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L’Instant Advertising è una delle più grandi occasioni che abbiamo a livello internazionale.

Martedì c’è stata una serata speciale: la prima, speriamo di una lunga serie, in cui Facebook e Instagram incontrano i creativi italiani iscritti ad Adci.
È stata l’occasione non solo di parlare del Carousel di Instagram, ma anche, in generale, delle nuove opportunità di linguaggio che offre questa possibilità.
Martedì sera, tra le chiacchiere, ho fatto un commento che mi piacerebbe condividere con tutti voi.
Quando a febbraio abbiamo organizzato, con Lorenzo Terragna e Alessandro Zingaro, l’Instant Ads Night (qui un articolo che ne parla) tutti gli studenti dello Ied erano entusiasti del fatto che, nel caso in cui avessero prodotto un Instant Ad di una conversazione internazionale (ad esempio, la finale dei mondiali di calcio), avrebbero avuto le stesse possibilità di finire sulle fotogallery di The Guardian o Huffington Post di un creativo di Singapore o di New York.
Questa è una possibilità che i nostri padri dell’Adci si sognavano. Avere tutti la stessa possibilità di media coverage a livello internazionale è un’opportunità rivoluzionaria e auguro a tutti di saperla cogliere nel modo migliore.
Un saluto, Marco.

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Google & ADCI : YouTube Ads Leaderboard Italia (#ytali S2 E2/12)

In questa lunga estate calda, l’internet ci ha salvato.
Le persone vanno su YouTube per guardare i video delle pubblicità. E noi vi diciamo cosa preferiscono.

Ma non ci salva solo l’internet. Il vero salvatore è Studio Aperto.
Senza i consigli di Studio Aperto ci sarebbe stata una strage. Anche se gli anziani più temerari si ostinano a uscire nelle ore più calde, per esplorare il pianeta, brancolando alla ricerca di acqua. Anziani, vi troveremo e vi riporteremo in casa.
Nel frattempo, grazie Studio Aperto. Grazie.

Eccovi il secondo episodio della seconda stagione della YouTube Ads Leaderboard Italia, per gli amici #ytali. 

 

Porsche – On the way to Le Mans 2015

Il trailer de “On the way to Le Mans 2015”, film d’essay con con una missione: la Future Sportscar. Dai produttori di Porsche.

Spoiler: c’è puzza di povero.

Alfa Romeo Giulia – La meccanica delle emozioni

Le emozioni fanno la differenza tra produrre e creare. E qui, il Sommo, si è impegnato. Da una delle mille costole di Adamo è nata Giulia.

Perfetta distribuzione del peso, evoluta, potente, dinamica, ben vestita.

Ma non trattatela come un oggetto.

Dove Men+Care shares your first fatherhood moments this Father’s Day

La gioia, la commozione, non sapere cosa succederà. Essere sempre dalla loro parte, oggi, sempre.

Poi la partita finisce e spegni la televisione. Finalmente noti la tua compagna, che ti dice che diventerai padre.

Arnold Pranks Fans as the Terminator-for Charity

Arnold Schwarzenegger smette di governare a casaccio e rimette i costumi di scena.

Terminator è vivo e lotta con noi.

FIFA 16 Official E3 Gameplay Trailer – PS4, Xbox One, PC

“Calcio spettacolo, il gioco che ha conquistato l’intero pianeta. Il gioco che unisce, il gioco con mille sfaccettature. Ma la vera bellezza sta nei momenti. Straordinario, ricco di suspense, sbalorditivo, emozionante. Ma per quanta bellezza io abbia creato, per quanta bellezza io abbia vissuto, so di non aver visto ancora nulla. Che gusto c’è a vincere se non puoi farlo con stile?”

Dai, Pelé, non fare così.

Ti assicuro che sei mejo te.

Solo per ricordartelo, eccoti il titolo del The Sunday Times il giorno dopo la finale dei Mondiali 1970: « How do you spell Pelé? G-O-D »

***

Ricordiamo che la classifica #ytali non si limita alle view assolute, bensì viene determinata da Google utilizzando alcuni dei segnali di gradimento più significativi espressi dagli utenti su YouTube tra cui: il numero di visualizzazioni nel nostro Paese, la percentuale di visualizzazione di ciascuna pubblicità e il rapporto tra visualizzazioni organiche e visualizzazioni a pagamento.


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Libertà di panorama. Cos’è e perché serve una legge.

(Foto: ROMA / Augusto De Luca)

(Foto: ROMA / Augusto De Luca)

Pagare o no per filmare o fotografare un monumento o un’opera d’arte collocati in luogo pubblico?

Il Legale dell’ADCI Giovanni Maria Riccio (Università di Salerno / Studio Legale e-Lex Belisario, Scorza, Riccio & Partners, Roma) fa chiarezza sul tema con questo post.

Cos’è la libertà di panorama?

Si è fatto un gran parlare, nelle ultime settimane, di libertà di panorama. Spesso, per la verità, facendo confusione, in una materia che, obiettivamente, è tutt’altro che semplice.

Per provare a fare chiarezza, occorre procedere con ordine, suddividendo le possibili ipotesi. Preliminarmente, però, occorre rispondere a due domande. Cos’è la libertà di panorama e perché se ne sta parlando così tanto?

Partiamo da quest’ultima domanda, perché di più agevole soluzione. Il mese scorso, la Commissione giuridica ha votato il rapporto dell’eurodeputata Julia Reda sulla modifica delle regole comunitarie sul copyright e, in particolare, sulla revisione della direttiva InfoSoc.

Uno dei punti più controversi, sui quali infatti non è stato raggiunto alcun accordo, è quello della libertà di panorama, materia sulla quale l’art. 5(3)(h) della Direttiva InfoSoc ha rimesso alla discrezionalità degli Stati membri la possibilità di introdurre eccezioni alle regole nazionali sul copyright.

La libertà di panorama – e veniamo alla seconda domanda preliminare – consiste nella possibilità di effettuare riprese o scattare fotografie di opere dell’architettura o di opere d’arte collocate in un luogo pubblico. I singoli Stati dell’Unione europea, in assenza di un’indicazione dalla legislazione comunitaria, hanno adottato approcci differenti, che spaziano da una libertà assoluta, tipica degli ordinamenti di common law, a fortissime chiusure, come quelle suggerite recentemente dai giudici francesi. In Italia, non ci sono norme che disciplinino la questione e, nel silenzio della legge, deve ritenersi che, in caso di opere protette e non cadute in pubblico dominio, sia necessario pagare i diritti o ottenere una licenza per le riprese o le foto di tali beni.

La frammentazione legislativa dei singoli ordinamenti nazionali aveva suggerito di introdurre una modifica, che consentisse foto e riprese di opere protette, purché collocate a titolo stabile in un luogo pubblico. Si pensi, ad esempio, al museo dell’Ara Pacis: è un’opera dell’architettura, tutelata dal diritto d’autore, i cui diritti non sono ancora caduti in pubblico dominio, liberamente visibile e stabilmente collocata in un luogo pubblico. Istintivamente, si potrebbe pensare che si tratti di un bene comune, perché oggetto della fruizione indistinta e non soggetta a restrizioni da parte di tutta la collettività.

Tuttavia, per alcuni, così non è. Infatti, a “controbilanciare” l’emendamento della Reda, è stato depositato un contro-emendamento, il n. 421, a firma dell’eurodeputato socialista Jean-Marie Cavada. Emendamento che proponeva che ogni ripresa o foto di beni situati in spazi pubblici (e “fisici”, come pedantemente si precisava nel testo dell’emendamento) dovesse essere soggetta, per tutti i Paesi dell’Unione europea, all’autorizzazione preventiva del titolare dei diritti d’autore (e, quindi, salvo il caso di licenze a titolo gratuito, al pagamento dei relativi diritti).

Entrambi gli emendamenti sono stati bocciati dal Parlamento europeo il 9 luglio scorso: un pareggio a reti inviolate, per ricorrere a una metafora calcistica. E, quindi, ritorno all’incertezza precedente, soprattutto per quei Paesi, come il nostro, in cui non esiste una legislazione ad hoc sull’argomento.

Si resta, quindi, in uno stato di incertezza. Tuttavia, provando a tratteggiare i contorni di un vademecum per artisti e altri operatori culturali, proviamo a scomporre le varie ipotesi, pur nella consapevolezza che, in taluni casi, non vi sia una risposta certa.

Prima di affrontare i singoli aspetti della problematica, mi sembra opportuno sgombrare il campo da talune idee errate che si stanno diffondendo. Ad esempio, l’idea secondo cui le fotografie ai monumenti, ai beni culturali e alle opere protette dal diritto d’autore sarebbe vietate in tutti i casi. Così non è: le foto per finalità personali sono infatti ammesse e lecite. Se visito un museo, posso farmi fotografare accanto ad un dipinto o ad una scultura, se poi quella foto è destinata ad un album dei ricordi (per i più retrò) o alla memoria del mio computer o del mio smartphone. Diverso, ma lo si vedrà a breve, è il caso in cui voglia utilizzare quell’immagine per finalità altre, che fuoriescono dall’ambito strettamente personale.

Si è anche detto che non sarebbe possibile pubblicare le foto personali sulla propria pagina di Facebook. Questa seconda affermazione è astrattamente corretta, atteso che Facebook (e, in genere, i social network) acquisiscono dagli utenti, al momento della registrazione alla piattaforma, il diritto di riutilizzare le loro immagini, in virtù di una co-licenza. Peraltro, sempre nelle condizioni di accesso ai social network, dichiariamo di essere titolari dei diritti dei contenuti che pubblichiamo. Insomma, se scattate la foto nel museo e la tenete per voi, nessun problema. Se, però, volete farla vedere ai vostri amici (perché, come dice Beckett, non si accontentano di aver vissuto, bisogna anche che ne parlino) allora dovreste seguire le regole che a breve tenterò di spiegare. Dubito, in ogni caso, che le possibilità di essere citati in giudizio per una foto pubblicata sul proprio profilo Facebook siano così elevate. Ma tant’è.

Posso pubblicare la foto delle dee Iside e Sekhmet del Museo egizio di Torino? Ovvero, beni pubblici non collocati all’esterno, in pubblico dominio

È il caso dei beni di proprietà dello Stato che sono custoditi in musei, biblioteche, archivi e così via discorrendo: si pensi, a titolo di esempio, ad un vaso etrusco custodito al Museo Guarnacci di Volterra. La fruizione di tali beni è riservata, nel senso che occorre accedere, pagando un biglietto o meno, al luogo in cui i beni stessi sono fisicamente conservati.

Si tratta di un’ipotesi la cui risoluzione è agevole, perché espressamente disciplinata dal Codice dei beni culturali, che, all’art. 107, stabilisce che «Il Ministero, le regioni e gli altri enti pubblici territoriali possono consentire la riproduzione nonché l’uso strumentale e precario dei beni culturali che abbiano in consegna». I canoni di concessione e i corrispettivi connessi alle riproduzioni di beni culturali sono determinati dall’autorità che ha in consegna i beni e, quindi, dalla singola istituzione museale, dalla singola biblioteca, ecc.

Canoni e corrispettivi, da pagare in genere in via anticipata, non sono dovuti in caso di utilizzazione per scopi strettamente personali ovvero per motivi di studio o, ancora, ma solo nel caso di soggetti pubblici, per finalità di valorizzazione dei beni stessi.

(Foto: Gonzague Petit Trabal, Cappella Sansevero, Napoli, Corradini)

(Foto: Gonzague Petit Trabal, Cappella Sansevero, Napoli, Corradini)

Posso pubblicare le foto dei quadri di Mario Schifano al MACRO? Ovvero, beni pubblici non collocati all’esterno, non in pubblico dominio

L’ipotesi è simile alla precedente, con una significativa variazione sul tema: in questo caso, le opere non sono cadute in pubblico dominio e, quindi, l’autore o altro titolare può ancora vantare i diritti sullo sfruttamento commerciale delle opere stesse. È il caso di un quadro il cui autore sia ancora vivente ovvero non sia morto da almeno settant’anni.

Salvo talune eccezioni, infatti, le opere cadono in pubblico dominio decorsi settant’anni dalla morte del loro autore. Vi è però una discrasia tra opere tutelate dalla legge sul diritto d’autore e i beni tutelati dal Codice dei beni culturali. Le prime sono tutte «le opere dell’ingegno di carattere creativo che appartengono alla letteratura, alla musica, alle arti figurative, all’architettura, al teatro ed alla cinematografia, qualunque ne sia il modo o la forma di espressione». I beni culturali, invece, sono «le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico». Su tali ultimi beni è esercitata, ai sensi dell’art. 12 del Codice dei beni culturali, una verifica di interesse culturale che riguarda i beni, mobili o immobili, «che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre cinquanta anni».

Nell’ipotesi ora considerata, per foto o video che riprendano le opere non cadute in pubblico dominio, occorrerà comunque rivolgersi all’ente che le detiene, al fine di valutare la sussistenza di eventuali accordi di licenza: potrebbe essere possibile, in altri termini, che i diritti di sfruttamento economico delle opere siano stati ceduti dall’autore all’ente stesso e che, quindi, i diritti d’autore vadano pagati a tale soggetto e non all’autore. La Corte di Cassazione, sul punto, ha chiarito che la riproduzione di un’opera (anche nel caso in cui si realizzi un’opera derivata, come nel caso di fotografia o di video dell’opera originaria) è coperta dal diritto d’autore, che «non vieta solo la moltiplicazione di copie fisicamente identiche all’originale, ma protegge l’utilizzazione economica che può effettuare l’autore mediante qualunque altro tipo di moltiplicazione dell’opera in grado d’inserirsi nel mercato della riproduzione» (Cass., n. 11343/1996).

Sono ammesse, tuttavia, alcune eccezioni, elencate dagli artt. 65 e seguenti della legge sul diritto d’autore. Tra le varie ipotesi contemplate dalla legge, merita di essere ricordata quella di cui all’art. 70, comma 1-bis, che concerne la pubblicazione delle opere cc.dd. degradate o a bassa risoluzione. Si tratta di riproduzioni di immagini o di musiche, realizzate per mezzo di internet e in assenza di uno scopo di lucro. In altri termini, è possibile riprendere liberamente la fotografia di un bene tutelato dal diritto d’autore e pubblicarla sul proprio sito internet, purché ricorrano i tre presupposti anzidetti.

Pare opportuno precisare, anche in relazione alla prima ipotesi elencata, che la giurisprudenza ha sempre interpretato in senso restrittivo le nozioni di uso personale e di assenza di scopo di lucro. Si pensi al caso di una fotografia destinata a un calendario distribuito gratuitamente: sebbene non vi sia un ritorno economico diretto per l’autore della pubblicazione, tuttavia lo scopo di lucro non è escluso, giacché, per mezzo della pubblicazione stessa, l’autore potrebbe farsi pubblicità ovvero ospitare inserzioni pubblicitarie all’interno della propria opera. Lo stesso, del resto, vale anche per i fini di studio: pubblicare la foto di un’opera tutelata dalla legge sul diritto d’autore o dal Codice dei beni culturali all’interno di un’antologia scolastica non esclude il pagamento dei diritti e dei canoni previsti dalla legge.

(Foto: Ed Coyle, The Pantheon)

(Foto: Ed Coyle, The Pantheon)

Posso pubblicare una foto del Colosseo? Ovvero, beni collocati all’esterno, in pubblico dominio

Entriamo adesso nelle ipotesi non disciplinate espressamente dalla legge italiana. La prima è quella dei beni pubblici collocati all’esterno e caduti in pubblico dominio: si pensi, ad esempio, al Colosseo, opera dell’architettura su cui non vi sono diritti d’autore.

Se scatto una foto del Colosseo e dopo creo una serie di cartoline, sono tenuto a pagare qualche ente? Il Comune di Roma? Lo Stato?

Nel silenzio della legge, la risposta – a parere di chi scrive – deve essere di segno negativo.

È vero che il Codice dei beni culturali, agli artt. 107 e 108, ricorre ad un’espressione ambigua, discorrendo di «beni in consegna al Ministero, alle regioni e agli altri enti pubblici territoriali», senza distinguere tra beni collocati all’esterno o all’interno ovvero tra beni visibili senza accedere ad un luogo e beni conservati in musei, biblioteche, pinacoteche, ecc.

Sebbene l’analisi del diritto straniero evidenzi esempi di segno opposto (celebre è la proposta di legge egiziana che voleva imporre delle royalties sulle fotografie delle piramidi), la risposta, a nostro avviso, porta a ritenere che tali beni siano soggetti alla disciplina dei commons ossia siano beni comuni, fruibili, in qualsiasi modo, da chiunque.

Sul punto, ancorandoci all’analisi del diritto interno, deve essere segnalata l’interrogazione parlamentare depositata il 28 settembre 2007 dagli onorevoli Franco Grillini e Cinzia Dato, nella quale si chiedeva all’allora Ministro della Cultura, Francesco Rutelli, di disciplinare nel nostro ordinamento la libertà di panorama. La risposta dell’Ufficio legislativo, datata 5 febbraio 2008 e firmata dal sottosegretario Danielle Mazzonis, sembra confermare la nostra interpretazione: «Pur non essendo espressamente disciplinata nel nostro ordinamento, la libertà di panorama ossia il diritto spettante a chiunque di fotografare soggetti visibili, in particolare monumenti ed opere dell’architettura contemporanea, è riconosciuta in Italia per il noto principio secondo il quale il comportamento che non è vietato da una norma deve considerarsi lecito. In altre legislazioni, invece, tale diritto è disciplinato diversamente a seconda dell’interesse che si ritiene di tutelare prevalentemente (si pensi, ad esempio, alla legislazione belga ed a quella olandese che consentono di fotografare liberamente solo gli edifici mentre è necessaria la richiesta di un permesso per le sculture ove costituiscano il soggetto principale della fotografia; oppure a quella tedesca secondo cui è possibile invece fotografare anche le sculture pubblicamente visibili per usi commerciali; infine a quella statunitense che, similmente a quella italiana consente di poter utilizzare le fotografie scattate in luoghi pubblici o aperti al pubblico per qualunque scopo, salvo che si tratti di opere d’arte non stabilmente installate in un luogo pubblico poiché in tal caso è necessaria l’autorizzazione del titolare). In Italia, non essendo prevista una disciplina specifica, deve ritenersi lecito e quindi possibile fotografare liberamente tutte le opere visibili, dal nuovo edificio dell’Ara Pacis al Colosseo, per qualunque scopo anche commerciale salvo che, modificando o alterando il soggetto, non si arrivi ad offenderne il decoro ed i valori che esso esprime».

La risposta del Ministero riconosce, quindi, una generale libertà di panorama nel nostro ordinamento, sulla base del principio (invero discutibile) secondo cui sarebbe lecito tutto ciò che non è espressamente vietato.

Non è infrequente, tuttavia, imbattersi in regolamenti di amministrazioni locali che, come nel caso del Comune di Lucca, richiedono autorizzazioni preventive, oltre al pagamento di diritti, nel caso di fotografie o riprese che avvengano sul suolo comunale e che non abbiano una finalità meramente privata. In estrema sintesi: sono libero di scattare una foto alla mia fidanzata con lo sfondo delle mura di Lucca, ma non posso realizzare un calendario con le bellezze lucchesi da distribuire ad amici e clienti, anche se si tratta di opere antiche e, quindi, senz’altro in pubblico dominio, se non pago il Comune.

Al di là della contestabile facoltà di un’amministrazione comunale di prevedere un simile balzello, non può non notarsi che, per questa via, si crea una rendita perpetua in capo al titolare del bene culturale, sia esso soggetto pubblico o privato. Se è comprensibile l’esigenza, non sempre felice, degli enti pubblici, a fronte di un’esposizione debitoria sempre più significativa, di far cassa con i beni culturali, non possono non notarsi le distorsioni di una simile opzione legislativa.

Innanzi tutto, deve notarsi, da un punto di vista strettamente teorico, che il diritto d’autore crea delle privative temporalmente limitate, costituendo un monopolio sullo sfruttamento economico dell’opera a favore dell’autore o degli altri titolari dei diritti d’autore, mentre, nell’esempio fatto, ci troviamo dinanzi ad un diritto illimitato: il diritto sulle mura che incorniciamo il meraviglioso centro storico di Lucca è un diritto senza tempo, che non risponde alle tradizionali esigenze del diritto d’autore e che non è in alcun modo uno strumento per incentivare la produzione culturale.

In secondo luogo, anche una lettura costituzionalmente orientata della fattispecie non può che condurre ad una prevalenza degli interessi della collettività rispetto a quelli del singolo proprietario, pubblico o privato che sia. Un bene storico, a prescindere dalle “gabbie” normative, è innanzi tutto un bene della collettività: non è un caso se l’art. 9 della Costituzione assegna idealmente il patrimonio storico e artistico non agli enti pubblici (e tanto meno ai privati), ma alla Nazione.

Sotto il profilo pratico, ammettere limitazioni fondate sul diritto dei beni culturali o sul diritto d’autore rischierebbe di condurre ad esiti paradossali, se non addirittura disastrosi. Si pensi, ad esempio, a un’opera cinematografica che sia girata in una città ricca di monumenti. In teoria, la produzione dovrebbe preoccuparsi, oltre che dei tradizionali permessi per l’occupazione di suolo pubblico, anche di pagare tutte le royalties all’amministrazione comunale o ai singoli titolari dei diritti. Penso a un film girato a Roma, le cui riprese potrebbero “cadere” incidentalmente su beni in pubblico dominio (il Colosseo, la Bocca della Verità) ovvero su beni su cui insistono ancora diritti d’autore (il museo dell’Ara Pacis o il Maxxi, la statua dedicata a Giovanni Paolo II a Termini, e così via). Nessun film girato nelle nuove stazioni della metropolitana di Napoli, abbellita da decine di opere d’arte contemporanea: troppo complicato ed economicamente troppo costoso. Ma neanche nessun sito web sulle bellezze di Lucca, salvo pagare un Comune, cui evidentemente difetta la lungimiranza sufficiente a comprendere che una simile soluzione non fa che danneggiare le potenzialità turistiche della città, le cui enormi bellezze sono costrette ad un forzoso esilio dai canali di promozione indiretta offerti dalla rete internet.

(Foto: R2Hox – Murales 21)

(Foto: R2Hox – Murales 21)

Posso pubblicare una foto di L.O.V.E. di Maurizio Cattelan? Ovvero, beni collocati all’esterno, non in pubblico dominio

Se seguissimo le indicazioni ministeriali, le medesime conclusioni dovrebbero valere anche per i beni situati all’esterno, ma non ancora caduti in pubblico dominio: del resto, la risposta del sottosegretario Mazzonis menzionava espressamente «il nuovo edificio dell’Ara Pacis». Tuttavia, cadendo in contraddizione, la medesima risposta ministeriale cita musiche e risoluzioni degradate o a bassa risoluzione, concludendo che «ove il soggetto fotografato fosse un’opera di autore vivente, l’utilizzo non potrà avvenire che nei limiti anzidetti».

Pertanto, in astratto, nulla potrebbe impedire al già ricordato Richard Meier, architetto del museo dell’Ara Pacis, o anche agli artisti di street art, che stanno abbellendo i sobborghi delle maggiori città italiane, di intentare un’azione giudiziaria contro un fotografo o un produttore cinematografico che dovessero riprendere una loro opera.

Serve, in definitiva, un intervento legislativo. Fallito il tentativo comunitario, si potrebbe spingere sulla soluzione nazionale, come caldeggiato anche dagli attivisti di Wikimedia.

Serve, in altri termini, una legge chiara, che preveda un’ulteriore eccezione alla legge sul diritto d’autore. Verosimilmente, al pari delle leggi europee che si sono occupate della questione (tra le altre: Germania, § 59 dell’Urheberrechtsgesetz, la legge sul copyright, che ammette la riproduzione delle opere collocate stabilmente in luoghi pubblici, in qualsiasi forma; Spagna art. 35 del Decreto Reale n. 1 del 1996, che consente di riprodurre in forma bidimensionale (foto, video, dipinti o disegni) «opere collocate permanentemente in parchi, strade, piazze o altri spazi pubblici»; Portogallo, 75(2) del Codigo do direito de autor e dos direitos conexos, che consente la riproduzione delle opere collocate in luoghi pubblici, a condizione che non contrastino – conformemente a quanto previsto dalla Convenzione di Berna, con lo sfruttamento normale dell’opera stessa; Danimarca, il cui art. 24 della legge sul diritto d’autore accorda la riproduzione in forma pittorica degli edifici, nonché delle altre opere collocate stabilmente in luoghi pubblici, a condizione che non siano l’elemento centrale della riproduzione, ecc.) l’eccezione in questione dovrebbe riguardare le opere stabilmente collocate in spazi pubblici, senza distinguere tra opere tutelate dal diritto d’autore e opere cadute in pubblico dominio, con esclusione delle opere destinate solo temporaneamente alla fruizione collettiva. Allo stesso modo, sempre nel solco degli altri modelli europei, potrebbero essere incluse nell’eccezione al diritto d’autore le sole riproduzioni bidimensionali (disegni, dipinti, foto e video), nonché le utilizzazioni che non abbiano quale elemento centrale l’opera protetta: per essere più chiari, una fotografia che abbia come sfondo il museo dell’Ara Pacis dovrebbe essere consentita, non una fotografia che riproduca il solo museo.

L’ipertrofica bulimia in cui è caduto il diritto d’autore negli ultimi decenni ha determinato uno scollamento evidente dagli obiettivi di protezione originariamente prefissati. Tutelare i diritti economici dei titolari non può determinare una compressione dei diritti della collettività alla fruizione delle opere. Forse non dovremmo dimenticare che il diritto d’autore dovrebbe promuovere la creatività e non essere un limite alla diffusione della cultura.


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CANNES 2015. La lotteria della long list e l’ipocrisia dei brand.

E dopo un bel po’ di esperienza in varie giurie in giro per il mondo è arrivata anche quella di Cannes.

Tre settimane di pregiuria online. Quattro giorni di giuria live per la long list, 22 giurati separati in 5 gruppi diversi. Un giorno per definire la short list. Sedici ore per assegnare i leoni e il grand prix.
Su più di 3.300 lavori iscritti, in shortlist è passato circa il 10%, e sono stati convertiti in leoni quasi il 5% del totale. Risultati e iscrizioni che sono nella media annuale, ma a pensarci bene, alla fine dei conti un singolo giurato ha visto non più del 25-30% dei lavori totali. Tutta questa matematica per dire che Cannes può davvero essere una lotteria; sono sicuro che un sacco di progetti interessanti e di valore si possono perdere tranquillamente per strada, vuoi per sfortuna, vuoi per mancate coincidenze, vuoi per disattenzione.

Quindi che fare per limitare questo rischio? Prima di tutto iscrivere lavori che hanno già un credito perché pubblicati sui blogs o se già vincitori di altri festival di pubblicità.
Aiuta anche una case history fatta bene, soprattutto nei primi 10 secondi, una case che sia di intrattenimento e fresca, perché a volte i giurati sono stanchi o distratti o non conoscono bene l’inglese, per cui avere i sottotitoli oltre che uno speaker è una buona mossa. Conviene poi fare case history diverse in base alle sottocategorie e avere i dati collegati a quella categoria sia in intro che in chiusura. Inoltre i board difficilmente hanno peso, meglio poche informazioni e font bold su fondo bianco, perché la proiezione e la distanza non aiutano la leggibilità.

Parlando invece dei progetti premiati voglio fare una considerazione un po’ cinica. Si sa che i lavori più belli, toccanti e interessanti sono quelli sociali, infatti hanno un grand prix tutto loro: il grand prix for good. Ma cosa succede quando sono gli stessi brand a essere portatori di messaggi socialmente utili? Non è un caso che il grand prix se lo sono contesi Nivea doll,  Volvo lifepaint, Proud whooper di Burger King. Tutti progetti che sposano direttamente una causa, rispettivamente: la lotta al cancro della pelle, la sicurezza stradale, l’omofobia. Qualcuno mi ha detto che ogni anno per un paio di settimane le favela brasiliane sono visitate da giovani pubblicitari che girano materiale video, e poi non si vedono fino all’anno prossimo.
Creatività ipocrita o trend di awareness ormai consolidato? Qualsiasi sia la risposta forse dovrebbero avere una categoria a parte e lasciar gareggiare operazioni che vendono i prodotti per quelli che sono.


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Speriamo di creare un precedente.

Paola Guarneri e Matteo Pelo, rispettivamente digital strategist e art director in OgilvyInteractive, andranno comunque a Cannes, pur non avendo vinto ai Giovani Leoni.

La ragione è nella email che hanno scritto a Matteo Maggiore, nei giorni immediatamente successivi alla competizione:

Io e il mio art Matteo Pelo vorremmo ritirare la nostra proposta Profili Condivisi caricata per i leoni Cyber.
Purtroppo abbiamo scoperto post caricamento un progetto molto simile già realizzato e ci sembra corretto ritirarla.

Il messaggio non è passato inosservato. Non è mai facile rinunciare a un sogno.

Da trent’anni l’Art Directors Club Italiano premia le migliori pratiche e abbiamo deciso di considerare il gesto di Paola e Matteo, non convenzionale di questi tempi, un’ ottima pratica.

Per questo ho contattato Paolo Iabichino.
Sia lui sia Guerino Delfino hanno immediatamente aderito al nostro invito:
regalare a Paola e Matteo il pass mini young creative (4 giorni), che include il “Legendary” Young Lions Party.
Oltre alle spese di soggiorno, naturalmente.
I costi verranno quindi divisi tra Adci e Ogilvy&Mather.

Crediamo che l’onestà sia imprescindibile se vogliamo considerarci Professionisti con la p maiuscola.

Sono molto d’accordo con questa affermazione di Paola e Matteo.
Per questo non mi preoccupo dell’eventuale problema “rischiamo di creare un precedente”.
Mi preoccupa di più il fatto che oggi il loro comportamento sia parso a tutti noi straordinario.


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Il diritto d’autore tutela lo script?

 

E’ una decisione importante quella con cui il Tribunale di Torino ha riconosciuto Riccardo Pagani come coautore dello spot pubblicitario “Fiat 500 cult yacht”.

Sebbene della vicenda si sia già parlato ampiamente nel blog dell’ADCI, conviene ripercorrere brevemente i fatti che hanno dato origine alla controversia. Pagani è stato un art director della Leo Burnett dal 2007 al 2014. Nel 2014, nell’ambito di un procedimento di riduzione del personale, è stato posto in cassa integrazione a zero ore: in altre parole, da questa data, ha smesso di lavorare per la celebre agenzia.

Tra i clienti della Leo Burnett, c’è anche la Fiat. E proprio la Fiat, puntando molto sul rilancio di una sua storica autovettura, decide di affidare all’agenzia milanese la campagna pubblicitaria per la 500. L’idea della campagna è creata dal Pagani, che raccoglie in uno script il percorso narrativo della réclame, descrivendo ambientazione, protagonisti, tono della voce di fondo e messaggio veicolato. Il tutto viene presentato alla Fiat, che, sul momento, decide di non dare seguito alla trattativa.

Solo successivamente l’idea viene sviluppata da altri dipendenti della Leo Burnett, partendo dallo script originario, e diviene una pubblicità, che fa incetta di premi. In particolare, la pubblicità riprende il claim finale ideato dal Pagani: “non importa quanto è grande la tua auto, importa quanto è grande il tuo yacht”.

Perché quest’ordinanza è così importante? Perché sembra riconoscere il diritto d’autore – e, in particolare, il diritto morale di paternità – sullo script. La giurisprudenza, per quanto è dato sapere, non si era mai spinta così in avanti. La Cassazione, in una decisione del 2003, aveva infatti riconosciuto il bozzetto come opera tutelata dal diritto d’autore e, quindi, come creazione originale, scissa dal prodotto industriale (la pubblicità) alla quale è associata economicamente, ma non si era ancora occupata degli script.

Per la verità, l’ordinanza in questione sembra voler sviare dal problema, affermando che “ciò di cui qui si discute non è se lo script realizzato dal Pagani sia autonomamente tutelabile come opera”, salvo poi riconoscere, allo stesso Pagani, un diritto di paternità sull’opera.

In altri termini, l’ordinanza non si preoccupa di ricondurre, in astratto, lo script tra le opere protette dal diritto d’autore ed elencate dall’art. 2 della legge n. 633 del 1941 (sebbene sia noto che l’elenco non abbia carattere tassativo e che sia ammessa una protezione anche di altre opere non previste dalla legge). Tuttavia, ammettendo che il creatore dello script sia autore, eleva lo script stesso a qualcosa di più di una semplice idea (di per sé non tutelata). L’ordinanza, quindi, accorda protezione all’estrinsecazione dell’idea, in linea con il disposto dell’art. 1 della legge sul diritto d’autore, che protegge le opere “qualunque ne sia il modo o la forma di espressione”.

Seguendo le argomentazioni dei giudici, pare possibile concludere che lo script, di per sé, potrebbe non essere un’opera tutelata, ma che la prova dell’ideazione dello script stesso è un elemento decisivo per riconoscere al suo creatore la paternità sulla pubblicità sviluppata da altri partendo dall’idea originaria.

Il problema che si pone, allora, è quello del deposito dell’opera (o, per essere più precisi, dallo script). Nel caso di specie, il pubblicitario è stato bravo a dimostrare il nesso tra i suoi appunti e la réclame: cosa sarebbe avvenuto, tuttavia, se il giudice si fosse trovato a dover decidere tra l’anteriorità di un’idea, esteriorizzata con foglietti e appunti di un’agenda, e una pubblicità, la cui data è invece certa? Quali difficoltà si sarebbero potute incontrare in un’ipotesi del genere?

Per quanto riguarda la tutela autoriale, l’art. 6 della legge sul diritto d’autore stabilisce che “Il titolo originario dell’acquisto del diritto di autore è costituito dalla creazione dell’opera, quale particolare espressione del lavoro intellettuale”. Ciò significa che è necessario che vi sia concretizzazione, estrinsecazione o esteriorizzazione dell’opera ossia che l’idea venga, per dir così, portata all’esterno e non rimanga nel foro interiore del suo creatore.

La legge, a differenza di quanto spesso si creda, non obbliga però al deposito dell’opera. È sufficiente avere un mezzo di prova – ossia un modo di dimostrare l’anteriorità della propria creazione – per essere riconosciuto autore dell’opera stessa: esattamente quello che ha fatto Riccardo Pagani nel caso in questione. Né, tanto meno, è obbligatorio che il deposito sia effettuato presso la SIAE.

Un tempo c’era la prassi – soprattutto per gli autori di opere letterarie – di inviarsi il proprio manoscritto in una busta chiusa, in modo da dimostrare l’anteriorità dell’opera per mezzo del timbro postale. Oggi, per fortuna, esistono strumenti molto più sofisticati che consentono di attribuire una data certa alle opere, anche se non ancora definitive.

Strumenti ai quali i pubblicitari dovrebbero ricorrere con maggiore frequenza, anche per tutelarsi da plagi e da altre forme di appropriazione, già nelle varie fasi antecedenti l’ultimazione dell’opera. Insomma, per mettere nero su bianco le proprie idee, fissandole nel tempo. Un discorso lungo, che forse meriterebbe un altro post…

Giovanni Maria Riccio, Avvocato, Studio Legale E-Lex – Professore nell’Università di Salerno


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#SpecialProposal – What if… CoorDown & YouTube again?

CoorDown sceglie ancora YouTube per lanciare il clip realizzato in occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (WDSD), sabato 21 marzo 2015.

Etichetta vuole che vi dia lo spoiler warning su quanto seguirà. Buonsenso dice che tanto il clip l’avete già guardato. E nel caso che no, fatelo, e dopo leggete, ma solo se volete. Ma il clip guardatelo. Ma la Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down (WDSD) ricordatela e soprattutto socializzatela, sui vostri profili e sui vostri canali. E fatelo con questo video. Io per esempio l’ho fatto. Poi son tornato ai gattini, certo, ma con un cuore più leggero.

Salvatore e Caterina si amano. Salvatore vuol chiedere a Caterina di sposarlo. Salvatore organizza una sorpresa a Caterina: la raggiunge al lavoro con una bella scorta di vocioni blues e le consegna la chiave della loro futura casa. Emozione, baci, convivenza, rapida combo di scene di vita felice, titoli di coda.

Quel che rende la proposta speciale è la modalità con cui viene “allestita” e formulata. Quel che la rende specialmente sorprendente è… la sorpresa che questo video genera in chi guarda. Salvatore e Caterina sono affetti da Sindrome di Down. Eppure amano (ah, quindi vivono sentimenti profondi e complessi). Eppure convivranno da soli (ah, quindi sono autonomi). Eppure son capaci di sorprendere. Sai che novità – fanno quel che fa qualsiasi persona innamorata.

Ah, quindi perché -sulle prime- son sorpreso da loro invece che con loro?

Stacco.

CoorDown fa ancora centro, pare. E dopo “Dear Future Mom” (Grand Prix 2014), sceglie ancora YouTube in quanto canale privilegiato delle iniziative che partono “dal basso”, senza per questo rinunciare all’obiettivo di ottenere la massima visibilità possibile, come ci ha fatto notare ieri Marianna (Google Italia), raccontandoci questa storia. Che abbiamo voluto condividere con voi.

#SpecialProposal
Thank you for sharing ;)


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Egregio Giorgio Brenna

Egregio Giorgio Brenna,

lo studio legale che La rappresenta mi ha inviato una diffida per tre passaggi del mio post, pubblicato l’11 dicembre 2014. (se perde Riccardo Pagani perdiamo tutti)

Inutile aspettare i tre giorni concessi. La accontento immediatamente.

Ho eliminato il riferimento all’ammontare del fee guadagnato per il film Cult. Mi limito a osservare che, considerato l’importo,  Riccardo Pagani (“autore dell’idea fondante”, a detta della Giudice) non era un mangia a ufo.

Lo ritenevo un dato rilevante per i lettori, affinché fosse chiaro a tutti che si trattava di business vero, non di una campagna “fake”.

Ho tolto anche lo screenshot del messaggio inviatole da Vavalà.

In effetti nemmeno io capivo molto quel messaggio. Non capivo perché ridesse Vavalà. Non capivo perché ridesse Lei, Egregio Giorgio Brenna, alla notizia che i credit del film Cult (in quel momento entrato in shortlist a Cannes) non erano del tutto esatti. Forse un sorriso di de amicisiana memoria. O era un sorriso eginetico?

In ogni caso, come mi fanno notare i suoi Avvocati, non è detto che “l’occhiolino” più il sorrisone fossero suoi.

Ne prendo atto. Del resto anche a me capita spesso di lasciare l’iPhone in giro. “Invecchiare è orribile ma è l’unica alternativa che ho trovato al morire giovani”.

(non è mia, i credit sono di Oscar Wilde)

Ho deciso di eliminare completamente il passaggio relativo allo scambio epistolare tra legali avvenuto nel luglio 2014. I Suoi avvocati mi hanno fatto notare che era lesivo in quanto poteva far  pensare a una sorta di “ricatto” a Pagani. In realtà volevo solo assolvere i direttori creativi da qualunque responsabilità riguardo alla mancata assegnazione dei credit.

Ho invece qualche problema morale a eliminare il post di Guido Chiovato. Non ho mai censurato i post di  nessuno. E se Lei mi avesse chiesto di pubblicare una Sua versione dei fatti sarei stato lieto di darLe soddisfazione, senza censura alcuna.

Ho problemi morali a tagliare il post di Guido Chiovato perché, in assenza di una Sua smentita ufficiale e argomentata, io faccio fatica Egregio Giorgio Brenna, molta fatica, a pensare che gli insegnamenti di Leo Burnett non siano davvero lettera morta.

È vero o no che l’autore dell’idea fondante del film Cult 500 è Riccardo Pagani?

Per il giudice “è pacifico”.

Lei cosa può dirmi, Egregio Giorgio Brenna?

Tuttavia, nella logica di una distensione volta a favorire l’accordo finale tra Leo Burnett e Riccardo Pagani, eliminerò anche il post di Guido Chiovato.

Mi lasci prima verificare che non mi mandi anche lui una diffida. Benché, per l’uomo che ritengo sia il Signor Guido Chiovato, non me l’aspetto.

Vorrei Le fosse chiaro, che io non contesto i credit inseriti da Leo Burnett e li considero tutti legittimi. Sappiamo che difendere e produrre un’idea sono una parte molto importante del nostro lavoro.

Ma avere le idee è altrettanto importante. Non crede? Aggiungere Pagani ai credit non toglie gloria agli altri professionisti coinvolti nel progetto.

Quest’anno, a IF!, abbiamo celebrato gli autori delle migliori idee pubblicitarie sul Palco del Teatro Franco Parenti.

È stato un evento pubblico, importante e dispendioso in termini di energie e denaro. Ma utile per diffondere cultura della comunicazione in un Paese che ne ha quanto mai bisogno.

L’autore dell’idea fondante del lavoro che ha vinto l’oro, nella prestigiosa sezione TV e Cinema, non è stato nemmeno citato. E non per colpa mia.

Anche questo può essere lesivo. Danneggia la credibilità del premio più ambito tra i creativi italiani.

Un premio che va agli autori, innanzitutto. Ed è mio diritto, oltre che dovere, chiedere rispetto per gli autori.

L’Art Directors Club Italiano è un’associazione di autori di contenuti per la comunicazione commerciale e istituzionale.

Non mi interessano le prove di forza inutili.  Ma non ho nessuna intenzione di passare come un Presidente dell’ADCI che parli dell’importanza delle idee senza poi tutelare chi le produce.

Io credo che passata la prima infanzia gli uomini debbano imparare ad affrontarsi a viso aperto.

Per questo gradirei delle Sue risposte. Non altri scritti di avvocati.

La mia non è una guerra a Leo Burnett, dove lavorano persone che stimo. E nemmeno a Lei, che non conosco.

Interpreti quindi correttamente il mio gesto distensivo. Non siamo qui a dimostrare scampoli di senile “potenza”.

Accontentiamoci  di dimostrare di essere uomini. O members of the Human Kind, se preferisce.

Saluti

m.g.


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che Presidente vogliono i Soci Adci?

 

Quanto letto in queste ultime settimane, su YouMark, mi porta necessariamente a una domanda,  una precisazione e una (lunga) riflessione.

Comincio dalla domanda.

Sono stato il primo Presidente Adci a cui sia stato chiesto di farsi un secondo triennio di mandato. Ma sono ancora il Presidente giusto per rappresentare questo Club ? Lo chiederò ai Soci, in occasione dell’Assemblea annuale che si terrà il prossimo 7 marzo, alle 10.30, in Design Library.

La precisazione.

Quanto ho scritto nell’articolo “se perde Riccardo Pagani perdiamo tutti” non è un attacco personale a qualcuno. È la difesa del diritto di Riccardo Pagani a figurare nei credit del commercial Fiat 500 “Cult”. È anche la difesa di un principio a tutela della nostra industry.

Io non ho litigato con Davide Boscacci e non ho nulla di personale contro di lui. Ed è falso affermare che abbia qualsivoglia  pregiudizio contro chi lavori nelle grandi agenzie.

In questi 4 anni da Presidente Adci ho  ricevuto grandi contributi ed enormi delusioni. Sempre e solo da esseri umani, mai da strutture. Ho di conseguenza valutato “grandi” o “piccoli” gli esseri umani. Indipendentemente dalle dimensioni del “pedigree” del professionista.

 

La (lunga) riflessione.

come vedo il mio ruolo era noto a tutti quelli che mi hanno votato all’unanimità per un secondo mandato. Mi hanno votato malgrado avessi condiviso pubblicamente “sette ragioni per non votarmi“.

Tutto questo era noto ai Soci, ai Consiglieri e al mio Vice Presidente.

Rispetto al ruolo dell’Adci nella nostra industry, questo è quello che dichiarai a Soci e giornalisti prima di essere rieletto:

Il sistema sta franando?, cambiando?, evolvendo?. Scegliete voi il termine. Ma diventa cruciale evitare l’imbarbarimento, la perdita di cultura. Non intendo il termine “cultura” come aspetto meramente intellettuale. Più pragmaticamente la vedo come serbatoio di memorie delle buone pratiche tecniche, gestionali ed etiche che ogni generazione dovrebbe trasmettere a quella successiva. Se non diffondiamo Cultura della comunicazione non rispettiamo il nostro scopo statutario.

IF! diffonde cultura 3 giorni all’anno. Negli altri 362 dovrebbe valere la legge della giungla? Io non vorrei mai essere Presidente di un Club che tuteli solo gli amici degli amici.

Io voglio essere Presidente dell’Art Directors Club Italiano solo se i Soci credono nelle stesse cose in cui credo io.

Credo che il Club debba tutelare la creatività.

Ma ciò non significa solo premiare l’eccellenza creativa con un Award. Significa anche esprimersi su temi rilevanti quali il diritto d’autore in pubblicità. E significa, soprattutto, difendere tutti i creativi, nessuno escluso. Anche quelli più deboli e anche a costo di inimicarmi l’agenzia del mio vice presidente. Rendere pubblica la vicenda Pagani è una cosa che rifarei domani, perché la cultura di difendere solo gli amici degli amici non mi appartiene. Credo invece che ogni creativo, anche il più isolato, abbia lo stesso diritto di esprimersi di tutti gli altri e abbia lo stesso diritto di essere tutelato e protetto. Ho sempre creduto nella buona creatività, a prescindere da chi sia il creativo che la esprime.

 

Credo che il Club debba tutelare la sua reputazione.

Non mi pento di aver preso decisioni a riguardo dell’esclusione, dall’Adci Award 2012, della campagna Carboveg di Leagas Delaney.

Vi riassumo la vicenda a cui si riferisce Stefania Siani in questo intervento su YouMark: il signor Stefano Rosselli firmò e iscrisse agli ADCI Awards una campagna finta – ma questo sarebbe il meno. L’aggravante è che s’inventò di sana pianta non solo il prodotto ma addirittura l’azienda. E per ingannare il Club creò in fretta e furia un finto sito e mi spedì la falsa mail di una fantomatica direttrice marketing che confermava di avere commissionato la campagna in questione.

La questione Carboveg non si limita, come afferma Stefania Siani, a una banale crociata contro i fake, ma è stato piuttosto un tentativo di frodare il Club e di inquinare ciò che per il Club è importante, cioè l’Award.

Credo in tutto quello che ho fatto e lo rifarei utilizzando gli stessi modi, che non sono stati affatto aggressivi ma piuttosto consoni alla gravità del danno d’immagine arrecato all’Award del Club. Potete farvi un’idea precisa sulla vicenda qui e qui.

 

Credo che il Club debba tutelare l’equità.

Ogni creativo che paga una quota al Club è socio del Club, e ogni socio del Club ha gli stessi diritti di tutti gli altri, a prescindere dal fatto che abbia vinto 20 Leoni oppure abbia ricevuto una sola nomination agli ADCI Awards.

Equità significa, per esempio, che coloro che vengono selezionati per partecipare alle giurie nazionali e internazionali devono avere un altissimo profilo professionale ma anche un’adeguata statura morale per garantire l’imparzialità di giudizio. Tre anni fa ho dato il via al progetto Goodfellas, che non solo ha creato un rinnovato spirito di corpo ma ha anche dato risultati concreti in termini di leoni. Fare sistema rafforza tutti.

Credo che nonostante i grandi passi avanti, noi creativi si debba maturare ulteriormente: mi capita ancora di dover gestire persone offese perché il proprio lavoro non è stato premiato oppure perché non sono stati selezionati in una qualche giuria.

Credo che i metri di misura per rappresentare il Club siano sempre gli stessi: talento, capacità di giudizio e onestà intellettuale.

 

Credo che il Club debba tutelare il talento.

Chi non semina non raccoglie, ecco perché io credo fortemente nei giovani. Ci credo così tanto che per rappresentarli al meglio ho scelto un consigliere giovane: Matteo Maggiore.

Da quando sono Presidente il Club si è focalizzato molto sui giovani: dal Grande Venerdì di Enzo fino ai contest per i Young Lions e gli Eurobest.

Credo, però, che i giovani non vadano solo gratificati, ma vadano anche protetti. Non rinuncerò mai a parlare dell’iniquità di alcuni stage e non rinuncerò mai a lottare per migliorare questa situazione. Perché se non riusciamo ad attrarre (e proteggere) i talenti migliori e a trattenerli siamo un’industry destinata all’estinzione.

 

Credo che il Club debba evitare l’inquinamento cognitivo.

Sono convinto che i creativi abbiano una responsabilità sociale.

La brutta pubblicità non è quella che non vince premi ma  quella che inquina i cervelli e i comportamenti.

Sono stato accusato di impegnarmi troppo contro il sessismo in comunicazione. O per altri temi sociali.

Ebbene, fatevene una ragione: continuerò a farlo. Da Presidente del Club ma anche quando smetterò di esserlo. Perché se è vero che le cariche hanno una data di scadenza, è altrettanto vero che i princìpi non scadono.

Non è un caso che il mio primo atto da Presidente del Club, 4 anni fa, sia stato quello di redigere insieme a Pasquale Barbella e Annamaria Testa il Manifesto Deontologico dell’ADCI.

 

Credo che il Club debba diffondere cultura.

Per questo ho accolto con entusiasmo l’idea di dare vita a IF!.

Per questo mi sono impegnato personalmente per trovare gli sponsor e per coinvolgere nel festival AssoComunicazione.

Ho dato fiducia illimitata a chi lo ha organizzato senza preoccuparmi degli investimenti per realizzarlo al meglio – giusto perché tutti lo sappiano, il Presidente del Club ha responsabilità civili e penali su tutte le attività dello stesso, e non vi nascondo che c’è voluta una buona dose di incoscienza e di coraggio per dare vita alla prima edizione di IF!.

Credo che rifarei tutto ciò e, anzi, sono già in cantiere i preparativi per IF!2.

 

Credo che il Club abbia bisogno di un Presidente indipendente.

Che non si senta ostaggio di una singola agenzia perché iscrive più campagne di un’altra agli ADCI Awards. Che per questo, possa pretendere imparzialità di giudizio e un comportamento corretto da parte di tutti i suoi associati.

Ma un Presidente indipendente è anche quello che può esprimersi in libertà, su ogni argomento, rispondendo solo alla sua coscienza e non a eventuali ordini di scuderia.

Ebbene, queste sono le cose in cui credo e per cui sono disposto a battermi e a dedicare quel poco che resta del mio tempo libero.

Il 7 marzo sono disposto a parlare, ancora più nel dettaglio e in pubblico, di ognuno di questi singoli punti, per cui invito caldamente tutti i Soci del Club a partecipare alla prossima assemblea annuale.

E, dato che si sono dimostrati sensibili al miglioramento della nostra industry, invito a partecipare anche tutti i rappresentanti delle riviste di settore.

Ma soprattutto in quell’occasione inviterò tutti a esprimersi liberamente.

Perché io rifarei tutto quello che ho fatto finora, ma voi?

Sapendo che i miei princìpi sono questi mi rieleggereste?

Se la risposta che riceverò sarà affermativa andrò avanti con lo stesso impegno e i soliti princìpi, mettendoci la faccia. Altrimenti, come ho già scritto, rassegnerò le mie dimissioni serenamente. Dopodiché cercheremo insieme un Presidente che vi sappia rappresentare meglio di me.

 

 

 

 


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The Day After Tomorrow

#JeSuisCharlie, certo. E non mi basta.

Perché je suis tutti quelli che vogliono continuare a sostenere la libertà di espressione in tutte le sue forme anche domani. Soprattutto domani – il dopodomani della strage, quando lo shock sarà metabolizzato e la memoria, più bastarda del masso di Sisifo, proverà a cancellare questa insopportabile traccia, ma rotolando avanti, allontanandosi dal male.

E dunque, se è vero che ogni atto creativo presuppone una forma di distruzione, allora distruggiamo questa porcheria, rimanendo liberi.

(Conservare le libertà individuali – il nostro vero progresso, costi quel che costi, in questo frangente può avere un prezzo altissimo. Vogliamo pagarlo? Voi cosa ne pensate?)