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ROAD to EQUAL

MARTEDI’ 25 LUGLIO A BASE MILANO LA PRESENTAZIONE DEL PREMIO SPECIALE EQUAL: RICONOSCIMENTO VOLTO A CONTRIBUIRE ALL’EVOLUZIONE DELLA RAPPRESENTAZIONE DI GENERE

La premiazione del Premio Speciale Equal, prevista per il 30 settembre nell’ambito degli ADCI Awards, ha ottenuto il prestigioso Patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati 

Milano, 12 Luglio 2017 – Si terrà martedì 25 luglio, alle ore 19.30, a BASE (via Bergognone, 34 a Milano), il nuovo progetto per la cultura e la creatività a Milano, la presentazione del Premio Speciale Equal, riconoscimento che ha il preciso obiettivo di contribuire all’evoluzione della rappresentazione di genere. La premiazione prevista per il 30 settembre in occasione degli ADCI Awards 2017, ha ottenuto il prestigioso Patrocinio della Presidenza della Camera dei Deputati.

PROGRAMMA

  • 19.30 – 19.40: discorso di apertura – ADCI, Vicky Gitto e Stefania Siani
    19.45 – 20.00: discorso Laboratorio Miniera del Politecnico di Milano
    20.05 – 20.15: keynote Benchmarking – Samanta Giuliani e Lucia Ferrazzano
    20.20 – 20.30: Donne and Digital Media – Editor in Chief Freeda, Daria Bernardoni
    20.35 – 20.45: nuova leadership femminile, come comunicare alle donne | CEO h+, Daniela Cattaneo Diaz
    20.50 – 21.00: discorso di chiusura – Western Europe Regional Managing Partner at Linklaters, Claudia Parzani

Attraverso il Premio Speciale Equal, ADCI si schiera verso una creatività che possa esprimere il racconto di una società capace di offrire pari opportunità, professionali e personali, a uomini e donne che condividono il medesimo impegno nell’organizzazione domestica e familiare, a prescindere dal settore merceologico che si voglia rappresentare.

Il Premio Speciale Equal, sarà destinato all’Azienda e all’Agenzia la cui campagna di comunicazione è stata sviluppata esattamente in questa direzione, distinguendosi per la capacità di promuovere l’evoluzione della rappresentazione di genere.

Lo sviluppo del logo e dell’immagine coordinata del Premio è stata realizzata grazie alla preziosa collaborazione con gli studenti del Laboratorio Miniera del Politecnico di Milano coordinato da Luis Ciccognani.

L’ingresso alla presentazione del Premio Speciale Equal sarà libero e gratuito. 


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IF! Italians Festival – Day 03

Finalmente, dopo esserci ripresi dalle varie sbronze celebrative, è tempo di fare il punto anche sulla terza e ultima giornata di IF!

Tanti i temi dei diversi seminari, ma in particolare tre: donne, risate e violenza.

Il momento più interessante della mattinata è stato senz’altro la tavola rotonda “Gira poca figa”, dedicata al tema della regia al femminile. Le registe nel mondo sono poche: appena il 16,3% del totale, con un aumento simbolico nel 2015, pari allo 0,8%. In Italia, se possibile, sono ancora meno: 7 su 100. Il problema è semplicemente che i film al femminile vendono poco, perché raramente affrontano i generi più gettonati (thriller, azione, horror) in termini di incassi. La soluzione, che ha trovato concordi tutti i partecipanti, da Chicca Profumo a Stefania Siani, da Paolo De Matteis ad Ada Bonvini, da Leone Balduzzi a Serena Corvaglia, è altrettanto semplice: superare le obsolete associazioni tra genere (anagrafico) e genere (stilistico). Le registe donne saranno le benvenute nell’affrontare generi tradizionalmente ritenuti solo maschili, purché sapranno offrire un punto di vista non imitativo, ma alternativo, rispetto a quello maschile.

Imprescindibile la visita dei Rockin’ 1000: un doveroso tributo a un evento assolutamente senza precedenti, con interessantissimi insight sulla genesi organizzativa, più complessa e tortuosa di quanto potesse sembrare da fuori. Tutt’altro che secondario ricordare che 3 dei 4 componenti del team organizzatore erano donne.

Tre quarti d’ora di relax in compagnia della Gialappa’s Band, impegnata a commentare i peggiori spot mai girati (su tutti, lo straordinario tormentone ecuadoregno Sabrosòn), e subito tempo di tornare seri con Lorenzo De Rita, fondatore del The Soon Institute: un’accurata, raffinatissima analisi sulle dinamiche del crowdsourcing e dell’intelligenza collettiva, con imperdibili aneddoti sulla leggendaria nazionale olandese di Johann Cruijff.

Ma inutile girarci intorno: l’appuntamento più atteso della giornata era il confronto tra Oliviero Toscani e il resto del mondo, rappresentato nella fattispecie da Davide Boscacci che gli ha rivolto le sue “Dieci domande scomode”. Va detto che Toscani, dopo una partenza indubbiamente brillante e arguta – “Non sono un pubblicitario, sono solo un fotografo” – in cui ha rintuzzato con un certo stile le provocazioni – “Non sono io che vi odio, siete voi che odiate me” – , ha dato l’impressione di perdere un po’ la bussola: troppe le domande a cui ha rifiutato palesemente di rispondere, troppe le campagne di cui ha finto di non ricordare la data di realizzazione (sette anni fa, anziché venti), troppe le contraddizioni nelle sue dichiarazioni – “Lavoro da solo, a differenza vostra, però ogni volta metto su un team di quindici persone”. Insomma, resta la sensazione che il confronto non abbia spostato troppo i punti di vista su quello che, nel bene e nel male, resta un personaggio unico nel mondo della creatività. Senz’altro prezioso, comunque, il consiglio che ha elargito al mondo delle agenzie (anche se suonava quasi più come un rimprovero): non accontentarsi della mediocrità, ma ricercare sempre la provocazione (nella sua accezione più nobile).

Da una star a un’altra: Paola Antonelli, curatrice del MoMA di New York e insignita quest’anno dell’ingresso nella Hall of Fame del club, il riconoscimento forse più prestigioso assegnato dall’ADCI. Superba la sua presentazione, dedicata al rapporto tra design e violenza: tema di una mostra (mai realizzata, almeno finora) che esplora con lucido interesse il ricorso al disegno industriale nella progettazione di armi e strumenti di sopraffazione. Un paradosso etico che raggiunge vette incredibili: come i proiettili verdi, così chiamati perché uccidono come gli altri ma non contengono piombo, e dunque non danneggiano l’ambiente.

Ancora tempo per un’ultima tavola rotonda, “Nella gabbia dei Leoni”, con Francesco Bozza, Nicola Rovetta, Sergio Spaccavento e Nicola Lampugnani. Poi, è finalmente il momento degli ADCI Awards: tutti in piedi per un caloroso, commosso saluto a Enrico Gasperini, uno dei padri del digitale italiano, appena scomparso; poi iniziano le premiazioni. Ma su quelle, sappiamo già tutto.

La seconda edizione di IF! si chiude con una semplice, bellissima certezza: ce ne sarà una terza l’anno prossimo. Ancora più bella.


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Quant’è sexy Massimo Guastini.

Chissà quante volte Massimo Guastini si sarà umettato le labbra, passandoci in mezzo la lingua, piano, durante la presentazione dell’indagine “Come la pubblicità racconta le donne e gli uomini, in Italia”. Chissà come si è alzato e abbassato il suo petto, con che mossa sensuale avrà spostato i lunghi capelli dalle spalle, mostrando l’incavo del collo. Per non parlare dei fianchi: come sarà rimasto lì? In piedi statuario, oppure avrà spostato il peso prima da una parte poi dall’altra? Avrà dato almeno per un attimo le spalle al pubblico mostrando, generoso, le forme tondeggianti e perfette delle natiche?
Ecco, se raccontassi Massimo Guastini così per prima cosa potrei avere dei seri problemi con sua moglie, secondo li potrei avere con lui, terzo potrei passare per pazza.
Che cosa sono queste righe se non un punto di vista falsato, eccessivo, fuori contesto. Dichiaratamente erotico?
Se fosse l’incipit di un libro nessuno avrebbe problemi a catalogarlo subito come filone hard.
Che cosa ci troverò mai di tanto erotico in una presentazione di una ricerca?
Nulla.
Appunto.
Il fatto è che ora mi dovete spiegare perché fa tanto strano raccontare un uomo così, con questi occhi, e invece non c’è niente di strano- o alla maggior parte della gente non sembra strano- che le donne vengano guardate e raccontate così in qualunque contesto e occasione dalla pubblicità. Secondo i normali canoni di comunicazione io sono più sexy di Guastini. Ma tanto di più. In maniera spropositata. E come me chiunque altra, basta che sia femmina.
Le parole sono molto più erotiche delle immagini? Strano, avrei detto il contrario.
Se racconto Massimo Guastini come un uomo che scatena istinti sessuali la maggior parte di voi lo troverà ridicolo da parte mia (Massimo non me ne voglia: confido nella sua travolgente ironia).
Allora perché in pubblicità il mondo femminile viene raccontato tanto male, con contesti tanto assurdi, e quello maschile no?
Perché siamo sempre viste sotto la lente prevalente dell’erotismo e dell’inutilità?
I dati di questa ricerca lo confermano: non è una sensazione. Sono i numeri.
In Italia si raccontano le donne in modo sbagliato. Si investe in narrazione errata.
Ogni tanto mi vien voglia di dire “facciamolo davvero”: prendiamo per buone le narrazioni pubblicitarie e facciamo un’ipotesi di come dovrei essere io, durante una giornata, se mi comportassi come la maggior parte della pubblicità si aspetta da me.
Secondo questa ricerca una buona parte delle donne viene descritta come modelle, grechine (nel senso di puramente decorative), professioniste (e qui ci siamo), disponibili, (mh, per Lenny Kravitz si), madri, interrotte (ovvero inquadrate solo a pezzi), emotive, manichini, preorgasmiche; mogli, sportive, innamorate.

Quindi, posto che come madre, innamorata, professionista, sportiva (fingiamo che il mio abbonamento in palestra sia ancora valido), dovremmo esserci.
Per il resto dovrei passare il tempo a fare altro: dovrei essere una gnocca di ragguardevole piacevolezza, possibilmente senza espressione e sentimenti. Oppure dovrei mostrare gioia, stupore e ilarità in modo assolutamente esagerato.

Dovrei fingere orgasmi – dio… non che non succeda – ma la cosa incredibile è che dovrei farlo in moltissimi contesti: mentre provo costumi o vestiti, quando mi metto un profumo, quando assaggio un piatto di pasta.
Mi ci vedete da Intimissimi mentre mi metto un push up per raccattarmi le tette da terra con una faccia al limite della piccola morte?
Ridicola? Eppure quanti pubblicitari e clienti committenti hanno trovato credibile e anzi, vendibile, una faccia simile?
Quante volte si è vista?
Sulle donne a pezzi si apre il capitolo di “tette che camminano” o “passera a passeggio”. Forse sembrerò esagerata, ma capita spessissimo di non essere considerate persone ma semplici pezzi di carne che si muovono. E non importa il perché tu stia andando da qualche parte o chi tu sia: solo per il fatto di essere una portatrice sana di vulva meriti di essere importunata. Punto.

La pubblicità in tutto questo ha le sue colpe.
Non mi aspetto che non si possano più usare stereotipi, non è questa la battaglia.
Vorrei semplicemente che fossero usati meno, in modo più sensato. Motivato.
Vorrei vedere strategie meno codarde rispetto alla strada già tracciata. Ovviamente la finta famiglia felice con la mamma che cucina l’arrosto e il padre assente che legge il giornale dà commercialmente più sicurezza delle reazioni che può dare una coppia di mamme lesbiche, ma la realtà ormai viaggia a una velocità diversa. Il pubblico è altro. E l’ideale non è solo la bellona con le misure mozzafiato. L’ideale sono il talento, la motivazione, sono le storie piene di novità e di caratteristiche inaspettate.
Non c’è equità nel raccontare uomini e donne. Ma mi aspetto che arrivi.
Mi aspetto che ci sia più attenzione perché l’immagine che passa fuori condiziona, eccome, le aspettative della gente rispetto alle donne – anche dalle donne stesse.
Credo che ci si debba accollare un maggior senso di responsabilità verso la comunicazione e le scelte che si fanno.
Scommette che avete visto il video “Like a girl- come una ragazza” di Always.
Il sunto è proprio questo. Quand’è che essere una ragazza, o una donna, comincia a esser qualcosa di negativo? Perché dire “fai una cosa come una ragazza” ha una valenza negativa? Da quando comincia a valere meno l’immagine femminile? Secondo quali criteri?
Mi aspetto che la pubblicità e la comunicazione tornino a raccontarci secondo criteri più veri. Più rispettosi. Perché “Correre come una ragazza” vuol dire andare più veloce che puoi. “Farlo come una ragazza” vuol dire fare qualcosa al meglio delle tue possibilità.
Non vuol dire mettersi un grembiule, cucinare l’arrosto o starsene con una faccia da orgasmo in attesa di non si sa bene cosa.
Noi andiamo veloci. Se la pubblicità non ce la fa a starci dietro, il problema è solo vostro.

***
Questa la presentazione di Massimo Guastini, oggi, a Roma, Camera dei Deputati, Sala della Regina, nell’ambito di ROSA SHOCKING, Violenza, stereotipi… e altre questioni del genere.

>>> SEGUI IL NOSTRO LIVE TWEETING SU @adcinews #RosaShocking

 

 

 

 

 

 


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La pubblicità italiana è sessista?

Nel settembre 2008, il Parlamento europeo ha approvato con 504 voti favorevoli la proposta di abolire la pubblicità sessista e degradante per le donne.

Sono ormai sei anni che si ripropone periodicamente il dibattito intorno a questa domanda: “la pubblicità italiana è davvero sessista?”

Non ha dubbi la Presidente della Camera Laura Boldrini.

“È inaccettabile che in questo paese ogni prodotto, dallo yogurt al dentifricio, sia veicolato attraverso il corpo della donna.”

“Basta all’oggettivazione dei corpi delle donne perché passa il messaggio che con un oggetto puoi farci quello che vuoi.”

Per queste sue dichiarazioni è stata spesso accusata di sfruttare il tema a fini di visibilità personale.

In realtà, osservazioni analoghe sono state mosse alla nostra pubblicità (e a tutto il sistema dei media) anche da organizzazioni internazionali quali Cedaw e Onu.

Se andiamo però a vedere il numero di casi relativi all’immagine della donna, dichiarati dallo IAP (istituto dell’autodisciplina pubblicitaria) nel periodo 2011-2012, osserviamo che sono solo 143. Pochi rispetto agli oltre cento mila messaggi pubblicitari annui.  Stiamo parlando di una frazione inferiore allo 0,1%.  Non pare davvero l’indicatore di un problema urgente.

Per rispondere alla domanda che dal 2008  approda un paio di volte all’anno su giornali e talk show, ho condotto una ricerca a cui hanno collaborato Giovanna Cosenza (Presidente del corso di laurea in Scienze della comunicazione all’Alma Mater di Bologna, Presidente del Co.Re.Com Emilia Romagna) Jennifer Colombari ed Elisa Gasbarri, assegniste di ricerca presso l’Università Alma Mater di Bologna.

Per dare una risposta esauriente abbiamo riformulato la domanda principale. Da “la pubblicità italiana è sessista?” a “quando la pubblicità italiana racconta la donna e l’uomo lo fa in modo paritario”?

Abbiamo osservato quasi 20 mila campagne (tv, radio, affissione, stampa e banner) in 4 diversi periodi dell’anno. Le abbiamo osservate e catalogate, con lo spirito del naturalista, in categorie descrittive e prive di un giudizio etico o morale. Non le abbiamo mai considerate sotto l’ottica “è sessista o non è sessista. Altrimenti avremmo riprodotto l’operato dello IAP e saremmo incorsi nelle stesse limitazioni.

Dalla ricerca sono derivate 12 categorie per la donna e 9 per gli uomini.

Nessuna di queste categorie è giusta o sbagliata in assoluto. Donne e uomini possono essere tutti, nella vita di ogni giorno, un po’ “sessualmente disponibili”, un po’ “decorativi”, un po’ impaginati da “modelli”, eccetera.

Noi abbiamo solo voluto misurare con quale frequenza ricorrano queste categorie nella rappresentazione pubblicitaria della  donna e dell’uomo.

La pubblicità, complessivamente, che immagine dà della donna e dell’uomo?

Grazie a Nielsen Italia e alla disponibilità di Alberto Dal Sasso (Business Unit Director), e Stefania Bossi (Senior Marketing Specialist), abbiamo anche potuto valorizzare gli investimenti  che hanno sostenuto gli oltre 6500 annunci pubblicitari osservati nel mese di dicembre 2013.

Vi voglio anticipare alcuni dati della ricerca che renderemo pubblica a breve.

Le donne “disponibili sessualmente” sono, per la pubblicità italiana, 22 volte più frequenti degli uomini con lo stesso tipo di disposizione. Questa disparità, nel desiderio sessuale narrato dalla pubblicità, rispecchia davvero la realtà?

Le donne “disponibili sessualmente” e le “preorgasmiche” sono complessivamente 42 volte più frequenti delle donne sportive. Per lo meno stando alla narrazione che la pubblicità fa della donna. Non c’è ovviamente nulla di male in nessuna delle due categorie. E non c’è davvero nulla di male nel preferire il sesso allo sport. Ma la domanda da porsi, anche in questo caso, è: otteniamo un dato analogo nella narrazione dell’uomo italiano? La risposta è “no”.  Il maschio che pratica sport è sette volte più frequente di quello disponibile a un rapporto sessuale.

Su 100 campagne che rappresentano la donna, quante ne offrono un’immagine basata essenzialmente su fisicità e atteggiamenti seduttivi? Quanti milioni di euro vengono spesi in un mese per rappresentare questa immagine della donna? Quale immagine dell’uomo viene narrata con più frequenza e con quali investimenti?

Se siete interessati all’argomento troverete queste (e altre) informazioni nella ricerca “come la pubblicità racconta le donne e gli uomini in Italia”. Tra pochi giorni.

Chiudo questa anticipazione con una frase presa da un manuale di psicologia del 1981 (Darley, Glucksberg, Kamin e Kinkla – edizioni Il Mulino)

È ampiamente dimostrato che il modo in cui descriviamo le cose (e le persone) può influenzare il modo in cui quelle cose possono essere percepite”.

 


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Alcune domande per lo IAP

Un giovane Socio Adci, Alberto Mora, mi ha scritto per segnalarmi una sua recente esperienza con lo IAP, Istituto di Autodisciplina Pubblicitaria.
Spero che Vincenzo Guggino, segretario dello IAP, non sia già in vacanza e possa rispondere direttamente alle domande poste da Alberto Mora. Sono domande sensate e rappresentano un buon segnale, da cogliere.

Dopo aver visto un post su una campagna molto discutibile sul gruppo Creativi di Facebook, ho deciso di andare oltre il solito commento indignato e fare qualcosa di concreto: segnalare la campagna in questione allo IAP.
Oggi ho ricevuto la risposta, e la riporto qui.

Segnalazione messaggi pubblicitari “Ti piacerebbe un corpo così? Te lo pago io!” “Ti piacerebbe averle così? Te le pago io!”
rilevati nel sito internet www.velluto.eu e nella pagina Facebook
Con riferimento alla Sua comunicazione, desideriamo informarLa che il nostro Istituto ha il potere di agire solo nei confronti dei soggetti che aderiscono direttamente o indirettamente al sistema di Autodisciplina Pubblicitaria, e che effettuano pubblicità per il tramite dei mezzi che hanno accettato il Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
Il caso da Lei segnalato rappresenta quindi una situazione eccezionale per la quale non sussistono gli elementi che determinano la nostra legittimazione ad agire in quanto nessuno dei soggetti coinvolti risulta aderire ad una associazione di categoria facente parte dell’IAP, né risulta sottoscritta una clausola contrattuale di accettazione del Codice di Autodisciplina della Comunicazione Commerciale.
Il caso è pertanto allo stato archiviato.
Ciò nonostante, qualora dovesse reperire la comunicazione in questione su altri mezzi, non esiti per cortesia a fornircene indicazione.
La Sua segnalazione, tuttavia, può essere da Lei inoltrata all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (www.agcm.it) che potrebbe intervenire sulla base del D.Lgs 6/9/05 n. 206, e successive modifiche del Codice del Consumo.
RingraziandoLa per la considerazione, porgiamo cordiali saluti.
I.A.P.
La Segreteria

Come suggerito dallo IAP, ho segnalato la campagna nel sito dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato e ora rimango in attesa.
Le domande che mi faccio a fronte di ciò che è accaduto sono molte. Nella mail che ho ricevuto dicono che l’Istituto può agire solamente nei confronti dei soggetti che aderiscono al sistema di Autodisciplina e che comunicano tramite mezzi che hanno accettato il Codice.
E a questo punto penso: nessuno è così idiota da aderire al sistema di Autodisciplina Pubblicitaria, per poi rischiare di subire la segnalazione o l’eventuale sospensione delle proprie campagne volutamente volgari. Sbaglio?
Quale azienda, cosciente di promuovere dei messaggi pubblicitari discutibili e volgari, si darebbe la zappa sui piedi aderendo a quel sistema che per primo si impegna nel contrastare questo tipo di campagne?
Allora mi chiedo, fino a dove arriva effettivamente il potere dello IAP?
Che motivi ha un marchio di aderire al sistema di Autodisciplina Pubblicitaria?
Chi sono i soggetti che aderiscono direttamente o indirettamente al sistema di Autodisciplina?
Quali sono i mezzi che hanno accettato il Codice di Autodisciplina?
Come possiamo tutelare e promuovere una pubblicità di buon gusto, appropriata e intelligente, se poi basta non accettare il Codice di Autodisciplina per scansarsi dall’azione dell’autorità competente e strutturare una campagna secondi i propri gusti e criteri?
Grazie.

Alberto Mora

(Ndr:la pagina facebook Velluto mi è parsa così surrealmente sgangherata da farmi pensare a uno scherzo. Le informazioni raccolte al volo online sembrerebbero invece confermarne l’esistenza e la recidività m.g.)


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Non è mai troppo tardi

Ecco il parere di un giovane Socio Adci, Aimone Bonucci (*), sulla violenza di genere.

Uno
A fine anni 90 Peter Oefner e Peter Underhill hanno condotto una ricerca alla Stanford University che ha dimostrato che la la femmina dell’homo sapiens si definisce biologicamente circa 80.000 anni prima del suo maschio. Il cromosoma Y, che qualifica il maschio umano attuale è infatti comparso solo 59.000 anni fa, mentre il DNA mitocondriale (proprio della femmina attuale) era già comparso 143.000 anni fa.

Due
La religione cattolica disegna la creazione di Eva come accessorio di Adamo, a differenza di quest’ultimo che è stato creato ad immagine e somiglianza di Dio.

Tre
La violenza domestica è la prima causa di morte nel mondo per le donne in una fascia di età compresa tra i 16 e 44 anni.

Genetica, religione e cronaca. Perché?
Sembrerebbe un sillogismo, o la premessa di una inferenza, invece sono dei paragrafi che secondo il mio punto di vista possono far riflettere semplicemente sulla questione della violenza di genere.

Però manca la pubblicità.

No, no, arriva, una cosa alla volta però.

In Italia la religione pecca ontologicamente perché di base disegna la donna come derivazione del prodotto divino (Adamo) e si presume che essa seguirà l’uomo in eterno. Bah. Come se lei fosse riconoscente della costola che il neo-creato ha gentilmente concesso.
La genetica insegna il contrario, perché oltre a quanto già detto lassù in cima, nel paragrafetto UNO, la biosfera è stata per miliardi di anni dominata dalla mitosi, quando esistevano unicamente cellule-madri che si dividevano in cellule-figlie, destinate, a loro volta, a generare altre figlie. Il maschio è arrivato dopo, come meiosi basata nient’altro che sull’ermafroditismo femminile.
Io non sono in grado di poter raccontare altro rispetto a quello che la storia ci insegna, non sono un ricercatore bensì una persona che si guarda intorno. Pubblicitario per giunta. Basta pensare anche all’androcentrismo sociale, politico, storico e linguistico: messa da parte l’evoluzione della specie e le prime forme di religione che identificavano la divinità come una Dea Madre, le figure di riferimento sono e sono state tutte maschili. Dio. Il Padre di famiglia. Il Politico. Il Re. Il Dirigente. L’imprenditore. L’Uomo. Il Boia. Completate voi questo abbozzo di lista. Potrebbe essere infinita, e salvo qualche eccezione il genere è sempre maschile.
Non vorrei che questo articolo prendesse una china femminista, io riporto solo considerazioni che vorrei facessero riflettere. Il mio pensiero è che il maschio si è preso con forza una supremazia che non gli spetta, quasi come se istintivamente non avesse voluto accettare la sua origine da un doppio cromosoma X, riscattandosi così con secoli di soprusi e deresponsabilizzazione nei confronti della donna. Alla donna manca quella componente psichica fatta di eroismo e quella forza bruta che antropologicamente parlando ha reso il maschio cacciatore e la donna tenutaria per la salvaguardia della specie. Questa diversità l’ha pagata e la continua a pagare senza alcun motivo, diventando oggetto di violenze, carne da pallottola o da piacere, terrorismo casalingo, e abuso di androcentrismo. Un disastro. Religione e genetica che si scontrano, che danno come risultato un dato di cronaca. Il paragrafetto TRE. Perché? Ora sono pronto a dire la mia. Perché il rispetto non è un istinto. Si può solo guadagnare con il progresso culturale e tecnologico e quindi ecco il motivo per cui nei paesi estremamente progrediti si annullano le disparità di genere (Islanda e Scandinavia in testa. L’Italia è all’ottantesimo posto nel mondo).

E la pubblicità?
Bene, la questione sulla violenza di genere e la disparità sessuale nella società italiana stanno diventando un argomento estremamente attuale e questo grazie anche all’impegno della Presidentessa Laura Boldrini che ha portato in parlamento queste tematiche che “sembravano” dormienti. La pubblicità, quella autentica ha il dovere di comunicare il messaggio, per creare dei modelli di consumo auspicabili, creare identificazione e contribuire alla formazione. Non dimentichiamo che la televisione ha insegnato l’italiano agli italiani, decenni fa, ora la pubblicità può sfruttare i suoi canali per alzare la voce, far sapere, informare, e sta a tutti noi contribuire per condividere, con post, tweet, segnalazioni per abbattere il silenzio sul disastro che noi stessi abbiamo creato.

(Aimone Bonucci)

(*)Aimone, classe 1985, è un Art Director e lo scorso aprile è stato invitato da Giuliano Garonzi a fare parte delle prestigiose giurie dell’Art DIrectors Club Italiano.
I suoi lavori sono comparsi su IdN Magazine, ZDF, Deutschland Radio, Form – The Making Of Design, Zitty Berlin, Pecha Kucha.


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Pubblicità sessista: Istituzioni e Media verso il cambiamento.

Dopo l’ottimo intervento di Annamaria Testa all’Assemblea Upa dello scorso tre luglio, oggi è stato il mio turno trattare (in dieci minuti) l’argomento pubblicità sessista. L’incontro, organizzato dalla CGIL, si è volto presso la Camera del Lavoro di Milano.
Ecco il testo del mio contributo: “30 anni dalla parte del torto marcio” (i numeri in arancione fanno riferimento alle slide proiettate).

In estrema sintesi: perpetuare stereotipi di genere è sicuramente una forma di violenza che ostacola il pieno sviluppo della persona e, in accordo a quanto recita la Costituzione Italiana, (art. 3 e art 4) è compito della Repubblica rimuovere questi ostacoli, promuovendo migliori e più libere condizioni sociali.

Negli ultimi 30 anni questa violenza è stata commessa a danni delle donne dall’intero sistema dei Media e dalle Istituzioni stesse.
Indicare nella pubblicità l’unico colpevole, può essere comodo ma è poco utile.

Segnalo anche il testo integrale dell’intervento di Laura Boldrini, Presidente della Camera.