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Dalla lezione Morandi a quella Alemanno, passando per Milton Glaser.

Ieri abbiamo postato una lettera aperta firmata da Fabrizio Verrocchi e altri 1102 colleghi, indirizzata alla Commissione del Concorso di idée “Roma in un’immagine”.

Mi rivolgo a mia volta alla stessa Commissione e anche a chi l’ha “immaginata” e costituita.
Non tanto per stigmatizzare ulteriormente la discutibile qualità del risultato.
È già stato fatto con competenza qui, per esempio.

Vorrei indurre a riflettere sul come e perché si sia arrivati a questo esito.

Logotipo di Roma, 2012

Pennellate per Roma

Leggo che il logo di Roma “è stato apprezzato soprattutto per la sua eleganza e l’idea progettuale che lo sorregge”.

Io ritengo che in questa frase risuoni, tragicomica, l’essenza del problema di cui stiamo parlando in questi giorni: una mortificante catena d’incompetenza.

È da incompetenti gestire lo studio di un marchio accettando oltre mille lavori.
Volevate entrare nel Guinnes dei Primati?
Ma come avete fatto a esaminarli tutti con un minimo di attenzione?
E non ditemi che le idée “sbagliate” si riconoscono al volo. La vostra scelta è sotto gli occhi di tutti a testimoniare il contrario.

È da incompetenti imporre l’utilizzo della Lupa Capitolina.
Perché non lasciare il lavoro di sintesi a chi dovrebbe avere la competenza per farlo?
Chi tra di voi, membri della Commissione, aveva la competenza per una simile scelta? A leggere i vostri cv in rete emergono ulteriori dubbi, oltre a un’inevitabile domanda: chi e su che basi vi ha inserito in questa Commissione? Forse, dopotutto, la vostra unica responsabilità è di avere accettato un incarico che non eravate in grado di ricoprire.

Voglio raccontare una storia, a voi che sembrate fermi a Lupola e Remolo. Spero vi insegni qualcosa. È una storia nota agli addetti ai lavori. Dal vostro comportamento devo invece dedurre che non l’abbiate mai sentita.

Questa storia inizia a New York, nel 1975. La città evocava allora due parole: “sporco” e “pericolo”. Lo racconta l’autore stesso della campagna che iniziò a cambiarne la percezione, Milton Glaser.
Milton ha 46 anni quando gli viene assegnato l’incarico. Il vostro bando lo avrebbe escluso dai giochi a priori. Meditate su questo.

Milton Glaser racconta di avere lavorato diverse settimane, sperimentando font e mettendo giù in vari modi lo slogan prescelto in precedenza, I Love New York. Alla fine presenta la sua proposta che viene subito approvata.

Piaceva a tutti e se io fossi stato una persona normale avrei smesso di pensare al progetto. Ma non potevo. C’era qualcosa che non me lo faceva sentire ancora giusto.

Così Glaser va avanti, dedicando ore a un lavoro già approvato dal committente. Una settimana dopo, mentre si trova in un taxi intrappolato nel traffico, è ancora lì che ripensa a quel progetto che in teoria dovrebbe essere già fuori dal suo progress. A un certo punto vede la soluzione, nitida. Chiara. Così apparentemente semplice, ora. Se la segna su un pezzo di carta.

A distanza di quasi quarant’anni continua a essere citato e imitato ovunque.

Glaser definisce questo lavoro il suo “testament to persistency”. Sembrerebbe un motto calvinista, molto poco latino. Sapete invece da chi gli deriva questa lezione di etica del lavoro, mia cara Commissione? Da un italiano, un certo Giorgio Morandi.
Una lezione appresa nel 1951, quando Milton Glaser aveva 22 anni e studiava incisione presso il Maestro italiano.

Era il periodo in cui il pittore lavorava alle sue nature morte, una serie di still life che rappresentavano bottiglie di vino vuote e vasi di terracotta. Morandi dedicava settimane della sua vita a rifinire anche i più minimi dettagli. E non contava che nessuno avrebbe notato la differenza. Lui l’avrebbe notata. E questo era più che sufficiente per lui. È stato Morandi a insegnarmi la dedizione. Mi mostrò l’importanza della persistenza e che nulla di buono è mai facile.

Nel piccolo studio in cui lavora oggi Milton Glaser, c’è un motto incorniciato: Art is a work.

Trattate con rispetto il lavoro. Soprattutto se non lo conoscete e non lo sapete fare. Non c’è nulla di male nel non essere competenti in una disciplina. Ma c’è molto di male nel non saperlo riconoscere e nel gestire da incompetenti Il denaro pubblico.

La prossima volta, anziché “esaminare” oltre mille proposte, e raccontarlo pure in giro, rivolgetevi a pochissimi professionisti capaci. Non sapete individuarli? Ci sono associazioni professionali (come l’Aiap e l’Adci) che ve li sapranno indicare e si renderanno disponibili a comporre una Commissione realmente competente. Naturalmente potrebbero anche aiutarvi nella stesura di un brief utile. Perché leggendo quello che avete scritto era prevedibile anche l’esito.

Noi siamo i figli dei figli dei figli di Michelangelo e Leonardo, dicevano con giusto orgoglio due protagonisti di un vecchio film dei fratelli Taviani (Goodmorning Babilonia). E per dio se è vero. E per dio se sembra invece falso guardando il logo che voi membri della Commissione avete “apprezzato soprattutto per la sua eleganza e l’idea progettuale che lo sorregge”

Siamo davvero stufi di essere i “cittadini figli di puttana” di un Paese che comunica attraverso “lavori” come l’ex logo di Milano Expo, il berlusconiano “magic italy”, o la campagna contro la droga di Giovanardi.

Siamo stufi di politici, assessori e valvassini vari che quando hanno un pugno di euro per comunicare si rivolgono a qualunque esperto di supercazzole varie anziché a chi ha la competenza per farlo.

Siamo anche stufi di Commissioni messe insieme con criteri discutibili.

Prof. Mario Morcellini
Preside della facoltà di scienze della comunicazione (La Sapienza di Roma), dove insegna sociologia della comunicazione. Tra le varie pubblicazioni, non posso fare a meno di notarne una del 1999, “la tv fa bene ai bambini”, a cui manca per lo meno un punto di domanda. E probabilmente anche la visione del decennio successivo, oltre che del ventennio precedente. Oppure è infelice il titolo.

Prof. Luciano Caglioti, Ordinario di Chimica Organica
non aggiungo altro

Prof.ssa Paola Panarese
ricercatrice di Sociologia dei processi culturali e comunicativi. Qui trovate una sua lezione.

Dott. Mario Defacqz
uno dei 303 collaboratori esterni (tutti simpatizzanti del centrodestra) chiamati da Alemanno (per un costo superiore ai 30 milioni di euro).
Vista la sua retribuzione (548 mila euro dal luglio 2008 al luglio 2012 – fonte L’Espresso) mi sarei atteso di più.

Dott.ssa Cristina Selloni tra le competenze contenute nel suo cv non vi sono riferimenti a branding e graphic design.
Potrebbe essere però l’elemento geek del gruppo, visto che alla voce “Capacità nell’uso delle tecnologie” si premura di precisare: buona conoscenza del pacchetto office, di outlook express e di Internet explorer. Frequenza giornaliera e continua dei software sopra indicati. Wow.

Prof. Armando Peres,
a giudicare dalle sue presentazioni in power point sembra avere poca confidenza con design e immagini. Se non mi credete, cliccate QUI e poi godetevi l’allegato “Trude prof. Peres”.

Monica Scanu.
Architetto, vanta competenze oltre che in architettura anche in design. Peccato non sia riuscita ad applicarle.

On. Giovanni Alemanno Sindaco di Roma.

Non mi interessa una polemica.
Mi interessa che abbiate capito la catena di errori e come evitarli in futuro.
Vi basterà fare il vostro lavoro e solo quello.

Saluti
massimo guastini
presidente Art Directors Club Italiano