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Giovane sì, #coglione no.

Stefano De Marco, Niccolò Falsetti e Alessandro Grespan hanno lanciato una campagna di sensibilizzazione e di denuncia dello sfruttamento del lavoro creativo che si chiama #CoglioneNo. Mi chiedo sino a quando collaudati e meno giovani professionisti dell’advertising continueranno a essere coglioni.
Grazie a Stefano, Niccolò e Alessandro per il contributo a una battaglia che altri avrebbero dovuto iniziare a combattere da tempo.
45 mila visioni nelle prime 24 ore. Una grande partenza. Domani inizieranno anche le critiche. Personalmente vi bacio.
Qui il link al post su Corriere.it
Qui quello a Wired.

  • http://mizioblog.com mizio

    A me gli Zero hanno ricordato la bella favola dei Cric.

  • Pierluigi barbieri

    Massimo, quante sono secondo te gli iscritti che si comportano così? Io ne ho incontrati molti e non sempre ho detto di no perché a volte è difficile dire di no. Vorrei sempre meno coglioni. Vorrei creativi che dicano NO a offerte di lavoro non retribuite. E vorrei clienti (aziende e agenzie) oneste, perché il lavoro va retribuito, anche poco ma sempre retribuito. Ma questa è un altra storia (come direbbe Lucarelli)

  • nikgin

    L’unica critica è che spesso la realtà è un’iperbole ancora più grottesca di quello che si vede nei tre soggetti. Mentre in tutti e tre i video, il professionista è messo al corrente del No Budget a lavoro finito, nel mondo reale, si accettano lavori, già sapendo che non saranno pagati. Per la gloria, per mettersi in mostra, per farsi le ossa, per fare portfolio, per essere riconfermati, per fare un un favore, “perché “lo so che te sei bravo a fare ‘ste cose”…

  • http://www.spotschoolaward.it gerardo

    Si potrebbe fare di meglio.

  • Enrica

    si carucci tanto bravi, ma per l’ennesima volta il creativo è maschio e mi ha ricordato che se sei un creativo non ti pagano, se sei una creativa nemmeno compari nei viral dei creativi “contro” il “sistema”.

    • http://blog.adci.it/ Massimo Guastini

      Ciao Enrica Beccalli,
      forse nel mela c mela v hai perso un pezzo.
      Il commento integrale che hai postato sulla mia bacheca FB è:
      si carucci tanto bravi, ma per l’ennesima volta il creativo è maschio. Se sei un creativo non ti pagano, se sei una creativa nemmeno esisti nei viral dei creativi “contro” il “sistema”. Questa creativitá anni 50 non ha nulla di innovativo, anzi fa male sapere che siano coetanei.

      Trovo incongruente il tuo incipit rispetto alla conclusione. Ma forse volevi solo esprimere una bonaria accondiscendenza.
      Tu hai mai postato contenuti che abbiano raggiunto 500 mila views in 48 ore? E qui non si parla di “gnocca” o “gattini”. Ma di un tema rilevante. Il contenuto vuole sensibilizzare su un problema comune alla nostra categoria professionale. Coinvolge tra l’altro giovani e vecchi. Perché questa acida bonomia?

  • Enrica

    “acida bonomia”, ho giá espresso il mio pensiero sulla pagina facebook, e ripeto solo che “l’universale maschile” é sessista, ed é il caso che colui che ha fatto una petizione contro il sessismo in pubblicitá lo sappia.

  • Ernesto

    Questa campagna ha senz’altro una buona produzione. Quello che forse non ha – o che almeno che non condivido – è un lavoro consapevole sulle idee, su quello che si sta comunicando.

    Lo spot non mostra il suo stesso protagonista. Lo si dà per scontato. Si parla di lavori creativi che non si vedono. Ciò che si vede è un’analogia. Fare il creativo è come fare l’antennista o l’idraulico che aggiusta lo scarico del water. Quest’analogia la dice lunga sui presupposti con i quali i nuovi creativi approcciano il lavoro. Per me il lavoro con le idee non è come il lavoro con le tubature di casa. Il talento o ce l’hai o non ce l’hai. Forse bisogna cominciare a dire qualcosa che va contro tutti gli interessi delle scuole. Il lavoro creativo non lo possono fare tutti. Probabilmente, grazie ai progressi della tecnologia, il lavoro tecnico di produzione lo possono fare molte più persone di prima. Ma le idee sono l’unica cosa che Canon o Adobe o Apple non potranno mai aiutare a produrre. Finché non si capisce che questo è il punto di forza, finché non si è un minimo rivoluzionari nello spirito, orgogliosi, coraggiosi, si resterà sempre a CoglioniSì.

    • Enrica

      concordo, e se questa é la giovane creativitá italiana mi viene da dire che fanno bene a non pagarli.

    • Ernesto

      Ciao Enrica, non esagererei. :-)

      Gli spot sono fatti bene e stanno riuscendo a far parlare del lavoro creativo. Il punto è che guardi gli spot, ridi, clicchi I like. Poi cambi pagina e pensi: “Che fico quello che trattava male l’idraulico!” Centinaia di clienti magari già si identificano con Luca Di Giovanni.

      Se descrivi il creativo come un antennista, allora non ha più senso e valore il lavoro sulle idee. Di Giovanni fa ridere. Va benissimo. Ma forse si può raccontare di più.

  • Danilo

    Io capisco la rabbia, la frustrazione e il disagio. Però a un certo punto dovremo pure andare al di là dell’orgoglio ferito e del broncio collettivo, e provare a capire perché questa cosa – questo meccanismo apparentemente così ingiusto e insensato – si ripete così spesso, dappertutto.

    Premessa: generalmente quando c’è da capire qualcosa tendo a scartare a priori l’ipotesi che gli attori di un determinato fenomeno siano tutti stronzi/delinquenti/bastardi. Mi sembra una via comoda per spiegarmi le cose, ma sostanzialmente improbabile. Preferisco piuttosto pensare che fenomeni diffusi nascano da inerzie diffuse – eterogenesi-dei-fini, pensieri pigri, prassi incrostate – più che da sadismi e crudeltà consapevoli. Insomma se pensate che lo sfruttamento sistematico dei freelance dipenda principalmente dalla carognaggine dell’umanità, auguri, e buone crociate. Io però non ci credo.
    Cosa credo: credo che, per quanto funzionale alla protesta e alla costruzione del paradosso divertente del video, il paragone creativo-idraulico non abbia senso. Siamo seri. Mi sembra anche vagamente irrispettoso nei confronti dell’idraulico.

    [continua a leggere sul blog "Offendiamo i Creativi", no scherzo]

    La verità è che la condizione dei creativi freelance – così come quella di qualunque altra categoria sul mercato – è determinata dal banalissimo principio di domanda e offerta. E ora se volete ci mettiamo a tavolino e ci inventiamo un principio migliore, ma fino ad allora resta il criterio che regola tutti i mercati del mondo, e con cui tutti fanno già i conti.

    Ma venite con me, approfondiamo.

    LA CREATIVITÀ COME ACCESSORIO.
    In Italia la fiducia nell’importanza e nell’efficacia della buona creatività (formula odiosa, ma ci siamo capiti), è scarsissima. Rasenta lo zero.
    Il valore di logo o di una campagna digital non hanno assunto nell’immaginario collettivo (a nessun livello) quell’importanza strategica già raggiunta in altri contesti e Paesi. Semplicemente non si ritiene siano elementi così preziosi. Non esiste un’idea di qualità consolidata o una scala di valori riconosciuta.
    Agli occhi di molti un logo rappresenta tutt’oggi un buon ornamento, una roba certo da fare, ma nulla di così realmente decisivo per sostenere un’attività o un business. Nulla che faccia la differenza, e quindi nulla in cui investire chissà che budget. Di conseguenza i creativi sono spesso considerati, professionalmente, poco più che amici estrosi a cui chiedere, di tanto in tanto, un paio di buoni consigli.
    È una sfiducia complessiva rispetto al valore del lavoro intellettuale e in generale delle buone idee intese come buoni investimenti. Il risultato è questo grande oceano di medietà in cui tutto sguazza e in cui nessuno intende pagare una qualità mai percepita né desiderata. È chiaro che se per me un logo vale 1, comprerò un logo che vale 1. Pagandolo 1.

    MA ATTENZIONE.
    Via via che ci si allontana da un’idea precisa di valore – via via che le ambizioni di qualità sprofondano su una scala universale che va dal capolavoro alla ciofeca – si allarga proporzionalmente il numero di potenziali fornitori di quello stesso servizio. La qualità è rara, quindi costa. La mediocrità è invece un luogo ampio e bellissimo in cui tutti sono invitati. Per capirci: se da domani il valore della creatività vivesse quel processo piena riconsiderazione così spesso invocato, una buona percentuale di cosiddetti creativi sarebbe, automaticamente, spazzata via dal mercato. Lavorerebbero i più bravi, e sarebbero pagati meglio. Bòn.
    Al contrario è quella stessa mediocrità a creare i presupposti di una larghissima apertura del mercato: chiamando alle armi eserciti di creativi senza distinzioni tra matricole e generali, e allargando la partecipazione a tutti proprio tutti. Belli e brutti. Ma vediamoli da vicino, questi tutti.

    TODOS CREATIVI
    Soprattutto agli occhi delle generazioni più giovani il lavoro creativo detiene oggi un appeal speciale, superiore a quello di buona parte delle professioni “tradizionali”. È una passione che incrocia identità personale, ruolo sociale e velleità professionali. Una sorta di “condizione ideale” che va a li di là di una reale valutazione sulle di possibilità di inserimento e sulle prospettive di remunerazione. “Fare il creativo” è un’aspirazione sempre più allettante e diffusa, un obiettivo in sè. Una vocazione che spinge migliaia di freelance e frotte di stagisti a imbarcarsi in avventure professionali disperanti e a lavorare gratis notte, giorno e notte.
    È chiaro che se per me “fare il creativo” conta più di tutto – se rappresenta il fine ultimo della mia vita professionale – accetterò di farlo anche a condizioni particolarmente svantaggiose. Pagato 1 e prendendo 1.
    Il numero di quanti accettano questo lavoro e queste condizioni – a denti stretti, per carità – ci dice anche che per tantissimi l’equazione risulta comunque soddisfacente: pochissimi soldi, ma buona gratificazione. “Faccio il creativo”, e vale la pena. Non sto dicendo che è giusto; dico che è ciò che succede. E bisogna prenderne atto, senza raccontarci ipocritamente che il lavoro creativo è un lavoro come gli altri, solo che gli altri non lo capiscono. Non lo è. “Fare il creativo” regala a molti una motivazione speciale, uno status che equilibra le entrate scarsissime e le sistematiche frustrazioni retributive. Fare l’idraulico, invece, no.

    PERCHÈ NON SIAMO COME GLI IDRAULICI.
    Salvo eccezioni che posso comunque in qualche modo immaginare, l’idraulico non fa l’idraulico per passione intellettuale o posa esistenziale. Si tratta di un mestiere più pragmaticamente orientato al mercato, al soddisfacimento di un bisogno già saldamente esistente, sganciato dal desiderio dominante di aderire a un modello sociale cool. Fatalmente, è un mestiere che vive di competenze meno diffuse di quelle dei professionisti della creatività (a Milano c’è un creativo ogni due piccioni), con conseguente divario del valore economico delle rispettive prestazioni.
    Inversamente l’idraulico non gode oggi del riconoscimento sociale di cui gode un creativo. E dunque nell’equazione di prima risulta più debole su uno dei due valori, quello della sfera della gratificazione personale.
    Per questo il video ci fa così ridere, e contemporaneamente risulta così sballato nell’accostare due condizioni molto diverse. Un idraulico lo paghi e basta, e ci mancherebbe. Perché non è la stessa cosa. Perché pagarlo con Pinterest sarebbe davvero assurdo, non solo perché siamo abituati così – come il video suggerisce con rovesciamento comico – ma per un motivo sacrosanto, condivisibile, sensato.

    MA POTREMMO ESSERE COME GLI IDRAULICI?
    In un mondo di tubi rotti. In un mondo in cui un tubo sano è considerato poco, non lo vuole nessuno ed è pagato pochissimo. E in un mondo pieno di idraulici scarsi, pronti a ripararlo male. Ecco: in un mondo così, saremmo gli idraulici. Ma a quel punto chi vorrebbe più esserlo? Siamo idraulici, mica coglioni.

  • Francesco

    Massimo, forse è solo arrivato il tempo di contarci e vedere in quanti siamo.
    Capire quanto PIL generiamo, magari in un ottica di Ordine Professionale.

    Ma so’ già che è un discorso vecchio e spinoso.

  • http://www.adci.it Fabio ciccio Ferri

    L’iniziativa della campagna lanciata da Stefano, Niccolò e Alessandro, è certamente bella, lodevole e giusta. Il numero di visioni (se lo si vuole assumere a criterio qualitativo e non solo quantitativo) dimostra che sicuramente l’approccio comico sarcastico al problema aumenta l’apprezzamento da parte del pubblico della rete.
    Sono certo che tra i tanti ‘Like’ che il video viral suscita istintivamente, ci sono anche quelli di tanti Direttori Marketing o Amministratori Delegati di agenzie di pubblicità ed eventi, piccole e grandi, neonate o morenti di vecchiaia, che hanno detto o fatto le stesse cose che dice e fa il cinico committente – ottimo caratterista – del povero antennista/giardiniere/idraulico sfruttato e non remunerato dello spot.
    E’ il bello del meccanismo della commedia all’italiana, quello che ha permesso di ridere e di identificarsi nei ‘Mostri’ di Mario Monicelli (buonanima coraggiosa) a generazioni di italiani dal comportamento altrettanto mostruoso, ma in scala piccola piccola, e borghese. Quegli italiani a cui Moretti gridava al bar: “Te lo meriti Alberto Sordi!… Te lo meriti Alberto Sordi!”.
    Ma, a partire dal commento di Ernesto Spinelli, credo che l’unica critica (costruttiva) che mi permetto con amore di muovere è strategica: ovvero che il FOCUS della campagna sia migliorabile. Mi spiego.

    Il Focus del problema oggi NON è solo sulla questione ‘Giovanile’: il punto non sono solo “I Giovani… questi Giovani!” (scusate se ri-cito involontariamente Nanni Moretti di ‘Io sono un autarchico’ ed ‘Ecce Bombo’), il punto NON E’ GENERAZIONALE.
    Purtroppo il punto è strutturale, ed è nell’ormai dilagante “NON riconoscimento del valore economico dell’Idea Creativa”.
    Ad ogni fascia di età e latitudine.
    Oramai risparmiare sulla Creatività, non solo sull’Agenzia ma sull’Idea Creativa, e quindi sul valore economico del nostro lavoro intellettuale, è divenuto ‘normale’.

    Il caso dello spot Canone Rai è drammaticamente sotto gli occhi di tutti/e:
    La Rai non ha risparmiato su Regia, Produzione e Post-Produzione… anzi!
    Ha solo tagliato sull’inutile costo dell’agenzia creativa, come hanno scritto sul blog Antenne di la Repubblica.it i due giornalisti-Killer-Masochisti Aldo Fontanarosa e Leandro Palestini (metto volutamente nome e cognomi per esporli alla gogna mediatica ed al pubblico ludibrio creativo).
    Sentito qua: “Stavolta gli spot – regista Riccardo Grandi – non sono affidati ad agenzie esterne, costose e magari dalla dubbia ispirazione.
    Il lavoro è finito nelle mani di Pierluigi Colantoni, un dipendente della Rai di soli 38 anni che fa capo alla Direzione Comunicazione e Relazioni esterne. Un professionista creativo e versatile”.

    Risparmiando solo su ‘quella voce’, e facendosi ‘at home’ l’idea creativa: i risultati si vedono.
    Un Copy orrendo, col giochino di parole “VEDE/DEVE” ed un mucchio di stereotipi di mogliettine casalinghe attaccate alla telenovela, bimbi teledipendenti con sindrome da supereroi, e finti vecchietti teledipendenti.
    Prepariamoci a ENEL o ENI che si faranno fare in casa dal/la giovane stagista nativa-digitale, le prossime campagne ‘aggratise’, anzi all-inclusive negli 800 € mensili dello stage. Per poi pagare 12 milioni di € di Budget Media a Publitalia (Dell’Utri & Berlusca pregiudicati) ed a Rai Pubblicità.

    Quindi, se posso permettermi di lasciare un Commento costruttivo, il Claim della campagna, sarebbe da allargare, da Giovane Sì#CoglioneNo, a “CREATIVA/O Sì#COGLIONI NO”.

    Raccogliendo anche la sensibile nota di genere di Enrica sul ‘sessismo dell’universo maschile (che essendo maschile, tende a definire Coglione l’Idiota).

    Altrimenti si resta su una visione parziale e giovanilista, che tanto piace a certa retorica politica.0 ma che divide i lavoratori (creativi e non) in una guerra generazionale che li indebolisce.

    Un ultima nota, vista la Tribuna ADCI dove ci troviamo:
    dopo che l’ADCI (ed il nuovo consiglio di cui faccio ancora parte) ha giustamente cominciato a contemplare e seminare un approccio un po’ meno elitario e fighetto, ed un po’ più sindacale (oddìo, che parolaccia volgare!…) con attività tipo “Consulente del Lavoro in diretta streaming”, ecc. stanno cominciando a vedersi i frutti: dalla ‘Rivoluzione Creativa’ di Accattino, a questa campagna ‘Giovani’ di Stefano, Niccolò e Alessandro: NON SAREBBE IL CASO CHE CI SI MUOVESSE TUTTI INSIEME IN FORMA COORDINATA con l’ADCI, e non a ranghi separati e individuali?

    Capisco che la moda del Crowd-Sourcing e la retorica della Democrazia-Online rendano tutte le azioni personali molto più cool (e qui ci vorrebbero anche le virgolette, con le due ditine delle manine), ma c’era una vecchia Headline inglese che, non so se vinse all’AD&D, ma mi sembra sempre più attuale nella realtà virtuale in crisi del 2014:
    THERE IS POWER IN A UNION .
    Del Copywriter: JOE HILL (1913).

    http://www.youtube.com/watch?v=6KO90EdKB-g

    Poi musicata da Billy Bragg, e che mi sembra venne adattata, da un giovane stagista copy, per il piano media in Italia con:
    L’UNIONE FA LA FORZA.

    Altrimenti avremo raccolto sì decine di migliaia di Like, avuto centinaia di migliaia di Visioni nelle prime 72 ore, che avranno sì aumentato la visibilità, la simpatia e l’ego di alcuni nostri lodevoli compagni di lavoro, ma avranno lasciato centinaia di creativi disoccupati alle spalle. Giovani d’oggi.
    Ed ex-giovani di ieri.

    Fabio
    (:ciccio
    Ferri
    (Pischello e consigliere adci).

  • http://www.adci.it Fabio ciccio Ferri

    Dimenticavo.
    A proposito di come il “Made @ Home” sta uccidendo il Made in Italy creativo:
    http://antenne.blogautore.repubblica.it/2013/12/28/rai-lo-spot-e-fatto-in-casa/

    Leggete e scandalizzatevi.

    C’è tanto di Grafico Economico allegato!

    (:
    Fabio

    • Ernesto

      La tua definizione Made in Italy creativo la condivido. Ma va motivata ogni giorno con le idee e i risultati. Quello che mi fa un po’ paura della campagna #CoglioniNo è che si riduce la creatività a un’esecuzione tecnica. Tu mi chiedi questo, io te lo dò, tu mi paghi. E in questo ciclo continuo, mentre fai ridere gli altri a suon di spot, tu continui a piagne’.

      Le istituzioni e le aziende italiane piccole e grandi possono tornare a investire sulle idee e sul lavoro creativo. Da parte loro i creativi devono giustificare gli investimenti con la qualità. Tutto il resto, come dice il grande Rino D’Anna, è “Piottarella”. :-)

  • Freelance

    Questa serie di video ha sicuramente centrato l’obiettivo, far si che si parli del problema!

    Ho letto di tutto, ma veramente di tutto a riguardo.. pareri pro, pareri contrari e tante, tantissime critiche di chi forse ha portato al mondo rappresentato nei video..

    Sono un freelance è vero ma non per scelta, è stata una scelta obbligata. Una scelta che vedeva da una parte la disoccupazione e dall’altra la misera possibilità di raccimolare due soldi per arrivare a fine mese.
    Chiunque al mio posto avrebbe scelto la via del freelance piuttosto che rischiare di stare a casa mesi in attesa di una chiamata.

    Io spero soltato una cosa: che si possa creare un vero albo professionale con una cassa prevvidenziale che ci tuteli davvero e che permetta a tutti di capire che anche le nostre idee, sia di dipendenti o che di liberi professionisti, hanno un valore, quello economico.

  • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

    KEIN PFUSCH®: Senza salario non c’e’ dignita’. http://owl.li/sB2Xz

    Alcune osservazioni, in questo caso molto appropriate, sulla campagna #CoglioniNo. Per esempio: non è vero che gli idraulici non hanno problemi a farsi pagare. Hanno problemi anche loro, aggiungo io, come i freelance, solo che hanno un mercato migliore, con clienti che sanno cos’è un rubinetto, anche se non lo sanno smontare e sono consapevoli di non saperlo smontare.

  • http://blog.adci.it/ Massimo Guastini

    Gianni, però non stiamo parlando di difficoltà nel recupero crediti. Questa è una problematica che coinvolge anche gli avvocati e i dentisti.
    Ah, ieri mi si è rotta la caldaia: non ho indetto una gara urgente tra 4 professionisti senza pagarli. Ho chiamato solo un’idraulico che per due ore si è fatto un bel culo e mi ha chiesto 180 euro. Naturalmente con regolare fattura. 90 euro lordi all’ora. Quanto guadagnano i creativi pubblicitari (quando sono pagati)? Ne ho scritto diverse volte. Per esempio qui:che prospettive offriamo ai giovani.

    • http://scrittorefreelance.blogspot.com/ Gianni Lombardi

      Vero, ma la differenza principale è che gli idraulici lavorano in un mercato maturo (tutti sanno a cosa serve una caldaia, e quasi tutti sono consapevoli di non saperla riparare da soli), mentre i creativi lavorano in un mercato continuamente nuovo. Inoltre tu non indici una gara urgente per la caldaia, ma molti comuni italiani e aziende pubbliche sì, e pagano l’idraulico mesi o anni dopo. Quindi la situazione non è così diversa :-)

      Qui un mio punto di vista più articolato “Lavoro, tre problemi e tre soluzioni”: http://scrittorefreelance.blogspot.it/2014/01/non-ce-lavoro-tre-problemi-e-tre.html

  • http://coglioneno.com Anonimo

    Consiglio sempre di registrare i domini internet… Altrimenti si rischia di passare per coglioneSI… http://coglioneno.com/

  • Sonday

    Pure il governo adesso si mette a sfruttare i giovani!! invece di rubarsi i soldi della EXPO, che paghino!! Speriamo che almeno abbiano pagato all’agenzia che ha fatto lo spot … https://www.youtube.com/watch?v=FwpAZknHU8Q&feature=youtu.be