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3 Replies

Fake d’autore

di Davide Boscacci

Shea Hembrey è una simpatica canaglia che ha avuto l’idea di spacciarsi non per un artista (sai che novità) ma per cento. A ognuno di essi ha dato un nome, una nazionalità, un sesso, un carattere e ovviamente uno stile. Così di volta in volta passa da quadri a installazioni, foto, sculture o videoarte, sotto lo pseudonimo di qualche Mark, Johanna e persino di interi collettivi di artisti.

Non so voi, ma a me sembra la perfetta sintesi di molta (troppa) arte contemporanea, dove basta che uno abbia qualche ideuzza simpatica e i mezzi per produrla (o farla produrre), appiccicarsi un qualche concetto concettuale e mettere le opere in vendita a diecimila euro al pezzo. Eppure, se la guardo dal punto di vista del marketing e della comunicazione, lo trovo decisamente furbo e interessante. Ci siamo sempre chiesti se la pubblicità fosse una forma d’arte. Comincio a chiedermi il contrario.

  • Till Neuburg

    Da noi, il declino è iniziato con le parole: postmoderno, transavanguardia, installazioni, contaminazione, multimediale, arte povera, massimalismo… tutte spaventose banalità. Nessuno dei grandi sovvertitori dell’arte figurativa (da Beuys a Warhol, da Fontana a Christo, da Hockney a Lucian Freud ) ha usato questo glossario gazzettaro. Non è solo una questione di “mercato”, di inutili critici chiacchieroni, di galleristi modaioli, è prima di tutto un problema di rilevanza, di cambiamenti, di capacità di incidere sulla realtà, su come viviamo e sopraviviamo. Quando Duchamp, Marinetti o Dalì compivano i loro gesti plastici, verbalo o pittorici, non erano “sponsorizzati” da nessuno. Non c’era qualche banca o assessore che ospitava i loro “segnali”. L’orinatoio, la pipa che non era una pipa, le tele tagliate, non erano materia da tartine agrodolci, pierrine e Dagospia. Oggi, gli unici che temono e osteggiano i pargoli impiccati e le corna alla Borsa, sono i corniciai e i leghisti. A tutti gli altri va bene così: chattare sulla Red Bull, la Canalis, la Prima della Scala o Cattelan, va sempre bene. Sbattere in prima pagina il nulla griffato, non annoia più nessuno.

  • davide

    che il mecenatismo moderno passi per la red bull forse è triste ma forse anche chi se ne frega. sono contento se giovani artisti hanno la possibilità di esprimersi e sinceramente rifiuto il fatto che si debba per forza essere duri e puri, poveri e incazzati, anticonformisti e snob. cerco sempre, per quel pochissimo che ne capisco, di valutare la sostanza. se un’opera è interessante, nuova nei linguaggi, magistralmente eseguita o semplicemente toccante, mi sta bene anche nella hall di qualche albergo figo con due hostess poco lontano che mi regalano portachiavi pacchiani. quello che trovo sconsolante è vedere migliaia di giovani e meno giovani che ripercorrono, in peggio, le rivoluzioni di oltre cento anni fa. cazzo, almeno studiassero un po’ di storia dell’arte prima di parlarne.

  • Alessandro

    non sempre chi si definisce falso mira ad esserlo. Sulle singole opere viste nel video non mi pronuncio ma penso che il lavoro di Shea Hembrey possa essere definito un operazione artistica nel suo complesso. L’idea di interpretare più artisti, una sorta di Zelig dei modi di operare sul contemporaneo, mi sembra interessante e ci permette di fare riflessioni sull’identità sul territorio e sui luoghi comuni. Non credo che in assoluto il mecenatismo o gli sponsor (banche, politica ecc) facciano male all’arte, per riferirmi alla storia dell’arte, è anche merito della chiesa se la cappella sistina è stata realizzata. Sicuramente oggi Prada, Trussardi o Saatchi riescono a diffondere con molta efficacia i “segnali” degli artisti che seguono, ma non lo trovo scandaloso.