Leave a reply

BRANDED CONTENT LAB


Giovedì 17 Novembre, presso l’Aula Magna dell’Università Cattolica, il Professor Nelli ha presentato i risultati del progetto di ricerca condotto in collaborazione con Magnolia e intitolato “Le condizioni di efficacia del Branded Content nell’esperienza internazionale”.

Si tratta di una tra le prime ricerche accademiche su questo tema.

La tesi portata avanti è che attraverso il Branded Content si realizza un vero e proprio cambio di paradigma nella comunicazione aziendale che segna il passaggio dai contenuti di marketing al marketing dei contenuti.

Il Branded Content marketing consiste nella proposta di contenuti originali e rilevanti per specifici segmenti di Target Group, allo scopo di collocare nella mente stimoli di natura commerciale che possano influire sulle decisioni di acquisto e di consumo future.

4 le dimensioni contenutistiche:

1 entertaining& fun content

2 informative content

3 educational content

4 useful& practical content

Come ben sottolineato dal professor Nelli questa tipologia di contenuto è estremamente organica al journey sui media del target e richiede un radicale cambio di visione: il target viene posto al centro di un ambiente di apprendimento dove non è preso in considerazione come cliente ma come persona.

Nel momento in cui un brand si trasforma in editorial e publishing brand non sta semplicemente comunicando.

Il passaggio cruciale da assimilare è infatti questo: i contenuti prodotti per editare il suo posizionamento diventano parte del valore complessivo del sistema di offerta che l’impresa rivolge al mercato dei beni e dei servizi nei quali opera.

I contenuti proposti SONO DI PER SE STESSI OGGETTO DI UN RAPPORTO DI SCAMBIO NEL MERCATO DELL’INTRATTENIMENTO E DELL’INFORMAZIONE.

IL CONTENUTO SI PROFILA COSI come fonte di vantaggio competitivo sostenibile.

In questo passaggio esiste oggi per le agenzie di comunicazione una grande opportunità ma anche un grande rischio: quello a tendere di subire la concorrenza dei content hub interni ai brand e interni ai broadcaster media.

Questa ricerca dell’Università Cattolica giunge infatti a conclusioni molto chiare: le aziende dovranno staffarsi di content factory e content hub interni, seguendo modelli di successo come quelli di Red Bull, o Pepsi. O in alternativa avvalersi di partnership media (Mondelez)

I CONTENT CREATOR sono i creativi del futuro, PARTE INTEGRANTE DELLA TRIANGOLAZIONE CHE LI VEDE DIALOGARE CON IL BRAND INVESTITORE E CON I BROADCASTER MEDIA.

Nel tempo andrà sempre più configurandosi una nuova modalità anche nello spending media al fine di misurare i risultati di business e di monetizzazione correlati ai contenuti prodotti.

Laura Henderson, Global head of content & media monteization di Mondeleze così definisce la Media monetization: «“Media monetization means making content that’s good enough to make money”

La ricerca è stata condotta in collaborazione con Magnolia. A questo proposito il commento di Ludovica Federighi. Head of brand solutions per Magnolia.

“Supportare la ricerca in questo campo è fondamentale per chi produce contenuti per i Nuovi Editori : di questo si sta parlando, di una nuova generazione di editori, i Brand, che ,anche in Italia, si stanno organizzando per diventare Entertaining Brands .

La filiera creativa e produttiva per questa nuova tipologia di progetti è molto complessa , e le competenze necessarie per realizzarli non si possono improvvisare; è fondamentale comprendere a fondo quali sono gli obiettivi di comunicazione del Brand mentre si pensa e si produce qualcosa di Entertaining/educativo/informativo, per una audience incredibilmente esigente ( the content is king? the audience is king-ier, decide e sceglie solo contenuti veramente rilevanti) . Insieme ai Nuovi Editori nascono quindi i Nuovi Produttori , strutture ibride come la nostra ,che sanno parlare con i Brand, con le Agenzie creative e i Centri media, e conoscono bene i Broadcaster e le Concessionarie , e le loro esigenze legate agli ascolti. Il nostro lavoro diventerà sempre più interessante, una sfida continua e stimolante. Noi ci siamo!”


Leave a reply

Stefano Guindani: il tamagochi e l’umanità dei ricchi e poveri.

Ho incontrato per la prima volta Stefano Guindani a Venezia in Palazzina G l’anno scorso, durante la 56a Biennale di Venezia, prima di fotografare un red carpet.

Guindani era lì con i capelli rivolti all’indietro e l’aria di chi è abituato a convivere con l’aura moltiplicata delle persone famose per essere famose. Indossava nella penombra un modello di Ray Ban che non avevo mai visto: “Durante il mio ultimo viaggio, ho regalato tutti i miei occhiali ai ragazzi di Haiti, erano entusiasti.”

Stefano Guindani compensa il suo essere fotografo di celebrity scattando immagini e reportage agli ultimi del mondo: è il suo contrappasso fotografico in vita.

A distanza di un anno lo abbiamo Rivisto in Acqua Su Marte, sede dell’Art Directors Club Italiano in occasione dello shooting del Consiglio Direttivo dell’Adci. Appena siamo arrivati ci ha mostrato alcune bellissime immagini catturate durante il viaggio in Islanda da cui era appena tornato. Erano le foto di una sposa che nel giorno del suo matrimonio, con lo strascico bianco, camminava tra blocchi di ghiacci flottanti del Mare del Nord. Dopo due giorni sarebbe stato l’unico fotografo ammesso alla cena di Vanity Fair America in occasione del Festival del Cinema di Cannes. E, dopo ancora, sarebbe andato a Roma a presentare un libro fotografico mastodontico, realizzato in occasione dei 15 anni di Rai Cinema:”Sguardi d’attore”. 353 scatti di attori e registi. Il ricavato andrà in beneficenza per la realizzazione della sala cinematografica al Policlinico Gemelli.

Dopo averci fotografato gli ho rivolto alcune domande. La prima delle quali: “Tu vivi una sorta di altalena tra estremi perché continuamente fotografi le persone più ricche e famose del mondo per poi portarti tra gli ultimi e restituirci ritratti altrettanto intensi. Che cosa si prova a questi due estremi dell’umanità?”

SG:
Sopporto l’abisso che li separa perché mi aiuta a capire la fortuna che ho. Lavorare coi più poveri mi aiuta a comprendere quanto siamo fortunati a far parte di quella piccolissima percentuale di persone che godono di privilegi e servizi inimmaginabili nel resto del mondo. Ad Haiti ho visto persone abbandonare i propri cari morenti per strada, non per cattiveria ma perché per loro era un costo insostenibile seppellirli. Questo è l’apice negativo ma sono tanti i popoli che ho visto vivere in povertà in America Latina, Centroamerica, India, Russia, Cina.

Poter lavorare con i ricchi e i poveri è un privilegio: perché è un privilegio scoprire l’umanità in tutti e due i casi. Si tende a darla per scontata nelle persone fortunate, dovrebbe essere una forma di gratitudine. Ma una delle più grandi emozioni che ho provato è stato fotografare un ragazzino di 18 anni, orfano dall’età di dodici, con 4 fratelli a carico di cui due con problemi mentali. Gli ho chiesto “Sei incazzato con la vita?” “Se non è difficile non è vita”mi ha riposto. Con me c’era mia figlia ad ascoltarlo.

Io spero che il governo italiano approvi la legge per cui gli studenti ottengano dei crediti se vanno a fare volontariato, come succede in America. Questa è un’esperienza di alto valore formativo: ragazzi che hanno lavorato a scopi umanitari per aiutare persone in difficoltà ci tornano tutti gli anni e se gli parli di vacanze nel villaggio turistico ti ridono in faccia. E lo stesso che penso io quando qualcuno mi racconta che è stato a santo Domingo. Gli chiedo se ha visto le piantagioni di riso, la vita nelle capanne dei villaggi e li sento rispondere. “Hanno detto che non potevo uscire dal villaggio perché pericoloso”. Mi verrebbe da dirgli stattene in Sardegna allora.

Come sta cambiando il tuo lavoro?

SG:
Siamo in un periodo di trasformazione. Le foto 15 anni fa servivano principalmente per i settimanali, oggi sono per lo più per i social media. Sta cambiando tutto in maniera veloce. Questo è un momento cruciale. Vedo persone che prima avevano problemi a farsi fotografare che postano autonomamente sul proprio profilo o girano con un fotografo che lo cura. Ero con una persona molto importante e invidiava il mio numero di follower e mi chiedeva un progetto per arricchire di contenuti la propria pagina. A me è venuto in mente il tamagochi. Il pulcino non esisteva ma dovevi dargli da mangiare, perché a suo modo era vivo e aveva necessità come biologiche. Oggi più fai crescere i follower più diventi appetibile per il marketing.

E come sta cambiando la celebrità?

SG:
Sempre di più il nostro lavoro consiste nel creare la celebrità ideando dei progetti. Noi fotografi presentiamo dei Power Point proprio come fate voi. Con un’idea crossmediale e uno storytelling da seguire.

E’ difficile per noi fotografi, più di quanto lo sia per voi passare a questo paradigma. Oggi poi viviamo un drastico abbattimento dei prezzi.

Un animale da red carpet?

SG:
Ho appena realizzato un progetto per Rai Cinema fotografando oltre 350 tra attori e registi.

Mi viene in mente Rocco Papaleo. E’ un istrione. E poi ho atteso molto Toni Servillo. Dicevano fosse antipatico, a me è parso un vero signore.