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Il Ministero del Lavoro e Zooppa. Opportunità o sfruttamento?

La notizia è uscita dieci giorni fa su YouMark:

Italia Lavoro, ente soggetto al Ministero del lavoro e delle politiche sociali, ha lanciato da pochi giorni una gara creativa su Zooppa.it, piattaforma online di user-generated advertising.

Diversi colleghi mi hanno scritto in questi giorni chiedendomi “cosa ne pensa l’Adci?”. Sotto troverete il mio parere e quello di altri del consiglio direttivo. Da soli non siamo l’Adci. Quindi non fermatevi alla nostra opinione. Voi, cosa ne pensate?

Il prodotto da promuovere

Il cartello finale che deve essere presente nei video

Massimo Guastini
Probabilmente chi ha avuto questa pensata si è sentito molto smart e “mOderno. A me pare una scelta quanto mai infelice, che suona addirittura beffarda nel momento in cui proviene dal Ministero del lavoro. Fissa delle tariffe scandalosamente basse per un professionista. Il miglior video, prodotto e servito chiavi in mano, diritti compresi, prevede una “gratifica” di 4000 dollari. Sarebbe già scarso come rimborso. Ma non c’è nessun rimborso per chi non vincerà.
Ricordo che l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro, è scritto nella nostra Costituzione, all’articolo 1. Lavoro remunerato ovviamente, perché quello gratuito si chiama hobby. E non ci si può fondare nulla, tanto meno una Repubblica.
Questa demenziale iniziativa non prende minimamente in considerazione un altro aspetto secondo me cruciale: il nostro mestiere non consiste nel produrre dei manufatti. Un video, un logo, un annuncio stampa, non sono solo il supporto che li veicola ma qualcosa di più fondamentale che si chiama “idea”.
E le idee, nel nostro mestiere, dovrebbero valere per quanto, come e dove le usi. Non possono avere un prezzo prefissato come fossero patate.
Ma forse un quintale di patate ben si abbina alle zucche vuote.

Paola Manfroni
Un argomento che ho usato durante un convegno sul crowdsourcing è quello della RISERVATEZZA dei brief industriali seri. Per quel che riguarda lo Stato però, il punto cruciale mi pare sia la non consapevolezza che prima delle idee e realizzazioni c’è una strategia di persuasione del pubblico, che solo successivamente diventa video, logo etc, altrimenti è solo una notizia decorata con le figurine. E siccome lo Stato non annovera nelle sue fila veri esperti di comunicazione, quello che dovrebbe seriamente comprare è una consulenza professionale, non un’idea verbale o visiva che sia.
In questo senso anche le gare tra agenzie -tanto per capire dove vorrei andare a parare – non mi piacciono. Non vendiamo prodotti, ma consulenze. Fanno le gare tra avvocati confrontando le arringhe, per dire?

Mizio Ratti
Secondo me la cosa da condannare è che anziché essere un’opportunità data ai giovani rappresenta uno sfruttamento degli stessi. A fronte di quel budget non c’è la possibilità di remunerare in maniera dignitosa il lavoro.
Prendiamo il primo premio, quello più appetitoso.
5000 euro per ideare e realizzare un video.

Mettiamo pure che uno per girare non spende una lira (spenderebbe comunque il suo tempo).
Cosa sono 5.000 euro?
Una volta tolte le tasse diventano 2.500.
Può sembrare comunque un profitto decente ma invece bisogna ragionare nell’ottica del freelance.
Non è che i 2.500 mi arrivano tutti i mesi: dovrei vincere contest di continuo.

Vi suggerisco poi il ragionamento di un giocatore di poker: l’aspettativa di vincita.
Devi dividere i 5.000 per il numero delle persone che partecipano al contest.
mettiamo che siano 200.
5.000/200= 25 euro.
Questo significa che ogni volta che partecipo a un contest del genere la mia aspettativa di guadagno è di 25 euro.
Dividiamo questi 25 euro per il numero di ore che un ragazzo ha impegato per pensare e realizzare il video e arriviamo alla cifra che il Ministero ha pagato i giovani.
Mettiamo ipoteticamente anche solo 24 ore.
25 euro diviso 24 ore fa un euro all’ora.

Ecco, in sintesi il Ministero del lavoro ha pagato i giovani che ha coinvolto tramite Zoopa 1 euro all’ora.
E senza insegnarli niente dal punto di vista professionale.
Ebbene, questo secondo me è sfruttamenteo.

Paolo Guglielmoni
Conosco una persona che da consulenza come crowdsourcer: ma lui si fa pagare come facilitatore di dinamiche di crowdsource, che effettua direttamente con il cliente. Questo è interessante, è una nuova professione. Il crowdsourcing come scorciatoia x la creatività trovo che sia deprimente.

Fabio Ferri
E’ molto grave.
Questo è uno sparare al ribasso scandaloso, lo sarebbe da qualunque Cliente: E’ ancora più grave e da sfruttatori sapendo che viene dal Min. del Lavoro!

Gianni Lombardi
Secondo me rientra nel solito schema per cui gli italiani furbastri confondono sempre tattica con strategia. Fare sempre garette per le operazioni di comunicazione significa ricorrere a soluzioni tattiche che non costruiscono la strategia. Evidentemente anche il Ministero del Lavoro per la sua comunicazione naviga a vista, come la maggior parte delle aziende italiane (oggi scelgo con Zooppa, domani scelgo l’agenzia che costa meno, dopodomani quella di mio cuggino, settimana prossima l’agenzia trendy, ecc).

Matteo Righi
Un’opportunità per i creativi, un casino per il cliente quando dovrà scegliere.

Con le modalità di Zooppa, la Community risponderà al brief con la massima libertà e “senza nessun direttore creativo o account che ti vincola”. La community si divertirà a creare come si fa per un concorso. Nessuno si sentirà sfruttato, se ho capito bene dal brief, solo le creatività di chi viene premiato vengono utilizzate e altre degne di ‘Honourable mention’ potranno essere acquistate. Molti invece acquisteranno credito all’interno della community e magari metteranno qualcosa in portfolio.

Se tutto va bene, arriveranno centinaia di elaborati e per la giuria composta esclusivamente dal cliente, identificare quelli più adatti ed essere sicuri di averlo fatto, diventerà davvero difficile.

Il Crowdsourcing è un’ottima cosa, ma la vera esplosione della forza creativa della folla, la si ottiene quando questa forza viene gestita. E’ il caso di Quirky, una community/azienda che produce oggetti grazie alle idee delle persone e dove ogni fase del processo di progettazione è guidata da specialisti, come è giusto che sia nella produzione di un pezzo di design.

Se in questa piattaforma di User Generated Advertising si potesse guidare il processo in tutte le sue fasi, se fosse possibile permettere all’esercito di creativi di relazionarsi con una direzione creativa/strategica tale da garantire un output più definito, sarei seriamente tentato dal proporre un esperimento a qualche mio cliente.

Fabio Gasparrini
Quello che davvero mi stupisce – e che sta a monte di altre sacrosante considerazioni sul rispetto della professionalità e del suo giusto costo – è la scarsa o nulla importanza attribuita a una iniziativa di comunicazione pubblica. Come fosse un gioco, un’allegra leggerezza che può essere gestita attraverso qualcosa che assomiglia molto a un concorso a premi (tant’è che il fee creativo viene chiamato “monte premi”). Non lo farei neppure per un marchio, figuriamoci per una campagna.

Quello di cui il cliente – in questo caso un pezzo importante della Pubblica Amministrazione – non si rende conto, è che una cattiva comunicazione non sono solo soldi sprecati, È UN DANNO. Un danno di posizionamento, di messaggio, di immagine che potrebbe richiedere anni recuperare. E non c’è dubbio che un’operazione gestita in questo modo (con un brief approssimativo, con la scarsa conoscenza del nostro Paese che un grafico magari straniero può avere) sarà un ulteriore esempio di cattiva o medicre comunicazione. Nel migliore dei casi, sarà un’occasione sprecata.

I veri professionisti della comunicazione non partecipano a queste operazioni. Perché il processo non è serio, e perché non remunera abbastanza la loro professionalità.

Come giustamente si è già scritto, non si sceglierebbe così uno studio legale per una causa importante. Né un medico per un consulto. Ma la comunicazione è un gioco innocuo, siamo tutti creativi, alla fine sono figure e parole in libertà, e allora prendiamola davvero come un gioco, anzi facciamone un gioco globale e digitale, che fa tanto giovane e democratico.

Poi uno si chiede come mai la PA in Italia comunica come neanche un poltronificio in Brianza. Con i soldi miei, per giunta.

  • Renato Sarli

    appena ho visto la gara pubblicata da zoopa ho segnalato la cosa a Guastini e Vanacore (TP) nonché a un dirigente di ItaliaLavoro. Le gare non regolamentate sono un gioco al massacro. L’unica sarebbe far seguire alle denunce un’azione. Ma ve li immaginate i creativi che scioperano in massa e non accettano di farsi umiliare? Sarebbe come vedere i tifosi dell’Atalanta che per protesta non vanno allo stadio

  • http://www.direttialpunto.it Aldo Viapiana

    Al Min del Lavoro pare ci siano i soliti improvvisatori che hanno scoperto l’acqua calda. Sarà qualche solerte funzionario che si è diplomato per corrispondenza, come il suo degno ministro.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    Il problema è che in Italia, a tutti i livelli, spesso si pensa alla comunicazione come a una frasetta ad effetto da mettere in un manifesto, che chiunque, con un po’ d’estro, può improvvisare.

    In realtà la comunicazione pubblicitaria è una tecnica e una metodologia, che si realizza con un lavoro di gruppo ben coordinato. Ma il lavoro di gruppo ben coordinato è esattamente il punto debole di molti italiani :-)

  • Roberto Ottolino

    Vediamo il lato positivo: finalmente la PA paga qualcuno che lavora per lei. Personalmente ho avuto il “piacere”, due anni fa, di essere per nove mesi impiegato come stagista schiavo presso due importanti istituzioni pubbliche, a Roma e a Londra. Schiavo nel senso che non era prevista nessuna forma di remunerazione o rimborso. In entrambi i casi ho avuto la conferma che la politica di gestione del personale fosse improntata alla taccagneria più pura: a Roma nessun dipendente aveva meno di 39 anni (ovvero chi aveva più di 18 anni nel 1989, anno dell’ultimo concorso indetto per quelle posizioni) e se qualcuno moriva o andava in pensione subentrava uno stagista in rotazione semestrale, per mantenere i costi a zero; a Londra dovevamo pagarci persino le cialde di caffè (al prezzo di 1 sterlina ciascuna!), tanto che per protesta lo prendevamo al bar all’angolo dove tra l’altro era anche più buono, o meglio, meno cattivo; senza contare le testuali disposizione del direttore di “servire pochi tarallucci e riempire i bicchieri di vino solo a metà” in occasione dei rinfreschi per gli eventi organizzati presso la sede.
    Quanto alle scarse competenze di comunicazione dei dirigenti, sottoscrivo in pieno: a Roma ho avuto la fortuna di avere come referente diretto una persona in gamba, ma la catena virtuosa si interrompeva lì. Potrei raccontare decine di storie, ma basti citare la campagna immaginata in sogno (!) dall’allora capo dipartimento e successivamente oggetto di una pianificazione complessiva di oltre 2 milioni di € netti. Soldi, naturalmente, presi dalle nostre tasche.
    Quindi, che per la PA il lavoro remunerato non abbia nessuna rilevanza, men che mai costituzionale, non è una grande novità. La grande rivoluzione è proprio venire a sapere che è stata stanziata una somma, seppur minima, per pagare qualcuno. Che potrebbe addirittura essere un giovane, pensate un po’. Vado a togliere lo champagne dal freezer.

  • http://www.thecopyfighter.blogspot.com Matteo Maggiore

    Zooppa è d’azzoppà!

  • Ad in Italy
  • http://www.studiokmzero.com Debora Manetti

    Qua da noi a Studio Kmzero abbiamo sempre pensato che il vero valore del nostro lavoro sta nella filiera corta tra fornitore>cliente. Perché il valore di un professionista comincia dalla comprensione approfondita del brief e dal dialogo con il cliente, dalla consulenza e dal confronto.
    Senza queste basi, solo la fortuna può determinare un buon esito. Affidarsi a Zooppa è un pò come giocare al gratta e vinci. Ha senso solo se un’azienda vuole creare spirito di partecipazione tra i creativi, perché loro stessi rappresentano il target.
    Tutto il resto è zuppa ;)

  • Pingback: Ancora sul crowdsourcing | Tiragraffi

  • Mauro Marinari

    C’è da fare la raccolta delle olive. Si invita chi vuole a partecipare. Al termine uno solo verrà pagato. Sarebbe sfruttamento, no? Quello che mi piacerebbe è che se ne parlasse anche fuori e non solo tra raccoglitori di olive.

  • http://kttbblog.splinder.com/ Massimo Guastini

    Hai centrato il punto Mauro, secondo me. E far sì che se ne parli anche all’esterno è uno dei nostri obiettivi. Ovviamente ci serve però capire come la pensano i raccoglitori di olive.
    Ciao
    m.

    • Roberto Ottolino

      Va detto che le olive da raccogliere sono pure di scarsa qualità. Io voto per lasciarli annegare nel loro olio.

  • http://www.nicolovolanti.com Nicolò

    Secondo me il primo step è coinvolgere la gente, i cittadini.
    Sembra una cosa distante, forse superflua ma secondo me è inutile convincere il tale mister x o tale mister y del ministero o di qualsiasi altra cosa. Nel senso che prima di tutto bisognerebbe RIcreare l’humus tra la gente, portare interesse verso la pubblicità, la comunicazione, far conoscere la sua utilità. Poi certo, il caso particolare è da trattare, ma senza trascurare il generale.
    Niente tecnicismi, ma mostre, manifestazioni e perché no, un programma di approfondimento. Insomma, piano piano, far si che sia la gente comune a restare indignata o per lo meno stupita da un tipo di comunicazione per lo meno “stilisticamente” scorretta e banale.
    Processo lungo, lo so, ma fattibile con un buon piano (anche a basso costo).

    In sintesi, abbiamo venduto qualsiasi cosa, dobbiamo iniziare un pò di più a vendere noi stessi e la nostra categoria. ;)

    • Roberto Ottolino

      È un discorso interessantissimo. Mi sono sempre chiesto: ma la gente qualsiasi (ammesso che questo termine abbia senso) sa cos’è un’agenzia pubblicitaria, sa di cosa si occupa e soprattutto di cosa dovrebbe occuparsi? Mia nonna non ha mai ben capito che lavoro faccio. Forse il giorno in cui riuscirò a spiegarglielo le cose cominceranno ad andare meglio.

  • Pingback: Crowdsourcing ‘rules or sucks’? Prova a rispondere Stefano Torregrossa nel libro Masse Creative. « Partecipactive

  • http://www.brandomanago.blogspot.com/ Brando Manago

    Personalmente non contesto il modello, ma la modalità. Stiamo assistendo a un cambiameneto nella relazione tra committente e agenzia in cui il primo si “estende a valle” internalizzando il processo di sviluppo della comunicazione proprio dell’agenzia. Nelle aziende più strutturate il committente non si limita a fornire gli obiettivi di marketing aspettandosi una consulenza dall’agenzia, ma sempre più si rende fautore lui stesso (a livello centrale, headquarter) dell’obiettivo di comunicazione e della copy strategy, delegando all’agenzia, non sempre coinvolta nelle ricerche sul consumatore, quello che a mio modo di vedere è solo l’ultimo miglio del processo creativo. Come se non bastasse spesso il brief prevede severi mandatories (format internazionale, demo scientifica di 10 secondi, codino istituzionale di 3…) che relagano l’agenzia nell’angusto ruolo di fornitore. Non approfondisco le ragioni che ci conducono fin qui, ma questo è a mio modo di vedere un quadro piuttosto comune nell’ambito delle multinazionali, ed è da qui che secondo me bisogna ricominciare. Il crowdsourcing è un modello di business di per sè attuale e molto interessante. Chi ritiene l’eventuale retribuzione, e il mancato rimborso, oltraggiosi per la sua professionalità è liberissimo di astenersi dalla gara. Con l’effetto che a gare come questa parteciperanno pochi profili di basso livello e il committente avrà in funzione di quanto ha pagato. Cioè poco. Ciò che non condivido è la modalità in questa fattispecie. Da quello che ho letto Italia Lavoro richiede alcune consegne slegate, senza cercare una Big Idea. Solo due etti di prosciutto e due di bresaola. Questa modalità è cancerogena, e va combattuta, ma esiste anche al di fuori del crowdsourcing, che di per sè è un modello di business con grandi potenzialità inesplorate.

    Perdonate gli inglesismi, sto per prendermi una vacanza per disintossicarmi.

  • mauroman

    Credo che uno dei motivi per cui ci sono (alcuni) clienti che affidano (pochi) brief al crowdsourcing non stia nel fatto che si aspettino chissà quale idea fantastica, ma che così innestano a costo quasi zero un’ondata virale intorno al loro brand che investe alcuni target altrimenti difficili da raggiungere o, meglio, coinvolgere.
    Siti come zooppa & co. hanno un meccanismo di votazione/selezione che spinge gli illusi autori di creatività a spandere sul proprio network personale l’idea concepita.
    Facciamo un calcolo spannometrico. 2000 persone decidono di lavorare sul brief, ciascuno di essi ha mediamente 300 amici via facebook o simili. Risultato 600.000 persone verrano esposte a una “simpatica” performance del brand eseguita da qualcuno a loro molto più vicino di quanto possa essere il brand stesso.
    Et voilà: ho speso pochi euro e ho ottenuto una viralità incredibile.
    Che poi tutte le idee mandate a zooppa siano delle assolute ingenuità o inutilità dal punto di vista dell’adv tradizionale poco conta.
    Questa, ovviamente, è solo la mia opinione. Ve la cedo gratis, in caso voleste partecipare a un contest in crowdsourcing per aspiranti planner.

  • http://blog.jpro.it Stefano

    Premetto come ritenga veramente interessante leggere dell’argomento da professionisti affermati, voci autorevoli che di pubblicità vivono sicuramente da molti anni. Il mio punto di vista invece è quello del freelance che ha abbandonato il “posto fisso” per seguire questa passione. Ho concorso a parecchie gare su BootB, ne ho vinte 2 (non di creatività ma di strategia) e talvolta penso a questo come ad un male. Ultimamente ho provato anche Zooppa ma credo mi allontanerò da entrambe le piattaforme perché, nonostante tutto, sono sempre stato fortemente critico nei confronti di questi strumenti, talvolta addirittura basito da alcune situazioni. Una in particolare ritengo sia capace di riassume molti dei concetti esposti in questo post e relativi commenti. La sintetizzo:

    Il brief: Nuovo nome di partito politico

    Estratto: “…Creare il nome di una nuova realtà politica in cui confluiranno l’UDC e tutti coloro che si riscontrano nel processo di creazione di un “Partito della Nazione”, inteso come nuova casa politica, autentica e fattiva, per tutti i popolari, i liberali, i moderati e i riformisti italiani…”

    Link (pubblico): http://www.bootb.com/en/briefs/desc/naming/365206-nuovo_nome_di_partito_politico/info/

    Profilo del vincitore: “Visto che mi si richiede un profilo pubblico cercherò di accontentarvi: Sono impiegato come responsabile logistico- amministrativo in una media azienda che si occupa di commercializzazione di GPL e Gas Tecnici, quali Ossigeno, Acetilene, Argon, ecc… Non ho nessuna esperienza nel settore pubblicitario ed ho scoperto BootB leggendo un articolo su Capital o L’espresso o Panorama, onestamente non ricordo su quale di queste tre testate lessi di BootB! Mi piacque l’idea di far avvicinare al mondo pubblicitario gente che si occupa d’altro e m’ iscrissi. Viste le mie poche competenze nel settore generalmente partecipo a gare di “Naming”, giocando con le parole. Altre volte partecipo a gare ove si richiede un logo o un disegno in modo che i miei due collaboratori più fidati (mio figlio -omissis- di anni quasi 13 e mia figlia -omissis- di anni 11),partecipino con me al progetto di creazione. Il mio motto è : Siamo tutti un po’ CreatiNi.”
    [Nota: per accedere al profilo è necessaria la registrazione, ma non credo di far torto a nessuno visto che per effettuarla è sufficiente un nickname ed una mail a tempo]

    Personalmente, provando ad assemblare opinioni ed esperienze, non trovo altra giustificazione all’esistenza di pessimi professionisti, pessimi media e pessima comunicazione con un discendente livello nella qualità ed onestà intellettuale della committenza. Ho già avuto modo di sottolineare in questo blog come non sia certo il solo a ritenere che nell’ultimo decennio buona parte dei “consumatori” sia decisamente molto più disillusa nei confronti tanto della pubblicità quanto del pubblicizzato, poiché trattata da stupida per troppo tempo. Questo atteggiamento sembra perseverare con pervicacia ed ostinazione.
    Personalmente vedo un affollamento di aziende impegnate a creare prodotti mediocri e fornire scarsi servizi, spesso in terribile concorrenza tra loro. E a ben vedere questa situazione si ritrova anche nel settore dell’advertising. Purtroppo queste aziende sono spesso guidate da imprenditori che non dovrebbero fregiarsi di questo titolo: persone guidate non dalla passione ma dall’arrivismo economico, che non decidono di “imprendere” perché particolarmente ferrate, appassionate o competenti in ciò che fanno, ma perché ritengono un determinato business redditizio. Come possono dunque produrre qualità, se per qualità intendiamo quella connubio tra intrinseco valore del prodotto ed onestà nel trasmettere i valori dello stesso e di chi lo produce? Su questo cito anche un’ottima considerazione di Gianluca Ruocco sul blog TP http://www.tpblog.it/qualita-l%E2%80%99ingrediente-segreto
    Di fatto, questa disonestà intellettuale si riversa su chi è demandato a produrre comunicazione. Purtroppo c’è sempre chi è disposto -per natura o necessità- ad assecondare ogni stupidaggine richiesta dai clienti: i presunti professionisti intelligentemente sbeffeggiati da Assocomunicazione dalla finta e qui più volte citata Crap Adv (http://www.crap-adv.it/). Questo ingenera ulteriore disaffezione, disillusione e scarsa efficacia nei confronti della pubblicità stessa.
    Sono così portato a ritenere chi autoproduce le proprie strategie comunicative, lo faccia per cullarsi nell’illusione che controllandole direttamente potrà poi utilizzare degli operai della comunicazione, siano essi agenzie, freelance o, appunto risorse crowd, per raccontare ai clienti una propria verità e non la verità, quella capace di far nascere idee valide e sfondare il muro dell’indifferenza in un mondo ormai saturo di rumore pubblicitario. Questo perchè il loro business non si basa su ciò che fanno ma su ciò che intendono far credere di fare. E penso che le aziende che producono pessima comunicazione, spesso su pessimi media, lo facciano perché continuano a ritenere i loro clienti incapaci di scovare gli inganni venduti come promozioni o siano soddisfatti dai luoghi comuni -come le belle donne poco vestite. Pur ottenendo risultati deludenti dalle loro campagne, ritengono che le cause siano sempre diverse dalla loro cecità ed incapacità di essere oneste e trasparenti, e vivere la propria dimensione realmente sostenibile, ammesso ne abbiano una. Poiché vuote di contenuti, perseverano nel disconoscere la comunicazione come una risorsa, relegandola al ruolo di costo tristemente necessario. Temo sia spesso questo atteggiamento ad alimentare il crowdsourcing: l’illusione di ottenere “tantissime idee” indotte ad arte, a “bassissimo costo”. E, spesso, valore nullo.

    Non mi illudo che nel caso del Ministero del Lavoro l’iniziativa puntasse alla viralità o alla condivisione, penso semplicemente che, purtroppo, il regnante gene del malcostume della nostra amministrazione talvolta si manifesti senza la maschera con cui opera abitualmente.

    Stefano.

  • Marco Ferrara

    Resto un pò stupito nel leggere la maggior parte dei commenti sopra riportati: “sfruttamento dei creativi, cattiva pubblicità per il committente, brief poco approfonditi, etc.”
    Signori zooppa non è un’ agenzia pubblicitaria, e tralasciando la definizione della stessa (piattaforma online di user-generated advertising.) altro non è che uno strumento virale, una community fatta di “creativi” pro o amatori, che il committente utilizza per alcuni semplici scopi:
    1) Ritrovare o potenziare la visibilità del proprio brand, sfruttando la potenzialità dei social network. Questo può avvenire proprio grazie alla particolare struttura della piattaforma, dove “chiunque” può accedere, partecipare e condividere il proprio “lavoro” con altre 100, 500, o 1000 persone … operazione questa, che bene o male porta cmq al brand un “momento di visibilità”, abbracciando e coinvolgendo allo stesso tempo un target molto ampio.
    2) Accedere ad un bacino ampio e variegato di idee valide o meno – ma qui bisogna valutare un fattore importante: credete forse che Diesel, NIke, Binda e altri, abbiano avuto bisogno dei contest su zooppa per trovare una nuova fonte d’ispirazione, che sia un’immagine, un claim, un logo o altro? Quante delle proposte premiate vediamo poi utilizzate realmente? Forse il 5%! E questo riporta al punto 1.
    Certo ci sono anche casi, che io definisco “straordinari”, come UPIM che in fine ha realmente utilizzato il logo premiato per la sua nuova linea “Pop in the city”, logo per il quale il vincitore ha avuto un premio di 12.000,00 dollari; che non è ciò che avrebbe pagato ad una grossa agenzia, ma di certo l’investimento reale è all’incirca del doppio … non credo che zooppa viva d’aria fresca.
    3) Vi è poi da valutare il puro aspetto commerciale (tasse) di tale operazione su zooppa per il cliente.
    La conclusione per me è semplice.
    Bisogna separare questi due mondi: advertising e crowdsourcing, che vivono ognuno di strumenti e opportunità differenti, senza per forza “invadere o denigrare” l’altro.
    Marco

    • Marco Ferrara

      Mi perdonerete se replico al mio stesso post, ma dimenticavo una cosa importante per la quale sono in sintonia con la maggior parte di Voi.
      Negli ultimi contest il montepremi è comprensivo della fee per l’utilizzo offline del contributo. E questa è una cosa ridicola. Fino a qualche mese i contributi premiati (vincitori) non erano utilizzati off-line, e quando ciò accadeva veniva riconosciuta al “creativo” una fee … che cmq divideva con zooppa, mi pare 60 e 40, cosa cmq poco corretta, ma ahimè, caricando un lavoro su di una qualsiasi piattaforma si accettano anche i regolamenti della stessa. ;-)

  • Massimo

    Ho ritenuto giusto intervenire in questo blog in duplice veste, quella di comunicatore professionista e quella di zoopper. La prima cosa da sottolineare è che, operando nel settore della carta stampata per + di 20 anni, in diverse figure professionali legate al pre-press, l’avvento del web (e la naturale riduzione della carta stampata) mi ha diretto alla ricerca di lavoro in rete. Approdando su diverse piattaforme (come Zooppa), all’inizio, non riuscivo a capire come fosse possibile l’esistenza di un mercato “parallelo” a quello ufficiale, con regole completamente differenti. Chi fa questo mestiere sa che i bozzetti (che siano graditi o no dal cliente) si pagano naturalmente come ore di lavoro. Nelle comunity virtuali, questo non è mai esistito, in quanto moltissimi partecipanti non sono professionisti e quindi senza aspettative da professionista. Voglio dire che Zooppa è un business x chi lo ha fondato e basta, per gli altri, noi tutti, è un gioco dove rischi di vincere (quasi mai). Credo che invece di nutrire risentimento x chi si (diletta? diverte? prova a guadagnare qualcosa?) i professionisti che precedentemente sono intervenuti possano guardare a queste piattaforme come “vivai” di creativi, grafici, illustratori, videomaker e quant’altro. Se esistono leggi che impediscano questa “differenza” di relazione tra brands e piattaforme, che vengano applicate, e se qualcuno approfitta della inadeguatezza del sistema, interpretando tali leggi a proprio favore si intraprendano azioni legali per scoraggiare questo “sistema” di far lavorare. Ma qualcuno diceva “Se il nemico è troppo forte sarà saggio cercare un accordo, un alleanza, per la propria sopravvivenza” professionale… aggiungo io.

    • http://kttbblog.splinder.com/ Massimo Guastini

      Massimo, per favore puoi firmarti per esteso? In questo spazio accogliamo qualunque punto di vista purché firmato. Ci sono tanti Massimo, compreso me :)

    • Massimo

      Caro Massimo Guastini, il mio intervento è stato firmato. Usare un nome, un nickname, non fà differenza. Hai fatto la stessa richiesta a tutti quelli che non si firmano nome e cognome? Dai nomi dei partecipanti al blog mi sembra di no… e allora cosa significa la tua richiesta? Un contatto? Puoi scrivermi a comunicarte@teletu.it, spero che la postura riflessiva del tuo avatar abbia un senso, cordiali saluti

    • http://kttbblog.splinder.com/ Massimo Guastini

      Caro Massimo, non fidarti mai della postura assunta nelle fotografie ;)
      In realtà è stato un mio errore, me ne sono accorto solo in un secondo momento. Mi scuso.
      Del resto quel giorno avevo già dovuto cancellare 4 o 5 commenti non esemplari e non firmati.
      Ciao
      m.

      p.s.
      domanda da “postura riflessiva”: perché senti il bisogno di accentare la terza persona singolare dell’indicativo presente del verbo fare? ;)

    • Massimo

      massimo!!! ho letto cose meravigliose sul tuo blog. evidentemente il caldo mi ha “distratto”. Non hai bisogno di scusarti, pagherai da bere al primo incontro, se ci sarà! se avrai bisogno di due occhi in + fatti sentire. sarà un piacere collaborare :-)

  • chicco meomartini

    Tutto vero, tutto giusto, tutto corretto. Tranne, dal mio punto di vista, la base di partenza. Come spesso succede in agenzia il brief non ha basi solide. Zooppa non è un’agenzia di pubblicità e marketing (definizione che già di suo lascia il tempo che trova), non è un ufficio di collocamento, non è un datore di lavoro, non è un cliente e neanche un luogo virtuale dove fare esperienza professionale. È uno strumento, un mezzo di comunicazione. Neanche troppo innovativo nei principi base. Soprattutto non si rivolge ai seri professionisti della pubblicità (siamo seri?), ma agli innamorati e a chi per gioco decide di provare a fare il nostro mestiere.
    Ora fa fico chiamarlo crowdsourcing o social marketing ma secondo me è pari ad un concorso a premi. Ed è così che va considerato.

    Se è vero che 5000 euro per ideare e realizzare un video professionale sono veramente pochi è anche vero che per giocare al comunicatore sono un bel gruzzolo.
    Basta vedere i montepremi dei concorsi che ci passano sotto il naso per capirlo.
    Senza contare che quando non prevedono un montepremi in soldi non saltiamo sulla sedia. Anche se ci sarebbe da saltare sul tavolo.

    Ne cito uno per tutti, datato ma al quale sono rimasto affezionato. Correva l’anno 2002, “Tanto casino per un panino”: concorso McDonald’s per creativi, ideato e spinto da Enzo Baldoni. Il premio? Partecipare. Ed è stato anche divertente.
    In somma delle somme, cambia il soggetto attivo e cambia il giudizio che ne diamo.

    Lo prova il fatto che Zooppa, Bootb e tutti gli altri fanno girare brief così scandalosi da qualche anno. Eppure nessuno ha protestato così attivamente. Non solo in Italia.

    Chicco Meomartini

    ps: non trovo brillante la scelta del Ministero del Lavoro, ma questo sarebbe off topic.

  • chicco

    Il premio, non so quando o perché, è passato da 5000 a 22000.
    C

  • sabino

    Alla fine tutto torna. Il settore della comunicazione viene altamente snobbato, a partire dallo Stato che sempre più spesso offende e banalizza la formazione in tale settore (a partire dal ritenere inutili le facoltà di scienze della comunicazione). Questo bando ne è l’ennesima conferma (nel ministero del lavoro quando prende un’ usciere?sicuramente più euro a ora di chi lavora su zooppa).
    A proposito di Zooppa (e altre piattaforme simili), il concetto sbagliato è la gara al ribasso. Perchè il rischio di vincita è basso, per cui la somma vinta deve essere elevata e compensare le ore di lavoro per progetti non vincitori.
    Cmq il crowdsourcing creativo sembra il caporalato del marketing…

  • http://responsa.it Gabriele Antoniazzi

    Ciao, Ilenia Boschin, community manager di Zooppa, ha risposto a una domanda su Responsa dandoci il suo punto di vista sul crowdsourcing dopo la polemica legata al logo della PA che ha indirettamente coinvolto la sua azienda.
    Potete leggere la sua risposta qui http://bit.ly/pdeUHP
    Dopo aver letto i commenti ai vari post che ho letto a riguardo vorrei fare un paio di osservazioni personali:
    1. non sono d’accordo sulla comune assunzione che un professionista non partecipi a questo tipo di “contests”
    2. sembra che questi contest vengano fatti per risparmiare, quando invece non si considera il costo che ha il contest per l’azienda che lo sponsorizza oltre al costo dei premi messi in palio per il vincitore

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  • Duglas Ranagrafica Fusco

    Ragazzi ciao a tutti , leggevo questo
    interessante blog sono ormai non + partecipante attivo di zooppa ma
    solo occasionale, per l’appunto stavo cercando dopo l’ennesima
    partecipazione a vari brand un riscontro sull’autenticità , sono
    grafico e illustratore e film maker ( non attrezzatissimo ) da
    circa 20 anni e pur pubblicando svariate soluzioni grafiche e video
    non ho mai ricevuto un feed positivo ed ho notato che le vincite sono
    sempre o quasi di persone che si presentano all’ultimo secondo con
    grafiche o altro di discutibile attitudine professionale ( alcune
    scontatissime ) la mia domanda è questa !

    Zooppa è attendibile o è una presa in
    giro ?? grazie per la comprensione ( l’eterno illuso )

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