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4 Salti Findus – Una campagna che fa discutere

È una delle pochissime pubblicità capace di farsi notare in questo periodo.
Grazie a un’art direction gradevole e motivata (rarità).
Il linguaggio è ironico. L’ utilizzo dei punti esclamativi è intenzionale e sensato, una volta tanto, per riprodurre più fedelmente registri tipici della reclame italiana anni ’60.

Tuttavia questa campagna mi genera un sottile disagio (tanto non sono in target) e benché le riconosca dei pregi, mi lascia un gusto amaro.
Forse perché ancora oggi siamo un paese in cui le donne sono innanzitutto “madri!” e “mogli!” Come cinquant’anni fa.
Anche se i figli scarseggiano e i divorzi aumentano.
Restano essenzialmente “madri!” e “mogli!” anche quando lavorano (46% in Italia, contro il 60% della Francia).
Molte lo restano forzatamente (il 20% è costretto a smettere di lavorare dopo il primo figlio).

Forse il mio disagio deriva dal timore di veder realmente i sogni dei miei figli sfiorire in famiglia, imbozzolati nel limbo di un’infinita adolescenza.
Rischio che gli anni ’60 non contemplavano.

Siamo un paese in cui non è solo la pubblicità ad abusare ancora dei punti esclamativi, le stampelle delle idee deboli.
E in mancanza di idee, auspichiamo uomini “forti”, “di peso”, anche quando dobbiamo eleggere il presidente del circolo pescatori sul Piave.

È probabilmente la migliore campagna affissioni attualmente in giro. Ma tristi sono le ragioni che le danno un senso, e preferirei vivere in un Paese che non la capisse, perché del tutto fuori contesto.

È una campagna che richiama blocchi sociali, infauste cristallizzazioni e modalità di comunicazione ancora troppo presenti perché riesca a sorriderne. Pur capendone l’intenzione.

Ci tengo a sottolineare che parlo a titolo personale.
Molti miei colleghi, amici, anche direttori creativi che stimo molto, hanno un’opinione diversa.

Più vicina al mio pensiero è la posizione di Giovanna Cosenza che ne ha scritto nel suo blog Disambiguando.

L’intento di questo post non è scatenare polemiche ma arricchirsi reciprocamente di punti di vista differenti.

 

  • Benni Priolisi

    Oh, Massimo, dico la mia (ammesso che).
    Vedo solo adesso, qui, l’affissione: è più che carina -io avrei scritto un po’ meno e poi mi danno un po’ fastidio le mani mozzate.
    Sincerità per sincerità: ce l’ho con Findus per lo spot sui filetti di merluzzo perché li trovo davvero diseducativi: non si porta il coltello -e che coltello!- alla bocca in quel modo (i nostri piccoli sono in pieno tgt, oltre noi). A dire il vero qualcuno lo fa, peggio, con il tonno sott’olio. Bah.
    Lo spot, 4 Salti, ha un ritmo quasi perfetto (il “quasi” ci deve stare sempre, sennò che ci stiamo a fare?) e trovo ben azzecata la voce (uomo) sul labiale della
    mamma-moglie.
    Per il resto, concordo al 100% con le tue considerazioni.
    Buon uicchénd.

  • L’Ale

    A primo impatto questa campagna secondo me è parecchio azzeccata: il richiamo del layout agli anni ’60 fa sempre presa perchè vengono considerati positivi, belli; l’atmosfera casalinga e genuina che ne deriva rafforza le figure rappresentate (mamma/moglie/bamboccione), che però si riscoprono fin troppo attuali. Trovare la cena pronta a casa è sempre bello, e come cucinano le donne di casa non lo fa nessuno. In fondo molte lo fanno ancora volentieri, sia per i mariti sia per i figli.
    Inoltre in realtà nella campagna affissioni (lo spot lo trovo un po’ diverso e ha ovviamente regole sue) viene proposto di andare oltre queste regole sociali e “non utilizzare il prodotto”: subdolamente ironico, apprezzabile; l’altro punto a favore è l’assenza dei volti sorridenti delle donne in questione: nessuna falsa fila di denti da “massaia felice”, ma solo il prodotto nudo e crudo (ok, cotto…).

    Dopo il primo impatto in effetti ci si può fare delle domande: “ma dopo 50 anni siamo ancora così?” – “e il prodotto congelato dovrebbe farmi piacere come quello fatto in casa dalle donne anni fa?” – “davvero preferisco starmene a casa a mangiare quella roba piuttosto che qualcosa di meglio?”. Il vero problema è che la risposta probabilmente è sì, ma al prodotto in vendita fa solo comodo. Come al solito, siamo noi italiani che forse dobbiamo cercare di migliorare, o forse ci va ancora bene così.

    Conclusione in caso ce ne fosse bisogno: a me questa campagna piace, la trovo azzeccata e non è un problema suo ma dell’Italia e dei suoi cittadini se si può permettere di giocare con certi blocchi sociali.

  • http://twitter.com/#!/il_kess Marco Cassanmagnago

    Premetto che sono i pensieri di un laureando, mi scuso in anticipo se dirò delle banalità.
    A mio modo di vedere, lo spot mostra (evidentemente) un clichè più che radicato in Italia, ma non ha alcuna intenzione di svilire il ruolo della donna.
    Lasciando perdere il discorso sulla parità dei diritti nel lavoro e nella scelta del lavoro (non perchè inutile, ma perchè sacrosanto, quindi non serve aggiungere altro), credo che la figura della donna abbia diverse sfaccettature, tra cui quella di essere mamma, moglie, cuoca per la famiglia e quant’altro. Questo spot mostra quel lato, e non lo fa in modo negativo.

    Tra l’altro, personalmente mi è piaciuto molto il modo (una sorta di negative approach) con cui è raccontato lo spot.
    In un periodo in cui non è facile andare a cena fuori (quante famiglie possono permetterselo?), lo spot fa leva sul fatto che con i 4 salti in padella si mangia bene come al ristorante. Così la donna, mamma, moglie e lavoratrice può anche trovare il tempo di preparare qualcosa di buono per la propria famiglia. E lo fa con piacere.

    Credo anche che con questo approccio si sia colpito un altro target, quello forse più tipico dei 4 salti in padella, ovvero i giovani usciti di casa da poco e, perchè no, anche gli uomini meno abili ai fornelli, che possono cucinare qualcosa di buono (buono almeno quanto ciò che cucinano le loro mogli).

  • http://albertobaccari.com alberto baccari

    concordo con massimo.
    Ma bisogna apprezzare che nel suo interno questa campagna usa creativita. Art & Copy, etc, etc.
    E come sempre quando c’e’ creativita’, c’e’ un po’ di coraggio da parte di tutti: Cliente e agenzia.
    Il target immagino sia quel che sia.
    Almeno non sembra fatta da chi fa un altro mestiere.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    Secondo me l’ironia di questa campagna è un segnale positivo che si stanno prendendo le distanze da certi stereotipi di donna, di madre e di famiglia.

    Giudicata positivamente la campagna, io andrei a valutare la bontà del prodotto. Gli ingredienti sono di buona qualità? La ricetta è ben dosata? C’è troppo sale? (L’eccesso di sale è uno dei vizi capitali dei piatti pronti e di molti alimenti industriali.) I grassi di condimento sono di buona qualità?

    Quindi, a mio parere: bene la campagna. Il prodotto è altrettanto buono?

  • Nemo

    È divertente e si fa notare. Il pensiero socilae sul target effettivamente fa un pensare, ma forse il riferimento ai ’60 è anche per sentir i un po’ come la nostra mamma. Il mio pensiero peró si sposta subito sul: procaccia miseria, siamo cosí pochi a saper cucinare? Dal punto di vista creativo, non saprei, io non sono un vero creativo, ma tecnicamente noto il marchio findus veramente piccolo, come se il prossimo passo sia un brand 4 salti in padella.
    In ogni caso finalmente non una campagna affissioni makeabiggerlogo.

  • http://uelperiodo Till Neuburg

    “Una campagna che fa discutere?” Chi? Dove? Perché?

    Seguendo questo blog e quello di Giovanna Cosenza (tutti e due luoghi per habitués professionali della socialità più o meno colta), su questa campagna leggiamo approvazioni e/o fastidi di vario tipo.

    Io invece voglio dire alcune cose molto più giù:

    Gli ormai storici “Quattro salti in padella” della Findus, sono diventati dei quattro salti Findus tout court. Salti laterali? Non esageriamo. Salti mortali? Nel senso di coraggio, chi lo sa. Salti all’indietro? Evidentemente sì.

    Gli stilemi applicati (casting, vestiti, lighting, voice over, mimica, arredamento, sound), sono di dichiarato mood ampiamente vintage. Chi ha vissuto di persona quell’imprinting, oggi ha almeno cinquant’anni. Se non di più. Impossibile che il committente e la McCann non ne siano perfettamente consapevoli. Pertanto posso arguire che quei rimandi ironici siano rimandi ad altri rimandi: per esempio, a film che Enrico Ghezzi ci mostra in orari impossibili su RaiTre, a figurine che si trovano nei mercatini, all’archivio storico dell’Istituto Luce. Scenette dove si vedono i primi quiz, anelli hula-hoop, Lambrette, capelli accotonati. È un mondo dimenticato, solo riportato, una favola di “vecchi” tempi per vecchi, un plot ampiamente travisato dalla moda, un ricordo di chi ricorda poco o, come minimo, poco volentieri. In realtà, quel periodo era segnato dall’illibatezza, dalle pattine, dalle cambiali, dal Papa Buono, dal Dadaumpa delle Kessler.

    Usare quel mondino poverista, bigotto e quasi sempre kitsch, è un device narrativo che, più che ironico, mi sembra senza senso, forzato, irreale. Mi domando se una moglie/madre del 2011 che probabilmente ha un casino di problemi di lavoro (o non lavoro), di figli non ancora o sempre meno indipendenti, di mariti o compagni che non sono più compagni, di bollette, mutui e aumenti, si lasci coinvolgere in un gioco di rimandi che al massimo potrebbe capire (ma non necessariamente apprezzare), sua madre – cioè il classico target Amaro Montenegro, Amplifon e Kukident.

    Aggiungo, ma questa è solo una mia sensazione personale, che quasi tutte le campagne che si attaccano al trendismo omologato di ieri sera oppure ai depositi del tram tram chiamato desiderio di far sorridere, non portino molto lontano. Forse portano dritto dritto nei blog e negli annual, ma non nel mondo sempre più simultaneo, diretto e veloce del dialogo tra cittadini e servizi, tra cittadini e prodotti, tra cittadini e aziende, tra cittadini e istituzioni e, soprattutto, tra cittadini e cittadini.

    Solo in Italia, la pubblicità televisiva attira ancora tanta attenzione, tanti soldi, tanti commenti. Ovunque in giro per il mondo (moderno), la tv è al massimo un vincitore ex aequo, che corre sempre più spesso non contro, ma insieme a contendenti che non perdono per strada il testimone del cambiamento.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Qui il post, molto critico, di Giovanna Cosenza citato anche da Guastini. http://giovannacosenza.wordpress.com/2011/10/20/attenzione-mogli-attenzione-mamme-e-si-torna-agli-anni-sessanta/ Devo dire che io non lo condivido. Mi sembra un post a tesi, in cui si cerca l’oppressione femminile a tutti i costi. La campagna ha un target evidentemente lontano dalla classica moglie-madre-suocera italiana: i trentenni che hanno poco tempo o non sanno cucinare. Pensare di indurli ai vecchi ruoli atraverso citazioni trash e vintage, sul genere delle applaudite campagne Diesel o quelle degli orologi Fossil, mi sembra eccessivamente pessimistico. Riguardo l’efficacia della campagna, solo i dati di vendita possono dirlo.

    • http://geekadvertising.wordpress.com paolo

      concordo con gianni. il paradosso è evidente. mi pare una bella campagna, che potrebbe far riflettere proprio in virtù del proprio linguaggio ironico. non è che si torni agli anni sessanta: non ce ne siamo mai allontanati. pertanto, ciò qualcuno vede come un pericolo, può essere visto (io lo vedo così) come una leva per far riflettere proprio sulla condizione della società italiana. il paradosso serve a questo, in fondo: a mostrare la paradossalità – appunto – di una situazione per criticarla senza il peso dei concetti.

  • http://www.ilariaurbinati.com ilaria

    la campagna in questione ha colpito anche me, che madre non sono e nemmeno moglie e nemmeno bambocciona. Mi ha colpito in primis per l’immagine estetica indubbiamente ben costruita e per l’uso elegante del colore, cosa piuttosto rara. Mi ha colpito anche per il messaggio che invoca alle madri! e mogli! di un tempo (gli anni ’60) che non posso creare nella mia mente se non attraverso immagini artificiali. Il pensiero che mi ha attraversato è stato però che nel suo sottile cattivo gusto travestito da ironia è l’unica pubblicità che almeno ci prova ad essere ironica perchè tutti (ma proprio TUTTI) i prodotti della casa sono sempre sempre sempre reclamizzati con un cliché femminile di gran lunga più ipocrita…
    Veniamo ora al prodotto: io sono perfettamente in target: 27 anni, convivente, precaria, non cucino, ma sono attenta al cibo sano. Come molti miei coetanei ho preso spunto dall’idea dei “4 salti” e cosa faccio? Quando il mio ragazzo cucina la pasta condita (con il condimento che prepara lui) ne facciamo un po’ di più e poi ne congeliamo delle piccole porzioni, voilà i 4 salti in padella “home made” senza conservanti, sale aggiunto e grassi in più, e, sopratutto, senza comprare quelli findus.

  • Body

    affissioni che si leggono meglio sul web che per strada.
    una creatività che è mera copy strategy.
    basta un’impaginazione decente per farne un caso?

  • http://www.brandomanago.blogspot.com/ Brando Manago

    Da markettaro confesso che spesso ci avvaliamo di insight terroristici per vendere di più. Diversi anni fa un direttore creativo diceva: “le consumatrici vanno terrorizzate in 30 secondi, così accoglieranno a braccia aperte la soluzione offerta dalla marca”.

    Non so se oggi lui lo dice ancora, ma di certo questo meccanismo è tanto bieco quanto comune in pubblicità: enfatizzare i problemi nei quali si può incorrere nella vita quotidiana per dare maggiore rilievo ai prodotti e in definitiva vendere di più. Per fortuna non è l’unico modo di comunicare.

    Molti brand, spesso quelli che rivolgono a un target più giovane, fanno a meno del mitra e del tritolo e preferiscono piuttosto creare una relazione di complicità col proprio pubblico facendo l’occhiolino: 4salti è una di queste marche.

    E’ vero che i 3 insight dei soggetti stampa sono spiacevoli:
    - si esce poco la sera a cena
    - a tavola spesso anzichè parlare si sta in silenzio (magari a guardare i 4salti alla tv)
    - i figli stanno a casa a oltranza
    Ma non credo che questi 3 vissuti negativi siano strumentalizzati, perchè 4salti non offre nella pratica nessuna soluzione diretta a questi problemi. Dunque non c’è ricatto (es. se non usi l’additivo antibatterico in lavatrice i tuoi figli si ammaleranno), ma semplice ironia su un vissuto comune, come dire: non sarà bello, non potremo farci molto, ma almeno ridiamoci un po’ su.

    A parte questo trovo interessante lo sviluppo dell’iperbole “un piatto talmente buono che…”, e anche il paragone implicito fra la cucina della mamma (risaputamente la migliore) e i 4salti (pure meglio). Non trovo pretestuoso il registro stereotipo anni ’60 che parla al target single/giovani coppie di un modello di cucina genuina (genericamente lontana nel tempo, “di una volta…”) con un trattamento che attira l’attenzione e introduce il tenore surreale del messaggio.

    Massimo, per rispondere alla tua osservazione, anch’io preferirei vivere in un paese che non capisse questi riferimenti, ma credo che una delle doti più importanti per un comunicatore sia essere sintonizzato con la realtà in cui, e con cui comunica. E qui direi che c’è sintonia.

    un saluto
    Brando

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Quoto Brando. E aggiungo pure la faccina ;-)

  • http://www.ninjamarketing.it/author/luigi-ferrara Luigi Ferrara

    Premettendo che sono un ragazzino che studia ancora e forse non sono neanche in grado di giudicare , dico anche la mia:

    - sono (siamo) tutti d’accordo che la tecnica c’è tutta o quasi, su art direction, impaginazione e fotoritocco l’impressione generale è positiva. Magari a voler fare proprio il pignolo avrei messo il piatto vero nelle mani e non il contenuto photoshoppato all’interno dopo, forse avrebbe dato un effetto meno “finto”. Sappiamo che i prodotti in foto sono di plastica, fatti apposta per sembrare più belli di come poi vengono in realtà, perchè rincarare la dose mi chiedo?

    - il taglio vintage ci può stare, ma mi ha dato un senso di essere fuori luogo. La prima cosa che mi è venuta in mente quando ho visto le immagini è stata “cacchio, sembra uscita da Mad Men”. Va bene l’ironia, ma sembra più una pratica autoerotica degli autori che un annuncio pubblicitario adatto al nostro tempo. Sono nel target (se vogliamo ancora ragionare in termini di target), conosco il prodotto e non lo comprerei mai e poi mai: come diceva Ilaria poco sopra, piuttosto congelo quelli fatti in casa (ma di solito cucino tutti i giorni).

    - il copy poteva salvare tutto, e invece… magari sto sparando cavolate, però voglio fare una provocazione. Io l’avrei scritto proprio al contrario: “volete che i vostri figli vadano via di casa? Cucinate i nostri piatti tutte le sere!”, “volete che i vostri mariti vi portino a mangiare fuori? Cucinate i nostri piatti!”

    • http://www.zerply.com/profile/il_kess/public Marco Cassanmagnago

      Sono d’accordo con quanto scritto da Brando Manago e, per i riferimenti alla cultura del nostro paese, mi danno più fastidio le famiglie retoricamente perfette (ad esempio) dell’ultimo spot di Nutella, o le varie colazioni in cui tutti si svegliano come se la sera prima avessero vinto al lotto.

      Non ho ben capito l’ultima parte del commento di Luigi Ferrara, che vantaggio avrebbe un copy del genere?

    • http://www.ninjamarketing.it/author/luigi-ferrara Luigi Ferrara

      L’avevo detto che potrei tranquillamente sparare cavolate eh :P
      Secondo me sarebbe stato più particolare, a tratti provocatorio e di sicuro avrebbe espresso meglio il tipo di prodotto (standard, può prepararlo chiunque, ecc… non parliamo certo di alta cucina o di cucina casereccia). E poi probabilmente se ne sarebbe parlato anche di più, non solo tra gli addetti ai lavori/soliti noti.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi
  • quasicopy

    L’art direction è encomiabile, il negative approach a mio avviso un po’ troppo azzardato per un brand come 4 salti in padella. “Con questi ravioli rischi che tuo figlio resti in casa fino a 40 anni!” fuck no, thank you.

  • Pingback: Quattro salti nella vita quotidiana | .commEurope

  • http://flaviaesposito.com Flavia

    Mah, a me la campagna è piaciuta. Ho subito pensato che i testi potessero essere un po’lunghi per chi è al volante (ok per tutti gli altri). Ho collegato il carattere un po’vintage all’obiettivo di proporre il prodotto non solo come la salvezza dei single, ma anche come alternativa gustosa da proporre in famiglia. Sembra tutto leggermente anacronistico (magari non del tutto: del resto, tante mogli preparano la cena e tanti figli adulti sono ancora “a casa”), ma credo la scelta sia stata fatta con un po’di ironia.

  • marco carnevale

    Visto che come sempre mi firmo con nome e cognome sarà bene che premetta una cosa: nonostante la campagna 4 Salti sia firmata dalla mia (si fa per dire) agenzia, io non sono coinvolto né direttamente né indirettamente in questo lavoro, che non è stato svolto né sotto la mia direzione creativa né da un team appartenente all’ufficio del cui lavoro creativo sono direttamente responsabile.
    Insomma, esprimo un parere per quanto possibile non partigiano; e lo faccio solo perché la questione sollevata ha secondo me una rilevanza assai più ampia del giudizio sulla specifica campagna (circa il quale condivido sostanzialmente – o, se vi pare più cool, “quoto” – quanto ha scritto Brando Manago).
    Intendiamoci, capisco benissimo (e anzi addirittura ammiro) le sottilissime osservazioni di Till, nonché alcuni altri rilievi ipertecnicistici più o meno bizzarri avanzati da altri commentatori dai nicknames più o meno divertenti.
    Però mi chiedo una cosa che viene prima e dopo certe minuziose valutazioni esecutive.
    L’autoironia (perché è di questo che si parla: di una marca che assume in prima persona – con ovvia intenzione ironica nei confronti di se stessa prima ancora che della figura femminile o delle generazioni condannate a indossare gli indegni panni dei “bamboccioni” – il tono di voce dell’imbonitore da fiera, o del venditore di lozioni miracolose o dell’ombrellaio o dell’arrotino) è una modalità empatica, “aperta” e interlocutoria di comunicazione o no?
    È più contemporanea e interattiva (nel senso più pieno e meno funzionale di questo termine in comunicazione: quello di richiedere e sollecitare la complicità del target in vista della corretta veicolazione del messaggio) di una modalità a senso unico – magari seriosa, o reticente o consolatoria o diocenescampi pelosamente “politically correct” – o no?
    È più efficace nel mettere in discussione, spintonandoli fuori carreggiata con un sorriso, certi luoghi comuni e certi archetipi di cui questo disgraziato paese non riesce a liberarsi anche grazie al disperante conformismo anch’esso pelosamente “politically correct” di coloro che dovrebbero essere gli agenti del cambiamento, oppure no?
    Ricordo un caso da manuale che dovrebbe aiutarci a rispondere.
    Anni fa uscì una campagna per Renault Mégane: “l’auto per tutta la famiglia”. Un posizionamento ormai devitalizzato da decenni di utilizzo proprio e improprio, ormai impossibile da comunicare senza provocare forme devastanti di orchite all’universo mondo.
    I creativi della Saatchi & Saatchi – ovviamente con piena (e coraggiosa) adesione da parte del cliente – decisero di giocare una carta spiazzante, arguta e capace di far risuonare corde associative davvero delicate: quella di ritrarre la famiglia ideale invocata dal brief come una famiglia mafiosa.
    Tutti capirono il gioco, e parecchi colsero pure le seconde e terze letture, via via più “edgy”, di reciproco rispecchiamento fra il collante delle famigghie di rispetto e l’humus del familismo amorale che impesta l’Italia. Tutti, meno il Giurì. Che impose se non sbaglio il ritiro della campagna con una sentenza che costituisce uno dei capolavori di ogni tempo della comicità involontaria: diceva grosso modo che siccome la mafia era un gravissimo problema nazionale non era consentito farci dell’ironia.
    Qui da noi, sulla mafia (anzi contro la mafia) una commissione parlamentare infarcita di inquisiti si può fare. Dell’umorismo no.
    Vi pare un punto di vista serio?
    Vi pare un atteggiamento “moderno”?
    Vi pare un ragionamento sottoscrivibile da parte di una comunità professionale che si occupa di comunicazione?
    A me no.
    A me la campagna 4 Salti sembra una campagna civile, ben fatta, capace di superare la barriera del rumore di fondo e in linea con lo spirito della marca (uno spirito che è cambiato nel tempo ma ha opportunamente conservato un pizzico di malizia e di “sapore”, appunto).
    È troppo poco?
    Magari.

    Un saluto.

  • Pingback: Attenzione | O così. O Pomì.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    Quoto anche Marco Carnevale che ringrazio per l’esempio Renault Mégane, secondo me assolutamente calzante.

  • Babuska Cooking

    Sono una giornalista che cucina. Con un microscopico e lontanissimo passato da copy. Mi son stupita di me stessa quando mi son sporta dal finestrino dell’auto per leggere il cartellone per strada. Ecco, da donna della strada vi dico che la pubblicità funziona. Poi, possiamo discutere per ore e ore sul senso sociale della questione, sulle mani mozzate, sul fatto che hanno drasticamente ridimensionato il nome riducendo “in padella” a un mero sottotitolo. Ma la pubblicità va a parare lì dove deve: le mogli e le mamme, che magari sanno cucinare bene e non considerano minimamente di poter proporre un piatto surgelato a marito e figli. Sdoganando il piatto pronto. I single e gli studenti fuori sede già li usano i 4 salti, non hanno bisogno dei cartelloni. Geniali.

  • Lazarusblack

    Ok, a prima vista è bella, ma non vi sembra terribilmente fuori target? Ci saranno anche madri e mogli che comprano i 4salti, ma sicuramente non sono i cluster principali che io vedrei piuttosto in:
    - lavoratori single che tornano a casa distrutti dopo 10 ore di lavoro
    - universitari appena usciti di casa e abituati a essere serviti e riveriti
    - separati e/o divorziati incapaci di mettersi a trafficare ai fornelli

    Forse mi sono perso un pezzo, ma la pubblicità non dovrebbe servire a vendere di più? O comunque a comunicare ai propri consumatori?

    Un’ultima cosa: va bene l’ironia, ma non è un po’ azzardato paragonare questo prodotto (ce l’avete presente, no?) alla cucina della mamma? Siamo o non siamo italiani?

  • Stefano Moro

    Secondo me una campagna che suscita molte perplessità e ha bisogno di troppe spiegazioni vuol dire che non esprime bene la promessa che si vuole veicolare. Sarà ironica? Sarà centrata sul target? Ad ognuno la propria personale lettura, che sarà sempre giusta.
    Personalmente non avrei ironizzato su un tema sessista nè sul tema “bamboccioni”. che possono essere soggettivamente poco simpatici e altamente irritanti.
    Sarei curioso di vedere i risultati della campagna, comunque, perchè qui esprimiamo solo opinioni, mentre poi solo i numeri daranno torto o ragione dal punto di vista del binomio marketing-comunicazione.
    Nota: bella la grafica rievocativa, ma la leggibilità dove l’abbiamo lasciata?
    ciao

  • Valentina Maran

    Sarò sincera: a me a fatto incazzare parecchio questo spot. Nulla da dire sull’art direction, molto bella. Ma personalmente non ci vedo nessun ironia.
    Quel costante continuo richiamo a noi donne, al fatto che siamo segregate in casa e che solo un uomo ci può portare fuori… Non è divertente soprattutto perché non siamo ancora in una fase culturale sufficientemente lontana da questi stereotipi.
    In Italia ci si aspetta che la donna cucini, che stia in casa, che si occupi della famiglia. E in questo spot non vedo nulla di diverso da tanti altri. Un trattamento non salva un’idea povera.
    Pessimo spot. Un altro pezzo del solito triste puzzle che ci descrive come incapaci e perennemente in secondo piano. Con la solita scusa dell’ironia che ormai non funziona davvero più.

    • marco carnevale

      Valentina, non insisto sulla campagna. In fondo sappiamo tutti che c’è un margine di soggettività nel giudizio sulla creatività – un margine che nel caso della creatività pubblicitaria si allarga a dismisura, spesso fino a comprendere argomentazioni e pretesti totalmente estranei alla questione che è sul tavolo (o come qui in tv o sui muri). Succede con i clienti, succede con i colleghi, succede con il pubblico. Poco male.
      Contesto però la “solita scusa dell’ironia” di cui non se ne potrebbe più.
      Non solo e non tanto (ma anche) in pubblicità, questo paese ha un disperatissimo bisogno di ironia e ancora di più di autoironia. E non da oggi. In un paese dotato di queste due potentissime armi di autodifesa culturale sarebbe stato impossibile per un tizio che nei comizi alzava la mascella per darsi arie da castigamatti e si alzava in punta di piedi per sembrare più alto strappare applausi e gridolini orgasmici alla stessa gente che stava mandando in guerra a mani nude contro l’Armata Rossa e i marines. Questo per non fare mille e uno esempi più recenti, e giusto perché siamo all’ora di pranzo e non è bello parlare di certe cose a tavola.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Valentina, qualche anno fa negli Usa s’è fatto spazio un blog intitolato “Stuff White People Like” http://stuffwhitepeoplelike.com/ da cui è stato tratto anche un libro di successo.
      Si tratta di un blog molto divertente che prende in giro i tic dei “bianchi” (le vecchie t-shirt, i pantaloni corti appena esce il sole, il sushi ecc). Se, con lo stesso tono, avessero fatto “Stuff Black People Like”, oppure “Stuff Asian People Like” quasi certamente sarebbero scattate le accuse di razzismo, pregiudizi etnici, ecc. Semplice: se prendi in giro la classe dominante non ci sono grossi problemi (come bruciare le bandiere: se bruci la bandiera USA nessuno dice niente, se bruci la bandiera italiana scatta il dibattito sul vilipendio ecc ecc). Se prendi in giro altre classi e categorie, sorgono i problemi. Ma, secondo me, sorgono per mancanza di sicurezza e autostima, oppure perché il tema è ancora troppo delicato: brucia una bandiera USA in una sitcom statunitense e non succede niente. Rappresenta una “Mamy” negra come il personaggio di “Via col vento” e casca il mondo. Oppure, fai ironia su preti e frati in Italia e non succede niente; rappresenta in modo irriverente un ‘altra religione, e rischi l’incidente internazionale.

      Secondo me questa campagna -il fatto che si possa scherzare su mogliettine, bamboccioni e cucina di mammà – è un segnale di maturazione culturale. Mi stupisce il fatto che invece la campagna irriti donne come te, Semerssuaq e Giovanna Cosenza. Io mi irriterei molto di più per le campagne serissime sul salvaslip obbligatorio e sui detersivi “igienizzanti” e salvavita.

    • Valentina Maran

      Gianni, tranquillo: ci incazziamo tantissimo anche per quelle. Ribadisco: è ora di fare un considerevole passo in avanti. Mi aspetto molto di più dalla pubblicità e dalle persone che fanno comunicazione. MOLTO MOLTO di più.

      Secondo me è la solita, brutta pubblicità italiana.
      Tu ci ridi sopra. A me cascano le braccia. Punti di vista.

    • Edoardo Loster

      Vale hai perfettamente ragione sui testi che “disegnano” le donne come non sopporti tu, io e qualche altro maschietto (mi auguro). Una lancia però la voglio spezzare comunque. Personalmente trovo molto coraggiosa la strategia: riposizionare un piatto per single e per freezer come un piatto per le famiglie e per le tavole italiane. Arditissimi, se ci riescono, chapeau!

    • http://kttbblog.splinder.com/ Massimo Guastini

      Gianni, sei troppo ottimista. Siamo ben lontani dalla maturità culturale che tu deduci, erroneamente,dal fatto che la campagna Findus sia stata approvata. E poiché non mi limiterei alle tue o mie “impressioni personali” invito tutti a a cliccare su questo link: http://www.weforum.org/issues/global-gender-gap

      Il global gender gap report esce una volta all’anno. Manca circa un mese al prossimo, relativo al 2011. Non si basa su pareri soggettivi e per quanto possa sembrare sorprendente io ritengo assolutamente verosimile che l’Italia non compaia nelle prime venti posizioni ( è molto più indietro) dove ci sono invece paesi come le Filippine, il Sud Africa, la Spagna ( sino agli anni 70 non era nemmeno una democrazia). Non mi sorprende perché mi ricordo che l’Italia non è solo Milano, perché mi ricordo che siamo gli unici ad avere il Papa in casa, e perché non dimentico la devastazione e i danni prodotti dalle tv. Danni che ci hanno riportato a quello che eravamo ai tempi della reclame (aborto e divorzio a parte, ma sul primo ci avevano riprovato)
      La stessa pubblicità italiana è tornata in media a usare toni da reclame, ma non mi riferisco a Findus, di cui ho già scritto,
      Probabilmente abbiamo toccato il fondo. Anche per questo sono disposto all’ottimismo più sfrenato. Ma parlare di raggiunta maturità diffusa, per favore no. Perdonate forma e refusi ma digitare con il mio pollicione su iPhone mi è improbo.
      Ciao :)
      m.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Be’, no. Io ho scritto che il problema è superato almeno in alcune fasce d’età e nei contesti urbani. In altre parole, fra i giovani a Milano e Roma.

      La provincia la conosco piuttosto bene anche io. Ho vissuto per venti anni a Saronno (non esattamente l’avanguardia urbana italiana) e adesso vivo in Versilia, ai piedi delle Alpi Apuane, un luogo dove il conservatorismo alimentare impera sovranissimo (proprio in questi giorni è uscito sui giornali la notizia che il consiglio comunale di Forte dei Marmi ha vietato kebab e cucina cinese nei locali pubblici — Forte dei Marmi, che ha fama di luogo di villeggiatura internazionale… :-) ).

      Del fatto che l’Italia in generale sia piuttosto indietro sono consapevole anche io. Ma questa campagna non si rivolge né alla famiglia toscana né a quella abruzzese, veneta o lucana, salvo forse chi vive nei capoluoghi di regione e nelle città più popolose.

      Teniamo presente che le affissioni sono pubblicitariamente importanti solo nelle grandi città. Nei comuni hanno importanza esclusivamente locale. La tv va in tutta Italia ma secondo me la campagna non è stata pianificata proprio nel prime time di Rai 1 e Canale 5, salvo spazi in regalo o offerte particolari.

    • Valentina Maran

      D’accordissimo con Massimo. Refusi compresi.
      Sono già pronta a inorridire per la posizione dell’Italia nella classifica…
      Che dite: colpa anche dei pubblicitari?

  • Stefano Moro

    Quindi Gianni, secondo te e secondo questa campagna il maschio rientra in quelle che tu definisci “la classe dominante” e sulle quali si può ironizzare, mentre la donna è la classe sottomessa sulla quale se ironizzi provochi “grossi problemi”? Credo che il problema sia proprio questo punto di vista anacronistico….

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Stefano, no: secondo me questa campagna è un segno che il problema è stato ampiamente superato, almeno in alcune fasce d’età e nei contesti urbani.

    • http://www.flaviaesposito.com Flavia

      Quoto.

  • http://www.zerply.com/profile/il_kess/public Marco Cassanmagnago

    Francamente, credo che l’ironia sul tema indichi un superamento delle problematiche sul tema stesso. Cioè, si chiama ironia proprio per quello, bisogna essere capaci di prenderla per ciò che è.
    Forse la pubblicità italiana è in crisi proprio perché appena qualcuno tenta di tirare il sasso oltre la linea, subito qualcuno si sente colpito.
    Questo è il motivo per cui campagne geniali, secondo il mio modestissimo parere, come Outsmart Mother Nature di Leo Burnett, per dirne una, in Italia non le vedremo ancora per un bel po’.

  • paola manfroni

    Qualche anno fa mi occupai del brand: scoprimmo durante le fasi di ricerca che heavy e soprattutto happy users erano le signore di una certa età, parte di coppie “empty nesters”, che dopo aver cucinato per una vita per tutta la famiglia si buttavano con entusiasmo e senza sensi di colpa sul surgelato, potendoselo peraltro permettere (costano) .
    Quelle signore che, mentre i mariti si godono la pensione, continuano il loro lavoro, finalmente singolo e non doppio, di cura e accudimento per sé e per i nipoti. Il tono di voce scimmiottato dalla campagna lo ricordano bene, fa parte della loro infanzia, e credo che riescano a riderci su entrando in sintonia con il messaggio. A mio avviso qui non si tratta di questione femminile, ma di questione “consumatore”. La figura presa di mira non è la donna, ma il consumatore cui viene proposta la felicità tramite l’acquisto, se maschi con un tigre nel motore, se femmine col successo a tavola.Come fa notare Marco il principale bersaglio dell’ironia è il linguaggio pubblicitario stesso.
    Le pari opportunità sono lontane, le donne italiane devono ancora sopportare il retaggio di una cultura violenta e ottusa, ma questi annunci non riescono proprio ad offendermi.

  • Marta Tamanini

    A mio parere (il parere di una studentessa) il problema non è stato ampiamente superato, altrimenti non ci sarebbero donne (parlo delle grandi città) che hanno timore ad vere un bambino e farsi una famiglia per non vedersi costrette alle dimissioni “spontanee” pre-firmate o al mancato rinnovo del contratto; non ci sarebbe le necessità di discutere di quote rosa; non ci sarebbe un tasso di natalità tra i più bassi d’Europa; non ci sarebbe il gender gap ricordato da Massimo. Insomma fare la donna-mamma-lavoratrice sembra essere ancora un traguardo molto difficile da raggiungere in Italia, soprattutto per le giovani a Milano e Roma (per ribaltare le parole di Gianni).
    Vivendo in questo contesto e in un paese che fa poco e niente per risolvere la situazione, di primo impatto la campagna Findus mi ha suscitato una certa delusione, lasciandomi l’amaro in bocca. Ne ho colto subito il taglio ironico, ma è stata proprio tale ironia ad irritarmi.

    Probabilmente non sono ancora pronta a cogliere il surreale su una tematica, per me, ancora troppo reale.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Dire che il problema della discriminazione femminile è ampiamente superato (almeno in alcuni contesti sociali e urbani) non significa che il mondo sia tutto rose e fiori.
      Esiste anche il problema contrario di uomini che vengono letteralmente massacrati da divorzi non voluti (molti homeless italiani sono mariti divorziati letteralmente buttati fuori di casa, oppure ridotti in povertà) ma questo non fa degli uomini un genere discriminato oppure oppresso. Allo stesso modo il fatto che la situazione della donna sia a macchia di leopardo non significa che è tutto bello o tutto brutto. Per il resto, sono perfettamente in sintonia con Paola Manfroni e con Vivated (Francesco Taddeucci).

    • Marta Tamanini

      Sono d’accordo con te Gianni, c’è anche il problema contrario. E per quanto questo non faccia degli uomini un genere oppresso, se faranno una campagna che fa dell’ironia su un uomo divorziato e senza casa, io non riderò tanto.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi
    • Marta Tamanini

      Ecco, se uscisse una campagna così in Italia non mi farebbe tanto ridere. Opinione soggettiva, come sempre.

  • http://teddisbanded.blogspot.com Vivated

    La vedrei così: questa campagna che fa autoironia (o ironia semplice) su un cliché
    molto diffuso e tutto sommato amato/sopportato, viene accusata da una piccola percentuale di persone di essere sessista.
    Mentre invece decine di altre campagne assolutamente non ironiche (circa il 95% delle campagne per l’igiene della casa, ad esempio) e veramente sessiste, oltreché brutte, passano inosservate alle critiche. Questo è paradossale.

    Forse i costumi di una società non cambieranno attraverso la pubblicità, ma, nel caso, se c’è un genere che può riuscirci è proprio il primo.

    Quando l’ho vista per strada non ho pensato nemmeno per un minuto che stessimo tutti insieme facendo dei passi indietro, ma anzi ho visto dei passi in avanti. Perché non si prende sul serio quel modello, ma ci si gioca e lo si ridicolizza un po’.
    Tra l’altro viva un cliente che sposa un gusto estetico/artistico in questo settore merceologico, perché è davvero una rarità.
    (Ora però vado a comprare un cannocchiale per leggere bene i titoli :) )

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi
  • antonella meoli

    Leggo solo ora questo interessante dibattito. Quoto per intero Marco Carnevale. Ma vorrei aggiungere qualche riflessione. L’Italia è un paese sessista, anche in certi contesti sociali e urbani. Ne è una prova il nostro settore. Quante creative donne ci sono nelle agenzie? Moltissime. E quante direttrici creative esecutive nelle agenzie importanti? Pochissime. Come mai le donne non fanno carriera nemmeno in un contesto così avanzato, in un ambiente così colto, tra colleghi così aperti e moderni? Mi infastidisce non la campagna Findus, ma l’ipocrisia del politically correct nelle dichiarazioni di molti miei colleghi socialmente evoluti e geograficamente urbani a cui corrisponde una sostanziale scorrettezza o reale indifferenza.
    La campagna non riesce ad irritarmi. Perchè è ironica, certo. Ma anche perchè mi pare abbia un risvolto più psicologico che sociale. La donna multitasking di oggi è costretta a ricorrere ai surgelati. Ma vorrebbe proporre qualcosa di meglio, qualcosa che assomigli ai pranzi della domenica di alcuni decenni fa. E si sente in colpa. No, non perchè abita in provincia e non si è ancora emancipata, non perchè è vittima di vecchi stereotipi. Perchè quel marito e quel figlio dello spot li ama. E per una donna amare vuol dire fare, creare, costruire, generare: figli e lasagne. E allora è consolante che quel surgelato possa anche solo assomigliare ad un manicaretto anni 50. La mia intelligenza e la mia dignità di donna è offesa mille volte di più dagli spot in cui una famiglia si sveglia in una casa fantastica e tutti sono allegri e sorridenti fin dal primo mattino e riescono a far colazione insieme cantando e giocando. Mi sembra infinitamente più realistica e onesta la campagna dei 4 salti Findus, fatta la tara dell’iperbole. Mi dice che sa che non ho tempo ed energie per cucinare come la mia mamma, mi dice che sa che la vita vera non è fatta di cenette al ristorante, mi dice che sa che cucinare per la famiglia resta un atto d’amore, d’amore e non di sottomissione e asservimento a vecchi modelli. E prova ad aiutarmi.
    La campagna non pretende che mi identifichi in quella donna con il grembiulino, volutamente troppo caricaturale per suggerire l’immedesimazione. Ma, andiamo, in un angolo remoto del nostro subconscio, non vorremmo che tutto fosse davvero più semplice? Non vorremmo non dover seguire l’andamento dello spread per decidere se comprare un aspirapolvere a rate? Poter esercitare la nostra creatività sulle tendine in terital piuttosto che sulla brutta comunicazione che clienti e agenzie ci obbligano a fare per poter campare? Poter delegare ad un piatto di ravioli la nostra felicità familiare?
    antonella

    • marco carnevale

      Sottoscrivo quanto scrive Antonella. La quale non a caso dichiara di essere d’accordo con quanto sostengo io. Il fatto che siamo anche cugini di primo grado nonché entrambi azionisti di minoranza della Findus non deve essere considerato un motivo per diffidare della obiettività delle nostre opinioni. Altrimenti ricadiamo nel solito odioso pregiudizio tardo-bolscevico mai troppo stigmatizzato dai benemeriti Cicchitto e Stracquadanio.

  • http://conigliodellamoda.blogspot.com/ Piperita Patty

    Secondo me se pensiamo che una pubblicità sia sessista ha senso discuterne per capire se non può essere un nostro pregiudizio. Io stessa riguardo a questa pubblicità ho qualche perplessità, ancora di più dipo avere letto i commenti. Condivido il pensiero di chi paragona questa pubblicità a quelle ancora peggiori che ci sono in giro, tuttavia continua ad infastidirmi: come dice Marta non sono ancora pronta a cogliere il surreale su una tematica, per me, ancora troppo reale.
    Ho pensato che la situazione non può cambiare se non si fa sentire la propria voce, così ho scritto alla Findus, e probabilmente scriverò anche alle altre ditte che fanno pubblicità che mi disturbano. Forse sono giovane e idealista, ma credo che in quanto consumatori non siamo soggetti passivi della pubblicità e se qualcosa ci crea problemi possiamo fare pressioni.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Una domanda. Mi è capitato poco fa di vederli uno dietro l’altro. Se 4 Salti Findus è “sessista”, con la stessa logica lo spot Cynar (il soggetto “stilisti milanesi”) sarebbe “omofobico”?

      http://youtu.be/-MIrocONlH8

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