un talebano e non escludo a priori l’efficacia delle brutte maniere, quando ci vuole; uno dei miei annunci più fortunati mostrava un tizio nell’atto di tagliarsi le palle, ed era la metafora di ciò che può accadere agli investitori che tagliano gli investimenti. Ma non tutte le digressioni o trasgressioni hanno senso, e quando si insiste a praticarle senza senso – cioè senza l’impegno a mobilitare opinioni d’un certo rilievo al di là del premiuccio strappato agli ingenui – conviene prendere atto d’una qualche nevrosi che spinge una parte del prossimo a épater le bourgeois a tutti i costi, senza possedere le doti di un Oscar Wilde o di un Charles Bukowski.
Il fake ferisce chi lo fa e uccide lentamente chi si ripete.
Il fake ha già trasformato il mercato della pubblicità italiana in un cimitero.

Come trasformare la fakalità in energia positiva

I fakoceri si ostinano a generare robetta nell’illusione di dimostrare così un superiore talento. Prima ancora di biasimarli è necessario capirli, diagnosticare la malattia. Prima di saltargli addosso bisogna aiutarli a spendere meglio le risorse intellettive di cui sono dotati. Il faking può nascere dalla disperazione e dalla paranoia. Dalla continua e bruciante constatazione che il lavoro trasparente comprime le tue capacità anziché farle esplodere. Dalla sfiducia in un mercato che inibisce le tue qualità anziché giovarsene. È la sindrome, antica quanto il genere umano, del “genio incompreso”.
C’è qualcosa di guasto intorno a noi, e qualcosa di comprensibile nell’attivismo – ombroso, ossessivo, talvolta frenetico – dei facitori di fake. Creare messaggi in cui crediamo è necessario, vitale, divertente. Ma pochi sono disposti a comprare il frutto, incontaminato, dei nostri pensieri.
Ci sono, in chi ama i mestieri creativi, energie “pure” che devono trovare assolutamente uno sbocco, liberarsi, manifestarsi nella sperimentazione e nella realizzazione di qualcosa di potente e diverso. Ma la pubblicità, dicevamo, è anch’essa una forma di ingegneria; e come tale non può sottrarsi al dovere della funzionalità per rifugiarsi nella sola sublimazione estetica, ammesso che la natura dei fake, manifestamente non funzionale, abbia oggettive virtù estetiche.
La sfida delle professioni creative sta proprio nei limiti, nei binari, negli ostacoli che si frappongono tra l’autore e il traguardo. La creatività consiste nella risoluzione – inedita – di un problema; se invento la soluzione in assenza di problema commetto un fake, cioè qualcosa di inutile e sbagliato. Che gusto c’è a barare? Per risolvere un cruciverba devi rispettarne lo schema e interpretarne le definizioni; se, soggiacendo a un impulso perverso e irresistibile, riempi tutte le caselle bianche con le lettere F, U, C e K, hai creato qualcosa di tuo ma che non serve né a te né a nessun altro. In più, hai dimostrato di essere piuttosto scarso come enigmista. Scarso è lo scrittore di Shining, che al culmine della frustrazione riempie la pagina bianca dattiloscrivendo a ripetizione la frase «Il mattino ha l’oro in bocca.» (I pubblicitari, che non sempre hanno la misura degli scrittori, nemmeno quella dei più squinternati, avrebbero scritto e riscritto «Il mattino ha l’oro nel buco del culo» pur di entrare in qualche shortlist di dannati).
Ma non mi piace usare il bastone senza avere una carota in tasca. Mi appello ai fakisti e ai loro supporter di oggi e di domani con un set di suggerimenti utili a esprimere la loro creatività in funzione di qualcosa di buono e duraturo.
La premessa è che la pubblicità e la creatività non sono tali se non sono sorrette da un progetto.
E il progetto non è un progetto se si limita a un exploit occasionale e fine a sé stesso.
Dovete lavorare per una marca vera, e riservarle un trattamento articolato e continuo. Avendo in mente un obiettivo preciso e chiarissimo: mobilitare consensi sulla marca e su quello che dice: non solo sulla paginetta o lo spottino di turno, che ne è il veicolo. Prendo un taxi non perché sia rosso a strisce verdi con tre ruote circolari e una quadrata; ma perché può portarmi all’aeroporto senza traumi, senza scazzi e senza perdite di tempo.
Non avete o non vi bastano i clienti veri? Non ci credo: almeno una marca ce l’avete, e siete voi stessi. Se poi lavorate in uno studio, in un’agenzia, in un laboratorio, siete proprio a cavallo: potete fare pubblicità alla vostra organizzazione (self-promotion), decidendo da soli o con i colleghi una efficace strategia a lungo termine, e sparare mirabili episodi di comunicazione che servano a produrre un genuino interesse nei vostri confronti.
È sciocco darsi da fare gratis per una boutade visiva su un sexy shop quando potreste riservare le vostre energie e il vostro entusiasmo alla costruzione di un business di successo. Per fare questo non basta però giocare con Photoshop e photoshock; non basta accanirsi in uno sterile onanismo. Dovete entrare nell’ordine di idee che state lavorando a qualcosa di utile, solido, produttivo. Dovete investire la vostra passione e, all’occorrenza, anche del denaro. Non si vive di soli regali.
Potrei parlare di una lunga e proficua attività autopromozionale della mia ultima agenzia, la BGS, ma non lo farò. Vi ricorderò invece la storia di Cement Rubber, il prodigioso incollatutto con cui una sconosciuta agenzia madrilena, la Contrapunto, conquistò il mercato spagnolo (e non solo il Grand Prix a Cannes, 1991, sezione film).
Dal punto di vista tecnico-puristico, poteva trattarsi di un fake. A quei tempi il fenomeno era inedito; sarebbe esploso pochi anni dopo, proprio a Cannes e in un’altra categoria (press & poster), probabilmente grazie a una compagine di burloni brasiliani di talento. Il commercial della Contrapunto – soavemente ambientato in un convento di clausura, con le suore che riattaccano il pene spezzato a una statua di Gesù Bambino – fu votato all’unanimità da tutti i giurati, me compreso. Nessuno sospettò che si trattasse di un falso, perché l’idea del falso pubblicitario era ancora assente dalle nostre immacolate coscienze. La voce cominciò a circolare anni più tardi, ma nel frattempo la Contrapunto era cresciuta – grazie anche a quell’esordio – e aveva dimostrato coi fatti di essere una delle agenzie europee più brillanti degli anni Novanta.
Ma era poi davvero un fake?
Il fake è un’architettura instabile e incompiuta, occasionale, immotivata, inabile a costruire o sorreggere alcunché. Il film di Cement Rubber era invece un’opera robusta e impegnativa, persino costosa, progettata per il lancio internazionale di un prodotto vero: non Cement Rubber, ma il brand Contrapunto. I pubblicitari adulti ricordano e apprezzano quella campagna a distanza di oltre vent’anni; hanno dimenticato la marca dell’attaccatutto ma non il brand vero, Contrapunto.
C’è chi con instancabile insistenza e ineccepibile enfasi etica conduce battaglie contro il fake da quando il fake ha preso a inquinare, deturpare, deprimere la nostra identità professionale. Ma finché si spera di arginare il fenomeno a colpi di regolamenti, denunce, ostracismi, invettive e censure, il fake continuerà a trionfare senza la minima scalfittura. Il fake non va interdetto in quanto fake, ma in quanto oggettiva, evidente, irrimediabile cazzata. Il fake è la bara della creatività. Non solo: è tra le cause più subdole della caduta a volo libero della credibilità professionale e del mercato.
Per capire questo è necessaria una svolta radicale nella formazione e nella mentalità. Nelle accademie e nei master è ora di rivedere programmi e palinsesti; non devono essere più soltanto dei laboratori del “fare” ma anche e soprattutto officine di pensiero. Bisogna ridare alla sana teoria lo spazio che le è stato incautamente sottratto. Per smanettare c’è sempre tempo. E se proprio si deve smanettare a scuola, è più produttivo rompersi il capo sui pomodori pelati che sull’eterno, onnipresente, immarcescibile Durex.

P.B.


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Fenomenologia del Faking, I – di Pasquale Barbella

(Prima di tre puntate)

Falso, finto, sintetico, artificiale, contraffatto, simulato. Queste le traduzioni da dizionario dell’aggettivo inglese fake, entrato con prepotenza nel gergo degli addetti alla pubblicità (specialmente art director e copywriter) da non molti anni a questa parte. Il sostantivo sta per “falso” ma anche per “imbroglione, truffatore”. Neanche il dizionario, che è neutrale per statuto e vocazione, concede attenuanti al fake: non uno solo dei suoi significati sfugge alla riprovazione del lessicografo.
Nella pubblicità contemporanea la pratica del fake è comunque talmente diffusa da indurci a sospettare che gli estimatori della truffetta non siano una sparuta minoranza. Quanto agli osservatori esterni, tra cui mi metto anch’io, farebbero volentieri a meno di parlarne se il fenomeno non avesse assunto, di recente, proporzioni tali da generare furiose ed estenuanti polemiche nell’ambiente. E non si tratta semplicemente di essere contro o di essere pro; le implicazioni del fake sono varie e complesse, e meritano un tentativo di considerazione approfondita.
Intanto non è semplicissimo definirlo. In altri contesti, il falso (d’autore o da strapazzo) è l’imitazione d’un originale: tende a riprodurre gioconde, banconote, passaporti, procurando al falsario benefici o punizioni di entità variabile ma di indiscutibile concretezza. Il falso pubblicitario procede invece da impulsi, per così dire, idealistici: aspira alla legittimità e a misurarsi con altre prestazioni originali, sia autentiche sia altrettanto volatili e astratte. Non vuole essere il doppione di qualcos’altro, ma infiltrarsi nei media, o nei concorsi, o in entrambi, per reclamare a gran voce la propria unicità (vera o presunta) e procurare consensi e gratificazioni al suo autore.
Proviamo ora a classificare, con metodo, le esperienze fake e a misurarne i moventi, le caratteristiche e gli effetti. Come i sismologi, anche noi avremmo bisogno di un’adeguata scala Richter per misurare il peso, l’estensione e la gravità del fenomeno. Questa scala non c’è. Anzi non c’era. La invento io, per mia e vostra comodità.

Soft fake.

Manipolazione parziale di un’opera pubblicitaria autentica, cioè realizzata su ordinazione e previa approvazione di un committente, diffusa attraverso canali di comunicazione vecchi e nuovi. Si tratta, di solito, di modesti face lifting (o, se preferite, fake lifting) eseguiti allo scopo di abbellire il lavoro e renderlo degno d’un portfolio rispettabile nonché di gareggiare, all’occorrenza, in una competizione a premi. Il dolo c’è, ma spesso si tratta di peccato veniale: soprattutto quando l’opera era stata concepita come appare dopo la correzione, ma aveva dovuto subire uno sfregio perpetrato da terzi. Come se il fantasma di Michelangelo, per intenderci, fosse andato personalmente a togliere le braghe che il Concilio di Trento aveva imposto ai suoi ignudi nella Cappella Sistina. La materia, nel nostro caso, è meno solenne: un logo più piccolo, uno strillo in meno, un po’ d’aria in più. Il soft fake suona insomma come un tentativo di rivendicazione e di restauro, da parte di autori umiliati dalle ostili procedure di una immeritevole clientela.
Se il restauro affronta una sessione di giudizio, può incontrare tre tipi di giurati: quelli che non si accorgono del lifting; quelli che se ne accorgono ma chiudono un occhio; quelli che se ne accorgono e gli infliggono una bastonata. Se l’alterazione è minima starei fra i tolleranti, perché sono tollerante di natura; preferisco però la trasparenza (tollerare non vuol dire approvare), anche perché nella vita ho imparato che i veri capolavori sanno resistere stoicamente a qualche difetto. Il mio film preferito, Psycho, ha più difetti di una Trabant di seconda mano: ciò non toglie che si tratti di un’opera geniale.

Ordinary fake

È il genere di fake più comune e più intrusivo: una specie di microcrimine legalizzato. Le procedure che lo sostengono sono a prova di call for entry (i regolamenti di iscrizione a festival e altri concorsi professionali). Le norme di partecipazione ai concorsi devono essere semplici, immuni da distinguo e sottodistinguo complicatissimi da congegnare e da condividere; si limitano, nella fattispecie, a esigere che i lavori iscritti siano effettivamente comparsi sui media e non inventati di sana pianta per vincere un premio.
Superare lo scoglio è fin troppo facile. Basta procurarsi un cliente piccolissimo (il ristorante di fronte, il tattoo shop all’angolo) o, meglio ancora, convincere un cliente di qualsiasi taglia che l’annuncio è gratis e non gli recherà alcun danno; uscire una volta su qualche gazzetta a basso costo, e il gioco è fatto. Tutto regolare.
Gli ordinary fake producono reazioni in parte passive e in parte bollenti. I più sospettosi esigono, a ragione, controlli notarili sull’origine e l’iter mediatico del pezzo in discussione. Ottenuti i controlli, e accertata la pubblicazione una tantum sul bollettino parrocchiale di Roccacannuccia, possono mettersi l’anima in pace o proseguire la battaglia innescando polemiche sui blog e altrove. Il vero problema, come vedremo, non sta nei fake ma nella sgangherata simpatia che producono. Piacciono perché divertono, come piacciono e divertono le barzellette ben raccontate, specialmente se trucide. E le droghe. Per questo proliferano in continuazione. Per questo i portfolio di una volta stanno diventando dei fakebook.

Hard fake

Qui l’astrazione rasenta il sublime. Lavori mai usciti da nessuna parte (se non, qualche volta, su Archive o sul sito Ads of the World), realizzati senza la complicità e i soldi di alcun committente e, addirittura, per prodotti fake di aziende fake. L’obiettivo è sempre lo stesso: mettersi in luce, ostentare un talento quotidianamente frustrato da troppe esperienze negative di lavoro vero, strappare un riconoscimento o, almeno, un po’ di patetica visibilità. (continua qui)


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Piangere al telefono. L’aspetto “tennico” della crisi della pubblicità classica

Imprescindibile strumento di lavoro dei manager

C’è una considerazione storica sulla crisi della pubblicità classica che, secondo me, dipende anche dalla semplice evoluzione tecnica. Io ho iniziato a lavorare alla fine negli anni settanta, appena uscito dal liceo artistico e ho visto le agenzie pubblicitarie degli anni d’oro, gli anni ottanta, epoca in cui peraltro si rimpiangeva la precedente età d’oro: i primi tempi di Carosello :-) .

Negli anni 60 e 70 del secolo scorso gli spot potevano essere visti solo in proiezione o alla moviola. Le agenzie pubblicitarie di una certa dimensione avevano entrambe, mentre quasi nessuna azienda aveva sala di proiezione o moviola in casa. Vedere il nuovo Carosello era un rito hi-tech che poteva svolgersi solo presso l’agenzia o, se l’agenzia era piccola, presso la casa di produzione.

Con l’arrivo della videoregistrazione le cose sono rimaste analoghe per molto tempo: i videoregistratori professionali in formato U-Matic costavano milioni di lire, e altrettanto costavano i grandi televisori con enormi tubi catodici presenti nelle sale riunioni delle agenzie. Per capirsi, per vedere uno spot occorreva un’attrezzatura professionale del costo equivalente a diecimila, ventimila euro di oggi. Anche in questo caso poche aziendedisponevano di quell’attrezzatura, perché difficilmente ne avrebbero giustificato l’acquisto.

Quando bisognava discutere della nuova campagna, gli alti dirigenti dell’azienda cliente prendevano il taxi (o si sobbarcavano il viaggio fino a Milano, Torino o Roma) per venire in agenzia. Era anche normale che Amministratori Delegati di multinazionali scambiassero il biglietto da visita con giovani art director o giovani copywriter, se questi erano coinvolti nella campagna. Lo status dei creativi era molto elevato, anche se la situazione tutt’altro che ideale, diversa dai ricordi dei nostalgici: gli account executive che tornavano dalla riunione dicendo “il cliente ha detto…” esistevano già allora.

 

E-mail ed Mpeg invece di moviola e videoregistratore.

Da metà degli anni Novanta, tecnologicamente è cambiato tutto. Oggi per presentare un film basta inviare un’e-mail con un filmato in formato Mpeg in allegato. Il messaggio può circolare in azienda ed essere commentato da chiunque lo riceva. Le richieste di modifica e le modifiche stesse possono essere fatte e rifatte via e-mail, in certi casi con l’aspettativa che possano essere eseguite in poche ore.

La risposta a questa evoluzione tecnologica, a mio parere, non è rimpiangere il piccolo mondo antico, bensì abbracciare l’innovazione per coglierne i lati positivi. Ad esempio, oggi, l’integrazione fra tv, comunicazione e social media.

 

I dirigenti del Piccolo Mondo Antico

L’errore storico della maggioranza dei dirigenti d’agenzia (management e direzioni creative), invece è stato remare contro e cercare insistentemente di mantenere lo status quo, errore che in molti casi persiste tuttora. La diffidenza nei confronti delle novità tecniche e tecnologiche è insita nel codice genetico degli italiani (e infatti siamo in ritardo rispetto all’Europa nella diffusione di Internet tanto nelle aziende quanto fra le famiglie), e ancor di più nelle classi dirigenti, costituite, nel caso della pubblicità italiana, dai capi d’agenzia e dalle direzioni creative. Mi ricordo bene che negli anni Novanta, quando parlavo di e-mail e Internet, mi si opponeva l’argomentazione che per comunicare esistevano già il fax e il telefono. In questi anni (anche recentemente) quando parlo di Facebook e di Twitter mi oppongono l’obiezione che esiste l’e-mail.  Mi ricordo anche le polemiche di retroguardia sul computer che uccideva la creatività e il pensiero strategico rispetto a carta e matita. Sì, certo.

 

Responsabilità. Alcune sono precise e facilmente individuabili.

Ovviamente la crisi della pubblicità classica e della tv generalista dipende anche da cause globali al di fuori del controllo di chiunque. Però, almeno in parte, i problemi che affliggono la pubblicità italiana sono facilmente individuabili: la pervicace, tenace e in certi casi orgogliosa resistenza all’innovazione da parte della gran parte dei suoi dirigenti, resistenza condivisa spesso anche dalle aziende italiane. La nozione, sbagliata, per cui gli aspetti “tennici” sono roba secondaria, le tecnologie non fanno parte della cultura di base e la persona elegante non si sporca le mani.

Prove a carico? Basta guardare le presenze online di UPA Utenti Pubblicitari Associati e Assocomunicazione. Sono forse all’avanguardia della cultura di comunicazione online? È possibile contattare gli alti dirigenti di agenzie e aziende via Facebook? Se gli mandi un’e-mail ti rispondono o hanno qualcuno che risponde? Quanti hanno una presenza con Google+? Quanti sono gli Amministratori Delegati italiani presenti su Twitter o con un blog personale?

Se la risposte, nel 2011, sono “no”, “raramente” e “pochissimi”, allora c’è una larga percentuale di alti dirigenti italiani che, come un vecchio ex presidente del consiglio allergico alle intercettazioni, perde troppo tempo al telefono.

 


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Cosa mi aspetto da Assocomunicazione

Emanuele Nenna, in un commento a un post del suo blog, mi rivolge un invito interessante.

Chiede a me o a un consigliere Adci di partecipare, in veste di moderatore, al confronto “live” tra lui e gli altri due candidati al “ministero creatività e premi”: Maurizio Sala e Pino Rozzi. L’incontro andrebbe naturalmente organizzato da qualche testata di settore.

Faccio un po’ fatica a vedermi nella veste di moderatore. Non l’ho mai fatto.

Non ho però problemi a dichiarare cosa mi aspetto da Assocomunicazione, nei prossimi tre mesi e non nel prossimo triennio.

1)Una linea ferma e ufficiale che regolamenti le gare. Sostenuta da strumenti concreti per attuarla.

2)Una posizione ferma e ufficiale contro lo sfruttamento che oggi colpisce soprattutto i giovani per una ragione molto semplice: i “vecchi” sono quasi tutti scomparsi.

1)Gare
Spesso segnano l’avvio della nostra relazione con le aziende.


Una sana relazione consulenziale si basa necessariamente su quattro aspetti fondamentali, strettamente correlati: credibilità, autorevolezza, reputazione, valore.

Se 5 avvocati si disputassero il mio caso lavorando gratis per mesi, offrendomi 16 alternative di difesa, alla fine preferirei comparire in tribunale da solo. Le aziende hanno pure un’alternativa all’autarchia: si chiama crowdsourcing.

Le gare senza regole e senza rimborso tolgono credibilità all’intero settore, perché non danno un valore economico al lavoro. Questo priva di qualunque autorevolezza i progetti presentati, indipendentemente dalla qualità creativa espressa. Vi fidereste del chirurgo che vi offrisse un intervento a cuore aperto gratis?
Se alcune delle migliori agenzie italiane si spogliano pubblicamente di ogni autorevolezza davanti ad aziende importanti (devo proprio fare nomi? Unicredit, Telecom, Poste Italiane, Ferrarelle, per esempio), screditano l’intero settore. Ci sputtanano la reputazione.
Senza reputazione non c’è valore. E il giro ricomincia.

Gli investimenti in comunicazione sono complessivamente aumentati nell’ultimo decennio.
Eppure, l’assenza di regole unita a una folle competizione basata sulla pronitudine dei prezzi e delle condizioni contrattuali, hanno quasi ucciso il nostro lavoro. E abbiamo quasi ucciso anche i settori professionali più a valle: case di produzione, fotografi, illustratori, ecc.
Non c’è altro tempo da perdere.

Non mi aspetto solo delle regole per le gare. Mi aspetto anche il rigore nell’applicarle, senza eccezioni. Sospensione alla prima infrazione. Espulsione alla seconda.
Suggerisco di incentivare i comportamenti virtuosi, creando una pubblica vetrina online che permetta alle agenzie di Assocomunicazione di raccontare i comportamenti etici da parte dei committenti. Auspico anche una vetrina pubblica che stigmatizzi i comportamenti non etici.
In questo senso l’Adci è sicuramente disponibile a collaborare con Assocomunicazione. E molti dei soci che lavorano in agenzie indipendenti mi hanno già dato un parere positivo in tal senso. Unire le conoscenze ci permetterebbe di condividere una mappa dei comportamenti virtuosi e non, molto più precisa.
Non lasciamo solo alle aziende il privilegio di valutarci. Anche così si conquista l’autorevolezza.

2) Sfruttamento giovani
Un’indagine Eurisko, commissionata proprio da Assocomunicazione nel 2009, evidenziò che Il 72% degli addetti aveva meno di quarant’anni.
Credo che oggi gli under 40 siano oltre l’ 80%, se si parla di tutte le strutture che fanno parte di Assocomunicazione. Se invece facciamo riferimento ai reparti creativi delle strutture di “pubblicità e comunicazione globale”, gli under 40 si avvicinano al 90%.
Lasciamo perdere la demagogia spicciola e non raccontiamoci che il nostro settore investe sui giovani.
Più semplicemente, il dumping ormai cronico ha tolto alle agenzie le risorse economiche per pagare l’esperienza. E questa è stata una grave perdita, anche per i più giovani. Un tempo, certe sigle storiche dell’advertising (per esempio McCann e Saatchi&Saatchi) erano delle vere scuole, perché permettevano ai più giovani di crescere professionalmente, “rubando” esperienza ai senior.

Non esiste un censimento ufficiale, ma oggi i giovani che lavorano in agenzia percepiscono da 83 centesimi a 5 euro e 41 centesimi netti all’ora.
Ve lo assicuro, perché ne incontro molti e ci parlo. E ricevo moltissime email sull’argomento. Ovviamente ho calcolato anche gli straordinari diventati ordinari e non retribuiti.
È molto bello parlare di talento. Ma va incoraggiato oltre che identificato. La nostra industry sta diventando sempre meno attraente per i migliori talenti.
Perché con queste retribuzioni non è possibile accendere nemmeno un mutuo lungo quarant’anni. Senza contare che sta diventando una carriera breve quanto quella dei calciatori. Ma con stipendi diversi.

Potrà sembrare strano che, pur essendo presidente dell’Art Directors Club Italiano, non abbia sin qui avanzato richieste sulla valorizzazione della creatività. In realtà l’ho fatto. Considero la creatività la conseguenza di una sana relazione tra azienda e agenzia. Sin tanto che questa relazione resterà patologica, vedremo “creatività” in qualche campagna sociale e nei cosiddetti “fake”. Forse.
Come vado spiegando da anni, la comunicazione italiana fa mediamente schifo perché è scadente la relazione tra agenzie e aziende.
I nostri giovani creativi vincono spesso the young competition festival a Cannes. Poi si perdono, nei meandri di un lavoro che non ha più niente di creativo.

Se il nuovo corso di Assocomunicazione darà segni tangibili e in tempi molto rapidi di voler intervenire sui primi due aspetti che ho evidenziato, potremo passare al punto successivo: valorizzazione della creatività. È sicuramente un punto cruciale, che dovrebbe stare a cuore non solo alle aziende ma anche alle istituzioni. Perché il “nutrimento” principale dell’immaginario è oggi la pubblicità, non l’arte. Shit in, shit out.

Ai proprietari di agenzia che partecipano regolarmente a gare non remunerate, applicano il dumping e di conseguenza sfruttano i propri collaboratori, rivolgo un invito cordiale: ritiratevi. Basta raccontare che “così fan tutti”. Basta giustificarvi con “la dura legge del mercato”. Non avete attitudine imprenditoriale. Non siete nemmeno degli imprenditori per Wikipedia, perché vi manca il coraggio:

l’attitudine ad affrontare il rischio è un elemento specifico dell’attività imprenditoriale: l’imprenditore (perlomeno nella piccola impresa) deve spesso mettere in gioco la propria sicurezza economica e finanziaria pur di mettere in pratica la propria idea, profondendo nella realizzazione del progetto imprenditoriale gran parte delle proprie risorse economiche e temporali.

Il 2012 sarà un anno durissimo per il nostro settore. Non c’è spazio per i vigliacchi.