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ESSENTIALS – 10 libri (non essenziali) per copywriter.

Autore: Maurizio Tozzini

Non amo particolarmente le liste. Per dire, sono uno di quelli che fa la lista per la spesa e poi la dimentica costantemente a casa.

Inoltre non credo ci sia un assioma, un dogma, né tantomeno un libro da studiare per fare il mestiere di copywriter. Ho conosciuto ottimi copywriter che avevano studiato economia o architettura, altri che arrivavano da un lavoro contadino, altri ancora avevano un passato fin troppo nebuloso e costellato di esperienze al limite della legione straniera.

Forse proprio per questo, quando mi hanno chiesto di creare questa lista di libri, ho subito risposto di sì con entusiasmo. Perché 1) so che se la dimenticheranno quasi tutti e 2) non sarà in alcun modo definitiva, dogmatica, imprescindibile. 

Non importa quali libri si leggono, conta il bagaglio di storie che ci portiamo dietro. Ogni copywriter è un drogato di storie, farebbe qualsiasi cosa per procurarsene una buona.

Ecco, allora invece di replicare un decalogo che potete trovare fino a pagina 3 di Google, cercherò di darvi qualche consiglio un po’ sovversivo, o quantomeno non così scontato.

Pensata così la lista può essere utile, soprattutto se non è fatta di manuali cool ma di libri un po’ strambi, magari vecchi e dimenticati, un po’ come quelle chicche che si trovano nei mercatini dell’usato.

Vediamo cosa possiamo pescare:

1. Miguel de Cervantes – Don Chisciotte

Ok, avete ragione. Non siamo partiti con una rarità. Ma chi di voi l’ha letto davvero? Sì, perché il Don Chisciotte è uno di quei testi che molti pensano di aver già letto, “da qualche parte”, “magari non tutto” “sì, me lo ricordo”. Come in un’altra vita.

Il motivo è che, al di là del suo merito storico e del suo valore iconico (è il primo romanzo moderno) in questo testo ci sono quasi tutte le strutture comiche che troverete in una commedia di qualunque genere e che userete in uno script. 

Dalla legge degli opposti comici (per capirci, da Don Chisciotte e Sancho Panza sono nati Stanlio e Ollio, Totò e Peppino, Bud Spencer e Terence Hill, ecc. la lista è lunghetta) al “fuori contesto”, dal “mito dell’ultima grande idea” alla risposta fuori luogo, quasi tutto è raccolto in questo libro ed è stato ereditato dai comici di tutto il mondo.

Inoltre, se parliamo di storie, questo è lo Chateau Latour delle storie, più invecchia più diventa profondo, profetico, sorprendentemente attuale.

Non so perché, ma quando vedo Trump che promette di costruire un muro lunghissimo e accanto a lui vedo la faccia di uno qualsiasi dei suoi assistenti, non riesco a non pensare al buon Sancho Panza che fa buon viso a cattivo gioco.

E se un presidente degli Stati Uniti, con un paio di accorgimenti tratti dal Don Chisciotte, può diventare tragicomico, lo stesso può succedere ai personaggi dei vostri script. 

2. Roland Barthes – Frammenti di un discorso amoroso

Si dice che ogni storia sia una storia d’amore. Ma dal dirlo al dimostrarlo ce ne passa. Ed è proprio per questo che il libro di Barthes è geniale. 

Ci vuole una discreta dose di vanità, oltreché di sapienza e genialità, per ambire a ridurre ogni storia d’amore mai esistita in una specie di puzzle. Ma è proprio ciò che avviene sotto i nostri occhi leggendo queste pagine. 

Con un’analisi semiotica a dir poco acrobatica ma anche con una leggerezza e una raffinatezza disarmanti, il libro ci dimostra come tutte le storie d’amore del mondo, anche quelle più disperate, combattute, quelle di una sera o di una vita, la vostra che è appena finita e quella di Via col Vento, possono stare, comode comode, in 80 parole. Perché si somigliano tutte, tutte hanno la stessa struttura, le stesse schermaglie, la stessa disarmante prevedibilità.

Ottanta frammenti, fitti, stratificati, ricchi di riferimenti e ricchi di significati, ottanta capitoletti di una pagina e mezzo l’uno che racchiudono il vocabolario dell’amore e che classificano, senza pietà ma con straordinaria precisione, quella che una volta era un’insondabile danza del cuore.

Ottanta concetti che non potrete mai dimenticare quando starete iniziando a scrivere uno script che, anche alla lontana, parla d’amore.

NB: Leggetelo assolutamente se siete appena stati mollati e siete nella fase acuta. Vi guarirà all’istante.

3. Gino & Michele, Matteo Molinari – Anche le formiche nel loro piccolo s’incazzano

Se parliamo di scrivere copyAD, claim, headline spesso stiamo parlando di questo. Un cortocircuito, una folgorazione, una mossa tipo scacco matto. Ovvero, una battuta.

Beh, allora leggete questo libro, il primo, quello originale, che non doveva vendere un milione di copie ma alla fine è diventato un’istituzione, con più di dieci edizioni, nato da una delle intuizioni più geniali di Gino e Michele.

“Anche Le Formiche” sono una lista volutamente arbitraria – come quella che state leggendo – che salta di palo in frasca, liberamente, passando da Woody Allen a Papa Giovanni XXIII, da Oscar Wilde a Snoopy fino ad una scritta su un muro.

Troverete una fonte inesauribile di ispirazione, di storytelling fulminante, di spiazzante vivacità, un libro che vale più di dieci manuali sul copywriting e che a mio parere dovrebbe restare inchiodato sul vostro comodino, quando tornate a casa e non sapete come scrivere quella head per Fonzies o quello script per Buondì Motta.

Non per niente contiene un paio di celeberrime battute tratte da famosi spot, pur desolatamente anonime – perché sì, purtroppo il destino dei bravi copywriter somiglia a quello dei bravi sceneggiatori.

Ovviamente, se preferite una conoscenza enciclopedica dell’argomento, è uscito da poco Il Formichetti, la summa delle Formiche. Inoltre, per chi si sente troppo social e contemporaneo per Woody Allen, da segnalare il più recente capitolo della saga, scritto in collaborazione con Francesco Bozza, che contiene la stessa vertiginosa immediatezza delle Formiche originali, però amplificata dall’istantaneità e dal senso di urgenza dei social, in puro stile here and now. 

Dai post ai meme, la dimostrazione che un copy non può non essere un battutista. O almeno provarci.

4. Octavio Paz – Vento Cardinale e altre poesie / Qualunque autore – Qualunque libro di poesie

Può darsi che il mio modo di vedere la nostra professione sia piuttosto ingenuo, visti i molteplici abbrutimenti nel mondo dell’advertising che noi tutti conosciamo, ma la base del copywriting resta quella. La parola.

Non solo nella sua funzione descrittiva (quella la conoscono fin troppo bene anche i clienti) ma soprattutto nella sua funzione emotiva, musicale, metaforica. Come diceva Paul Valery, “la poesia è una lenta esitazione tra senso e suono.” Ecco, anche il buon copywriting lo è.

Proprio per questo motivo trovate in lista un libro di poesie. Se non vi piace Octavio Paz e siete dei fanatici di Rimbaud o di Whitman, va benissimo lo stesso. Leggete poesie. Lasciatevi per un momento alle spalle il motivo per cui le state leggendo, la loro funzione, il loro senso o non senso. 

Godetevi ogni parola, ogni suo colore (sì, io penso che le parole abbiano colori e sfumature, perdonatemi) la sua vibrazione e l’accostamento ardito con altre parole. 

Vi servirà? Io spero di sì. Tenete conto che ogni copywriter ha a che fare, per il 90% del suo tempo, con frasi brevi, banali, piene di divieti (“parliamo di sconti, ma in modo premium”) e che il più delle volte le parole richieste non si discostano molto dal “più qualità più convenienza”. 

Anche lì, dove meno ve lo aspettereste, può venirvi in soccorso la poesia. Perché aggiungere un po’ di suono dove c’è solo senso può fare la differenza.

Nello specifico, se non conoscete Octavio Paz, eccolo qui. Messicano, giramondo, premio Nobel per la letteratura, poeta sopraffino, esteta e cultore della parola, che nei suoi componimenti viene tagliata e ripulita come una pietra preziosa, innalzata a livelli ultraterreni, e che quando raggiunge il confine della perfezione culmina in quella che lui stesso definisce “l’onnipotenza del silenzio”. 

Un po’ come i Pink Floyd dei giorni migliori, insomma.

5. Italo Calvino – Le città invisibili

Beh, anche qui non siamo nel campo dell’innovazione pura. Ma credo che Italo Calvino non possa mancare nella libreria di nessun copy che voglia davvero esserlo.

E tra tutti ho scelto il testo più matematico, più strutturato, più labirintico, ma anche il più lirico, nella sua ferrea architettura.

Anche questo libro appartiene alla sfilza di testi che tutti hanno letto, magari al liceo, ma che spesso non si conoscono. Perché a quell’età siamo troppo occupati per riuscire davvero a capirne il significato. 

Provate a rileggerlo, come se fosse una sorta di Black Mirror in versione cartacea, e scoprirete uno strumento universale per la creazione di storie.

Ovvero un punto fermo. È tutto ciò che serve.

Come un compasso, la penna di Calvino traccia un intero universo partendo da un punto fermo: l’idea di città, come microcosmo governato da regole proprie, che possono sovvertire quelle a cui siamo abituati, fino a risultati vertiginosi. Ecco che ci sono città in cui il futuro diventa passato, città in cui non ci si guarda negli occhi, città che cambiano aspetto in base all’umore dei cittadini. Città astratte, città aeree, città ridicole.

In quanti modi la creatività può trasformare un singolo elemento in qualcosa di divertente, iperbolico, lirico, ecc? Potete scoprirlo con gli “Esercizi di stile” di Queneau, oppure potete impararlo leggendo uno scrittore superbo, e poi magari potete provare a immaginare come sarebbe la città del brand su cui state lavorando. Secondo me qualche idea vi verrà. 

Almeno, a quelli di Monsters & Co. è venuta.

6. Naomi  Klein – No Logo

Vi avevo avvertito della totale imprevedibilità di questa lista. Ebbene, ci siamo.

Per quale motivo consiglierei ad un/una giovane copywriter di leggere avidamente la bibbia del movimento no-global, un testo che ha rappresentato la prima, dirompente chiamata alle armi contro i disastri creati dal capitalismo e dai nostri benamati brand?

Il motivo è semplice. Perdere l’innocenza.

Tutto ciò che scriverete dopo aver letto questo libro sarà più disincantato e perciò più vero, e anche la vostra comprensione delle reali esigenze di un cliente lo sarà.

Sia chiaro, qui non si tratta di parteggiare per una o l’altra parte, lavorare per un brand o essere al servizio del diavolo, anche se, ad un certo punto della lettura, scommetto che arriverete a pensarlo.

Si tratta di sapere come vanno le cose, guardare in faccia una realtà che, anche se vecchia di 20 anni (il libro è del 2000) è ancora tristemente vera e per certi versi immutata, o di capire chi avete davanti quando leggete certi nomi in un brief, e anche certi altri nomi che vorrebbero tanto essere quei primi nomi.

Perché non si può creare uno spettacolo in cui il pubblico si perda se non conosciamo profondamente ogni trave che sostiene il palcoscenico, ogni argano che lo muove, ogni buio anfratto in cui cambiarsi d’abito.

Per contro, non vi garantisco che se leggerete questo testo senza preclusioni o pregiudizi diventerete più buoni. È più probabile anzi che diventerete più cinici. Perché riuscirete a trovare, in alcuni meccanismi che nel libro vengono scoperchiati, analizzati e sistematizzati, un buon vademecum per nuove idee.

Sì, finiremo tutti all’inferno, ma qui dentro ci sono buoni spunti per le vostre strategie, per le vostre campagne, per le vostre storie. E non avevamo detto all’inizio che noi drogati di storie faremmo di tutto per trovarne una buona?

7. Don De Lillo – Underworld

Potrei elencare almeno un milione di motivi per cui questo romanzo ha il diritto di entrare in questa lista. Ma, cosa più importante, non ne trovo nemmeno uno per escluderlo.

Iniziamo dal motivo più facile. È uno dei 5 capolavori della letteratura contemporanea. Chiunque siano gli altri 4. 

Ma, particolare non secondario per noi “scrittori di scritte”, è la straordinaria potenza della scrittura a fare di “Underworld” un libro da leggere assolutamente. La vivezza delle sue immagini e l’acuta bellezza delle singole frasi ti si incolla addosso e diventa parte del tuo mondo, come certe t-shirt che sconfiggono il tempo e le mode.

Se non ci credete andate in libreria e leggete le prime 4 pagine, ovvero la descrizione di un adolescente senza biglietto che scavalca i cancelli dello stadio per andare a vedere le finali di campionato di baseball.

In quelle 4 pagine troverete la magia, e non vorrete più separarvi da quella storia, piccola e grande insieme, desolata e magnifica, che è la storia di una pallina da baseball che passa di mano in mano ed è anche la storia vorticosa, contraddittoria e sotterranea dell’America.

Come Don De Lillo riesca a rendere iconico anche il più infimo dei particolari, anche il più secondario dei personaggi non mi è ancora del tutto chiaro, così come non mi è chiaro come non abbia ancora vinto il premio Nobel per la Letteratura.

Mi è chiaro però che, raccontando un mondo fatto di scorie, culturali, fisiche sociologiche, questo libro offre a noi copywriter, oltreché un feticcio di scrittura creativa, anche uno splendido esempio di come una frase possa fare la differenza, rendendo memorabile ciò che è infimo.

8. Alessandro Baricco – The Game

Prima di iniziare a parlarvi di questo libro devo fare una brevissima confessione. Io ho fatto il Master della Scuola Holden. Non lo dico per non sembrare ruffiano, tutto l’opposto. Come molti di quelli che sono entrati alla Holden negli anni in cui Baricco era cool, io amavo i suoi romanzi. Come molti di coloro che sono usciti da quella scuola, non l’ho più considerato molto cool, per dirla in modo gentile.

Quindi ho rimuginato a lungo sull’opportunità o meno di includere questo libro nella mia inutile lista, e alla fine non ho potuto esimermi.

Perché – notizia non proprio fresca – stiamo vivendo una rivoluzione spettacolare della nostra società. Una rivoluzione non tanto digitale quanto mentale. 

E sì, un giovane copywriter deve saper scrivere, e anche bene, ma allo stesso tempo deve confrontarsi con paradigmi e strutture più complesse di quanto i clienti, e spesso anche le agenzie, abbiano mai affrontato e possano davvero comprendere.

Nuovi mercati, nuovi comportamenti, nuove domande.

Bene, The Game non è nient’altro che questo. Una mappa, uno scheletro, uno scavo archeologico. L’evoluzione, anzi l’esplosione di queste nuove strutture ridotta al grado zero, senza ridondanze o pregiudizi.

Quello che Baricco ci offre è un sentiero per orientarsi in tanta complessità, tracciato con intelligenza, sguardo lucido, parole semplici e una punta di supponenza e vanità (chiedo venia, i vecchi fantasmi abitano ancora qui.)

Ma al di là delle mie personali idiosincrasie, leggetelo. Che siate giovani creativi o ex giovani creativi, copy digital, social, neutral, retrò o avantgarde.

Vi prometto che il prossimo brief “integrato” lo guarderete con occhi nuovi.

9. Jeffrey Eugenides – Middlesex

Parlando di rivoluzioni, non è una novità che gli ultimi anni, dal movimento Me Too alle leggi per il riconoscimento dei diritti lgbtq (forse ci sono ancora delle consonanti, ma non le ricordo) siano stati un vero e proprio detonatore culturale di libertà, accettazione e diversity. 

Parallelamente sono aumentate le campagne di comunicazione e, prima di loro, i brief sui tavoli dei poveri copywriter.

Purtroppo, però, non esiste ancora nessun manuale che offra regole o suggerimenti specifici su come affrontare certe tematiche in comunicazione.

Ovviamente non ho una soluzione, ma di solito conoscere “l’avversario” (inteso come avversario metaforico, sia chiaro) aiuta sempre, e più a fondo lo si conosce più ne si comprendono esigenze, desideri, stati d’animo. E a quel punto forse la comunicazione funziona.

Nella mia limitata esperienza non ho trovato nessun testo che sapesse indagare così a fondo, con così tanta sensibilità e ricchezza, il tema del crossing e della diversità come Middlesex.

Scritto nel 2003, con sorprendente anticipo rispetto al nostro orizzonte culturale, questo romanzo di formazione racconta la storia di un ermafrodito, nato e vissuto come bambina prima di scoprire la propria vera natura e affrontare la transizione, non senza violente battaglie.

Ma la straordinaria intimità che Eugenides è capace di generare attraverso la scrittura ci porta a scoprire sfumature di pensiero che mai avremmo considerato. Gli sguardi di Calliope/Cal su chi e cosa la circondano mettono a nudo molti dei nostri pregiudizi e smantellano molte delle teorie (ufficiali o da bar) attraverso cui giudichiamo la diversità.

Praticamente, al prezzo di un premio Pulitzer, con Middlesex avrete anche una miniera di insight. 

10. Voltaire – Candido, ovvero l’ottimismo

Immagino già la vostra faccia con gli occhi all’insù e la vostra domanda. Cosa ci fa Voltaire (e soprattutto l’ottimismo) sul comodino di un copywriter? Perché mai dovrei leggere un pallosissimo libro del ‘700, io che scrivo al massimo un radio da 30 secondi nel 2020?

Per due ottimi motivi: in primis è tutto fuorché palloso. Chi dice che è palloso non l’ha mai letto. Per darvi un’idea, Voltaire era una via di mezzo tra Mick Jagger e Micheal Moore, amava le donne, amava litigare, amava creare scandalo e amava farsi dei nemici.

E nel suo libricino più famoso, lungo non più di 150 pagine, è riuscito ad infilare così tante storie rocambolesche, spassose, piene di uccisioni, pestaggi, fughe, inganni, pericoli scampati e incantesimi da fare invidia a Rambo, Indiana Jones e Sette anni in Tibet. Non era esattamente quello che vi aspettavate, dite la verità.

Ecco, leggendo questa travolgente storia, la prossima volta saprete che le vie della creatività sono infinite, perché stanno tutte nella nostra immaginazione. E tutto, ma proprio tutto, anche il personaggio che avete creato per vendere biscotti, può diventare un personaggio tragico o comico, vivere una storia d’amore in 30 secondi ma anche il suo contrario.

Sempre a patto che non abbiate paura di tuffarvi e giocare.

Ah, quasi dimenticavo il secondo motivo, che in realtà risiede nella frase più famosa del libro, e che ci ricorda in cosa consista in fondo il nostro mestiere.

“Ben detto” rispose Candide “ma dobbiamo coltivare il nostro orto.”

Al di là della grandezza a cui aspiriamo, dei paroloni di cui troppo spesso ci riempiamo la bocca e dell’allure di artisti che ci portiamo dietro, noi siamo sempre, prima di tutto, artigiani. 

E come tali non dobbiamo mai smettere di coltivare il nostro orto.

Ecco, questa mi sembra una bella frase, quando penso al nostro mestiere, e un ottimo consiglio per ogni copywriter.


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ESSENTIALS – I 10 ASSOLI DI CHITARRA ELETTRICA PIÙ ICONICI

Autore: Roberto Giardinelli

Ringrazio questa quarantena per aver riacceso in me una passione che si era assopita ormai da qualche anno: la chitarra elettrica.

Dato che ci siamo trovati forzatamente a passare un bel po’ di tempo con noi stessi, mi son deciso a riaccendere l’amplificatore (per la gioia dei miei vicini) e a impugnare di nuovo la mia chitarra elettrica rossa fiammeggiante, con la quale ho passato tutta l’adolescenza tra band punk rock e metal.

I primi giorni sono stati tragici: le dita erano completamente ingessate e i calli sul medio e anulare della mano sinistra bruciavano parecchio.

Ma dopo 2 o 3 settimane le cose hanno iniziato ad andare per il verso giusto; mi son messo davanti ai tutorial di YouTube e tra una bestemmia e l’altra ho iniziato a suonicchiare prima l’assolo di You shook me all night long degli AC-DC, poi quello di Nothing else matters e poi qualcosina dei Queen.

Ehi… ero tornato! Il rocker di 15 anni fa che spaccava i palchi dei Circoli Arci dell’hinterland milanese era di nuovo “sul pezzo”. 

(N.d.R. Parlo di soli 4 o 5 concerti davanti alla mia famiglia e amici, che avevo pregato in ginocchio per essere quel giorno alla “Festa della birra di Lacchiarella”). 

L’entusiasmo è finito molto presto quando ho provato ad alzare l’asticella e a buttarmi sull’assolo di Hold the line dei Toto: 3 giorni e 3 notti cercando di imparare il pezzo centrale di quell’assolo… ahimè ho dovuto gettare la spugna. 

Ma questa è un’altra storia.

La cosa importante è che queste settimane mi hanno fatto nuovamente catapultare dentro la testa contorta di chitarristi solisti con mani che viaggiano a mille all’ora, capaci di creare assoli dalle melodie incredibili che hanno fatto la storia della musica.

E così, eccovi qui una selezione di 10 assoli che mi hanno sempre ispirato, che escono dai jack di 10 chitarre bellissime e che sono suonate dalle dita di 10 musicisti assurdi.

Metto le cuffie e vi scrivo di getto mentre li ascolto.

1 – Marty Friedman | Solo di “Tornado of Souls” dei Megadeth

Da min 3.08
https://www.youtube.com/watch?v=sONL6QUMR9E

Poco da dire… è pazzesco, dalle prime note si entra in un’atmosfera sinistra, tetra, cupa, poi iniziano una serie di passaggi man mano più veloci che creano melodie paurosamente raffinate. 

Sul finale (min 3.48) Marty mette il turbo: un’esplosione di tecnica, velocità e precisione. 

Ogni volta penso: “Ma chi gliel’ha fatto fare? È difficilissimo!”. 

Certo è che lo ascolto da 20 anni e non mi ha ancora minimamente stancato. 

Se non si fosse ancora capito, è il mio assolo metal preferito.

La sua chitarra, una Jackson Kelly nera, è un vero inno al Metal con quella forma tagliente che ricorda un’ascia. 

2 – Eddie Van Halen | Solo di “Jump” dei Van Halen

Da min 2.15
https://www.youtube.com/watch?v=SwYN7mTi6HM

Appena finisce ti chiedi: “Eh?!? Cosa ca**o ho appena ascoltato?”

È un assolo che non dà punti di riferimento; corde che fischiano, tapping, scale a tre mila all’ora… sembra per un momento di uscire dalla canzone, andare su un altro pianeta e poi subito tornare giù.

Tutto l’insieme, però, si incastra in modo armonioso e il risultato è incredibile. 

La faccia da ebete di Eddie che ride mentre suona l’assolo nel video e sembra dire: “Beh… facilissimo!” non ha prezzo.

La sua chitarra rossa con strisce bianche e nere è una vera icona del rock. Se l’è creata da solo, si chiama Frankenstrat, perché è un ibrido tra una chitarra Fender Stratocaster e una chitarra Gibson.

3 – Mark Knopfler | Solo finale di “Sultan of swing” dei Dire Straits

Da min 4.55 fino alla fine
https://www.youtube.com/watch?v=0fAQhSRLQnM

Per i primi 20 secondi senti la melodia andare su e giù per lo stomaco in modo molto sinuoso; Mark alterna passaggi morbidi ad alcuni super veloci e crispy.

Sì ho usato la parola “crispy”, che non si riferisce al ben noto Crispy McBacon, bensì al fatto che Mark non usi il plettro e quindi è possibile cogliere molto bene la pressione delle dita sulle corde nelle varie note, che risultano a volte super lisce e a tratti super taglienti. Nel finale, l’assolo si apre (min 5.17) e sprigiona una melodia incredibile e orecchiabile, probabilmente il pezzo più famoso dell’assolo.

La sua è la più celebre tra le chitarre elettriche, la Fender Stratocaster.


4 – Eric Johnson – “Cliffs of Dover”


Tutto!

https://www.youtube.com/watch?v=5Nd7EZ3k39s

Ok, come vedete non vi ho segnalato un singolo passaggio sul quale concentrarvi, perché questa canzone è un unico grande assolo.

Sono 6 minuti di tecnica, precisione, ma soprattutto di poesia. Sì, perché la melodia è sognante, fiabesca, raffinata, elegante, bellissima; ascolto solitamente questo brano quando devo staccare da tutto e rilassarmi. Eric ha addirittura vinto un Grammy nel 1991 con questo pezzo nella categoria “miglior performance rock musicale”. Insomma… un mostro.

La sua chitarra è una Fender Stratocaster “castana”, che si abbina perfettamente al suo ciuffone alla Playmobil.

5 – Carlos Santana – solo di “Smooth”

Da min 02.55

https://www.youtube.com/watch?v=6Whgn_iE5uc

L’assolo di Santana in Smooth è un classico assolo “alla Santana”: non eccessivamente virtuoso, le note ripetute, suonate con la giusta intensità e impregnate al 1000% (sì, mille) di sangre latino. 

Se ti guardi bene la mano mentre ascolti il crescendo finale è probabile che tu ci veda apparire un cocktail arancione con tanto di ombrellino.

La sua chitarra è una delle mie preferite, la Paul Red Smith, elegante e dal colore intenso. Gli uccelli che volano sul manico sono una chicca eccezionale.

6 – Brian May – solo di “I want it all” dei Queen

Da min 2.30


https://www.youtube.com/watch?v=hFDcoX7s6rE

Un inizio incredibile… Brian prende letteralmente la rincorsa, quando arrivi alla prima vera nota dell’assolo sei già con la pelle d’oca.

L’assolo coincide con la ripresa veloce del pezzo e quindi te ne freghi di cogliere le note perfettamente, è bello che sia un po’ sporco… stai scendendo in picchiata dal punto più alto delle montagne russe insieme all’assolo: scivola veloce come un razzo.

Brian riesce a tenerlo potente per tutta la sua durata e alla fine lo chiude con 5 note altissime che concludono l’assolo facendolo tornare “in cima” da dove era partito. Beh… bellissimo viaggio.

La sua chitarra rossa e nera dalla forma tondeggiante è super iconica, anche perché ce l’ha solo lui, è una BMG special, ovvero una Brian May Guitar.

7 – Angus Young – solo di “Back in black” degli AC/DC

Da min 1.48

https://youtu.be/pAgnJDJN4VA

Bello che l’assolo parta in sordina, con note basse, intense… Angus ti fa accomodare, sentire a tuo agio… e poi piano piano sale e ti porta con classici trick rock alle note più acute alternando passaggi lenti e veloci.

Il suono della sua chitarra semplice, il suo stile, il suo schema di assolo… sono la cosa che più si avvicina alla parola Rock

Angus suona da sempre la Gibson SG Standard rossa e nera dalla forma “cornuta”, per questo soprannominata la Diavoletto.

8 – Kirk Hammet – solo di “Enter Sandman” dei Metallica

Da min 2.43

https://www.youtube.com/watch?v=CD-E-LDc384


Questo assolo urla!

(Sin dall’inizio ho un tonfo al cuore perché mi riporta a quando ero piccolo nella cameretta di mio fratello “grande” quando facevo partire il Black Album dei Metallica dal suo stereo)

Dalla prima all’ultima nota Kirk ci mette l’effetto wah wah pesante (è appunto un effetto che aggiunge un “UA UA” alle note e puoi regolarne l’intensità usando una pedaliera); l’assolo parte subito forte e fa continuamente su e giù, poi a un certo punto ha una frenata brusca che va dritta allo stomaco, per poi ripartire velocemente sul finale. Le ultime note, quando tutto si ferma e le sentiamo pulite, sono il vero capolavoro: fino a ora abbiamo sentito un infinito numero di “UA UA UA UA UAAAA..” mentre in queste note finali Kirk aggiunge magicamente la Q e sentiamo “QUA QUARA QUAQUARA QUARAQUAAA“. 

Spero le sentiate anche voi altrimenti inizio a preoccuparmi… comunque è un assolo pazzesco.

Kirk suona una chitarra ESP Guitars che porta la sua firma e in alcune versioni ha disegni super macabri e colorati sopra.

9 – Slash – Solo di “Sweet Child O’ mine” dei Guns N’ Roses

Da min 2.52


https://www.youtube.com/watch?v=HlEuo9aR7Qo

La prima nota dell’assolo fa già metà del lavoro, è fantastica, suona benissimo.

Per i primi 30 secondi l’assolo ha una sua storia con una sua personale melodia bellissima, poi a un certo punto Slash spinge il pedale (dell’effetto wah wah) sull’acceleratore e inizia a rockeggiare come solo lui sa fare, passando tra note ben sottolineate e scale veloci. 

Slash suona una Les Paul, la chitarra più iconica del marchio Gibson e probabilmente il modello più famoso al mondo insieme alla Fender Stratocaster.

10 –  John Norum – Solo di “The Final Countdown” degli Europe

Da min 3.16

https://www.youtube.com/watch?v=9jK-NcRmVcw

Difficile da raccontare questo assolo… John prende tutte le note giuste, le mette in un frullatore e le suona alla velocità della luce con la sua chitarra.

Il risultato è una melodia pazzesca, dolce, sognante, che perfettamente si incastra con l’epicità del pezzo. Veramente non riesco a dire molto di più… un mostro di tecnica dai capelli veramente molto cotonati.

Suona una bellissima e pura Fender Stratocaster bianca.

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Ecco… ora mi è venuta una gran voglia di suonare.

Rob


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ESSENTIALS – 10 TITOLI DA VEDERE.

Autore: Flavio Nani

Fare una selezione di 10 titoli è difficilissimo: come si fa a sceglierli tra tutte le cose stupende che sono state girate? Sembra un’impresa impossibile ma in realtà è una cosa molto divertente, specie perché la selezione è basata su criteri arbitrari; e allora vale un po’ tutto e si lascia spazio all’istinto. Nella mia selezione ho cercato di essere vario: titoli di puro intrattenimento accanto a pellicole fondamentali per la storia del cinema; serie leggere accanto a documentari molto impegnativi. Ho cercato di mettere tante cose nuove andando però a scegliere anche tra titoli che hanno fatto storia. Senza la pretesa di fare la recensione dei vari titoli ma semplicemente rispondendo alla domanda del brief: perché quel film o quella serie non possono mancare tra le visioni di un giovane creativo? 

UNCUT GEMS di Josh e Bennie Safdie (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=vTfJp2Ts9X8 

Uncut Gems ha un tiro pazzesco, è un film che va sempre a 300 all’ora, senza mai risultare stucchevole; ha dei picchi di tensione notevoli e un protagonista a dir poco magnetico. Ma il motivo per cui non deve mancare tra i film che un giovane creativo non può non aver visto è la colonna sonora di Oneotrix Point Never. Daniel Lapotain è uno dei più interessanti producer di musica elettronica degli ultimi anni e il lavoro che fa in questo film è bellissimo: oltre a valorizzare quanto fatto dai registi a livello visivo e narrativo, riesce a rappresentare in maniera potente cosa significhi fare una colonna sonora contemporanea. Sicuramente è per le sonorità – ricercate e iper stilose; ma soprattutto per come in certe scene la parte visiva e la parte sonora si fondono per creare un qualcosa di più potente. Non sono una al servizio dell’altra, ma diventano una cosa sola. I fratelli Safdie sono due giovani cineasti ormai annoverabili nella gloriosa scena indipendente newyorkese; e, tra le varie chicche registiche di questo film, riescono a dirigere in maniera convincente anche Kevin Garnett – ex stella dell’NBA. 

SKIN di Guy Nativ (2018)

https://vimeo.com/ondemand/skin2 

Il motivo per cui Skin non può mancare tra i film che un giovane creativo dovrebbe vedere è per la sua capacità di dimostrare che un’idea forte, se supportata da una buona struttura, può fare la differenza in una campagna di comunicazione come in un lavoro cinematografico. I corti che trovo veramente riusciti hanno sempre un’idea forte che fa fare loro il salto di qualità: in questo senso trovo che abbiano tanto in comune con gli spot. Skin è un film di Guy Nativ e ha vinto l’Oscar come miglior corto nel 2019. 

LEVIATHAN di Andrej Zvjagincev (2014)

https://www.youtube.com/watch?v=tj0SMgg9Jqg 

Leviathan è un capolavoro perché ha la capacità di restituire un quadro profondissimo ad un livello sia umano che sociale e politico; e lo fa attraverso un rigore formale potentissimo, restituendo uno spaccato autentico della Russia contemporanea. Leviathan è uno di quei film con un ritmo del montaggio molto lento ma che non ti annoia mai: i tempi delle scene sono dilatati e lasciano spazio ad una fotografia semplicemente perfetta; all’azione viene sempre preferita la reazione emotiva dei personaggi, il paesaggio non è funzionale alla storia ma espressione della condizione umana. Non può mancare tra i film che un giovane creativo ha visto perché è importante capire come lavora un vero maestro del cinema. 

EUPHORIA di Sam Levinson (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=teCrVa0J8v4 

Euphoria è una serie teen di HBO di cui si è parlato moltissimo lo scorso autunno, una serie sugli adolescenti pensata per un pubblico di adulti che non si ricorda più – o vuole capire meglio – cosa succede nella testa dei giovani. Euphoria è molto divertente e la si guarda tutta d’un fiato; sicuramente una serie molto ben riuscita. Non credo sia un capolavoro, ma credo che sia una visione indispensabile ad un giovane creativo perché riesce a condensare tutti gli aspetti tecnici che vanno molto di moda in questo momento – anche in ambito commercial. In altre parole: a livello formale è super cool. La macchina da presa che gira, il contrasto cromatico nella singola inquadratura, i raccordi super elaborati e via dicendo; guardarla, per un pubblicitario, è un utilissimo esercizio. 

THE ACT OF KILLING di Joshua Oppenheimer (2012)

https://www.youtube.com/watch?v=Q3FcB1UZHlg 

The act of Killing è un pugno dritto nello stomaco; secondo me uno dei documentari più interessanti del decennio appena finito. Sicuramente fa impressione scoprire e veder approfondito uno dei fatti di cronaca più inquietanti del secolo scorso, quello dei massacri indonesiani degli anni Sessanta – l’esecuzione di quasi un milione di “comunisti”, di fatto gli oppositori al regime di Suharto. Ma il motivo per cui non può mancare tra i film di un giovane creativo è per come riesce a giocare con i codici del documentario grazie ad una formula narrativa molto innovativa: The act of Killing non è un documentario di repertorio, quello che verrebbe naturale girare visto il tema. Joshua Oppenheimer compie un’operazione tanto coraggiosa quanto azzeccata decidendo di far mettere in scena agli esecutori dei massacri ancora in vita i crimini che hanno commesso, interpretando anche il ruolo delle vittime. Il risultato è qualcosa che è difficile definire: sicuramente c’è una forte dose di grottesco, che si unisce a un dramma profondo – tutto ciò alternato a lunghi tratti di qualcosa di simile alla commedia. 

THE SOPRANOS di David Chase (1999-2007) / THE WIRE di David Simons e Ed Burns (2002-2008)

https://www.youtube.com/watch?v=u9qpFgAa52U

https://www.youtube.com/watch?v=9qK-VGjMr8g 

Nel mondo della serialità televisiva esiste un prima e un dopo The Wire e i Soprano; questo è il motivo per cui non possono mancare tra le visioni di un creativo, specie in lockdown se ha molto tempo libero. Queste due serie hanno letteralmente fatto epoca perché a partire dalla fine degli anni ’90 hanno creato un nuovo prototipo di serialità televisiva; sono entrambe prodotte da HBO, che non a caso dichiarava: It’s not television, it’s HBO. Tecnicamente sono tra le prime serie ad aver avuto uno sviluppo orizzontale. La linea narrativa attraversa le intere stagioni e diventa il vero elemento chiave. Prima le serie avevano una narrazione verticale: gli episodi avevano una struttura rigida e i temi venivano introdotti, sviluppati e conclusi all’interno della singola puntata. In sostanza è da questi due titoli in poi che le serie sono diventate cool, fondamentalmente perché sono bellissime: prima di loro serie TV significava soap opera à la Beautiful e Dallas; dopo di loro si è aperto un mondo di serialità televisiva in cui il livello qualitativo si è alzato notevolmente e il bacino di spettatori allargato a dismisura; insomma, una sorta di rivoluzione culturale nel mondo dell’audiovisivo. Da lì in poi ormai è successo di tutto: e quella rivoluzione ormai è diventata storia. Ma I Soprano e The Wire rimangono due pilastri ancora lì, in tutta la loro bellezza e solidità. 

PARASITE di Bong Joon-Ho (2019)

https://www.youtube.com/watch?v=isOGD_7hNIY 

Difficile che qualcuno non abbia ancora visto Parasite; ma i pochi rimasti devono rimediare al più presto, fosse solo per capire com’è stato possibile che l’Academy americana abbia deciso per la prima volta nella sua storia di assegnare il premio di miglior film ad un lavoro straniero. Guardando Parasite si ride di gusto, ma il tempo concesso alla leggerezza è limitato, perché Parasite è una profonda riflessione sociopolitica; dopo aver mantenuto il film sul piano della commedia, Bong fa esplodere tutto il dramma della nostra contemporaneità fino a far sfociare la storia in tragedia. I pochi che non hanno ancora visto Parasite lo devono vedere anche solo per capire quanto sempre più spesso nel cinema contemporaneo ha poco senso parlare di generi. 

IO LA CONOSCEVO BENE di Antonio Pietrangeli (1965)

https://www.youtube.com/watch?v=_xt2jIx5IEM 

Il motivo per cui un film come Io la conoscevo bene non può mancare tra le visioni di un giovane creativo è perché è importante ricordarsi che c’è stata un’epoca in cui noi italiani eravamo tra i più bravi al mondo a fare cinema; al di là di alcuni grandissimi maestri – di cui tutti ci ricordiamo i nomi, avevamo un’industry fortissima: in Italia venivano prodotti moltissimi film il cui livello qualitativo medio era molto alto. Antonio Pietrangeli non è tra i nomi di autori più ricordati ma dimostra quanto si può scavare in quegli anni per trovare perle. Io la conoscevo bene è un film sui sogni infranti il cui messaggio vale 50 anni fa come ora; è un film sul mondo dello spettacolo romano, ma soprattutto sulla nuova società italiana figlia del boom economico. Ed è un ritratto femminile formidabile, uno dei più toccanti che conosca. 

MULHOLLAND DRIVE di David Lynch (2001)

https://www.youtube.com/watch?v=jbZJ487oJlY 

Mulholland Drive è uno dei migliori film del regista più visionario degli ultimi 30 anni. David Lynch ha una filmografia straordinaria, unica e meravigliosa: iniziata nel ’77 con Eraserhead – esordio a dir poco sconvolgente, e conclusa nel 2007 con Inland Empire, una sorta di manifesto sul senso del cinema e più in generale della narrazione attraverso le immagini. Il motivo per cui Mulholland Drive non può mancare tra le visioni di un giovane creativo è proprio perché Lynch rimette totalmente in discussione le regole della narrazione e le reinventa secondo una formula originale e potentissima; Lynch sembra dire: l’importante non è capire la storia ma viverla in maniera emozionale. Le atmosfere ricreate dal regista comunicano con lo spettatore ad un livello profondo; attraverso il suo mood Lynch riesce a toccare il subconscio del pubblico come pochissimi altri registi riescono a fare. 

VIAGGIO A TOKYO di Yasujirō Ozu (1953)

https://www.youtube.com/watch?v=lTMmsT4hUDk 

Credo che chiunque dovrebbe vedere Viaggio a Tokyo, semplicemente perché è un film eterno. Ozu è unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi registi di tutti i tempi e questo è il suo film più conosciuto, ritenuto da molti come una delle pellicole più belle della storia del cinema. Viaggio a Tokyo ha le sue radici nella cultura giapponese; ma allo stesso tempo ha la straordinaria capacità di trattare in maniera universale alcuni grandi temi comuni della condizione umana: per uno spettatore occidentale riesce ad essere sia un affascinante viaggio in una cultura lontana che un profondo percorso dentro se stessi e il nostro modo di essere nel mondo. È per questa sua capacità di essere allo stesso tempo profondamente giapponese ma inesorabilmente universale che non può mancare tra le visioni di un giovane creativo.


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ESSENTIALS – 10 PROFILI INSTAGRAM DA SEGUIRE.

Autrice: Giuliana Lo Porto

La quarantena è stata una doccia d’acqua fredda. 

Nessuno di noi se l’aspettava per davvero e la aggiungerei alla lista delle cose che odio e amo allo stesso tempo. 

È un tema così delicato che, se devo essere sincera, mi sembra di dire sempre la parola sbagliata. 

Qualsiasi cosa io dica potrebbe essere una mancanza di rispetto per chi sta male o per chi ha persone care che sono state prese nella morsa di questo ragno indomabile. Ma non è poco rispettoso cercare di ingegnarsi e capire come spendere al meglio il proprio tempo in casa.

Ho iniziato lo smartworking il 24 Febbraio: questo vuol dire che da più di un mese lavoro da casa, luogo da cui non esco esattamente dal 5 Marzo, neanche per passeggiare un cane, perché, ahimè, non ce l’ho. 

I miei movimenti, come quelli di tutti, sono limitati e tendo a spostarmi dal letto alla sedia, dal tappetino da yoga alla cucina in modo compulsivo tutto il giorno. Passando da una media di 3km di camminata al giorno a una media di 0,03 km al giorno. Non è facile, non lo è per me come non lo è per nessun altro. Ma in compenso devo ammettere che sono diventata cintura nera di scrolling, con una media di 3h e 50 giornaliere trascorse su instagram, nel weekend. Ne vado fiera? Sì. In altri tempi mi sarei messa le mani nei capelli e avrei iniziato a gridare per dire al mondo quanto io sia dipendente da questo social, ma oggi no. Oggi tutto è diverso. Oggi io non posso uscire, e spendo il mio tempo nel fare tutte quelle cose che ognuno di noi sta facendo in questo periodo di quarantena come lavorare, lavorare, lavorare e poi cucinare, mangiare, allenarsi, dipingere, recuperare libri mai letti, film mai visti e serie mai iniziate. Gli unici stimoli che posso ricevere sono rinchiusi nelle quattro pareti di casa mia, dunque, la mia unica finestra sul mondo è lo schermo. Non è che niente niente i terrapiattisti c’avevano ragione? La mia Terra è il mio schermo del mac o iphone che sia. 

Scegliere soltanto 10 profili instagram sui 500 di mio interesse non è facile, ragion per cui ho deciso di segnalare quelli che subito, di pancia mi vengono in mente, al di là di profili preferiti sulla creatività o per allenarmi o per seguire strambe ricette che incontro nel mio cammino.

Non ho abbastanza memoria e spesso mi capita di riguardare lo stesso film e accorgermi di averlo già visto tipo dopo ¾ di pellicola, dunque figuriamoci se riesco a ricordarmi i titoli. Ormai sono rassegnata a questo mio deficit. 

Dunque vado su Filmatic e scelgo una foto o un frame che mi colpisce, senza cercare la trama o il cast, e se il frame mi piace guardo il film (di solito per poi capire di averlo già visto soltanto alla fine). 

Perché ne ho bisogno. Perché in fondo mi mancano quelle stories dei miei amici palermitani che la domenica vanno a Mondello e fanno vedere quel mare limpido e quella spiaggia paradisiaca. Perché mentre leggo notizie tragiche e ansiogene, ho bisogno di trovare nel mio feed una banalissima foto del Golfo di Mondello o della Cattedrale di Palermo e qualche cannolo random.

In 20 tap circa ho una overview di quello che succede nel mondo, con delle gif simpatiche per ogni argomento! NO: non dobbiamo sostituirlo ai quotidiani o ai tg, ma – per utilizzare un termine che ci piace tanto – ci aiuta a fare un “punto” della situazione attuale da un altro punto di vista.

Sto diventando malinconica e adoro vedere random foto di Brad Pitt e Jennifer Aniston che si abbracciavano nel lontano 1999. Perché? Banalmente perché un secondo dopo faccio partire una di quelle belle playlist anni 90 e inizio a canticchiare “if u wanna be my lover, you gotta get my friend”… ballicchiando per casa come nelle migliori commedie americane, senza gelato in mano però!

Il nome di questo profilo è già una buona motivazione per seguirlo senza farsi troppe domande.

Devo davvero spiegare il perché?

Again, devo davvero spiegare il perché?

Perché a me sapere che il rosmarino permette al cervello di ringiovanire di ben 11 anni interessa saperlo e interessa anche sapere come fare ad assumerlo senza dover mangiare e ruminare le singole foglie. 

Perché da una bella foto, può intravedersi un grande insight.

Sì, sono un italiano medio. E rido davanti a queste cose. Devo ammettere però che sto guarendo da questa brutta dipendenza che la prima settimana mi era sfuggita un po’ di mano. 


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ESSENTIALS – 10 LIBRI FANTASY STAND ALONE CHE NON SONO IL SIGNORE DEGLI ANELLI

Autore: Luca Comino

Dopo una lunga ricerca, sembra che l’unico “content as a service” per rendere più gradevole ed interessante la quarantena dei creativi non ancora creato fosse una lista di libri fantasy con dentro un riferimento a Bill Bernbach. E quindi eccolo qui.

Scherzi a parte, ovviamente ogni lista che non voglia essere brutalmente ancorata nei big data dell’attualità (chessò: 10 serie tv distopiche) ha qualcosa di arbitrario, sia nella scelta dell’argomento (perché non romanzi gialli? O raccolte di poesie?) sia nella curatela dei contenuti. Ebbene, ho qualche rationale. E sì, in caso si può andare direttamente alla lista 😉

Per quanto riguarda l’argomento:

  1. Anzitutto, secondo me il fantasy ha qualcosa in comune con il nostro lavoro. È onnipresente nello scenario culturale contemporaneo, ma allo stesso tempo è un po’ snobbato, ritenuto infantile. È un genere che contiene forse più spazzatura di altri, ma quando riesce ad elevarsi ti dimentichi che è fantasy, ti commuove e ti segna.
  2. Inoltre, il fantasy estremizza il meccanismo alla base del processo creativo, e cioè l’immaginazione di un mondo possibile. What if? Così, ogni buon libro fantasy è davvero cibo per la creatività.
  3. Infine, il titolo dice “che non sono Il Signore degli Anelli”, ma in realtà adesso ne parlo. Nel saggio introduttivo alla classica edizione Rusconi, il filosofo Elemire Zolla ricorda cosa rispondeva Tolkien a chi gli obiettava di parlare di temi lontani dalla realtà, temi quindi irrilevanti: sono temi irrilevanti adesso, rispondeva, perché sono temi rilevanti sempre. Insomma, Tolkien parlava di quell’uomo eterno che Bernbach ci consiglia di tenere davanti agli occhi e dentro i brief. Quindi, un buon libro fantasy ci aiuta a riconnetterci con i desideri, i bisogni, i sogni e i timori più universali, e quindi più forti.

Per quanto riguarda la curatela del contenuto, il genere fantasy è infinitamente ramificato e io non sono un critico letterario. Ho individuato alcuni criteri per fare una selezione tra i libri che ho amato di più di questo genere che amo molto:

  1. Anzitutto, stand alone: si sa che il fantasy ha una passione sfrenata per le serie, e alcune non finiscono (letteralmente) mai. Quindi, considerando che l’obiettivo è suggerire qualcosa da leggere in queste settimane, stand alone mi sembrava una buona casella da segnare. Le serie guardiamole su Netflix, che magari ce la si fa.
  2. Poi, in alcuni di questi libri ho voluto trovare un minuscolo riferimento a qualcosa di interessante nel nostro mondo professionale. Forse ci sono riuscito, forse no.

Ultima nota: il fantasy non è solo ramificato, è anche sfumato. A volte è difficile dire se un libro è più fantasy o più scifi o più qualsiasi altro genere, a meno di restringere molto la definizione a “libro con maghi ed elfi in un contesto pseudo-medioevale”. In alcuni casi ho deciso con l’istinto, se ho fatto delle scelte eretiche nessuno si offenda.

IL SERPENTE OUROBOROS di Erik Rucker Eddison

Questo è un libro matto, totalmente fuori controllo. Pubblicato nel ’22, quindi diciamo epoca classica del fantasy. I protagonisti sono incarnazioni delle più clamorose virtù e dei più abissali vizi, parlano citando in continuazione (e soprattutto in ogni situazione, che stiano per salvare infiniti mondi o stappare una bottiglia) brani di Omero, Shakespeare, Saffo, saghe nordiche e quant’altro. Attraversano in un lampo tempi e spazi infiniti senza alcun rispetto per la logica, spesso anche narrativa. Eppure, in qualche modo, tutto funziona. Hai l’impressione di un autore in preda di un delirio febbrile incontrollabile. Eddison, invece, lavorava in un ufficio pubblico. E noi, cosa stiamo creando oggi?

MOMO di Michael Ende

Sì, Ende quello della Storie Infinita. Tanto Il Serpente Ouroboros è machiavellico e stilisticamente sfidante, tanto Momo è una fiaba semplice. Si potrebbe dirlo un libro per bambini, e non si sbaglierebbe, e tra l’altro ecco quindi un ottimo consiglio anche per quelli di noi che in queste settimane devono anche gestire i figli in età da prime letture vere. Il motivo percui Momo è qui non è solo perché è un bellissimo libro in generale, per un bambino ma anche per un adulto. Il motivo vero è il tema: il tempo e la potenza dell’ascolto. Il tempo: proprio quella cosa che in tutti i nostri deck viene citata come la cosa più preziosa che abbiamo, vuoi perché scarsa quando è scarsa, vuoi perché difficile da godere quando ce l’abbiamo in abbondanza. L’ascolto: proprio quella cosa che è così fondamentale in ogni aspetto del nostro lavoro, dalla strategia alla convivenza quotidiana. Momo è una bellissima riflessione sull’insensatezza di “risparmiare tempo” e sull’importanza di viverlo, invece, adesso. Attualissimo, quindi.

LA FALCE DEI CIELI di Ursula Le Guin

Impossibile scegliere un singolo libro di Ursula Le Guin, recentemente scomparsa, scrittrice chiave della seconda metà del ‘900, ad esempio per come ha ripensato completamente il concetto di genere sessuale (nel mondo androgino di La mano sinistra delle tenebre), o per come ha presentato in maniera radicale i temi ecologici (in La parola per mondo è foresta). Il sua capolavoro fantasy è Il ciclo di Terramare, ma, beh, è un ciclo. La falce dei cieli è il primo suo libro che ho letto e per questo l’ho scelto. C’è un uomo i cui sogni plasmano la realtà. Un cattivo demiurgo, un medico, cerca di manipolare il protagonista per creare, tramite i suoi sogni, un mondo “perfetto”. Come si può immaginare, non finisce bene. Il libro è incredibilmente inquietante e la lezione è: done is better than perfect.

ANATHEM di Neal Stephenson

In Italia è pubblicato in due volumi, Il Pellegrino e Il Nuovo Cielo. Non è il miglior libro di Stephenson, ma mi sembrava una buona occasione per parlare di questo autore in Italia. Stephenson è molto molto famoso in America, poco qui. È un personaggio profondamente nerd, ossessionato da temi di innovazione bleeding edge, criptografia e intelligenza artificiale. Ha collaborato con ruoli chiave in aziende e start-up: ad esempio con Blue Origin, l’enterprise dedicata ai viaggi spaziali di Bezos e attualmente come “Chief Futurist” di Magic Leap, start-up che lavora sulla realtà virtuale. Anathem è metà fantasy, metà fantascienza. La metà fantasy si svolge in un mondo possibile in cui il progresso scientifico viene portato avanti a ritmi diversi e binari paralleli: ci sono quelli che si scambiano continuamente i risultati dei loro esperimenti (come nel nostro mondo insomma), ma in parallelo c’è tutta una casta di scienziati che vive in totale isolamento per centinaia e anche migliaia d’anni, portando avanti linee di pensiero senza rapporto con quello che succede nel mondo. In certi momenti chiave della storia, i gruppi si incrociano, scoprendo ovviamente possibilità di pensiero totalmente alternative. Non sarebbe bello, a volte, poter andare andare a fondo di un pensiero senza doversi preoccupare del prossimo “shiny object”?

JONATHAN STRANGE & MR.NORRELL di Susanna Clarke

Uno dei libri che più mi hanno impressionato per sensibilità e capacità di costruire un mondo perfettamente riconoscibile eppure continuamente, sottilmente diverso. Susanna Clarke è una reclusa di cui si sa poco, a parte che, se Dio vuole, nei prossimi anni potrebbe pubblicare un nuovo libro. Questo libro è uno di quei casi di cui parlavo all’inizio, in cui un libro “di genere” diventa un classico in generale. Jonathan Strange & Mr.Norrell è uno dei libri più belli degli ultimi decenni. Ok, e contiene una storia d’amore davvero straziante.

DUNE di Frank Herbert

Dune è spesso citato come il libro fondativo della fantascienza contemporanea, quindi che ci fa qui? È un po’ al confine. L’Impero Spaziale immaginato da Herbert si regge su regime feudale e la tecnologia è ridotta al minimo, sostituita di fatto dai poteri conferiti da una droga. Ha influenzato molto Guerre Stellari, che come si sa è più fantasy che scifi. Lo inserisco per due ordini di motivi: la storia del libro ruota intorno ai temi del rapporto tra uomo ed ecosistema, sempre più importanti anche per noi, e Herbert infatti è un punto di riferimento di tanti movimenti “ecologisti”. Inoltre, è una buona idea leggerlo adesso perché a fine anno, dopo una lavorazione lunghissima, uscirà il l’attesissimo film, diretto niente di meno che da Denis Villeneuve, quello di Sicario, Arrival e Blade Runner 2049. Nel ruolo del protagonista, l’icona di stile del 2019: Thimothée Chalamet.

AMERICAN GODS di Neil Gaiman

Forse il libro più “famoso” di Neil Gaiman? In molti probabilmente abbiamo visto la serie non riuscitissima di Amazon. La forza di American Gods è la semplicità del suo punto di partenza, del suo “what if“: e se le divinità vivessero realmente nel mondo ma in condizioni dipendenti dallo “share of mind” di cui godono? E se, allo stesso tempo, ciò che gode di grande awareness fosse, appunto, un “dio”? Gaiman ci fa guardare in modo nuovo un mondo che è, in fondo, proprio il nostro.

IL MAESTRO E MARGHERITA di Bulgakov

Semplicemente, uno dei più grandi libri della letteratura mondiale, nel quale ad ogni pagina una “regola” del normale modo di guardare alla realtà viene scardinato.

MITO DELLA CAVERNA di Platone

Ok non ho resistito. Questo celeberrimo testo si trova all’inizio del libro VII di La Repubblica, uno dei “dialoghi” più lunghi e complessi di Platone. Per fortuna, si trova anche pubblicato separatamente in gradevoli libriccini. Questo Platone, autore contemporaneo e collaboratore di altri che hanno indagato il nostro stile di vita di inizio millennio, non ci va giù leggero: siamo schiavi di uno schermo controllato da grandi corporations e ci siamo dimenticati, o non abbiamo mai conosciuto, la realtà vera. In altri numerosi testi di self-help, credo ispirati ai libri di Goleman e della Kondo, l’autore spiega come si può tornare in controllo della propria vita e ottimizzare la performance mentale.

IL SIGNOR DIAVOLO di Pupi Avati

Il fantasy e l’horror hanno una forte tradizione in Italia. Se si volessero consigliare solo capolavori, si penserebbe a Italo Calvino. Pupi Avati è molto più noto come regista, ma scrive anche e scrive bene. Questo libro molto recente (da cui Avati ha tratto anche l’omonimo film) aiuta se non altro a ricordare una cosa che sembra facciamo un po’ fatica a tenere a mente: per non risultare “provinciali”, anche nel nostro lavoro, il segreto è immergersi nelle idiosincrasie locali. È uno dei significati migliori di quella parola là: “authenticity”.