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Come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia. Attenzione a questa domanda: come si trasforma il corpo di una donna vittima del cancro al seno?

Se lo chiedeva qualche settimana fa l’Huffington Post, presentando the SCAR Project, campagna di prevenzione del cancro del seno. L’autore è David Jay, fotografo di moda statunitense. Jay ritrae cento donne under 40 di tutto il mondo, battezzando il progetto con il maiuscolo SCAR, CICATRICE.

Obiettivi: prevenire la malattia nelle giovani. E restituire dignità alle “survivors”, sopravvissute.

Dice Jay:

Ho deciso di scattare queste foto per far capire le conseguenze del tumore al seno. Nella nostra società il cancro al seno viene celato dietro un nastro rosa, dietro iniziative che sembrano quasi voler commercializzare il male. Molte donne mi hanno chiesto di mostrare la realtà. Di mostrare i loro corpi segnati.

La campagna fa il giro del mondo, il documentario dedicato, Baring it all, vince un Emmy. La pagina Facebook di Jay viene prima oscurata, poi ripubblicata, e nel giro di pochi mesi raggiunge più di 42 mila like. Fioccano polemiche, ma soprattutto recensioni entusiaste dalle più importanti testate internazionali. In Italia si parla di “immagini necessarie” (D di Repubblica), e di “foto shock sugli effetti devastanti della malattia” (Tg Com 24).

Nelle molte interviste, colpisce una frase del fotografo:

La riconosciamo subito. La condizione umana. Speranza, disperazione, amore, perdita, coraggio, paure. È una bellezza fragile. La realtà non è sempre bella. Ma questa è la realtà.

L’ambizione è dunque quella di rappresentare una realtà diversa da quella che vorremmo aspettarci. Realtà sottratta agli artifici della retorica e della spettacolarizzazione, si scommetterebbe. Eppure. Si sceglie come ribalta il set fotografico, luogo normalmente deputato all’esibizione del corpo, sposandone i canoni di rappresentazione. Scorrendo le immagini, l’effetto è senz’altro dirompente. Ma l’effetto di senso devia dagli scopi espressi.

Le pose sono stereotipate, le ambientazioni ridotte al minimo o assenti. Nessun elemento rimanda a un’attività di routine, come se in presenza del male (subìto? Sconfitto?) per la donna non esistesse più normalità. E tuttavia resistesse nonostante tutto la volontà di riappropriarsi di uno standard estetico, che pesa in assenza: un’assenza spettacolarizzata lungo una galleria di cicatrici oblique, protesi imperfette, definitive mutilazioni.

Il punto non è evidentemente rappresentare la riconquistata normalità di queste donne, nè la realtà della loro situazione. Emerge piuttosto qualcosa di intrinsecamente, originariamente, a-nomalo, di cui sono diventate passive testimoni. Il loro corpo esiste in ragione di una traccia, e attraverso questa parla, tacendo. Del cancro, o carcinoma (dal greco karkinos, granchio) qualcuno diceva infatti che la malattia, come l’animale, divora i tessuti “con una morsa dolorosa e acuta”. Era Ippocrate, nel 400 a.C.

Ad oggi il National Cancer Institute raccomanda invece di attenuare la portata simbolica distruttiva della parola “cancro”, parlando di “neoplasia”. Perché, come si legge in un recente articolo dell’oncologo Umberto Veronesi, “ il cancro non è solo una malattia grave e a volte mortale, ma è anche la rappresentazione della maledizione, è il male per antonomasia, un male oscuro e inspiegabile che nasce in noi e dall’interno ci distrugge, tanto che è una parola usata per denominare le degenerazioni sociali che appaiono inestirpabili. Come si può pensare di guarire da un’entità simbolica, uno spettro che si può materializzare solo pronunciando il suo nome?”.

THE SCAR materializza lo spettro, e in queste immagini non è chiaro se sia la donna sopravvissuta al tumore, o il tumore sopravvissuto alla donna. Anche quando è stato rimosso, e – magari – curato.

La cicatrice diventa maiuscola, irreversibile, sopravvive oltre il corpo e lo riposiziona, sottoponendolo al giudizio di uno sguardo esterno. La malattia non smette di agire, anche quando la vita, nei suoi aspetti più essenziali, è salva. Alla donna che guarda è rivolta una domanda implicita: vuoi diventare così? Alla donna mastectomizzata che guarda è rivolta un’affermazione specifica: ai nostri occhi tu sei così. THE SCAR. Una cicatrice.

Il procedimento, ben noto a chi si occupa di pregiudizi e stereotipi, richiama un concetto dal nome altisonante: il “congelamento metonimico”. Un ventaglio di proprietà complesse è ridotto a un solo aspetto, ritenuto rappresentativo della totalità. La parte per il tutto, si impara sui banchi di scuola: il seno, nudo e tornito, per la donna sana in certe immagini commerciali e non solo; la mancanza di seno per la donna sopravvissuta al cancro in questa campagna. Ogni discriminazione si nutre di questo meccanismo, di questa riduzione. Anche la discriminazione di genere.

Sono del tutto omessi gli enormi progressi della chirurgia conservativa del seno, l’evoluzione delle protesi mammarie, la vita di centinaia di migliaia di donne che prosegue normalmente, anche durante e dopo l’esperienza del “carcinoma infiltrante”. Si tace il fatto che dal cancro al seno si può guarire, e che guarire è più che sopravvivere. Il come e con quali tracce lo stabilisce, appunto, la prevenzione, la conoscenza del tema. Il suo ingresso di diritto nella cornice delle pratiche e delle retoriche quotidiane, come evento possibile, da anticipare, da mettere sotto lo scacco del controllo regolare.

Quello che non si comunica è il cardine della prevenzione: se la neoplasia è presa in tempo, la mastectomia può essere evitata.

La parola chiave di questa campagna di prevenzione è invece un’altra: il rifiuto. Ed è qui che gli obiettivi del messaggio collidono: se c’è rifiuto non c’è identificazione. E se non c’è identificazione non c’è prevenzione.

Sessant’anni fa uno psicologo sociale chiamava “dissonanza cognitiva” il meccanismo per cui “ogni incoerenza percepita tra i vari aspetti della conoscenza, dei sentimenti e del comportamento instaura uno stato interiore di disagio che la gente cerca di ridurre tutte le volte che le è possibile” (Festinger, 1957). Vale a dire che il disagio attraversa lo shock, e infine lo ignora. A distanza di quasi sessant’anni la comunicazione sociale sembra ancora cedere alla tentazione dell’impatto, secondo gli stili e i codici della comunicazione commerciale, e forse secondo i suoi stessi scopi. Siano essi sfacciatamente proposti, o solo intuibili.

Nel maggio 2013 il progetto di David Jay si amplia. Sulla pagina di The Scar Project compare una nota dell’autore:

Cari amici, ho iniziato a lavorare al mio prossimo progetto. Si chiama The Unknown Soldier, e sotto diversi aspetti si ricollega a The Scar Project. Il messaggio è lo stesso: lì non si voleva parlare esclusivamente di cancro del seno, qui non si vuol parlare solo di guerra.

 Allora chiediamoci: di cosa altro vuole parlare questo progetto?

Ribaltando l’ordine delle parole il risultato cambia: come si trasforma in vittima una donna colpita dal cancro del seno?

Attenzione a questa domanda.