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Lettera aperta ai Grandi Manager della Pubblicità Italiana

Condivido questa lettera aperta, scritta con Annamaria Testa, perché sono socio fondatore di un’agenzia indipendente e considero improcrastinabile la necessità di riportare trasparenza in un settore ottenebrato dall’opacità.
Condivido questa lettera anche come copywriter e presidente dell’Art Directors Club Italiano. Perché penso che tutti i “creativi” (e non solo, ovviamente), soci e non soci, non possano fare a meno di porsi domande analoghe.
Ritengo che chiunque voglia continuare a considerarsi un professionista dovrebbe pretendere una risposta.

Cari colleghi,
una domanda semplice semplice: come fanno le grandi agenzie, gran parte delle quali peraltro iscritte ad Assocomunicazione, a sopravvivere e pagare stipendi coi prezzi che stanno chiedendo ai clienti?

Eppure il Codice Deontologico di Assocomunicazione recita (art 7): La giusta remunerazione è l’elemento fondamentale che assicura la qualità dei servizi offerti e l’indispensabile professionalità. Il compenso è riconosciuto come l’elemento portante che regola i rapporti fra Associate e utenti. L’applicazione del giusto compenso e la difesa della sua integrità costituiscono principi fondamentali da ribadire a salvaguardia delle professionalità del settore.

C’è qualcosa che ci sfugge e, da imprenditori indipendenti della pubblicità, attenti sia alla qualità, sia alle condizioni di lavoro, sia ai conti, saremmo incantati di saperne di più.

Prendiamo, fra i moltissimi, un caso recente (Poste Italiane) che ha coinvolto diversi nomi noti. Ricordando che ci sono casi anche più imbarazzanti.
Nel caso di Poste Italiane si tratta di un incarico che dura tre anni, chiede – a detta del cliente – il coinvolgimento costante di più persone, e viene aggiudicato a circa 60.000 euro complessivi. Vuol dire 20.000 euro all’anno. Il costo, spese generali escluse, di un singolo stipendio regolare da apprendista: circa 1000 euro al mese.

C’è qualcosa che non torna. Facciamo qualche ipotesi
1. su quel lavoro, per quel cliente, verrà impiegata una singola professionalità del valore di 1000 euro al mese, e senza un centesimo di guadagno per l’agenzia
2. su quel lavoro verranno impiegate persone che guadagnano molto meno. Anzi: magari niente …ma quale professionista lavora gratis?
3. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, pagati però da più consistenti tariffe versate da altri clienti
4. su quel lavoro verranno impiegati fior di professionisti, attualmente sottoutilizzati perché l’agenzia è alla frutta, ci sono più dipendenti che clienti ed è meglio lavorare sottocosto che tenere la gente a girarsi i pollici
5. su quel lavoro si guadagnerà comunque, facendo la cresta, per esempio, sulle spese di produzione. O con qualche altro artificio poco trasparente
6. non è vero che che il lavoro chiede molto impegno di molte persone: verrà fatto a costo zero nei ritagli di tempo, alla faccia del cliente e come capita capita
7. su quel lavoro verranno persi un bel po’ di soldi… ma perché?
a. c’è il gusto di fregare la concorrenza col dumping, anche a rischio di farsi del male da soli
b. le grandi agenzie sono ricchissime e di farsi pagare tutti i lavori non gli importa un fico
c. le grandi agenzie italiane sono comunque per la stragrande maggioranza sedi periferiche di gruppi multinazionali, che fanno profitti in economie più vivaci. E agli headquarter di quel che, nel bene e nel male, succede in Italia interessa poco

Dai, cari colleghi, illuminateci con qualche altro motivo comprensibile, e migliore.
Se ce ne sono, vuol dire che avete fatto l’invenzione del secolo: il lavoratore virtuale. Gli annunci autogenerati. Lo spot automatico. Il viral che si inventa da solo. Oppure avete robotizzato l’intera agenzia.

Sì, illuminateci: noi, che continuiamo come si faceva una volta a lavorare a lungo sui brief, a investire tempo per trovare idee efficaci, a formare e a pagare le persone, siamo ansiosi di sapere che futuro, scaturito da quale meravigliosa trovata, aspetta tutti noi e le imprese italiane che continuano, nonostante tutto e in questi tempi complicati, a fare affidamento sulla buona comunicazione pubblicitaria.

(Annamaria Testa – Massimo Guastini)


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Un Leone a Novegro

Ho trovato splendida questa operazione Saatchi&Saatchi per la Giornata della sindrome di Down. Sarebbe altrettanto splendido, secondo me, se l’anno prossimo anche altre agenzie chiedessero ai propri clienti di aderire al progetto. Sotto il video trovate il racconto di Luca Lorenzini, autore con Luca Pannese della campagna.

Stavolta non è stata una lampadina. L’idea è stata un lampo.
“Non limitiamoci a parlare dell’integrazione delle persone con sindrome di Down, realizziamola davvero!”
Ok, bel lampo. Per portare il progetto in fondo, però, ci sono voluti 8 mesi di pioggerellina insistente.
Non c’erano soldi, come difficilmente ci sono quando si parla di campagne sociali (come difficilmente ci sono, in generale). L’unico favore che potevamo chiedere ai vari professionisti era quello di donarci del tempo. Prezioso anche quello, certo. Ma forse più semplice da spendere.
Lo abbiamo chiesto ai nostri creativi, ai nostri account, ai nostri producer. Lo abbiamo chiesto ai nostri clienti. Lo abbiamo chiesto alle case di produzione, ai registi, ai fotografi. Lo abbiamo chiesto a circa duecento persone. E, alla fine, raggranellando un minuto qui e un minuto lì, siamo riusciti a realizzare qualcosa che all’inizio sembrava impossibile.
Eravamo fieri di questo che consideravamo un bel pezzo di comunicazione. E, nel nostro complimentarci a vicenda, rischiavamo di dimenticarci del vero motivo della campagna.
Poi, un sabato, in un albergo di Novegro, abbiamo presentato il progetto all’assemblea di CoorDown.
“Che palle, proprio di sabato…”
L’audience era composta dai presidenti delle varie associazioni aderenti al Coordown. O, detta in un altro modo, era composta da genitori di persone con sindrome di Down. Abbiamo mostrato il video di presentazione (speakerato da me, il che certo non aiutava). Un genitore in prima fila ha alzato la mano e ha parlato con la voce rotta:
“Non ho mai creduto possibile l’integrazione per mio figlio. Oggi, per la prima volta, ho avuto una speranza. Per la prima volta ho visto mio figlio normale. Grazie.”
È così che abbiamo vinto un Leone a Novegro.

(Luca Lorenzini)


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I veri imprenditori mettono in gioco solo se stessi

Antonio Pagani è l’alternativa a Del Frate nell’area “delega gare” del consiglio direttivo di Assocomunicazione.
Ho letto il suo programma e non condivido un punto fondamentale.

…mi sono domandato quante siano le gare – i clienti – in Italia che possono permettersi di riconoscere un rimborso di 25k euro.
…ritengo che il rischio imprenditoriale se lo debba accollare l’agenzia che è libera di scegliere se partecipare o meno ad una gara. Se poi un cliente riconosce un rimborso, ben venga, ma non lo ritengo una condicio sine qua non.

No, non ci siamo. Come ho già spiegato molte volte e in varie sedi, in qualunque settore serio i fornitori e i consulenti vengono pagati per i loro servizi. Una gara per un progetto di comunicazione integrata richiede alle agenzie centinaia di ore lavorative. Chi le paga? Nessuna agenzia oggi è sovrastrutturata. Ne consegue che il cosiddetto rischio imprenditoriale se lo accolla sì tutta l’agenzia, come sostiene Pagani, ma solo in minima parte ricade sulle spalle del cosiddetto imprenditore. Il resto se lo accollano i dipendenti (quando lo sono) facendo straordinari e week end che non sono mai riconosciuti. E indirettamente lo pagano gli altri clienti dell’agenzia impegnata nella gara non remunerata, ritrovandosi a lavorare con esseri umani spompati, senza una vita privata, senza diritti e non esattamente nelle condizioni ideali per essere brillanti produttori di idee. Non siamo macchine che possono sfornare beni materiali giorno e notte.
Le gare non remunerate hanno devastato anche i settori professionali “a valle”. Mi riferisco a fotografi, illustratori, case di produzione, ovverosia a quei partner preziosi sui quali le agenzie di pubblicità hanno l’abitudine di scaricare il “rischio imprenditoriale”. La vera verita è che qui sono tutti imprenditori con il culo degli altri.
Inoltre, l’azienda che vuole scegliere un partner, non è costretta a pagare per conoscere delle agenzie. Può selezionarne anche una dozzina, sulla base del profilo, della reputazione, delle esperienze e poi incontrarle. Può inviare preventivamente un’agenda degli argomenti che vorrebbe affrontare in una riunione di 90-120 minuti. Due ore di colloquio sono più che sufficienti per farsi un’idea sulle qualità umane, sulle competenze tecniche nonché sul feeling. Siamo esseri umani, non siamo macchine. Le grandi campagne si costruiscono partendo da buone relazioni umane, dal rispetto e dalla fiducia reciproca. Oggi le nostre campagne non sono grandi perché piccole sono le relazioni umane a monte del processo. E instaurare una relazione professionale basandosi sul più prono dei motti “il tuo rischio me lo prendo io” è un piccolo inizio che non porterà mai a nulla di grande.

Per quanto riguarda la condivisione delle informazioni su una piattaforma web, ho già espresso più volte la disponibilità di diversi ottimi creativi che guidano agenzie indipendenti. Per segnalare sia i comportamenti virtuosi sia quelli non esattamente edificanti. Anche molti soci Adci che lavorano in grandi strutture si sono detti disponibili a condividere informazioni, in questo caso si parla di una white list pubblica dei manager di azienda distintisi per correttezza e competenza.

Nel 2012 l’Adci permetterà di condividere molte più informazioni online rispetto a oggi. Sarei lieto di coordinarmi e collaborare anche con Assocomunicazione da questo punto di vista. Ma solo se verrà riconosciuto un principio fondamentale: o fanno pagare le gare alle aziende, o gli imprenditori delle agenzie si dimostrano realmente tali e iniziano a pagare straordinari e weekend. Come noterete, a differenza di Antonio Pagani io non uso punti esclamativi. Li considero le stampelle delle idee zoppe.


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A tutti i creativi stanchi di lamentarsi

Segnalo questa iniziativa, comparsa su creativi.eu
Leggerla ti ruberà solo 5 minuti, come promette l’autore.
Se sono mesi, anni, che ti lamenti senza trovare una soluzione, puoi investire altri 300 secondi, in fondo è domenica.
Puoi anche farla circolare, dopo tutto non sei solo.

Cari creativi,

vi chiedo di leggere questo post. Ci metterete 5’. Parla di voi. Dopo, sarete un po’ incazzati. Forse, più motivati. Magari saprete cosa fare. Altrimenti, postate una canzone.

Ora passo al tu. Se appartieni al 94% di chi “non” possiede o dirige un’azienda di successo, con i riconoscimenti che ne derivano, contratti o dividendi, prendi un foglio di carta e scrivi su quali forme di tutela puoi contare. Fatto?

Che prospettive ritieni di potere avere, superati i 50 anni, se non dovessi divenire titolare, dirigente, star acclamata? E se ti trovassi nella condizione di doverti ri-immettere sul mercato?

Oggi, su quali garanzie puoi contare sotto il profilo sanitario, pensionistico, in caso di malattia, disoccupazione, maternità Se invece sei un libero professionista o un free lance, che tutele hai su pagamenti e tempi? Quali spese scarichi? E gli utili corrispondono agli studi di settore? Continue reading


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Creativi e Agenzie: perché amici? Questa e altre domande ad Assocomunicazione

Ho dato volentieri spazio all’apertura di Emanuele Nenna, perché si candida consigliere Assocomunicazione con un mandato, “valorizzazione della creatività”, che non posso che condividere. Del resto, “ridare dignità e valore al nostro lavoro” è la sintesi estrema delle 17 pagine del programma con il quale mi candidai a suo tempo. Valorizzare la nostra professionalità è l’unica strada percorribile per provare a normalizzare un mercato che non è diventato quello che è per via dell’ultima lunga crisi economica. Era già stato “sputtanato” in precedenza, per lo più da manager che avrebbero dovuto tutelarlo.

Mi sta anche bene dialogare in un’ottica di “ricostruzione” con chi oggi guida le agenzie di pubblicità, senza stare a recriminare su errori e comportamenti poco etici. Però vorrei promesse concrete e fatti coerenti.
Con Emanuele ci siamo trovati subito d’accordo nell’identificare una strategia volta a incentivare i casi virtuosi. Se sarà eletto, realizzeremo un progetto che valorizzi la reputazione delle agenzie e dei clienti meritevoli.

Sono pronto a collaborare con chiunque consideri una “poltrona” di Assocomunicazione come opportunità (e responsabilità) di incidere realmente, per operare un cambiamento indispensabile. Un cambiamento che migliori concretamente anche le condizioni di lavoro della categoria professionale che rappresento.
Come ho spiegato più volte, oggi non ha senso tutelare la “creatività” in astratto se non si tutela al contempo la dignità di chi deve produrla.

Esattamente come Emanuele, nemmeno io amo gli stereotipi. Sono pronto a fare tutti i “distinguo” del caso, e a dare risalto a qualunque comportamento “virtuoso”, indipendentemente dalla categoria professionale di provenienza.. Ho già spiegato in passato la mia idea di pubblicare una white list dei clienti che osservano determinate regole e comportamenti.

Quello che non posso sapere, oggi, è quanti siano gli associati ad Assocomunicazione pronti a questo dialogo, disponibili a recepire sino in fondo l’appello di Emanuele. Né posso sapere quanto pesino sul mercato. Questo post è il mio tentativo concreto di confronto.

Sappiamo che Massimo Costa si è alla fine convinto ad accettare la candidatura alla presidenza. Non ci siamo mai incontrati e non posso avere un’opinione sulla persona.
So che con la sua carica all’interno del gruppo WPP rappresenta una fetta molto significativa del mercato (tra il 30 e il 40 per cento).
So anche che la sua nomina è stata indicata da una liturgia credo inedita: il “collegio dei saggi” Masi, Montangero e Testa (Marco), l’ha nominato dopo avere sondato gli umori degli associati.
Da quanto mi risulta si è sentita la necessità di una persona che esprimesse un network forte.

Non sta a me valutare i candidati alla presidenza di altre associazioni e le procedure seguite per nominarli. Questo mi è molto chiaro.

Ma ho alcune domande da porre a Massimo Costa. Sarò grato a lui e tutti gli altri associati di Assocomunicazione che mi aiuteranno a trovare delle risposte.
Questo blog ha una sola regola fondamentale: ci si deve firmare.

Ecco le domande.

1. Un uomo che rappresenta una fetta importante del mercato pubblicitario italiano deve necessariamente diventare presidente di Assocomunicazione per operare dei cambiamenti?

2. Non basterebbe un pubblico “ordine di scuderia” alle sigle che rappresenta? Qualcosa tipo: “da oggi le mie agenzie non parteciperanno più a gare non remunerate e con più di quattro partecipanti perché questo comportamento è causa e non effetto dell’attuale devastazione del settore”.

3. Il mercato, come la società, non è qualcosa che si determina in base a misteriose ed esoteriche regole. Ogni singolo player contribuisce a rafforzare o indebolire una tendenza, in maniera direttamente proporzionale al suo peso economico. Massimo Costa ha davvero bisogno della carica di presidente Assocomunicazione per affermare:
“le agenzie del gruppo WPP operanti in Italia sono profondamente contrarie all’utilizzo di stagisti non remunerati o sottopagati.”?

4. Nessuno può dare la colpa a un manager se è costretto a tagliare costi a causa della perdita di un budget. Ma perché agenzie di Assocomunicazione accettano di firmare contratti che possono essere disdettati con brevissimo preavviso?

5. Massimo Costa ha dichiarato che le opinioni sono come il buco del culo. Tutti ne hanno una.
A me interessa moltissimo la sua opinione (e solo quella) per questo gli chiedo: cosa pensa dei manager di agenzia che accettano lavori incerti ai limiti della rarefazione, scaricando il rischio imprenditoriale sui dipendenti e chiedendo loro straordinari non remunerati o stipendi del tutto inadeguati all’orario lavorativo?

6. Massimo Costa si è ritirato dalla gara Ferrero e ne ha pubblicamente spiegato le motivazioni. In che modo si prefigge, durante la sua eventuale presidenza, di porre fine alle gare non remunerate e affollate da troppi partecipanti?

7. Massimo Costa concorda con i principi enunciati dal Manifesto Deontologico Adci? Ritiene di poterli sottoscrivere e aiutare i creativi a farli rispettare già a partire dalle sue agenzie, indipendentemente dalla sua elezione?

8. Il nostro mestiere non si impara nelle università. Massimo Costa è disponibile ad aiutarmi nel tentativo di far comprendere al Governo che sarebbe più onesto agevolare economicamente le agenzie disposte a prendere un giovane a “bottega”? Io in sei mesi sono in grado di capire se un ragazzo può diventare copywriter o un account. Non mi servono tre anni più due. Inoltre credo che alla nostra attuale società (e al nostro mercato) non servano altri 25 mila laureati all’anno in scienze della comunicazione.

Ho molto apprezzato quando Massimo Costa ha detto di no a Ferrero e ne ha pubblicamente spiegato le ragioni. Mi convince meno quando tende a giustificare con “la paura” le scelte ottuse di manager di agenzia.
Io mi chiamo Massimo Guastini, non rappresento nemmeno lo 0,04% del mercato pubblicitario italiano ma dico di no alle gare selvagge, allo sfruttamento dei giovani e agli stipendi inadeguati rispetto alle ore lavorative richieste ai collaboratori.
Benché anch’io possa avere “paura del futuro incerto”, e debba lavorare per mantenere le persone che amo.

Grazie per l’attenzione e buon lavoro.
m.g.


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Creativi e agenzie: perché nemici?

Emaniele Nenna, candidato consigliere, AssoComunicazione

Emaniele Nenna, candidato consigliere, AssoComunicazione

Ho chiacchierato un’ora con Emanuele Nenna, fondatore e amministratore delegato di Now Available. Mi ha parlato del suo progetto e lascio che sia lui stesso a raccontarvelo. Che un candidato al prossimo consiglio di Assocomunicazione cerchi il dialogo con l’Adci mi pare un buon segnale di apertura.

Lo so bene, non è sempre così. Ma in quest’ultimo periodo può sembrare, leggendo qua e là, che parlare di agenzie di pubblicità e di creativi sia come parlare di soggetti diversi e contrapposti. Ma perché? Personalmente lo trovo assurdo: almeno in teoria, le agenzie sono la casa dei creativi. Le agenzie vendono creatività (e quindi vivono di creatività). Come possono considerarsi in qualche modo contrapposte alle posizioni dei creativi?

E viceversa, naturalmente. Certo, tanti talenti se la cavano benissimo, sia economicamente sia come soddisfazione personale, facendo i free-lance. Ma tanti altri nelle agenzie trovano clienti importanti, buoni stipendi e soprattutto soddisfazioni creative. Perché devono remare contro, o assumere posizioni di protesta a priori, di generalizzazione e di lotta di classe?

Odio gli stereotipi, e credo anche voi. Eppure in questo momento avverto il rischio di caderci dentro in pieno.

“I creativi sono buoni, le agenzie cattive li sfruttano e non sanno valorizzare talenti e creatività, occupate solo a fare soldi e ad asservirsi a clienti incompetenti.”
Oppure, vista dall’altra parte: “le agenzie si trovano ad affrontare un terribile momento di mercato, in cui gli investimenti calano, la competizione si fa sempre più agguerrita, il moltiplicarsi degli strumenti richiede -per stare al passo- onerosi e coraggiosi investimenti. E in tutto questo i creativi continuano a pensare ai loro premi e alla loro gloria, lamentandosi e mettendosi contro.”

Davvero dobbiamo vivere questo momento, oggettivamente complicato per tutti, cercando il colpevole e creando nuove categorie contrapposte? Creando schieramenti che diventano integralisti, pur senza esserlo davvero? Oppure vale la pena di parlarne e capirsi? Non per cercare la soluzione cerchiobottista, piuttosto (chissà) per rendersi conto che non solo agenzie e creativi condividono gli stessi identici obiettivi, ma in molti casi possono trovarsi allineati anche sulle modalità con cui provare a raggiungerli.

Vi chiederete come mai compare questo tale dal nulla a raccontare delle sue paure di derive assolutiste. Cosa vuole da noi creativi? Ve lo spiego.

Sono reduce da un recente incontro in Assocomunicazione ed ho visto davanti agli occhi chiarissimo questo problema, ma anche (almeno da una parte degli associati) la voglia di risolverlo. Senza eccedere in ottimismo, credo che dopo anni di politichese possa aprirsi una fase nuova di Assocomunicazione.

E’ stato deciso, secondo me con molto buon senso, che nelle prossime elezioni i consiglieri verranno eletti con una delega esplicita ed in base al loro programma. Una di queste deleghe riguarda espressamente la “valorizzazione della creatività”. Già un buon punto, se considerate che tutti i passati convegni di Assocomunicazione erano centrati su cassa integrazione e leggi sulla privacy. Valorizzare la creatività vuol dire, per le agenzie, valorizzare il loro lavoro. Quindi ricominciare ad essere scelte in base al valore che le loro idee portano alle brand-clienti. Quindi poter chiedere ai clienti un congruo compenso. Quindi poter difendere con più agio tempi giusti per le gare, regole chiare e trasparenti. Valorizzare la creatività vuol dire tornare ad alzare la testa, a pretendere rispetto meritandoselo. E per ottenere rispetto le agenzie devono a loro volta, al loro interno, rispettare chi questo valore lo crea. Rispettare le persone, privilegiare il pensiero e le idee è il punto di partenza per un “rinascimento” della pubblicità.
(Ecco, lo sapevo, mi sono lasciato trasportare ed esagero. Il paragone con Leonardo e Michelangelo forse è inadatto. Ma l’intenzione è buona :-) )

Io credo fermamente in quello che è stato codificato molto bene in DDB qualche anno fa, cioè alla catena virtuosa delle 3P, fatta da tre elementi elencati in rigoroso ordine di priorità e consequenzialità: PEOPLE, PRODUCT, PROFIT.
Valorizzando le persone si ottiene un buon prodotto (creativo). E un buon prodotto si vende. Quindi porta profitto per l’agenzia. E il profitto genera benessere, attira talenti, crea successo. Ma l’ordine non può e non deve essere invertito.

Non credo di essere l’unico a pensarla così, e proverò a ottenere un posto in consiglio al “ministero della creatività” per portare avanti qualche cambiamento. Il primo è proprio il dialogo e la collaborazione con l’ADCI. Se sono a scrivere in questo blog prima ancora di inviare il mio programma elettorale è perché mi piacerebbe ragionare in maniera dialogica, e non difensiva o offensiva, con voi che rappresentate in misura importante le prime due P della ricetta. E quindi, naturalmente, anche della terza. Che ne dite?

Buon lavoro.
Emanuele Nenna

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Basta essere anonimi.

Un commentatore anonimo ci scrive:

anonimo per necessità come i predecessori che hai pubblicato ti dico che la frase “Le giuro che non c’è cliente di The Name per cui vorrei lavorare” suona di spocchia e superbia
se non era questa l’intenzione hai suonato male.

Questo blog non pubblica i commenti anonimi per motivi dichiarati sin dal primo post. Nemmeno i commenti positivi o comunque favorevoli alle mie posizioni. Per esempio ne ho cassato uno carico di promesse intriganti: “ti voglio limonare duro.” La nostra categoria professionale è già sprofondata sin troppo nell’anonimato perché sia utile nascondersi anche anche nella sua “roccaforte virtuale”.

Avevo già chiarito il senso del mio giuramento rivolto all’avvocato Goetz. E avevo evitato di censurare quel commento anonimo proprio perché mi aveva fatto notare la possibile ambiguità della mia frase “non c’è cliente di The Name per cui vorrei lavorare”. La semplice verità è che non ci sono clienti per i quali in astratto io vorrei lavorare sinché non conosco gli interlocutori con cui dovrei interagire. Non sono quel genere di creativo che sogna di lavorare per Nike, per Ikea, per VW, per Apple, ecc. Il mio sogno è lavorare solo con persone per bene. Quale che sia l’azienda. Spiegarmi ulteriormente significherebbe parlare di aspetti miei personali. Non è lo scopo di questo blog. Può essere invece di interesse comune soffermarsi sull’incipit del commento non firmato dal quale sono partito: anonimo per necessità come i predecessori che hai pubblicato

Cosa cavolo significa? Perché così tante persone sentono e pensano che l’anonimato sia una necessità, una norma non scritta da dare per scontata senza metterla in discussione?
Qui si sta parlando di due amministratori delegati, Torchetti e Fusignani, che hanno violato le regole scritte degli Adci Awards per quanto riguarda la voce cerimonia di premiazione. Qui si sta parlando del diritto dell’ autore a restare autore, nel bene e nel male, di quello che pensa a fa.

È una discussione su un principio. Non a favore mio o dei due amministratori delegati in questione.

Quale è la necessità che porta a restare anonimi? Io non ne conosco. “Anonimo per necessità”, credi forse che se avessi firmato il tuo commento saresti finito nella lista nera dei creativi nemici di Guastini? E che questo ti avrebbe compromesso la carriera? Sopravvaluti me e soprattutto sottovaluti te stesso. Ma ti rendi conto di che problema hai? E va ben oltre la sfera professionale. Se hai un’idea tua, ci credi e hai delle argomentazioni per sostenerla, non puoi rinunciare per paura.

Se i creativi pubblicitari italiani hanno perso rilevanza (e consistenza) è proprio per questo atteggiamento diffusosi come un cancro “meglio non esporsi”, “meglio non farsi nemici”, “meglio piacere a tutti”.

Vi ricordo cosa scrisse un vero creativo pubblicitario, molto tempo fa: “Se prendi posizione nei confronti di qualcosa, troverai sempre chi è con te e chi è contro di te. Se non prendi posizione su nulla, non avrai nessuno contro ma neanche nessuno con te” (Bill Bernbach) Vale nel lavoro, vale soprattutto nella vita. I creativi sono le uniche persone che hanno il privilegio di poter lavorare come vivono. Ma se vivono da funzionari e burocrati, non saranno mai dei creativi veri. Quale che sia la job description fashion sul loro biglietto da visita.


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Egregio Avvocato Davide Goetz


Ho visto abbastanza film di John Wayne da ricordare la frase “è uno sporco lavoro ma qualcuno deve pur farlo”.
Posso anche immaginare che quella dell’avvocato sia una professione complessa.
Tuttavia ritengo che la legge dovrebbe essere uno strumento al servizio della giustizia e non un manganello da agitare minaccioso e prepotentemente all’indirizzo di chi cerca solo di ricordare le regole.
Credo che anche un avvocato debba avere un’etica e chiunque sia il cliente i cui interessi è chiamato a tutelare dovrebbe prestare più attenzione ai termini che utilizza e al tono con il quale si rivolge alla parte “avversa”.

Livore è per esempio una parola che viene spesso usata a sproposito. Non significa né sdegno, né indignazione. E nemmeno incazzatura, tanto per capirci.
Indica invece “un sentimento di invidia e di rancore”.
Attribuirmi “livore e un chiaro intento di sanzionare e colpire” Paolo Torchetti, è affermazione arbitraria, fuori luogo, che potrebbe indurmi anche a supporre un’intenzione diffamatoria ai miei danni.
Ho semplicemente fatto, sto cercando di fare, il mio lavoro di presidente Adci.
C’è un regolamento che parla chiaro anche a proposito della cerimonia di premiazione: i premi vengono ritirati dagli autori della campagna. A meno che non si rifiutino (non capita mai). Le campagne possono essere iscritte da chiunque ne sia autore e indipendentemente dal fatto che lavori ancora o meno nell’agenzia in cui ha realizzato quel progetto.
Mi dispiace che l’avvocato Goetz e il signor Torchetti trovino assurdo immaginare che gli Adci Awards vengano ritirati da “coloro con cui il rapporto era stato interrotto da tempo”.
D’altra parte il nostro regolamento la pensa diversamente. Chi non è d’accordo è liberissimo di non iscrivere i propri lavori agli Adci Awards.
Quello che non capisco è perché il cliente dell’avvocato Goetz, non iscrive i lavori agli Adci Awards, dal momento che sono il premio più ambito in Italia.
Mi è invece chiaro il perché aggiri il nostro regolamento ed estrometta tre dei quattro legittimi autori dalla premiazione: perché gli Adci Awards sono il premio più ambito d’Italia.
Tant’è, e non è un mistero, che i nostri premi contribuiscono in maniera rilevante alla reputazione dei creativi.
E non è irrilevante rilevare come questa reputazione si riverberi positivamente sul valore di mercato dei creativi più premiati.
L’operato del Signor Torchetti ha danneggiato un momento topico nella carriera di tre (dei quattro) autori del lavoro premiato.
Come presidente di questo Club sto pertanto valutando di adire a vie legali in ogni sede anche per il riconoscimento e il risarcimento dei danni procurati ai tre vincitori, estromessi arbitrariamente, contro il regolamento e soprattutto contro la loro volontà da un momento di grande visibilità.

Non saprei che rettifica più adeguata postare in questo blog, dal momento che tutto quello che ho sinora raccontato è la verità, tutta la verità nient’altro che la verità. E a differenza dell’avvocato Davide Goetz, per sostenerla non ho utilizzato perifrasi insultanti, gratuite attribuzioni di sentimenti non dimostrabili con chiari intenti diffamanti e denigratori.

Spero di essere stato chiaro, avvocato Goetz e Signor Torchetti. A disposizione per approfondimenti, non per essere nuovamente insultato.

Saluti
massimo guastini

(per chi si fosse perso le puntate precedenti, questo mio post ha determinato questa diffida.


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Un furto manifesto

Alessandro Izzillo, Daniele Dionisi e Giuseppe Scaglione sono stati defraudati del loro legittimo diritto a ritirare l’argento vinto nella sezione copywriting, agli Adci Awards, per la campagna “Il Manifesto a quaranta centesimi”.
Era un loro diritto da più punti di vista.
Avevano scritto i titoli premiati. E avevano pure pagato l’iscrizione agli Adci Awards di tasca propria.

Purtroppo ne sono stato informato a serata praticamente conclusa.
Ecco i fatti, ricostruiti.

Alessandro, Daniele e Giuseppe lavoravano nell’agenzia The Name, struttura che fa capo a Flumen Communication Companies.
Ai tempi delle iscrizioni agli Adci Award erano ormai dimissionari.
Decisero di pagare loro la quota di iscrizione perché Paolo Torchetti era contrario.
Per chi non lo sapesse, Torchetti è Chairman di Flumen (nonché “direttore creativo esecutivo di fatto” di The Name, mi ha spiegato Alessandro Izzillo).

Ancora giovedì mattina, la mia scaletta della serata di premiazione riportava i nomi di Alessandro, Daniele e Giuseppe, oltre a quello di Filippo Testa (quarto autore del lavoro).
Nel pomeriggio, Gabriele Biffi (Tesoriere Adci) mi ha comunicato di avere ricevuto una telefonata (da The Name) con la quale ci informavano che i premi alle campagne per il Manifesto sarebbero stati ritirati dai direttori creativi di Milano e Roma: Paolo Gorini e Filippo Testa.
Peccato che questa telefonata sia avvenuta all’insaputa dei tre che avevano iscritto i lavori.
Peccato che non fossero assolutamente d’accordo.
Peccato che Daniele si sia pagato un viaggio da Roma con la moglie per condividere con lei un momento importante.
E che Giuseppe si sia pagato il viaggio da Bologna per esserci.
I tre hanno scoperto il misfatto solo al momento della consegna del premio, quando anziché il proprio nome ne hanno sentiti annunciare altri.

Ma se Paolo Torchetti tiene tanto ai premi Adci perché non ha pagato la quota di iscrizione dei lavori? L’agenzia ha problemi economici?

“È sempre stato un problema convincerlo a iscrivere i nostri lavori all’Adci. È incazzato e sputa veleno sul Club per vecchie storie che non conosco” mi ha risposto Alessandro Izzillo.

Venerdì pomeriggio ho ricevuto una telefonata dal mio Consigliere Francesco Emiliani. Voleva avvisarmi che Paolo Torchetti l’aveva chiamato per sondare quanto sapessi di questa storia e come mi sarei comportato.
A Francesco ho risposto che ero parecchio schifato e intenzionato a pubblicarla. Ma di riferire che “stavo ancora valutando il da farsi”.
Probabilmente Paolo Torchetti è della scuola “la miglior difesa è l’attacco”. Così, a quanto mi è stato riferito, ha rilasciato un’intervista/comunicato in cui ironizza sul fatto che forse all’Adci avevamo finito i coni d’oro visto che alle campagne del Manifesto abbiamo dato “solo” due argenti.
Io credo che il signor Torchetti non abbia proprio nessun diritto di sindacare sull’operato dell’Adci. Anzi, dovrebbe trarne ispirazione.
A differenza sua noi non sottraiamo i premi. Li assegniamo.
Tant’è che, come presidente del Club, sono qui a raccontare questa storia poco edificante. Mi piacerebbe che anche al Manifesto la conoscessero.
Questa volta sarebbe sbagliato restare “dalla parte del torto”. Anche per 20 secondi.

Oggi Alessandro e Daniele lavorano in Pirella. Hanno raggiunto Taddeucci e Albanese, anch’essi fuoriusciti da The Name prima della parentesi in DDB.

Alessandro, Daniele, Giuseppe, vi faccio una promessa. Chiederò a Gabriele Biffi un cono special edition (“cono del risarcimento”) per ciascuno di voi e organizzerò una cena di premiazione dedicata a voi tre. Mi piacerebbe che partecipassero anche altri past president e soci Adci, per restituirvi, sia pure in una “cerimonia più intima”, quello che vi è stato tolto. Approfitterò dell’occasione per consegnare un altro premio “sottratto” indebitamente: il bronzo a Fabio Ferri per ‘Disconnect’ Fiat 500 by Diesel”.

Tutelare il nostro lavoro significa anche impedire che storie come queste passino nel silenzio.


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Il primo settennato di Enzo (Till Neuburg)

Le righe che seguono, potrebbero facilmente essere scritte da chiunque frequenta questo blog. Eppure sappiamo che non è affatto così. Un popolo che accetta ancora i misteri di Roberto Giacobbo e di Ustica, dei su e giù della Borsa, della strage di Bologna e delle mani bucate di Padre Pio, è una comunità che preferisce guardare cocciutamente dall’altra parte: là dove ti porta il quorum, un tranquillo weekend di natura, la pace dei sensitivi.

Chiunque non si accontenta delle encicliche, dei telegiornali, dei rating, delle conferenze stampa, delle statistiche, di Wikipedia e dei siti governativi… dalle nostre parti è bollato come dietrologo. Che è sinonimo di complottista, paranoico, fissato, sognatore. In una parola: rompiballe.

Invece, il tentativo di non accontentarsi delle versioni ufficiali e di guardare anche dietro la facciata (dove trovi il rovescio della medaglia, il blueback, il retrobottega, il teatro di posa, the dark side of the moon), aiuta a saper distinguere tra Lee Harvey Oswald, Pietro Valpreda, le armi di sterminio di massa, l’influenza aviaria, l’antrace, l’Aids… dalla realtà che, ahimé, non è mai solo O così o Pomì.

Ciò che è successo esattamente sette anni fa, ma anche prima e soprattutto dopo, in Iraq, a Roma, a Washington e in chissà quanti altri posticini, non è affatto riconducibile al destino. Chi non se la sente di dedicare un minuto alla memoria di un amico, forse è meglio che torni all’ennesima cialda di cafè. Io intanto, vado:

Sabato 21 agosto del 2004 fa, Enzo Baldoni fu rapito in Iraq.

Il giornale di Vittorio Feltri, “Libero”, commentò la notizia con il titolo a tutta pagina: “Vacanze intelligenti” e il vicedirettore, Renato Farina, pubblicò le seguenti frasi:

“Dopo le ferie intelligenti, proviamo a fare quelle sconvolgenti» (…).”

“Non è musulmano, è milanese; non aderisce ad Al Qaeda, per carità, ma in fondo giustifica chi spara ai marines. (…).”

“Basta che lui, e la gente come lui, con tutto il rispetto, faccia il proprio mestiere di creatore di spot. Gli venivano meglio. Non si va alla ventura come facili prede. Poi il prezzo lo pagano persone che non contano niente (l’interprete autista), la propria famiglia, e il governo. Torna Baldoni, e lìmitati agli aperitivi in piazza san Babila. E in vacanza cogli le pesche dell’agriturismo di famiglia”.

Dopo soli cinque giorni dal rapimento, Enzo fu assassinato e lo stesso direttore Feltri firmò un pezzo che si concluse con queste parole:

“Un uomo della sua età, moglie e due figli a carico, avrebbe fatto meglio a farsi consigliare da Alpitour, anziché dal Diario, la località dove trascorrere vacanze sia pure estreme (si dice così?)”.

Con il nome di copertura “Betulla”, Renato Farina è stato arruolato dal Sismi (Servizio per le Informazioni e la Sicurezza Militare) e per sua stessa ammissione, in cambio di denaro, forniva informazioni e pubblicò notizie false, reato per il quale nel 2007 fu radiato dall’Albo dei Giornalisti.

Nonostante la radiazione, Farina continuò a collaborare al quotidiano di Feltri in qualità di opinionista. Nel 2007 Farina si è dichiarato colpevole del reato di favoreggiamento nell’inchiesta sul rapimento dell’Imam di Milano, Abu Omar.

Nel 2008 è stato eletto deputato della Camera nelle liste del PdL. In sostituzione di Renato Brunetta (diventato ministro), oggi Farina fa parte della Commissione Cultura, Scienza e Istruzione. Ha scritto libri su Don Luigi Giussani, Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e Madre Teresa di Calcutta.

Sulla sua pagina Facebook, si autodefinisce con questa laudatio:

“Renato Farina è un giornalista e scrittore cattolico italiano. Deputato del PDL nella XVI legislatura, Farina è uno dei più grandi autori cattolici del nostro tempo”.

Evidentemente, anche grazie ai suoi trascorsi, da qualche tempo le sue interviste e apparizioni pubbliche alla tv, erano completamente cessate.

Invece, pochi giorni fa, il 29 luglio nella fatidica trasmissione mattutina “Cominciamo bene”, in compagnia del responsabile PD della cultura Matteo Orfini e di Vittorio Sgarbi, per oltre due ore il fantasma di Renato Farina è riapparso su RaiTre, per dire la sua sulla cultura nel nostro paese. A volte non solo tornano, ma frastornano chiunque conservi un briciolo di etica e di decenza.

Questo come back significa che prima di traslocare a La7, anche Ruffini ha voluto riciclare il denaro sporco della politica e del giornalismo – esattamente come prima di lui avevano già fatto i colleghi della televisione pubblica, Minzolini e Mimoun, con Gianni De Michelis (27 luglio 2011), Claudio Martelli (26 maggio 2011), Paolo Cirino Pomicino (22 febbraio 2011) , Calogero Mannino (30 novembre 2010) e Luciano Moggi (1° giugno 20011).

La stragrande maggioranza degli italiani ha considerato – e considera – l’esecuzione fisica e poi civica di Enzo, come una triste fatalità: “È stata una stramaledetta combinazione di circostanze”, “Con quei fanatici non c’era niente da fare”, “È stata pura sfiga”. Ma sotto sotto, in molti infornano la loro torta con il Farina del sacco di Feltri: “Ma chi gliel’ha fatto fare”, “Se vai in posti così, devi aspettarti di tutto”, “In fondo se l’è cercata”.

In questi sette anni ho parlato con centinaia di persone, amici e non amici, per sapere cosa pensassero, per esempio, del fatto che l’allora Capo dello Stato Carlo Azeglio Ciampi avesse insignito il contractor (una volta si diceva mercenario) Fabrizio Quattrocchi, con una Medaglia d’Oro al Valor Civile mentre, nonostante una petizione firmata da migliaia di cittadini per far assegnare a Enzo una Medaglia di eguale significato, il nostro Presidente della Repubblica e l’allora Ministro degli Esteri Massimo D’Alema non avevano mai risposto nemmeno (si fa per dire) con un sms.

Altre domande di questo tipo (domande che non si basano su opinioni, ma su circostanze e fatti precisi), ne sono state poste a centinaia. I proclami, le smentite, le bugie, gli intrighi, lo scaricabarile, le promesse non mantenute, le illazioni, il fango che sono stati buttati sulla “vicenda” E.B. da parte del governo, dei vertici della Croce Rossa, della stampa, dei partiti, delle autorità militari che organizzavano e comandavano le stragi sui civili iracheni, le coperture dei servizi segreti (sia italiani che stranieri), le bufale sparate dalle compagnie petrolifere… tutta questa fogna di deviazioni e falsità, ha ucciso Enzo decine e decine di volte.

In questo filmaccio, le comparse più squallide non si chiamano Bombolo, Alvaro Vitali, Monnezza, ma Gianni Letta, Vittorio Mincato, Nicolò Pollari, Maurizio Scelli, Franco Frattini e, ovviamente, il capo dei capi della recente politica italiana.

C’è stato un sistematico e reiterato dileggio nei confronti dell’opinione pubblica e, in sostanza, della famiglia di Enzo – sicuramente le persone che in questi sette anni ci hanno dato una costante lezione di civismo, coraggio e nobile discrezione.

Oggi, 26 agosto 2011, siamo tutti ancora più vicini a Giusi, Gabriella, Guido, Antonio, Sandro, Raffaele, Ida soprattutto perché dal 27 novembre scorso, finalmente c’è un luogo dove tutti possiamo stare con Enzo – non solo in modo virtuale. Quel giorno, nel cimitero di Saccovescio vicino a Preci, finalmente sono tornati nella sua terra i resti di Enzo.

http://www.repubblica.it/cronaca/2010/11/27/news/funerali_enzo_baldoni-9580711/

http://www.tgcom.mediaset.it/fotogallery/fotogallery9104.shtml?1

Dopo tanto tempo, forse è stato il primo giorno sereno nella vita di Enzo.
Finalmente, il nostro balenottero può danzare dove e come piace a lui – nel mare aperto della pace, dell’ironia, dell’immaginazione.

Till

Se vi è mancato il privilegio di conoscere il “Grande Cetaceo”, potete trovare altri pezzi che lo ricordano qui e qui. (m.g.)