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5 Replies

Vittorio Parazzoli e i suoi auspici autunnali.

Ogni Kimmidoll porta con sé un significato diverso che riconduce ai valori della vita.
Tutte sono di buon auspicio per chi le riceve in dono.
Le Kimmidoll arrivano dal Giappone , sono in legno e resina e hanno dimensioni che vanno dai 6 cm ad un metro e mezzo.
Adatte ad ogni temperamento, non sopportano le stronzate.
Digitalizzazione e flessibilità le trasformano in pericolosissimi oggetti di malasorte.

Posto un pezzo senza firma, perché è molto più vero dell’articolo che lo ha innescato. Posto questo pezzo perché chi lo ha scritto ha concluso con una richiesta che capisco sin troppo bene: ti pregherei di lasciarmi anonimo. è già molto difficile trovare un’agenzia che assuma un 40enne…

Stamattina leggo il commento di Vittorio Parazzoli, direttore del Daily Media. Afferma che le parole chiave per le agenzie, se vogliono resistere ai tempi che avanzano, sono digitalizzazione e flessibilità. Lascio perdere la prima parola, tanto ci manca poco che anche mia madre oramai, casalinga da una vita, dica che il digital è il futuro. Ve l’immaginate? La app per scaricare panzerotti caldi caldi e fumanti. Il gusto? Chi se ne frega? Basta che ci sia l’experience.
Invece vorrei dire qualcosa in più sulla seconda parola, flessibilità. Dottor Parazzoli, che non leggerà mai queste parole, ma lei da quanto tempo è che non mette piede in un’agenzia di pubblicità? Secondo me c’erano ancora in giro ragazzi col Moncler e le Timberland e in America c’era un cattivo attore come pessimo presidente.
Se si fa un giro nelle agenzie di oggi troverà un sacco di flessibilità. Uomini, padri di famiglia, con un figlio piccolo da crescere, angosciati da un contratto in partita iva finto. Troverà donne che non fanno figli perché non sanno cosa ne sarebbe di loro se ne avessero. Donne che fanno figli e che si ritrovano senza lavoro al loro ritorno dalla maternità, magari non pagata. Giovani pagati con due lire e qualche pacca sulla spalla e se provano a lamentarsi gli viene detto che dietro la luccicante porta di vetro dell’agenzia, c’è una fila che nemmeno la notte prima dell’uscita dell’i-Phone 25.
Perciò, Dottor Parazzoli, di flessibilità secondo me ce n’è fin troppa nelle nostre agenzie. Lei afferma che le agenzie dovrebbero de-strutturarsi, essere elastiche, aumentare i collaboratori se arriva un budget, poterli ridurre se lo perdono ecc.
In pratica, dovrebbero poter far ricadere il rischio d’impresa direttamente sul lavoratore. Cazzo, così lo faccio anch’io l’imprenditore, che ci vuole? A parte che in ogni caso, dorma pure sonni tranquilli, molte agenzie di sono de-strutturate con una certa facilità negli ultimi tempi, alleggerendosi anche dei propri assunti a tempo indeterminato. Oltre a non far bene alla qualità del nostro lavoro, la precarietà, l’incertezza economica, la paura del futuro non sono mica un copyright degli operai, sa?

Ho postato questo pezzo anche perché ne sottoscrivo ogni riga: i veri imprenditori mettono in gioco solo se stessi.

  • http://www.koinetica.net giacomo ghidelli

    Da imprenditore, sottoscrivo ogni parola del post e di Massimo Guastini. Da imprenditore mi vergogno di tanti imprenditori che circolano nel nostro ambiente e che hanno distrutto questo mestiere. Da anni, come è stato giustamente detto.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    In quanto partita iva e freelance da oltre venti anni, e quindi più precario dei precari, senza alcun servizio né sostegno dallo Stato in caso di contenzioso, e con la spada di Damocle del sospetto di evasione fiscale sempre sulla testa, penso di poter dire la mia con cognizione di causa.

    Sono in generale d’accordo con il contenuto della lettera: molti dirigenti e titolari d’agenzia si comportano e si sono comportati con grande scorrettezza nei confronti dei loro collaboratori, particolarmente dei creativi (gli amministrativi, chissà perché sono più al sicuro).

    Ne ho avuto anche esperienza diretta: promesse mai mantenute, pagamenti in ritardo o mai avvenuti, interruzioni di collaborazioni senza alcun preavviso, riduzioni unilaterali dei compensi. Per cui non faccio teoria.

    Ritengo che – come sempre in Italia – tanto lo spunto di partenza dato da Vittorio Parazzoli, quanto l’autore della lettera, pongano troppo l’accento sul lavoro. Non sono i lavoratori l’unico o il principale rischio d’impresa.

    Gli imprenditori italiani sono ossessionati dal costo del lavoro. Secondo me dipende da un atteggiamento culturale per cui gli italiani odiano pagare le persone. Comprare un macchinario da 150.000 euro è un investimento che li rende orgogliosi. Pagare un operaio specializzato invece è un costo da ridurre il più possibile.

    Dall’altra parte i lavoratori italiani sono ossessionati dalla sicurezza. Sembra che se il datore di lavoro può licenziare, crolla il mondo.

    Da freelance che ne ha passate di tutti i colori, devo dire che è molto più sicuro fare il freelance che essere dipendente di una piccola azienda: il dipendente, anche col più blindato degli articoli 18, può sempre perdere il lavoro (l’azienda fallisce, e il lavoro è perso). Un freelance difficilmente può perdere tutti i suoi clienti tutti insieme. L’unico pericolo per il freelance è avere meno di tre clienti attivi.

    I problemi sono altri. E non lo dico per benaltrismo. Li indico tutti e due:

    1. A parte obbligare azienda e lavoratore a un matrimonio indissolubile talvolta non gradito a entrambi, IN ITALIA NON CI SONO AMMORTIZZATORI SOCIALI degni di questo nome. Se l’azienda che rischia di fallire è la Fiat o l’Alitalia, interviene il governo. E spesso interviene unicamente per motivi elettorali o di spartizione del potere. Se invece una media-piccola azienda fallisce, i lavoratori SONO LASCIATI A LORO STESSI. Peggio delle partite iva che, almeno, se un cliente non paga, ne hanno due o tre che comunque pagano.

    2. Per quel che riguarda precari e partite iva, il problema è gestire gli alti e bassi. Ma avere un calo di reddito da partita iva può trasformarsi in un incubo, grazie a un regime fiscale che parte dal presupposto che i fatturati devono sempre aumentare. E si trasforma in un incubo non per colpa dei clienti (magari un cliente fallisce e non paga il 20% del reddito annuo di un dato freelance: sono cose che capitano, in fondo non è colpa sua: fa parte del rischio imprenditoriale del freelance) ma per colpa di un sistema che pretende le tasse anche quando non ci sono gli incassi, e che non offre NESSUN AMMORTIZZATORE SOCIALE – a parte la solita famiglia – a chi non è dipendente di una grande azienda.

    Come si vede, almeno secondo me, il problema non è sposare per forza il lavoratore con il suo datore di lavoro con matrimonio indissolubile. Il problema è progettare e attuare degli ammortizzatori sociali degni di questo nome che proteggano tanto i dipendenti quanto precari e partite iva.

  • http://www.faustolupettieditore.it Fausto Lupetti

    Caro Anonimo, non ti ho capito. Se volevi parlare di questioni sindacali per quale ragione hai tirato in ballo uno dei migliori giornalisti di comunicazione in circolazione come Vittorio Parazzoli? Potevi entrarci direttamente nell’argomento che ti interessa.
    Davvero pensi che Parazzoli riferendosi al digital intendeva che le agenzie debbono passare dalla macchina da scrivere al computer?
    Se no, allora converrai che non si dimostra la propria intelligenza rilevando i difetti degli altri, non è neanche educato. E’ molto probabile che Parazzoli intendesse dire che la pubblicità è la nostra cultura immediata e quindi le agenzie debbano accelerare sul digitale occupandosi ad esempio esclusivamente di creatività in rapporto con il Social media listening o la Mobile strategy, lo Storytelling virale, la Digital influence,il Cross media marketing, Cellular communication, Communication design, Crisis communication , Cross-cultural communication, Political communication, Risk communication ,Web marketing management , Buzz marketing, Guerrilla marketing, Integrated marketing communications, Social network advertising, Online classified advertising, Mobile advertising, Multimedia Messaging Service, Performance-based advertising e così via, riassumibili nella parola digitalizzazione.

    Per il resto sono d’accordo con Gianni Lombardi se non fosse che essendo tutto nelle mani dei liberisti più sfrenati il welfare come risorsa è nelle nostre speranze.
    Fausto Lupetti

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  • questione di talento?

    miei cari amici le condizioni di lavoro che ho letto in questo post sono tristissimi ma per me e per tante persone come me sarebbero grasso che cola, io ad esempio come tutti i miei colleghi sono mesi che non percepiamo gli stipendi eppure siamo professionisti della pubblicità come gli altri solo più sfortunati perchè lavoriamo al sud. Fossi stato più talentuso non lavorerei a nero e a gratis…