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Un pensiero italiano dalle sale dell’Idfa (di Angelo Miotto)

L’Idfa è il festival internazionale del documentario, che si tiene ad Amsterdam. Ho chiesto ad Angelo Miotto un racconto della venticinquesima edizione.

Un milione di euro di guadagno, oltre duecentomila biglietti venduti nelle sale. Ma i numeri finali di Idfa, International documentary festival of Amsterdam, dicono molto di più di un parametro finanziario ed economico.
Vagare fra i canali di Amsterdam seguendo un concetto della psico-geografia, che invita a perdersi a naso in su nei territori metropolitani, è un esercizio piacevole mentre si salta fra una sala cinematografica o un teatro preso a prestito per le proiezioni. Eppure non si riesce proprio a dimenticare il proprio luogo di partenza.
E così la promessa di raccontare alcune tecniche di informazione e comunicazione che trovano cittadinanza all’Idfa aspetteranno qualche rigo, perché prima c’è da dire, senza lagnarsi, di una abitudine a noi sconosciuta.

È il gusto dell’ignoto, la motivazione a muoversi per conoscere, la capacità di partecipare pagando piccole somme d’entrata, il piacere di sentirsi avvolti da un’organizzazione che invade e pervade la città, anche visivamente con i colori di ordinanza di Idfa, il bianco e il blu.
Una cultura nutrita in maniera quasi osmotica dalla ricchezza di proposta dei documentari di ogni latitudine, dagli argomenti più diversi: l’attualità bollente dei conflitti, le storie personali, familiari, documentari musicali, per bambini, un grande tema declinato con incontri pubblici – quello della povertà e delle risorse naturali -, in un incrocio fra la vita del festival e la televisione pubblica. Proprio così: la televisione pubblica trasmette documentari.

Da venticinque anni si celebra un rito, questo rito, che inevitabilemente ha una ricaduta sulla società, sulla cultura e sulle abitudini. Con 18 euro al mese, durante l’anno, in un circuito ampio di cinema di Amsterdam si può entrare e vedere il film che si vuole. Non c’è un limite di visioni. Torniamo al festival. Scolaresche numerose vociano fuori dalla scalinata del bellissimo teatro Tushinsky, a due passi da Rembrandtplein, mentre il turismo scorre placido lungo il mercato dei fiori. Nei Q&A che seguono molte proiezioni il pubblico dialoga con i registi: domande in inglese senza silenzi imbarazzati, discussione. Si entra in sala con una tisana, una bottiglia di birra, il vuoto lo si ripone ordinatamente nelle casse all’uscita.
Certo verrà da pensare al nordico costume di una popolazione contaminata dal calvinismo o da rigide regole sociali, che non mancano in qualche quantità, ma il pensiero corre alle nostre grandi città e a che cosa significhi uno standard medio alto di comprensione del reale rispetto alle esigenze di chi sorbisce comunicazione e quindi di chi la crea.

Il biglietto per le proiezioni di Idfa costa 5 euro. Si può acquistare ai punti Kassa, molto diffusi, oppure on line. Una application per tablet/mobil device, molto semplice e pulita, ti ricorda cosa hai acquistato, l’orario e la sala di proiezione. Dal contenuto alla forma tutto mette a proprio agio: ogni due giorni viene diffuso un giornale in formato A3 che riporta interviste, recensioni, focus specifici su argomenti dei film in concorso o nelle sezioni correlate.
Tutto questo crea cultura, sicuramente al di fuori di schemi compilativi – ci sono anche i grandi appassionati, ci mancherebbe, ma soprattutto una cultura di prossimità al fatto che una proposta culturale di questa portata e di tale ricchezza sia in fin dei conti qualche cosa di ‘normale’.
Ho adottato due zii, anni fa, ad Amsterdam, perché anche i parenti, volendo, si scelgono.
Sono due persone piacevoli, impegnate politicamente, divoratori di documentari, cinema e libri. Al ritorno da una proiezione nell’Eye Museum, dedicato al cinema, sulla sponda opposta rispetto alla stazione centrale, chiedevo loro se quell’edificio incantevole, con una approccio museale divulgativo aperto anche ai piccoli futuri spettatori, fosse stato salutato con particolare enfasi al momento del taglio del nastro.
Beh, mi hanno risposto, sarà un cavallo di battaglia per la città: in due anni è stato costruito dal nulla, ma per noi cittadini è una cosa assolutamente normale. Bella e normale.
Non c’è un’aura da grande opera o un alone da grande occasione in questa teoria di eventi culturali e di luoghi, di architetture e soluzioni di design che si propongono agli occhi dei cittadini e dei turisti. Ignoro lo stato delle casse municipali, anche se sappiamo che le sovvenzioni allo stesso Idfa sono state ridotte. Eppure il senso di piacevole stupore, di immersione e di luoghi normali dedicati all’incontro e al dibattito, alla visione e al mettere in mostra ha il potere di infondere un moderato ottimismo.

Le ragioni storiche e sociali, economiche e il rimbalzo degli effetti religiosi, educativi sono senza dubbio poco accostabili. Ma quando si pensa ai parametri che creano una differenza con le nostre realtà, è inevitabile ragionare anche sull’esigenza, una necessità, di abbattere vecchi schemi di giudizio e di accelerare i tempi.

Raccontare storie riporta una memoria ancestrale, al focolare primitivo, alle iscrizioni in cui si raffiguravano desideri o fatti accaduti. Cioè una parte della realtà vissuta attraverso un’interpretazione o una proiezione di futuro. Raccontare storie tanti millenni dopo ha sempre quella forza primordiale che scatena la curiosità, che crea un senso di riconoscimento o di fantasia. Abituarsi a mangiare questo energetico cibo crea un livello di comprensione e di attenzione che diviene un retroterra comune per larghe fette di popolazione, per target che assumono ampiezze considerevoli.
In quattro giorni nel mio paniere ho messo quattordici film documentari. Da vecchie produzioni di Herzog, alla storia dell’indipendenza della Lituania raccontata attraverso il basket, passando per Hebron e lo Shin Bet, una pianista depressa di 85 anni, sorridente e folle di musica, la Guerra civil spagnola, storie di persone che sembrano thriller scritti dal miglior sceneggiatore noir. E che sono semplicemente vere.
Un prodotto da esportazione per tutti quelli che credono che la democrazia la dobbiamo costruire un pezzo alla volta e che questo abbia il suo prezzo.
Mai stato così contento di mettere mano al mio portafogli.