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La creatività è di famiglia: “La creatività può essere semplice.”

Autrice: Cecil Morò

Tutto iniziò quel lontano giorno di Febbraio, d’un tratto la frenesia quotidiana dell’agenzia arrivò a casa nostra senza più possibilità di riparo. Chiamate a tutte le ore, e-mail all’impazzata e urgenze più di prima. 

Lavorare la notte per poter gestire la mattina i compiti della scuola tra una call e l’altra. Parlare al telefono con il tuo capo mentre cerchi di capire il nuovo esercizio di italiano. Travolta dalla nuova vita con doppio lavoro a tempo pieno, presa a capire come poter riuscire a fare tutto, non mi accorsi che anche il rapporto con lei stava cambiando. 

Lei, che come sempre aveva avuto un’idea più bella della mia, una di quelle che fanno bene al cuore.  Qualcuno direbbe con dentro un insight. “Mamma facciamo il montaggio insieme? Tu mi detti i secondi, io scrivo sul quaderno”. Avrei dovuto dirle di continuare a fare i compiti, ma in un istante capii che era il suo modo di trovare una soluzione: se devi lavorare e non puoi giocare con me, allora lavoro con te. Trovare una soluzione spesso non è semplice. Soprattutto per noi grandi, soprattutto in questo momento. Per noi creativi che abbiamo la fortuna di avere ancora un lavoro, sembrava quasi impossibile fare i genitori durante un brainstorming. Da sempre chiamati a stare nella strategia, rispettare le deadline, il budget e tutti i punti del brief, eravamo preparati ai rebus più complessi ma non alle cose più semplici. Semplici come la soluzione di Vittoria, come la nuova pausa pranzo con una pasta al volo e niente deliveroo da scegliere prima dell’interna, come le addizioni e le vocali da ripassare insieme, la filastrocca di Pasqua e le note musicali. Semplici come la passeggiata intorno al palazzo e la merenda al sacco sedute sul muretto più vicino a casa. Lo shopping esagerato ma solo al banco dei fiori. 

Naturale come ballare insieme, aspettare che vada via la pioggia ed entusiasmarsi solo perché è tornato il sole. Come non avere un piano e seguire il corso delle ore. 

E mentre la semplicità si iniziava a riprendere i suoi spazi, si fondeva con la creatività. 

Le canzoni cantate a casa sono diventate concerti, abbiamo consumato tè invisibili, immaginato di andare al mare senza prendere la macchina, finto di essere supereroi marini e costruito una città con i lego. Ci siamo immaginate a scuola, in montagna e anche in ufficio. A volte su un pianeta dove la luna si vede anche di giorno. La cucina è diventata un ristorante che porta il nome di mia mamma che da lassù controlla che il servizio sia perfetto. Sulle scarpe c’è un pulsante che ci trasforma in supereroi quando usciamo, così siamo più forti del virus e ha senso mettere le mascherine. 

Chi lo avrebbe mai detto che ogni giorno vissuto a casa, non sarebbe stato uguale all’altro, che in ogni giorno di smart working ci sarebbero stati anche attimi di immensa semplicità che avrebbero lasciato il segno?

La nuova vita oramai ha preso il sopravvento e se prima pensavamo che il lavoro avrebbe avuto la meglio, che il lavoro da casa non ci avrebbe dato nulla in cambio, oggi posso dire di essermi sbagliata. Vittoria ha capito che i grandi lavorano ma ancora non ha capito perché lo fanno tutto il giorno e a volte anche la sera. Ma io sono diventata la sua compagna di banco, lei il mio direttore creativo. 

Sembrava impossibile fare quel brainstorming, la vita mi ha portato a fare molto di più,

scoprendo che tornare alle cose più semplici è difficile, ma è anche bello.

Oggi quel montaggio è finito e con Vittoria ho scelto i colori e “le scritte”, selezionato le scene, commentato ridendo tutte quelle che non andavano e persino individuato quella da rimpiazzare perché era già in tv in un’altra pubblicità. Lei ha preteso di fare una call con il cliente. Oggi quel montaggio non farà parte del mio portfolio, ma sarà per sempre uno dei miei preferiti, uno di quelli che racchiuderà il ricordo più bello, quello di un periodo insieme che quando finirà, mi mancherà.

A Vittoria, alle sue soluzioni semplici, alla nostra nuova vita. Che possa essere sempre ricca di creatività semplice. 


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La creatività è di famiglia: “LOCKDOWN CON FIGLIO, INSOSPETTABILE MAESTRO ZEN.”

Autrice: Hana Kovacevic

Ci sono frasi che proprio non mi piacciono e che suonano più o meno come “dai, rilassati, le cose vengono da sole” oppure “non puoi tenere d’occhio tutto, take it easy” o simili. Io invece il controllo lo amo. Mi piace avere le cose sotto controllo e non trovo nulla di affascinante in quei momenti in cui caos e improvvisazione prendono il sopravvento.

Il mio controllo è sempre stato funzionale a farmi vivere meglio. Ok, forse la mia intolleranza verso i layout disallineati o i file con i nomi insensati va un po’ oltre. Ma queste, si sa, sono cose che dividono il mondo in due, e io ho fatto la mia scelta.

A proposito di scelte: ogni giorno ne facciamo tantissime e da genitori se ne fanno ancora di più. Da quando sono diventata mamma le decisioni da prendere sono cresciute esponenzialmente e ora influiscono direttamente sulla vita di una persona, non solo sulla mia. La persona che sto crescendo, di cui ho la responsabilità completa. Le scelte, c’è da dire, sono molto legate al controllo. Più lo si cerca, più decisioni bisogna prendere per provare ad avere la situazione sott’occhio.

Stacco, arriva il lockdown. Ecco che controllo e scelte di colpo diventano ancora più centrali. Mio figlio ha quattro anni: troppo piccolo per capire davvero cosa sta succedendo, troppo grande per essere protetto totalmente e restare all’oscuro di tutto. Le scelte da fare non solo si sono moltiplicate. Si sono concentrate nello spazio domestico che, per quanto confortevole, è pur sempre uno spazio ridotto. E soprattutto ricadono tutte su me e mio marito: maestre, nonni e tate – la micro-comunità che ci supporta nella crescita dei figli – sono improvvisamente spariti.  

Quanto spazio concedere ai cartoni animati, quanto alla didattica e ai lavoretti creativi, quanto al gioco? E poi: un cartone animato in inglese è didattico oppure no? E quello in croato? A tutto questo si aggiunge la questione del lavoro e di come gestirlo in casa. A volte scelgo di coinvolgere mio figlio, evitando di zittirlo sempre. Anche se poi la situazione sfugge di mano come l’altro giorno, quando compariva nello sfondo durante la conference call con un auricolare esclamando: “adesso vi metto in muto!”. 

Altro tema importante: quali informazioni condividere con mio figlio, quali parti del TG fargli ascoltare insieme a noi e in quale momento cambiare canale? E soprattutto: cosa raccontargli e cosa omettere, per non creare un effetto peggiore del lockdown stesso?

Piano piano abbiamo trovato la nostra formula, scegliendo quali concetti passare e quali no, quali spiegazioni dare all’assenza dei nonni e agli incontri in videocall con gli amici. Il tutto dopo tante riflessioni, un po’ di indecisione e una certa tensione da parte nostra… ma non da parte sua. Perché lui comprendeva tutto, serenissimo, anzi, felice, proprio come durante i weekend e le vacanze. Perché era con noi. All’inizio pensavamo fosse una prima reazione, ma dopo sei settimane di lockdown lui è ancora sereno. È stata la sorpresa più grande di questo periodo.

La spiegazione è semplice: lui è contento di stare con noi, perché probabilmente di solito è la nostra assenza la privazione che soffre di più. E tutto quello che sta accadendo, e che lui comprende, è compensato dalla nostra presenza costante, che lo rende felice. Certo, ha colto perfettamente che ci sono nuovi pericoli che prima non conosceva, e che le cose sono cambiate, ma la cosa sorprendente è che ho visto in lui una capacità di adattamento migliore della nostra. E l’abilità, pur nella gravità dei fatti, di “sapersi godere la situazione”. L’ho visto cresciuto e più consapevole, pur nella sua ingenuità di bimbo, ho avuto la possibilità di vedere il suo carattere in modo più chiaro. 

E ho fatto l’ennesima scelta, ma diversa, questa volta. Meno ragionata, e decisamente più leggera. Ho scelto di non farmi travolgere dal mio bisogno di controllo, dalla mia mente, ma di seguire la sua. Ho deciso di farmi guidare da lui, e di assorbire la serenità che dal primo giorno di lockdown proietta su di noi.


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La creatività è di famiglia: “TEMPO AL TEMPO.”

Autori: Valentina Amenta e Paolo Bartalucci

‘Posso correre?’ Questa è stata la prima e unica domanda che nostra figlia Matilde, 5 anni, ci ha fatto la prima volta che siamo usciti. Dopo che per 9 settimane era stata tranquillamente in casa. A dire la verità eravamo solo scesi in strada per mettere in moto l’auto e controllare che la batteria fosse ancora carica. 

La risposta, non immediata, è stata: – Sì, certo. 

In quel momento è scattata in avanti e fino all’incrocio non si è più fermata. Poi, dopo che si è voltata verso di noi, ha aspettato un cenno per fare tutto daccapo, di corsa. Senza fiato. 

La ‘malattia’, come la chiamano lei e sua sorella Ludovica di 3 anni, non le ha messo paura come ad altri bambini. Ma le ha tolto la libertà. 

Come a sua sorella più piccola, il cui desiderio più grande è spaventosamente molto milanese: uscire per andare a passeggiare a City Life.  

Siamo tutti e quattro, babbo-mamma e figlie, finiti in un planetario esperimento di antropologia culturale che a dire la verità, se mondato dalla tragicità di chi ha perso qualcuno, è grottesco. Grottesco perché ci siamo ricordati improvvisamente e dolorosamente, come quando ci ricordiamo che non abbiamo il latte in frigo, che non siamo eterni.

E dopo tutto le cose inaspettate valgono il doppio.

E ora, mentre aspettiamo la Fase 2, che a dire la verità ci spaventa esattamente come ci spaventava la Fase 1, non riusciamo ad esaltarci troppo per la riapertura delle cartolerie, forse per il fatto che le nostre figlie non sono ancora scolarizzate, o per le gabbiette di plexiglas in spiaggia, perché le nostre estati di solito le passiamo tra le solitarie colline senesi e una spiaggia libera siciliana semideserta.

Nella seconda Fase però cercheremo di esaltarci per quel poco di buono che abbiamo imparato. Dal lock down in poi noi, per esempio, ci siamo ritrovati sposati e con figli, senza nemmeno essercene troppo resi conto, presi come siamo ed eravamo dal lavoro. 

Quindi al netto che nella vita dovremmo tutti imparare, anche prima che questo orrendo evento biologico si manifestasse, a capire cosa ne facciamo di ogni benedetto giorno che Dio o chi per lui ci regala, abbiamo cercato di prendere lentamente fiato – come nei tutorial di yoga che avete tutti almeno una volta fatto nella Fase 1 – e di capire come usare al meglio il nostro tempo.

Il nostro spirito guida in questo giro di condominiale consapevolezza è stato l’albero che vediamo dalla nostra cucina e dalla nostra veranda. 

In questi due mesi, in cui ci siamo sono accorti che tecnologia e globalizzazione non servono a controllare gli eventi, lui in maniera elegante e imponente, si è messo prima a germogliare e poi a fiorire. Pian piano, respirando lentamente. 

L’ippocastano, una pianta enorme di almeno 20 metri, ci ha spinto a modo suo a leggere di nuovo quanti più libri potevamo e a giocare di più con le nostre figlie. Perché se il tempo lui lo usava per vivere e rivivere, non lo dovevamo fare anche noi? E così da quando siamo in questa casa, una siciliana e un toscano, abbiamo per la prima volta osservato bene fuori per guardare meglio dentro di noi. Forse cercavamo l’orizzonte del mare o il movimento delle colline. Sinceramente non lo sappiamo.

Sappiamo solo che non impediremo mai alle nostre figlie di correre, e non le impediremo nemmeno di fermarsi. Perché dovranno imparare come noi che c’è un tempo per correre, uno per fermarsi e uno per respirare, come ci ha insegnato lui. E possibilmente senza mascherina.


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La creatività è di famiglia: “CANZONE, CERCALA SE PUOI.”

4 figli e uno smart working.

Autore: Massimo Sala

Nella vita ci sono verità inaspettate, che ci colgono alla sprovvista e ci fanno dubitare di noi e del nostro posto nel mondo.

Ad esempio, facciamo molta fatica ad accettare che la Regina cattiva di Biancaneve non abbia mai detto in vita sua “specchio, specchio delle mie brame”, bensì un più ostico “specchio servo delle mie brame”. Se qualcuno di voi lo scopre adesso me ne rammarico, ma sto fare un’altra grande rivelazione.

La bellissima e famosissima “Canzone” di Lucio Dalla non è di Lucio. O almeno, non lo è il testo.

Perché il pezzo è stato scritto da Samuele Bersani, il quale un giorno me ne raccontò la genesi. 

In breve: immaginò una canzone d’amore che girasse per le vie di Bologna alla ricerca, tra tutte le ragazze, di quella che lo aveva appena scaricato. E lei, solo lei, riconoscendo in quei versi una dedica struggente, sarebbe corsa tra le sue braccia. 

Cosa che non accadde, ma non è questo il punto.

L’introduzione mi era necessaria per spiegare questa quarantena con la mia famiglia – strana, ve lo può confermare chiunque ci conosca – composta da me, la mia compagna e quattro figli (Mia 2 anni, Claudio 10, Emma 12 e Anita 12). Quest’ultima in trasferta a Londra per studio.

Ma torniamo al dunque: perché questo aneddoto dovrebbe essere funzionale allo scopo di questo articolo? Ve lo spiego subito.

Perché quando tutto questo ha avuto inizio, mi sono guardato intorno e ho pensato: se proprio dobbiamo stare qui, provo a scegliere una musica per ciascuno di questi quattro piccoli matti. 

E vediamo se le mie canzoni li cercano, li trovano, gli raccontano qualcosa di me e di noi.

Qualcosa che magari a causa del lavoro che faccio, e sono certo ci siamo capiti al volo, non ho avuto tempo di spiegare come avrei voluto, potuto o sperato.

E allora a Mia, la piccolina di casa, ho acceso le musiche francesi pour bebè, io che a Parigi avrei voluto viverci e dalla quale non posso stare lontano. 

Obiettivo? Staccarla dalla tetta, ça va sans dire.

Basta illuminarti per una poppatina, proviamoci con la Ville Lumiére e la sua parlata affascinante. 

Io e te al buio, nel lettone, insieme a Alouette e Une Souris Verte. E sì, ammetto, invitando ogni tanto un Charles Trenet allegro, che fa capolino cantando ‘Boum’.

A Claudio, una vita da mediano dei Teen Titans Go e simili, ho spedito una canzone furba e anche un po’ paracula: il jazz di Sidney Bechet o Django Reinhardt che apre i film di Woody Allen. 

E così, con la scusa della curiosità, quelle note pazzesche l’hanno trovato e messo sul divano a scoprire le gag assurde di Amore e Guerra o i bar fumosi di Manhattan. Durerà? Vedremo. 

Per ora i supereroi battono ancora il vecchio Woody, ma c’è speranza.

E per Emma? La canzone che ho sguinzagliato a cercarla è “Girls just want to have fun”. 

Perché Cindy Lauper è Cindy Lauper e invece tu, biondina mia, hai l’onere e l’onore di essere una quasi ragazza e una futura donna. E dovrai camminare con orgoglio, a testa alta, senza passi indietro, guadagnarti tutto.

Ma anche con la certezza che tu, proprio tu, il mondo lo potrai cambiare.

Quindi è il momento di prendere un mio vecchio iPhone, aprire Spotify e sparare a tutto volume. Spalancare il tuo armadio e scegliere cosa senti tuo. Aprire i trucchi di Francy e guardare quante facce ci possono essere in uno specchio. È una canzone di libertà, uno spartito assurdo che spazia da Elettra Lamborghini ai Beatles, dal jeans alla gonna, tuta o Pied Poule, brufoletti e ombretti.

Trovati un’idea da sostenere e abiurala il giorno dopo. A 12 anni l’incoerenza è il meglio che possa sperare per te.

E poi c’è Anita. Là a Londra. La musica da farle arrivare viaggia attraverso FaceTime ed è una canzone a Cappella: solo parole. Per tentare di trasportarla qui, nella cucina dove combattiamo battaglie che neanche a Fort Alamo, per stare seduti composti o almeno evitare di sembrare in una performance di Marina Abramović. Parole per raccontarle che la sua sorellina mica se la dimentica, che prestissimo arriverà l’estate e con lei talmente tante secchiate d’acqua che rimpiangerà le London showers.

Questi siamo noi. Due mesi a inventare, scoprire, cambiare.

E se qualcuno (dubito fortemente, ma ho bisogno di una chiusa) si stesse chiedendo quale canzone ho mandato a cercare me e Francesca, rispondo senza esitazioni: tutto il resto è noia.

Ci manchi, Califfo.