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I miei primi colloqui /Pagina 8: Alessandro Sciortino.

Durante i colloqui accadono cose che neanche puoi immaginare. Come rimanere soli davanti alla fotocopiatrice.

Questa è la storia di Alessandro Sciortino, Direttore Creativo di McCann Worldgroup Roma.

Ciao Alessandro, ci racconteresti i tuoi primi colloqui? Chi erano i tuoi “guru”? Cosa ti hanno detto?

I miei primi colloqui sono stati concentrati in due tranche: Milano e Roma. Di rientro da Bruxelles, dove lavoravo, ero riuscito ad avere una serie di appuntamenti con direttori creativi di grandi agenzie e li ho visti tutti in pochissimi giorni. Un tour de force. In tutta sincerità non avevo ancora presente chi mi sedeva di fronte, conoscevo le agenzie ma non i nomi delle persone. In seguito ho capito chi fossero e quanto fossi fortunato ad averli incontrati: Alessandro Canale, Marco Carnevale, Guido Cornara, Stefano Palombi, fra gli altri.

Quando è che ti sei sentita/o onorato/a?

Uscivo sempre galvanizzato dai colloqui, il book piaceva. Molto onorato quando ho ricevuto due offerte nello stesso giorno, da Saatchi e Tonic. Ha chiamato prima Tonic, ho accettato subito. Quando poco dopo mi ha chiamato la S&S ho tentennato ma ero contento della scelta fatta e ho rifiutato.

Quando è che ti sei vergognato/a?

Vergognato mai; rammaricato invece quando Lorenzo De Rita -con cui avevo avuto un colloquio telefonico da Amsterdam- mi ha detto che aveva appena preso una ragazza con un book eccezionale. Ci rimasi un po’ male.

Come era il tuo primo book? Ci racconti qualche aneddoto su come lo hai costruito? Chi ti ha aiutato ecc..

Era il book di un copy italiano scritto in inglese, era cartaceo, pieno di rough e molto pesante. Più che altro stampa. Ho avuto l’occasione di cominciare in una piccola agenzia che gestiva un budget europeo enorme e avevo imbroccato un paio di campagne grosse che facevano bella figura; la mia fortuna più grande è stata di incontrare in quell’agenzia Gerardo Pavone e Alasdhair Mac Gregor. È a loro che devo l’inizio, la passione e la struttura di tutto il primo portfolio. C’erano dentro un sacco di cose e, al primo colloquio in McCann, Carnevale mi chiese di fotocopiare i 3, o forse 5, lavori che preferivo e lasciarglieli. Penso di essere rimasto davanti alla stampante molto a lungo.

Quali sono gli insegnamenti che hai tratto dai colloqui?

All’inizio il portfolio dovrebbe rappresentarti come persona, non solo come creativo. Metterci esclusivamente lavori d’agenzia, o pseudo-tali, non è consigliabile. È bene avere le idee chiare da subito su se stessi, ascoltare e dimostrarsi aperti. Ai Direttori Creativi non bisogna dare del lei.

Grazie Alessandro.

Alessandro Sciortino, con una laurea in economia e commercio, comincia a lavorare come copywriter in Bozell Bruxelles. Passa poi in Tonic Roma e quindi in McCann dove lavora per l’ufficio di Roma e per alcune sedi internazionali del Gruppo. Sul finire del 2011 diventa direttore creativo di McCann Worldgroup Roma. Ha seguito clienti come Mastercard, Opel, Rai, Posteitaliane, Honda, BCC ottenendo riconoscimenti nei più importanti festival italiani e internazionali fra cui ADCI, Epica, Cannes, Eurobest, NYF. È membro del comitato tecnico scientifico del Master di Comunicazione di Tor Vergata e il suo lavoro è stato esposto due volte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.

“I miei primi colloqui” continua. Se non sai cosa sia leggi qui.

In collaborazione col team di Plural: Marco Diotallevi, Direttore Creativo; Sara Tiano, Art Director; Francesca Lanzilotto, Strategist e Antonella Dente, Social Media Manager.


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I miei primi colloqui/Pagina 7: Stefania Siani.

Cosa faresti per farti assumere nell’agenzia dei tuoi sogni?

Questa è la storia di Stefania Siani, vicepresidente e direttore creativo esecutivo del Gruppo DLV BBDO

Ciao Stefania, ci racconteresti i tuoi primi colloqui? 

Francesco Emiliani insegnava copywriting in Accademia ed era direttore creativo in DDB. Avevo deciso con una determinazione -oserei dire feroce- che avrei lavorato lì molto prima che facessi il colloquio. Per questa ragione all’improvviso dopo le 17 mi palesavo in agenzia inventandomi delle ragioni per entrare (a pensarci oggi ma chiedo ancora dove avessi trovato il coraggio) e giravo per le scrivanie con i futuri colleghi che non sapevano chi fossi e neanche perché mi presentassi senza nessun titolo e gli chiedessi come si chiamavano e si svolgeva la loro giornata. Respiravo l’aria di Via Solari facendo amicizia con Frediano Tavano, con Marco Peyrano e Silvia Stortini, con Francesca De Luca e Laura Trovalusci. Con Simona Butta e Stefano Longoni.

Quando feci il colloquio avevo i capelli legati, un paio di jeans della Diesel e una t-shirt bianca, ed ero in mood Kill Bill quando con il mio portfolio ho incontrato Enrico Bonomini e Gianfranco Marabelli.

Entrambi hanno visto il lavoro velocemente e annuendo.
Ad entrambi andava bene.
Enrico Bonomini era una persona di un’intelligenza tagliente.
Mi ha visto. La nota più esilarante è che avevo messo dentro -come testimonianza della mia capacità di scrittura- un assurdo racconto breve intitolato “La sensualità della senilità” che qualunque persona di buon senso avrebbe censurato dal proprio portfolio, ma all’epoca ero piuttosto sperimentale. Quando mi ha chiamato Francesco, per dirmi che ero stata selezionata ricordo che camminai per due ore per Milano con la faccia trasfigurata e seria, come nel video di “Bitter Sweet Simphony” dei Verve. Ero entrata nel mondo della pubblicità.

Un anno e mezzo dopo ho fatto un colloquio con Federica Ariagno, una donna unica e complessa, una delle amicizie più belle che ancora oggi sono nate sul campo: il mio lavoro andava bene e la sera stessa ha detto ok lavoriamo insieme.
Un anno e mezzo bellissimo.
Volevo lavorare poi con Rozzi e Battaglia -ma non in DLV, troppi senior- per cui quando si sono spostati in Red Cell ho chiamato Pino perché il momento era arrivato. Ho fatto il colloquio in jeans e maglietta bianca come al solito. Avevo 25 anni. Non c’era nessun posto al mondo dove desiderassi lavorare se non quello e se non con lui. Per cui Pino troviamo una soluzione che potrebbe essere quella di assumermi.
Pino mi disse di si.
Pino disse di sì a chiamare Pepe dalla McCann perché lavorasse con me, a lui il colloquio neanche lo fecero.
E a quel punto la mia vita era cambiata per sempre.
Poi c’è stato il colloquio per la DLVBBDO.

Grazie Stefania.

Stefania Siani è attualmente Vicepresidente e Direttore Creativo Esecutivo del Gruppo DLV BBDO per le sedi di Milano e Roma e della digital power house del Gruppo.
Ha realizzato campagne per Mtv, Rolling Stone, Fastweb, Honda, Sky, Volkswagen, Audi, Gruppo Campari, Sky, Rtl 102,5, Alfa Romeo, Freddy , Gatorade, Bayer, Mercedez, Vodafone, Yamaha, Gillette. In pubblicità ha vinto importanti riconoscimenti nazionali e internazionali presso l’Art Directors Club Italiano ed europeo, il D&AD, il New York Festival, L’Epica, Il Clio. A Cannes è entrata in shortlist con le campagna Volkswagen Service, Sky, Freddy Olympics, Mtv Hits e Brand New. Nel 2010 con la campagna “Wake Up” di Rolling Stone ha vinto il leone d’argento nella categoria web film.
Stefania Siani è board member ADCI e Founder e partner di Le Dictateur, uno degli spazi espositivi indipendenti più dinamici della scena milanese.


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I miei primi colloqui/Pagina 6: Anna Meneguzzo.

Questa pagina de “I miei primi colloqui” è dedicata a tutti gli studenti che non hanno un book di cui sono soddisfatti, quelli che hanno paura ad esporsi, quelli che “devo sistemarlo ancora”.

Questa è la storia di Anna Meneguzzo, Direttore Creativo in Leo Burnett.

Ciao Anna, ci racconteresti i tuoi primi colloqui? 

I miei colloqui risalgono a tanto di quel tempo fa che ho dovuto fare mente locale per capire se avessi delle esperienze utili da condividere con chi affronta un colloquio oggi. Come tutti, mi sono sempre agitata, mi sono per lo più vergognata, solo a volte rincuorata. Ricordo di aver molto invidiato ai tempi un creativo che aveva progettato il suo portfolio in modo che, non appena il direttore creativo l’avesse aperto, sarebbe scattato un piccolo petardo che avrebbe riempito la scrivania di coriandoli. Lo assunsero subito. (Per dovere di cronaca devo aggiungere che fu anche licenziato un mese dopo). I tempi sono cambiati ora: eppure ci sono alcune considerazioni che credo siano valide sempre. In ordine sparso:

  • Il portfolio conta, ma non così tanto: conta molto di più l’atteggiamento. Mostrare voglia di fare, di imparare, entusiasmo, interesse, profondità, eclettismo contano molto di più di un qualunque volantino che è-uscito-sì-ma-non-proprio-come-volevo-io-all’inizio.
  • Essere estroversi o introversi non fa grande differenza: la personalità è quello che conta.
  • Cercate di divertirvi: è alla base del nostro mestiere.
  • Provate a pensare che voi siete un prodotto e dovete provare a vendervi in un certo mercato. Ovviamente raccoglierete qualche informazione sul posto dove volete fare il colloquio e magari questo cambierà la vostra proposizione. È quindi possibile che non farete un colloquio uguale all’altro.
  • Ricordate che, per quanto diverse le compagnie dove vorreste farvi assumere, alcuni elementi ricorrono: per esempio, chiunque abbiate davanti dirà che è molto impegnato (siate brevi) e sarà più o meno presuntuoso (lui ha qualcosa che voi non avete: state al gioco e siate umili)
  • Ogni colloquio è frustrante ed esaltante.
  • Ogni colloquio vale la pena.
  • Ogni colloquio va affrontato con sincerità: meglio essere presi per quello che si è o non essere presi affatto.
  • I colloqui sono sempre utili soprattutto per chi fa un lavoro creativo, perché è una specie di allenamento ad esporsi, ad ostendere proprio la parte più molle della nostra persona – ah, quanto è fragile la creatività! – che è esattamente quello che capita ogni dannato giorno nel nostro lavoro. Ci devi fare i calli, esattamente come con i manubri in palestra. (Se non suonasse così sproporzionato, questo sarebbe un buon momento per citare la frase di Madiba: “Io non perdo mai: o vinco o imparo”. Ma non vorrei tirarmela troppo.) Tirando le somme, ad ogni colloquio si va a vedere che succede (e se non si va, non si vede): ecco perché al più formale ‘colloquio’ preferisco l’espressione americana ‘Go-See’. Ed è quello che auguro a tutti: go see.

Grazie Anna.

Anna Meneguzzo. Grown up in a family of artists, Anna found a way to engage in even less profitable matters: she studied Art Critic, Aesthetic, Philosophy and most of all Logic Mathematic at the Statale University of Milan. After few years of working experiences in other agencies as a copywriter, Anna joined Leo Burnett in 1999. Creative Director since 2007, she specialized in International Clients holding the European hubs of few P&G brands, activity worth some important awards like Eurobest, Cannes Lions and Global Effies. Not only does she have her roots in a global advertising culture, she also has experience and enjoys pretty much working on new media. For her an idea is a good one when it’s simple, beautiful and makes you nod and smile at the same time.

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I miei primi colloqui/Pagina 5: Mariano Lombardi

Le critiche sono spesso la cosa più preziosa di un colloquio, soprattutto se provengono da persone di cui hai stima.

Questa è la storia di Mariano Lombardi, Direttore Creativo Y&R Roma.

Ci racconteresti i tuoi primi colloqui? Chi erano i tuoi “guru”? Cosa ti hanno detto?

Ogni colloquio era il frutto di settimane di stalking nei confronti di DC e senior delle sigle più prestigiose, quindi la mia disposizione d’animo era di gratitudine incondizionata e religioso rispetto. In quel periodo – correva l’anno del Signore 2001 quasi 2002 – per chi si affacciasse al mondo della pubblicità a Roma, le due agenzie di riferimento erano Saatchi&Saatchi e McCann perché erano lì i “guru” con cui chiunque sognava di formarsi: Marco Carnevale, Assunta Squitieri, Stefano Palombi, Francesco Taddeucci, solo per citarne alcuni. Tuttavia di gente davvero brava ce n’era molta anche altrove. Quasi tutti quelli che ho incontrato mi hanno incoraggiato, consigliato, suggerito ad altri colleghi. “Si vede che ami questo lavoro” mi dicevano in tanti e io rimanevo col dubbio – mai dissipato fino in fondo – che fosse un modo cortese per dirmi “ti impegni ma sei scarso assai”. Un giorno ho incontrato Marco Ferri che dirigeva la TBWA: avevo di fronte il creativo che aveva ispirato uno degli esercizi che mi avevano dato al Master in scrittura pubblicitaria, una specie di leggenda. Mi ha fatto letteralmente a fette dicendo che il mio portfolio era “proto-pubblicità”, che avevo già quasi 32 anni e che non trovava un motivo plausibile per prendermi in stage. Alla fine mi ha preso. E da lì è cominciata la mia avventura.

Quando è che ti sei sentita/o onorato/a?

I momenti più esaltanti degli inizi sono stati quelli in cui ricevevo complimenti per i radio. Non so se me lo dicessero perché il resto gli faceva schifo, ma tant’è: il solo fatto che piacessero a molti professionisti che stimavo era un fertilizzante per la mia autostima.

Quando è che ti sei vergognato/a?

Vergognato forse solo una volta. A un colloquio in un’agenzia milanese. Un brillante direttore creativo sfogliò tutto il portfolio con malcelato disgusto: non c’era pezzo che non finisse nel tritacarne. Prima di andare via, gli raccontai un’idea trasmissione che avevo proposto a Radio2: “È la cosa più creativa che hai”.

Come era il tuo primo book? Ci racconti qualche aneddoto su come lo hai costruito? Chi ti ha aiutato ecc..

Parafrasando Woody Allen, il mio primo portfolio era così brutto che in sette Stati americani aveva sostituito la pena di morte. Un manifesto dell’anti-crafting: gli annunci stampa erano dei puzzle in formato A4 con foto ritagliate e incollate alla buona, headline in Times New Roman, body chilometriche e radio da 20 minuti. C’era qualche buona idea in un pagliaio di cianfrusaglie. Grazie al cielo poi, Fabio Bartolomei – bravissimo copy, eccellente insegnante oltre che persona di rara onestà – mi ha aiutato a migliorarlo. Se di lì a poco ha sortito qualche effetto positivo, lo devo ai suoi consigli e alle sue stroncature. Mi faceva declinare i migliori pezzi degli Annual italiani e stranieri, di Archive’s (sul web c’era pochissimo, per averli te li facevi prestare o dovevi comprarli nella costosissima libreria “Ferro di cavallo”!). Così non solo ti esercitavi su campagne di altissimo livello ma – come si dice – ti facevi una cultura. Un fatto tutt’altro che trascurabile. Mi capita spesso di incontrare studenti o giovani aspiranti creativi che sembrano ignorare tutto quello che è stato fatto prima di loro.

Quali sono gli insegnamenti che hai tratto dai colloqui?

… che si impara di più dalle critiche, dalle bocciature, che dai facili consensi. Sono momenti essenziali, dei corsi accelerati di pubblicità. E di vita. Impari che la stessa campagna può suscitare reazioni del tutto contrastanti in un target apparentemente omogeneo. Possono destabilizzarti, demolire le tue certezze ma se sai farne tesoro sono un passaggio cruciale. Dato che sono l’unico modo per entrare nel nostro mondo, li considero quasi un obbligo morale: per questo non rifiuto mai un colloquio e cerco di non mancare mai ai “Venerdì di Enzo”.

Grazie Mariano.

Mariano Lombardi. Palermitano. Incensurato. Muove i primi passi in TBWA Roma. In una piccola agenzia chiamata Antartica si fa le ossa per poi passare in Fagan/Reggio/Del Bravo dove gliele rompono. Tra un brief e l’altro trova il tempo di fare l’autore e speaker per la trasmissione “Atlantis” di Radio2. Nel 2006 entra in Young&Rubicam Roma diventando nel 2011 vice direttore creativo e, nel 2014, direttore creativo. Gruppo Espresso, Lottomatica, Colgate, Land Rover e Poste Italiane sono alcuni dei più importanti clienti per cui ha lavorato, vincendo qualche premio che non farà la felicità ma è sempre meglio di un incomprensibile debrief “per ieri”.

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I miei primi colloqui/Pagina 4: Federico Ghiso.

I colloqui si possono sbagliare, ma a volte, se hai la determinazione giusta, puoi correggerli. Come è successo a Federico.

Questa è la storia di Federico Ghiso, VP e Direttore Creativo Esecutivo di Alkemy digital_enabler.

Ci racconteresti i tuoi primi colloqui? Chi erano i tuoi “guru”? Cosa ti hanno detto?

I miei primi colloqui sono durati un mese e sono stati un rodaggio per arrivare all’agenzia dei mei sogni, la Pirella Gothsche Lowe (era il 1996). Un colloquio sbagliato dopo l’altro (tipo che alla domanda vuoi fare il copywriter o l’art director ho risposto…”mah…io scrivo, però mi vengono in mente anche le immagini…forse sono più un direttore creativo…”), sono arrivato ad avere un colloquio con Aldo Cernuto che era il direttore creativo della famosa Pirella, la miglior “bottega” per imparare il mestiere del copywriter. Anche con lui sbaglio il colloquio. Alla domanda “La tua pubblicità preferita?” rispondo con scena muta. Mi dà un’altra possibilità: “Raccontami qualcosa che faccia ridere”. E io avevo veramente qualcosa che faceva ridere, un monologo che avevo scritto all’università per un esame di sceneggiatura, glielo leggo tutto d’un fiato…ma salto l’ultima riga. E non fa più ridere. Mi dà ancora una possibilità: “Federico, tu sei fresco di studi, hai ancora in mente i saggi di Umberto Eco…la pubblicità invece è immediatezza. Se mi dimostri che sai cos’è l’immediatezza, ti prendo.” Esco dalla Pirella di piazzale Biancamano, con il cervello che va a mille e crea sinapsi tutte da solo. Faccio le scale per prendere la metro di Moscova…è lì, sulle scale, mi viene in mente questa frase: “Saggio di due righe sull’immediatezza. Anzi, una”. Vengo preso.

Quando è che ti sei sentita/o onorato/a?

Quando una sera ho ricevuto una chiamata da Pino Rozzi, il mattino dopo mi ha fatto incontrare Vigorelli e al pomeriggio ho firmato in D,L,V, BBDO.

Quando è che ti sei vergognato/a?

A dire il vero, mai. Nel senso che il mestiere del creativo è fatto di tanti alti e bassi. Bisogna non esaltarsi troppo negli alti e non abbattersi nei momenti bassi, e in questo territorio la vergogna (per cosa, poi?) non dovrebbe mai trovare spazio.

Come era il tuo primo book?

Il primo book “vero” era composto con i lavori fatti in quasi 3 anni di Pirella: tanti titoli, qualche campagna, un po’ di annunci così come erano usciti e anche nella versione come non erano usciti.

Ci racconti qualche aneddoto su come lo hai costruito?

Per sottrazione, ascoltando tanti pareri e in più tenevo molto a personalizzarlo in base a chi sarei poi andato a incontrare. In un certo senso era una sorta di Data Driven Portfolio ; )

Quali sono gli insegnamenti che hai tratto dai colloqui?

Il portfolio è solo una parte del colloquio. Il resto è fatto dalla passione, determinazione e voglia che si ha di lavorare in quell’agenzia. Non si tratta solo di far vedere quanto si è bravi ma anche di quanto si è disposti a mettersi in gioco, a dare e a imparare. Caratteristiche, insieme alla curiosità e a una costante voglia di sperimentare, che devono accompagnare un creativo non solo nei suoi primi colloqui ma in tutto il percorso della sua carriera.

Grazie Federico.

Federico Ghiso. Faccio esattamente il mestiere che sognavo di fare da piccolo: indeciso tra astronauta e palombaro, opto per il pubblicitario. Un mestiere che mi permette di esplorare sia verso l’alto che verso il basso. Nel mio passato ci sono 5 agenzie tradizionali: Lowe Pirella, Tbwa, DLVBBDO, Grey, 1861United; nel mio presente una completamente digitale: Alkemy digital_enabler. Qui sono VP e Direttore Creativo Esecutivo e insieme a più 400 persone “we stand at the intersection of business, technology and creativity”. Un bel posto dal quale osservare che tutto è digitale, niente è digitale. 

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I miei primi colloqui/Pagina3: Davide Boscacci

Anche i giurati ai Cannes Lions hanno avuto un primo colloquio. Alcuni di loro quasi cinquanta. La storia che segue è quella di Davide Boscacci, Executive Creative Director per Publicis.

Davide, raccontaci i tuoi primi colloqui.

Quell’anno feci più di cinquanta colloqui. Venivo dall’università, non avevo un portfolio e non conoscevo nessuno. Ma volevo fare il copy, punto. Così, la ricerca del lavoro divenne il mio secondo lavoro – il primo si divideva tra una palestra la sera e la notte nei locali. Insomma, di giorno invece rompevo le scatole ai pubblicitari delle piccole medie grandi agenzie. Con un bianchissimo direttore creativo in una bianchissima stanza scambiammo aforismi sulla vita, mangiando bianchissimi e pregiatissimi confetti (“io voglio vivere in prima classe”). Un’altra volta il mio intervistatore si era chiaramente dimenticato l’appuntamento, quindi mi fece aspettare un’ora per poi dedicarmi non più di tre minuti. Lo odiai come pochi. O quella volta in cui l’allora ECD della Young, mi telefonò un giorno d’estate mentre vivevo la mia disoccupazione in piscina.Mentre mi presentavo, pestai un’ape: il dolore della puntura sotto il piede fu talmente forte che dovetti interrompere la chiamata. E ovviamente non riuscii mai più a riparlargli. Posso dirvi che in quella cinquantina di colloqui, le ho viste tutte e sentito tutto e il contrario di tutto. Ho parlato con signori e con cafoni, con talenti sottovalutati e nullità sopravvalutate. Molti non mi ricevettero mai, alcuni ancora li incontro oggi e mi viene da sorridere un po’. La cosa curiosa è che nessuno mi prese, nemmeno in stage. In cambio però, io presi qualcosa da ognuno di loro. A volte dei buoni consigli, a volte l’esempio di cosa non fare, da qualcuno qualche nozione di copywriting, da altri di art direction o di strategia. Imparai a presentarmi e a presentare i miei lavori. Imparai a non avere soggezione di nessuno ma ad ascoltare tutti. In fondo non ho mai avuto un maestro vero, ne ho avuti tantissimi.

Grazie Davide.

Davide Boscacci. After a four-year experience as Group Creative Director at Leo Burnett on the global FCA account for the brands Fiat, Chrysler, Jeep and Dodge, overseeing the work both in the Torino and Detroit offices, Davide is currently working as Executive Creative Director at Publicis Milan. Previously he was at JWT Italy, where he has worked on many local and international clients. His work has been awarded at major international festivals including Cannes, D&AD, Clio, NY Festival, Epica and Eurobest. He has served as a juror in many festivals including Cannes Lions, D&AD, Eurobest and ADCE.

“I miei primi colloqui” continua. Se non sai cosa sia leggi qui.

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YouTube Ads Leaderboard Italia – Gli Spot Più Visti Su YouTube A Maggio (#ytali)

Ciao!

Se ti trovi su questa pagina è perché muori dalla voglia di vedere gran bella creatività che ha anche generato pacchi di visualizzazioni. E chi sono io per privarti di questa gioia?

Ecco quindi la YouTube Ads Leaderboard Italia, la classifica dei cinque spot più visti su YouTube, per il mese di maggio.

 

NUMERO 5
Cinque spot, cinque bombe, Cinque Stelle. No, non quelle lì, ma quelle di Sammontana e del suo nuovo spot, ormai l’equivalente pubblicitario di una hit estiva.
Sammontana – Cinque Stelle alla nostra estate italiana (2018)

 

NUMERO 4
Tocca a Ikea, che ti racconta come a casa anche da una salsina può nascere un’opera d’arte.
Con IKEA FESTMÅLTID, si cambia in modo creativo e geniale.

 

NUMERO 3
Se avessimo la possibilità di scegliere, sceglieremmo di guardare il nuovo spot di Jeep. E infatti lo facciamo, visto che apre il podio della nostra classifica.
Jeep – Jeep Compass | Freedom Days

 

NUMERO 2
Beccateli tu i gattini acchiappa-like. Qui c’è spazio solo per i cagnolini acchiappa-Fonzies.
Nuovo spot Fonzies 2018

 

[rullo di tamburi]

 

NUMERO 1
Questo mese vince tutto Huawei (che anche se è un brand famosissimo ho comunque dovuto controllare due volte che fosse scritto corretto). Va’ che bello il nuovo spot.
Huawei P20 & P20 Pro | Spot TV (30″)

 

E niente, te l’avevo detto che c’erano delle robe sfiziose. Ci vediamo il mese prossimo con altre bombette fresche fresche!


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I miei primi colloqui/Pagina 2: Patrizia Boglione

Anche i grandi hanno avuto dei primi colloqui, come Patrizia Boglione, oggi direttrice creativa presso Angelini Design.

Patrizia, raccontaci dei tuoi primi colloqui.

La prima volta che ho visto un pubblicitario ancora non avevo finito di studiare. Ho incontrato Riccardo Rinetti e Sergio Caputo che a quel tempo cantava ”Bimba se sapessi che monotonia / Tutte quelle balle sulla fantasia /Guarda che mestiere che mi tocca fare..”. Sembrava quasi un monito per quello che è venuto dopo. Quante volte mi sono chiesta ”ma la creatività è un vero mestiere?” Sì, mi sono risposta ogni giorno in questi 30 anni. Ogni mattina penso che il mestiere che faccio mi continua a dare grande piacere. Dopo quell’incontro molto carino, ho fatto lo stage più corto della mia vita in McCann Roma, una settimana a disegnare tappi dell’olio Esso. Poi mi hanno chiesto se sapevo il tedesco. “No” ho risposto. Ma siccome ogni volta che c’è da studiare qualcosa mi ci metto sempre e per davvero, il giorno dopo mi sono iscritta ad un corso di tedesco all’Istituto austriaco.

Come dice il mio mentore e amico Maurizio Sala “se ci fosse un corso di taglialegna sul Monviso tu ti iscriveresti..” Qualche anno dopo rispondo ad un annuncio per uno stage della Regione Lombardia per giovani pubblicitari, il mio fidanzato era andato in Brasile ed era scomparso. E così mi sono detta “quando torna non mi trova, perché a quel punto lavorerò a Milano.” Ho iniziato una trafila di colloqui su e giù per l’Italia ogni settimana, quando per fare Roma – Milano col treno ci volevano otto ore. Test logico-matematici, colloqui psicologico-motivazionali. Eliminavano candidati a frotte e alla fine eravamo rimasti in pochi e finalmente ci troviamo di fronte ai grandi direttori creativi di quel tempo. Io non sapevo disegnare veramente, perlomeno come quel lavoro richiedeva a quell’epoca. Avevo un portfolio costruito su mille esperienze creative ma, visto oggi, parlava più di me che del mio talento. Al primo colloquio mi viene detto: “guarda noi vogliamo un maschio.” Se mi avessero detto lui è più bravo di te, l’avrei accettato. Ma vogliamo un maschio, no. Forse nella testa del direttore creativo era un modo di dire lui è più bravo di te, ma le parole contano. Pur di lavorare in quel mondo avrei fatto anche il copywriter, non sapendo che dopo 30 anni avrei avuto una mutazione genetica, per cui ora passo il tempo a scrivere strategie, manifesti valoriali e piazzo payoff internazionali come se piovesse. Mi danno l’opportunità di fare un colloquio in McCann con Milka e Franco. Avevo passato la sera prima a farmi dare consigli da Michele Mariani, che un portfolio bellissimo ce l’aveva per davvero. Michele è stato un po’ a quel tempo un angelo custode.

Sono entrata in Mccann a fare l’assistente ad un art che disegnava benissimo. Dopo un po’, in un momento d’ira mi ha detto” Sei una merda, non sai disegnare, non farai mai questo lavoro!” Sono scesa, ho fatto sei giri dell’isolato piangendo. Avevo 23 anni, non ero arrivata lì per questo. Ho asciugato le lacrime e sono piombata nell’ufficio di Franco Moretti. Il quale ha ascoltato e con un grande sorriso mi ha detto ” Ti ho preso per il tuo cervello, bimba, non per la tua mano. Ma lo sai il tedesco?” “Sì” ho risposto. Il giorno dopo ero al gruppo internazionale General Motors, e una settimana dopo volavo a Zurigo dal cliente a presentare in tedesco una campagna per il lancio di una macchina. Non sapevo disegnare, avevo imparato ad usare meravigliosamente la fotocopiatrice come fosse la mia protesi di intelligenza artificiale. Ancora oggi la passione per la tecnologia guida ogni mia scelta professionale, ho avvicinato il mondo delle startup, ho scoperto che il codice può essere affascinante e che sotto un bel sito ci può essere un codice html semplice e meraviglioso. E dedico tutto il tempo libero che ho ai giovani.

Grazie Patrizia.

Patrizia Boglione. Si occupa di creatività e comunicazione da sempre. Dopo 25 anni in McCann-Erickson, nel 2012 si dedica al branding e al design e diventa Direttore Creativo Strategico di Angelini Design, agenzia indipendente di branding, digital e design e lavora principalmente per i mercati Europa e Asia. Attualmente insegna Brand Strategy e Envisioning Personal Branding in ambito universitario e professionale. E’ un coach certificato Creative Personal Branding e aiuta le persone a identificare i propri talenti, ridefinire i propri obiettivi e il proprio mercato potenziale. Lavora come consulente per PiCampus, un fondo di venture capital ed ecosistema incentrato sul talento che unisce designer ed ingegneri per creare innovazione.

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Tutti i Direttori Creativi del GVDE 2018.

Quest’anno abbiamo reclutato ben 93 Direttori Creativi che hanno deciso di seguire l’esempio di Enzo Baldoni, il fondatore e Direttore Creativo di Le Balene che ogni venerdì pomeriggio dedicava il proprio tempo ai giovani creativi.

Proprio come faceva lui, venerdì 15 giugno alcuni tra i migliori Direttori Creativi italiani incontreranno i giovani talenti per aiutarli, dargli consigli e criticare costruttivamente il loro portfolio.

Ecco la lista completa di chi parteciperà in ciascuna delle cinque città coinvolte:

MILANO

Marco Peyrano (The Big Now)

Livio Basoli + Lorenzo Picchiotti (Dude)

Hana Kovacevic (DOING)

Luca Cortesini + Gabriele Caeti (DDB)

Aureliano Fontana + Bruno Vohwinkel (Havas)

Stefania Siani (BBDO)

Franz Degano (Quinto Lancio)

Serena Di Bruno (Grey)

Nicola Rovetta (MullenLowe Group)

Paolo Iabichino (Ogilvy & Mather)

Selmi Barissever + Cristiano Nardò (Leo Burnett)

Paola Morabito (BCUBE)

Andreas Toscano Mielenhousen + Luiz Risi (The Zoo Google)

Daniele Dionisi (M&C Saatchi)

Pas Frezza + Luca Iannucci (Serviceplan)

Davide Boscacci (Publicis)

Isabella Bernardi (Freelance Creative Director)

Alessandro Orlandi (Saatchi & Saatchi)

Federico Ghiso (Alkemy)

Valerio Le Moli (La Fabbrica Creativa)

Mirco Pagano (TBWA)

Antonio Di Battista (JWT)

Stefano Zanoni (The Embassy)

Aldo Pugnetti (The Optimist)

 

BOLOGNA

Massimo Valeri (Local Ambassador ADCI)

Beatrice Furlotti (Baradal)

Laura Grazioli (Nouvelle)

Matteo Righi (DIENNEA)

Alessandro Marani (Canali&C)

Dario Anania (Max Information)

Luca D’Alesio (Touché)

Mirella Valentini (Freelance)

Giulio Nadotti (The AD Store)

Michele Golinelli (Mollusco & Balena)

Domenico Gentiluomo (Esclama)

Pietro Lena (Hibo)

Mirko Cottone (Integra Solutions)

Pierpaolo Marconcini (Nimai)

Roberto De Martini (Nouvelle)

Marco Gucciardi (Changee)

Maurizio Cinti (AdmCom)

 

ROMA 

Lorenzo Terragna (Saatchi&Saatchi)

Mariano Lombardi (Y&R)

Marco Fresta (Gruppo Roncaglia)

Fabrizio Caperna (The&Partnership)

Antonio Fatini (Klein Russo)

Alessandra Romani (Spark44)

Maria Pia Candreva (Spark44)

Sara Portello (DLVBBDO)

Luigi D’Anna (FOX)

Luca Rochira (Mr. Moody)

Guido Scamporrino (Base3)

Marcio Cortez Melendez (Turner)

Stefano Massari (Freelance)

Massimo Guerci (Publicis)

Francesca Lanzilotto (Plural)

Leonardo Pastacaldi (GTB)

Paola Manfroni (Marimo)

Veriana Visco (Think Cattleya)

 

NAPOLI

Luca Pedrani (Imille)

Fabio D’Alessandro (Saatchi & Saatchi)

Anna Meneguzzo (Leo Burnett)

Domenico Manno (DOING)

Patrizia Boglione (Angelini Design)

Alfredo Felco (The Jackal)

Angela Pastore (Antville Multicreatives)

Chicco Meomartini (TBWA)

Luis Ciccognani (Politecnico di Milano)

Sergio Guida (Brand Strategist)

Graziella Bilotta (Healthware International)

Daniela Montieri (Un posto al copy)

Pierpaolo Andolfi (Antville Multicreatives)

Marica Rinaldi (Freelance Creative Director)

Giuseppe Rigo (Graphicnart)

Emy Caterino (Symila Communication Factory)

Alessio Attanasio (MTN Company)

Francesco Quarto (IV Design Studio)

Domenico Catapano (About Lab)

Francesco Galdo (Artedit)

Roberto Ottolino (The&Partnership)

 

PALERMO

Davide Iacono (Mosaicoon)

Cristiano Pezzati (Mosaicoon)

Alessandro Albanese (Just Maria)

Carlo Loforti (Just Maria)

Gianluca Scuderi (Cut&Paste)

Antonio Giambanco (IM*MEDIA)

Marco Riccobono (The New Place)

 

Se volete incontrarli e sfruttare quest’occasione unica, c’è ancora qualche posto disponibile.

Prenota qui il tuo biglietto per il GVDE di Milano.

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Ricordatevi di portare il vostro portfolio. Ci vediamo venerdì 15 giugno per il più grande Grande Venerdì di Enzo di sempre! Crediamo che anche Enzo ne sarebbe contento ;)


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I miei primi colloqui/Pagina 1: Sandro Baldoni.

Iniziamo con Sandro Baldoni, co-fondatore dell’ADCI nel lontano 1985 e direttore creativo e founder de LeBalene.

Ciao Sandro, ci racconteresti i tuoi primi colloqui?

Il mio primo colloquio è stato in JW Thompson. Ero appena sceso a Milano dall’alta montagna Umbra. Arrivo al piano alto di un palazzo del centro, entro in un gigantesco atrio tutto vetrate. Non vedo la porta a vetri perfettamente trasparente che sbarra il secondo corridoio, do una capocciata al doppio vetro. Dall’altra parte, tutti a ridere. Non so se andarmene o restare. Arriva in mio soccorso una receptionist con gli occhi verdi, che trattiene a stento le risa. Decido di restare. Faccio mezz’ora di anticamera tamponandomi il naso col fazzoletto e poi arriva uno con un foulard intorno al collo e gli occhiali scuri anche se fuori era buio. Mi chiede un po’ di cose, ma si vede che pensa ad altro e continua riannodarsi il foulard. Non vedo l’ora di andarmene. Sempre diffidare delle vetrate e dei foulard.

Chi erano i tuoi “guru”? Cosa ti hanno detto?

Non avevo guru. Più che altro dovevo mantenermi, volevo tirare su un po’ di soldi e sarei andato a lavorare ovunque. Sapevo poco di pubblicità, ero (sono) ragioniere. Solo che mi piaceva leggere e a scuola ero bravo a fare i temi. Mio fratello Enzo diceva che potevo far il copy e conosceva Pino Pilla, che allora era uno dei più bravi, e me lo fece conoscere. Andai nel suo ufficio. Non parlava, io meno di lui. Mi fece vedere un titolo su cui stava lavorando, per un’agenzia di recruiting: “Il tuo capo ti dice che sei bravo, sveglio e intelligente. Come mai hai un capo?”. Mi chiese un parere. ‘Azz, era bello: pensai che forse in pubblicità si poteva scrivere anche qualcosa di intelligente. Glielo dissi.

Si accese la quinta sigaretta in dieci minuti e mi portò di là a parlare con Emanuele Pirella, il quale dopo un quarto d’ora mi congedò dicendomi che era meglio se avessi provato a fare un altro mestiere. Trovai lavoro in pubblicità (intanto facevo il portiere di notte) solo qualche mese dopo, in CPV, con Marco Vecchia, grande maestro. Lì scoprii che c’era anche un certo Pasquale Barbella, un pugliese che scriveva titoli fulminanti e body copy alla John Fante: di sera presi l’abitudine di andare a scavare nel suo cestino per vedere quello che scriveva. La maggior parte delle cose cestinate erano già pepite d’oro. Da lui (un altro che parlava poco) rubai tutto quel che potevo.

Quando è che ti sei sentita/o onorato/a?

Onorato non lo so, non sono il tipo. Divertito, anche un po’ vendicativamente gratificato, sì: dopo un anno e mezzo ricevo una telefonata di Pirella che mi dice: “Ho sbagliato, voglio assumerti, ti do il doppio di quello che ti danno adesso”. Poco dopo ho comperato la mia prima 500 col tettino che si scoperchiava.

Quando è che ti sei vergognato/a?

Quando ho dato la capocciata al vetro. Dopo non ricordo.

Come era il tuo primo book?

Un po’ unto, me lo fece notare un art director con cui lavoravo, il grande Agostino Reggio. Me lo smacchiò con la trielina. Era una specie di quadernone nero dove avevo appiccicato i vari lavori (allora quasi tutta stampa).

Ci racconti qualche aneddoto su come lo hai costruito? Chi ti ha aiutato.

Il mio primo art era appunto Agostino. Lui aveva più esperienza di me e sapeva come congegnare un portfolio. Trasformò il quadernone in un oggetto di design e razionalizzò la sequenza delle campagne. Lavorammo insieme prima in CPV, poi in GGK e poi appunto con Pirella, all’agenzia Italia. Facevamo belle cose. All’Italia incontrai anche quell’eccelsa testa di Lele Panzeri. In breve tempo tutti e tre facemmo delle grandi campagne. Così, dopo qualche tempo, il portfolio non mi serviva più. I direttori creativi che incontravo conoscevano già il mio lavoro. Me la tiravo anche un po’, avevo 26/27 anni ed ero pirla come si è a quell’età (in genere).

Quali sono gli insegnamenti che hai tratto dai colloqui?

Direi: se hai bisogno di soldi, cresta bassa. Se hai già fatto qualche bella cosa, cresta alta e un po’ di spocchia, serve per alzare il banco. Poi: sii sempre te stesso, parla poco, fai parlare il tuo lavoro.

Grazie Sandro.

Sandro Baldoni. Copywriter di lungo corso, ha lavorato prima in varie agenzie internazionali, poi ha fatto il free-lance con STZ Milano, GGK New York, Leo Burnett Italia e Lurzer/Conrad Francoforte. Nel 1984 ha aperto la sua prima agenzia, la FCA, con Lele Panzeri e Fabrizio Sabbatini. È stato regista e sceneggiatore di quattro film, tra cui Strane Storie, premiato come migliore Opera Prima al Festival di Venezia e La Botta Grossa, Nastro d’Argento come miglior documentario italiano nel 2018. Attualmente è socio delle Balene e cofondatore di Acqua su Marte, spazio di coltivazione delle idee.

“I miei primi colloqui” continua. Se non sai cosa sia leggi qui: http://blog.adci.it/adci/anche-i-grandi-hanno-avuto-un-primo-colloquio-e-alcuni-non-sono-andati-meglio-di-te/

In collaborazione col team di Plural: Marco Diotallevi, Direttore Creativo; Sara Tiano, Art Director; Francesca Lanzilotto, Strategist e Antonella Dente, Social Media Manager.