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FORMA&SOSTANZA apparire ed essere

Lettura 2/3 minuti.

Con buona pace di chi da sempre coltiva la cultura del fornello, l’italico popolo ha scoperto come essere trendy al grido di “te lo seleziono io il giusto prodotto! La preparo io stasera la giusta cena!” In un periodo meno sospetto, lo sbracciamento poteva essere accolto con un certo sollievo, perché il volontario di turno non si sarebbe mai spinto al di là di un semplice aglio & olio o di un classico pomodoro & basilico.
Ci s’imbatte spesso invece in una cucina di rivisitazione, un modo nuovo di intendere la tradizione riveduta e corretta: l’imperativo è la leggerezza, e la conseguenza è che ti tocca sorbirti una carbonara con il prosciutto cotto o addirittura mantecata nel parmigiano.

L’elaborazione delle materie prime in cucina è da sempre frutto di un’esperienza maturata negli anni, partita da una passione vera, sudata e conquistata.
Un tempo chi non aveva questi requisiti si accomodava tranquillo in salotto senza scatenare il panico tra gli sventurati ospiti. Oggi nessuno resta indietro: tutti sanno. Il mercato è sensibile, sente odore di affare, si organizza. Ti fa trovare la ricercatezza che a te serve, gratifica la tua voglia di ostentare conoscenza, ti rassicura con un’infinità di selezioni e di biologico a prezzi da City: sembra che le piogge acide su certi prodotti non sortiscano alcun effetto.
Le confezioni migliorano, migliorando l’immagine dei prodotti. Le etichette sono uno spazio dedicato al design più ardito.
E’ il festival del prodotto ricercato, di nicchia. La forma è salva. E’ la sostanza che ha bisogno di certificazione e di comunicazione. A tal proposito vorrei raccontarvi una storiella.
Un giorno un cittadino passeggiando in campagna tra i campi si fermò a scambiare due chiacchiere con un contadino che teneva al pascolo due mucche, una bianca e una nera.
Il cittadino, per rompere il ghiaccio, chiese qualche informazione sui due animali. Il contadino, indicando la mucca bianca, disse: vedete quella mucca?
Tutte le altre danno dieci litri di latte al giorno.
Ebbene, quella riesce a farne venti!
E il cittadino: e quella nera?
Anche quella nera – disse il contadino… e vedete la mucca bianca?
Tutte le altre lavorano dieci ore al giorno. Ebbene, quella ne lavora venti di ore! Il cittadino espresse il proprio educato stupore: caspita, e quella nera?
Anche quella nera. Rispose laconicamente il contadino che, imperterrito, aggiunse: vedete la mucca bianca? Tutte fanno un solo vitello ad ogni parto, ebbene quella bianca ne fa due!
E quella nera? Chiese ammirato e un po’ stordito il cittadino.
Anche quella nera!
Ma allora, scusi – fece notare il cittadino – se fanno le stesse cose, perché parla con entusiasmo della mucca bianca e tralascia quello che fa la nera?
E’ semplice – ribatté il contadino – quella bianca è mia!
E quella nera?
Anche quella nera!
A questo punto, immagino che stiate pensando di rileggere il titolo dell’articolo e, magari, vi state chiedendo il perché di questa storiella.
Proviamo a sostituire, per semplificare, alla mucca bianca il vino francese e a quella nera il vino italiano: non ci si trova forse calati in un mondo in cui forma e sostanza (apparire ed essere) sono sempre e soltanto i risultati di pura e semplice comunicazione?
Non si sa bene in che modo la mucca bianca sia riuscita a comunicare qualcosa in più al contadino, forse con qualche sguardo particolarmente dolce, un battito soave di ciglia, chissà. Comunque sia, un risultato di certo l’ha ottenuto: farsi notare. E’ un po’ come tra fratelli in famiglia oppure come tra Saverio e Mario in Non ci resta che piangere di Benigni&Troisi, dove la mamma di Vitellozzo – Parisina, non aveva occhi che per Mario, calmo, distante, gentile e di bell’aspetto, a dispetto di Saverio sempre disponibile ma nervoso e arruffato. “Grazie Mario” scandiva la cinica nonnina per rimarcare la sua preferenza, anche se le idee e le cose le faceva l’incredulo Saverio.
Del resto, tutte le azioni della vita relazionale e sociale potrebbero essere viste in termini di comunicazione e di conseguente accettazione.
La comunicazione, nella sua definizione più semplice, è un trasferimento di informazioni, di codici, attraverso un canale o un mezzo, da un Emittente a un Ricevente (destinatario). La comunicazione di massa è il veicolo di relazioni capillari e dinamiche che si stabiliscono e s’instaurano in società particolarmente progredite.
I problemi inerenti al suo sviluppo ed ai suoi effetti sono molti e complessi, e si evidenziano in una proliferazione esasperata di messaggi appositamente elaborati.
E’ straordinaria la capacità per una comunicazione attenta e mirata di creare sempre nuovi miti, di rafforzare i preesistenti, di facilitare nuovi atteggiamenti e stili di vita.
Il fenomeno è per sua natura psicologico, perché comprende tutti i rilievi del comportamento umano, trova la sua massima espressione non soltanto nella scelta preferenziale dei prodotti da parte dei consumatori, ma nella stessa azione di questi verso nuovi e insospettati bisogni.
In questo modo gli aspetti negativi di una strategia di vendita saranno vieppiù caratterizzati dalla comunicazione subliminale, capace di parlare al solo subconscio e di spingerlo a un acquisto di effimera necessità, invadendo così zone solitamente rispettate dalla convenzione sociale.
Se l’obiettivo è uscire dall’ombra per farsi notare e quindi ottenere l’assenso dagli altri a partecipare ai molteplici riti di relazione sociale fatelo, con la speranza che l’acquisto fatto piaccia anche a voi e non solo al vostro capo ufficio, alla vostra collega, al vostro amico/amica, alla suocera e via cosi in un delirio di sudditanza psicologica fuori da ogni controllo. Sappiate comunque che il pericolo può essere dietro l’angolo, il tizio o il prodotto solo forma, ben vestito e ben inserito, a domanda muggisce! MU.GGI.SCE.


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E’ L’ITALIA CHE VA!

INVESTIMENTI, LIQUIDITA’, BANCHE, ASPETTATIVE, REDDITO, TURISMO, CONSUMI, DIGITALE, DISINTERMEDIAZIONE, VITA VIRTUALE, VITA REALE, MILLENIALS, WELFARE DEI CONSUMI, JOBS ACT, CERVELLI IN FUGA, POLITICI, EUROPA E LIRA FUORI O DENTRO, PADRI DELLA PATRIA.

Lettura 3/4 minuti

Puntuale, ogni anno arriva il rapporto Censis, lo stato dell’arte del Paese Italia. Appuntamento fisso per i cultori dei numeri dei flussi e delle statistiche. Quest’anno non si poteva assolutamente mancare la data presso la sede del Cnel, in viale David Lubin in Roma. Il Cinquantesimo: è stato l’ultimo lavoro svolto da Giuseppe De Rita presidente, inventore del Rapporto nel 1966, che ogni anno rende noto agli italiani e agli addetti ai lavori le tendenze e le trasformazioni della nostra società. Sociologo di razza il De Rita: “ha l’affabilità dei romani che non pretendono di saperla più lunga degli altri. E al tempo stesso rivela un acume speciale nel leggere la realtà di un paese” diceva di lui Giampaolo Pansa nel 2013. Tra le molte parole da lui inventate e imposte al lessico pubblico e date in uso ai giornali, ci sono: sommerso, localismo, macchie di leopardo. Ce ne sono due che lo riguardano e in cui si è riconosciuto: “Nel 1976 a un convegno ecclesiale fui chiamato ‘il monaco delle cose’. Il Riformista mi ha definito ‘arcitaliano’. Mi sta bene. Amo leggere l’Italia dal di dentro. E non sono mai stato così lontano dalla politica. Senza interlocutori”. Per marcare la difficoltà dell’Italia, nel rinnovarsi ciclicamente come classe dirigente e classe politica affermava: “Abbiamo fatto crescere a dismisura il ceto medio che rappresenta l’85 per cento della popolazione”. Aveva capito tutto Pasolini quando diceva: “questo è l’imborghesimento, non la creazione di una classe borghese” era il 2012. Bene. Il ritratto invece del Bel Paese nell’analisi del Censis di quest’anno, parla di un’Italia che va, continua a funzionare nel quotidiano, rumina, faticosamente ma inesorabilmente e con pazienza rumina e digerisce tutto, ogni cosa. Cicatrizza le ferite più profonde.

INVESTIMENTI, LIQUIDITA’, BANCHE. Gli investimenti sono fermi, nessuno azzarda ad aprire un’impresa o un’ attività commerciale, si punta al risparmio: da una parte si rivedono le priorità d’acquisto con un occhio alla spesa quotidiana (le patate sono introvabili al banco verdure o hanno prezzi più alti rispetto al solito), e dall’altra chi può in modo più o meno cospicuo aumenta le riserve in contanti. L’immobilità sociale genera insicurezza, che spiega l’incremento dei flussi di cash. Piccoli depositi bancari, dove possono, crescono. L’altra tendenza: introvabili i biglietti da 200 e 500euro. Si “fantastica” su valigette colme di bigliettoni murate o in giacenza in quel di San Marino. Rispetto al 2007, dall’inizio della crisi gli italiani hanno accumulato liquidità aggiuntiva per 114,3 miliardi di euro, un valore superiore al Pil di un Paese intero come l’Ungheria. La fiducia nelle banche è al minimo storico, solo l’1,5% degli italiani ha fiducia negli istituti di credito. Comprensibile visto il reiterato approfittarsi delle banche negli anni di persone la cui unica responsabilità è stata quella di affidare i risparmi di una vita a bancari e banchieri senza scrupolo accecati da provvigioni e profitti sulla pelle d’ignari e a volte veramente ingenui “compatrioti” “conterranei” “amici di sportello” o “ ’st’affare_lo_famo_insieme”.

ASPETTATIVE, REDDITO, TURISMO. Le aspettative non sono incoraggianti: Il 61,4% è convinto che il proprio reddito non aumenterà nei prossimi anni, il 57% ritiene che i figli e i nipoti non vivranno meglio di loro, così lo pensa anche il 60,2% dei benestanti, impauriti dal downsizing generazionale atteso.

C’è chi si organizza e mette a reddito quello che ha: una casa, una villa  diventa bed&breakfast o la mette a disposizione di ospiti dall’Italia e dal mondo su Airbnb, un portale online che mette in contatto persone in cerca di un alloggio o di una camera per brevi periodi con persone che dispongono di uno spazio extra da affittare. I flussi turistici raccontano che i servizi di lusso nella ricettività alberghiera non risentono di questa   tendenza all’autodeterminazione dell’affitto casalingo.  Va bene l’alta gamma: +50,3% di arrivi dal 2008 a oggi negli hotel a cinque stelle e +38,2% in quelli a quattro stelle. Mentre con la concorrenza dell’affitto fai da te, crollano gli arrivi negli alberghi a una o due stelle, rispettivamente: -33,1% e -22,4%. Si può presumere  che il problema del servizio reso al cliente da improvvisati o polverosi e sopravvissuti albergatori de’ noantri ad una o due stelle faccia la differenza con la sorridente padrona di casa,  e ne determini il crollo. Alloggi in affitto +37,3%, bed and breakfast +44,5%, agriturismi +32,2%.

CONSUMI, DIGITALE, DISINTERMEDIAZIONE.

Dicevamo la famiglia segna il passo sui consumi complessivi che si riducono del 5,7% ma in controtendenza sull’acquisto di dispositivi digitali che registrano su computer +41,4% e su smartphone +191,6%. Potrebbe sembrare questo un dato di effimero disimpegno sociale vocato al fancazzismo ludico, invece rivela l’intenzione di bypassare l’intermediazione. Parola d’ordine del momento: Disintermediazione! E’ il trionfo del fai da te digitale, si fa a meno di intermediari, grazie ai dispositivi digitali. La capacità di utilizzarli aiuta a spendere meno e a ridurre i tempi. Nel 2016 l’utenza del web in Italia è arrivata al 73,7% , nel caso dei giovani under 30 il dato sale al 95,9%. Oggi il 64,8% degli italiani usa uno smartphone  (l’89,4% nel caso dei giovani), per comunicare il 61,3% utilizza Whatsapp il 56,2% ha un account su Facebook e il 46,8% guarda Youtube, il 24% utilizza la piattaforma Amazon, l’11,2% Twitter. Nel 2015 il traffico dati medio mensile è stato pari a 1,3 gigabyte, ovvero più del doppio rispetto ai valori registrati nel 2010 (+116,7%).

VITA VIRTUALE, VITA REALE. La vita virtuale affianca la vita reale e a tratti la supera durante il giorno. Le community fioriscono e pullulano. Ci s’incontra in rete, con l’illusione di allargare conoscenze e interessi, ma come afferma Zygmunt Bauman, ideologo del concetto  di società liquida  : “non si crea una comunità, o ce l’hai o no; ciò che i social network possono creare è un sostituto. La differenza tra la comunità e la rete è che si appartiene alla comunità, ma la rete appartiene a voi. È possibile aggiungere amici e eliminarli, è possibile controllare le persone con cui siamo legati. La gente si sente un po’ meglio, perché la solitudine è la grande minaccia in questi tempi di individualizzazione”. La rete e le communities favoriscono sempre di più incontri sentimentali, il tempo è poco e quello passato online è molto dedicato durante il giorno. Nascono relazioni fluide in rete e non. Relazioni, sempre più temporanee, reversibili, asimmetriche, ma incredibilmente più autentiche. Una vera rivoluzione culturale nelle forme di convivenza è in atto: oggi in Italia ci sono 4,8 milioni di single non vedovi +52,2% – dato 2003/15,

1,5 milioni di genitori soli +107%,

libere unioni +108%,

famiglie ricostituite non coniugate +66,1%,

mentre nello stesso arco di tempo diminuiscono le coppie coniugate -3,2%. Nell’ultimo anno sono stati 139.611 i bambini nati fuori dal matrimonio +59,9%.

MILLENIALS, WELFARE DEI CONSUMI. Nel turbinio dei numeri percentuale i millennials: giovani coppie con meno di 35 anni che fanno fatica a stare insieme e non per amore&sentimento, ma per proiezione. Come abbiamo visto dai dati, è per la durevole difficoltà economica che le coppie tendono al litigio e allo scontro quotidiano. Dal report risultano avere un reddito più basso del 24,3% rispetto ai coetanei di venticinque anni fa. Considerati i numeri il mercato si organizza, e tenta di intercettare il bisogno con un un “welfare dei consumi” . L’operato e le strategie dei player della distribuzione moderna organizzata, che hanno lavorato su prezzi e promozioni hanno materializzato una concreta possibilità per le famiglie di riempire il carrello della spesa in base alle proprie capacità economiche.

JOBS ACT, CERVELLI IN FUGA. Per quanto attiene al lavoro, l’innovazione normativa con l’introduzione del jobs act, della decontribuzione,  con i contratti a tutele crescenti, non hanno sortito l’effetto desiderato. La forte richiesta dei voucher: 277milioni di contratti stipulati tra il 2008 e il 2015 hanno favorito la messa in regola del lavoro solitamente sommerso e questo è un risultato, ma ha alimentato soltanto l’area delle professioni non qualificate, il mercato dei “lavoretti”. A questa azione di messa in regola del sommerso, non ha corrisposto un aumento della crescita economica. I contratti a tempo indeterminato 32,4%, tempo determinato 63,1% – dati 2015.

Gli altri emigrano vanno all’estero, ed è già da un po’ che scelgono altre nazioni, altri stati per vedersi riconosciute le proprie competenze con compensi di gran lunga superiori a quelli che avrebbero percepito restando nel Bel Paese. Non è fuga di cervelli, il cervello quando funziona si orienta e decide. Altri ancora emigrano per imparare una lingua imparando un mestiere imparando che c’è qualcosa che funziona con normalità, lontano da casa.

POLITICI, EUROPA E LIRA FUORI O DENTRO. Fuor di retorica c’è il vivere quotidiano, il riconoscimento sociale, il riconoscimento professionale, il riconoscimento alla responsabilità, al dovere. La retorica politica invece ci tiene incollati agli innumerevoli talkshow con termini quali globalizzazione, Europa, democrazia del web. Argomenti che appassionano il popolo e che negli anni hanno avuto significativi spostamenti di opinione. Per quanto forse percepito, i numeri ci restituiscono una realtà diversa, data dal 67% dei contrari all’uscita dall’Unione Europea contro un 22,6% di favorevoli. Come per il ritorno alla nostra antica moneta la lira: contrari il 61,3%, favorevoli il 28,7%. La nostra classe politica è maestra nell’appropriarsi retoricamente d’identità collettive, “le persone dicono”, “i lavoratori pensano” “è il Popolo che lo chiede”, “il Potere Al Popolo”. Ed è da diversi anni che lo scambio di offese fatte di parole “grasse” ha raggiunto livelli molto poco edificanti di civiltà condivisa. Si è dato inizio più di vent’anni fa con una icona degli anni novanta, la straordinaria canotta del Bossi rivendicata con orgoglio padano in Villa ad Arcore, guardata con sorniona complice compiacenza dall’uomo più ricco ed influente d’Italia in quel momento Silvio Berlusconi. Si è proseguito adottando il linguaggio verbale della canotta ad ogni scontro, con l’evocazione di ruspe, deportazioni, e tutto quanto il resto, compresi gli animali dell’aia. Nel popolino, già l’incerto italiano ha ceduto il passo allo sbiascico e al dialetto estremo rivendicato come zona offlimits, come marcatura di genere, come rivendicazione sociale, mutuato dal campione di turno o dall’attorato del puntuale cinepanettone. Il politico pronto e sensibile, si è adeguato al linguaggio comune, scegliendo quello più immediato, più triviale. Strizzando l’occhio alla povera gente, che compiaciuta e gratificata intanto rimane tale.

PADRI DELLA PATRIA. La sostanziale differenza, la spaccatura sociale e culturale è, a mio modesto parere, anche nello scambio di proiezione che ebbero due nostri politici storici in seno alla costituente: Alcide De Gasperi e Giulio Andreotti.

Alcide De Gasperi sosteneva che il Politico con la sua cultura, con la sua conoscenza doveva permeare la società, introdursi e capillarmente raggiungere ogni angolo del Paese, ogni persona, per permettere a tutti di migliorarsi e di evolversi in una comunità che avrebbe dovuto confrontarsi con una Nazione ed una Europa nascente.

Giulio Andreotti non fu d’accordo con l’analisi appassionata del collega, e rispose con la sua proverbiale e cinica flemma che il politico non doveva assolutamente farsi carico dell’incultura del popolo, del suo non sapere, non era questa la missione. Il politico doveva cercare consenso, capillarmente si, ma per ottenerlo doveva impegnarsi a somigliare al popolo semplice, semplicemente.

De Gasperi conosceva l’Europa, Andreotti conosceva gli italiani.

 

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18 agosto del 1534 a largo di Ostia le truppe del Califfo Solimano I° detto il Magnifico stazionavano in attesa dell’ordine supremo: attaccare Roma.

La Comunicazione è nella storia, racconta il nostro presente e ci svela il nostro futuro. Ancoraggi, analogie, riflessioni.

Al comando della flotta, il corsaro barbaresco Khareddin detto il Barbarossa e il suo braccio destro, un cristiano rinnegato, Aydin Rais denominato Cacciadiavolo. Il Barbarossa tra il 1520 e il 1529, quindi per circa dieci anni, si mosse nel mediterraneo alla conquista dei principali porti costieri dell’Africa del nord per spingersi fino a Gibilterra, decidendo di stabilire la sua base strategica ad Algeri. All’epoca in quelle zone emigrarono molti mori dalla Spagna; in tutto ne furono espulsi circa 300.000/350.000.

Entro il 1526 l’Islam era stato bandito in tutta la Spagna, eppure molti moriscos continuavano in segreto a praticare la loro religione. Perlopiù, mantennero la loro identità culturale come popolo. All’inizio l’adesione meramente formale dei moriscos al cattolicesimo era tollerata. Dopotutto avevano un ruolo importante come artigiani e contadini e pagavano anche le tasse. Eppure i moriscos cominciarono a essere odiati a causa del loro rifiuto di integrarsi e divennero oggetto di discriminazione sia da parte del governo che della gente comune. Con tutta probabilità tale pregiudizio era alimentato dalla Chiesa, che nutriva sospetti sempre più forti sulla sincerità della loro conversione. Ben presto la tolleranza lasciò il posto alla coercizione. Nel 1567 venne emanato un decreto dal re Filippo II che vietava la lingua, l’abbigliamento e le tradizioni dei moriscos. Questo provvedimento fu nuovamente causa di ribellione e spargimento di sangue. Secondo gli storici, i sovrani spagnoli si convinsero che “i moriscos non erano né buoni cristiani, né sudditi leali”. Per questa ragione furono accusati di cospirare insieme agli altri nemici della Spagna: i corsari berberi, i protestanti francesi e i turchi, di favorire un’invasione straniera. Ma in tutta questa resa non mancarono episodi di rivalsa da parte della flotta del Barbarossa e del prode Cacciadiavolo ai danni della favolosa flotta ispanica. Il 28 ottobre 1529 tra i flutti di Formentera inflisse una sonora sconfitta alla flotta nemica. Solo una galea riuscì a mettersi in salvo, le altre sette navi furono catturate e rimorchiate nel porto di Algeri. Dove fecero bella mostra di se e certificarono la superiorità corsara che era riuscita a battere in uno scontro navale uno tra i più forti imperi del mondo. L’orrenda sconfitta fece da eco al valore del corsaro Barbarossa che si diffuse sulla terra ferma per arrivare alla corte di Francia.

E qui partono alcuni paralleli che favoriscono riflessioni su accadimenti lontani che per come si sono svolti potrebbero somigliare a ciò che sta avvenendo. Dopo la pace di Cambrai (firmata il 5 agosto 1529 nell’omonima località della Francia settentrionale che pose fine alla guerra della Lega di Cognac), Francesco I Re di Francia per contrastare l’imperatore asburgico nelle sue mire espansionistiche anche verso i balcani, cerco e trovo un’alleanza sottobanco con l’impero ottomano. L’ufficiosità del contratto favoriva concordate fughe di notizie da Istanbul per cui l’incertezza e l’instabilità in Europa regnava sovrana.

Giulio de’Medici – Papa Clemente VII alleato strategicamente con il Re di Francia in ragione di un bilanciamento con il potere asburgico non sentendosi del tutto sicuro e non fidandosi del suo alleato era comunque pronto a rifugiarsi ad Avignone. Le truppe ottomane avrebbero dovuto sbarcare in puglia per poi risalire fino a Napoli senza colpo ferire facilitati dal popolo e dai baroni napoletani alleati dei francesi e ostili al Re di Spagna.

Francesco I impudente stratega, cinico tra i cinici, agli inizi di febbraio del 1532 invio una lettera al Papa che avrebbe dovuto leggere in concistoro. Nella missiva il Re si scusava di “non poter mettere a disposizione la sua flotta per la difesa delle coste italiane in caso di attacco dei mori” perché era impegnato a fronteggiare le iniziative del corsaro Khareddin detto il Barbarossa.

Il Barbarossa invece era a pieno titolo parte del contratto tra Francesco I Re di Francia e il Sultano dell’impero ottomano Solimano detto il Magnifico. Era comandante dell’offensiva contro la penisola italica nominato per il suo valore da Solimano, Grande Ammiraglio (kapudan pasha), nonché quarto pasha dell’impero ottomano, un’onorificenza tra le più prestigiose.

La disincantata Realpolitik di Francesco I° era dettata da una serie di sconfitte e dalla sua mania di istintiva vendetta che nel tempo lo resero infido e torvo, in netto contrasto con l’immagine di luminoso re cavaliere di età giovanile dove trovava naturale un accostamento ai suoi illustri predecessori: Costantino, Carlo Magno e San Luigi IX. Al corrente del progetto ottomano, fin nei minimi dettagli d’invasione dell’Italia, lo condivise e spinse su Solimano per dare la precedenza ad esso anziché indugiare sul fronte dei Balcani.

La fuga di notizie non cessò, e si diffusero le indiscrezioni per quello che venne definito già allora uno “spregiudicato maneggio”. L’opinione pubblica dell’epoca accolse la cosa non certo bene e l’immagine di Francesco I° subì un tracollo verticale. Non se ne dette però troppo cura, affermando che la Penisola doveva essere conquistata non con il carisma ma con l’uso delle armi.

Intanto Carlo V d’Asburgo non stava di certo a guardare. Il Re di Spagna padrone di un impero che si estendeva su tre continenti dove per l’immensità dei territori “non tramontava mai il sole”, sottrasse al bilioso Francesco I°, l’Ammiraglio Andrea Doria Signore di Genoa utile nelle strategie navali nel mediterraneo, con cui condivise che “ il progetto d’instaurazione di un ordine europeo cementato dalla religione e dalla lotta contro l’infedele“ aveva perso di senso. E fu solo per mettere in serio imbarazzo il Re di Francia se fece girare l’idea di una nuova crociata.
Francia all’angolo, costretta ad aderire e a contribuire con uomini, mezzi e capitale all’ l’impresa anti ottomana avrebbe così vanificato l’accordo “segreto” con l’impero ottomano. L’ accordo si raccontava fosse stato firmato e contro firmato e per quanto si sapesse si trovava nelle mani di Antonio Rincòn agente spagnolo passato dai servizi dell’imperatore a quelli del Re di Francia.

Solimano forte dell’alleanza con Francesco I attaccò i Balcani con 28 mila fanti e cinquecento cavalieri nel maggio del 1532. Successo dopo successo entro trionfante a Belgrado il 24 Giugno. L’imperatore turco dopo quella importante conquista si aspettava una coraggiosa sortita dall’ambiguità da parte di Federico I°. Si aspettava di essere affiancato nella vittoria, anche perché aveva sempre considerato il Re di Francia come “ un volenteroso collaboratore, appartenente al campo degli infedeli che, persuasosi dell’ineluttabilità del passaggio dell’Occidente alla vera fede, si prestava meritoriamente a favorirla”.

Francesco I° non usci allo scoperto, si sottrasse alla ribalta della vittoria. Aveva comunque notato che dei due fronti da aprire soltanto uno quello dei Balcani, era stato rispettato. L’invasione della penisola italica programmata per l’estate del 1532 l’atteso attacco, non avvenne.

Un paio di scuole di pensiero, dove la prima narrà di dissidi e gelosie con alti dignitari della corte ottomana, che mal sopportavano privilegi ed elargizioni in titoli e ricchezze per il corsaro da parte dell’imperatore turco, dall’altra giravano voci che Andrea Doria avesse “avvicinato” il Barbarossa per conto di Carlo V d’Asburgo.

Solimano detto il Magnifico rimasto solo rinuncio all’affondo. Così il Re di Spagna il 23 Settembre del 1532 entro in una “Vienna esultante per la scampata sofferenza di un nuovo assedio”, Carlo V venne acclamato “quale campione della lotta dell’Europa cristiana contro i turchi” e gli fece assaporare uno “dei più inebrianti momenti di gloria della sua esistenza”. Papa Clemente VII non fù propriamente entusiasta di quell’impresa, sempre preoccupato com’era del predominio incontrastato del Re di Spagna sui territori d’Europa. Per questo noncurante della cinica ambiguità dimostrata da Francesco I° lo volle riabilitare agli occhi del mondo cristiano, concedendo in sposa sua nipote Caterina de’Medici, al figlio secondogenito del re francese, Enrico duca d’Orleans, destinato a diventare sovrano con il nome di Enrico II.

Metà del seicento, ma per analogia ancora oggi: un’Europa che si vuole unita nella bandiera del cristianesimo ma irreversibilmente divisa negli interessi economici di campo, che non disdegna accordi con il “nemico”, dove l’unica ragione di contrasto non è la religione ma territori e popoli da conquistare e sottomettere a braccetto, mostrando i muscoli, vendendo armi.

Nell’Agosto del 1534 il Beylerbey (governatore) di Algeri mosse contro le coste meridionali d’Italia. Dopo l’assedio di Fondi Terracina e Sperlonga il 18 di Agosto Khareddin detto il Barbarossa ormeggiava a largo di Ostia in attesa di sferrare l’attacco a Roma. Nel frattempo Federigo I° riabilitato dal Papa e incoraggiato dallo stesso ad agire nei modi a lui più consoni che ben conosceva, inizio un corteggiamento con relative sovvenzioni a favore dei principi protestanti in contrasto con l’imperatore Carlo V. Si spinse fino “ad inasprire” la spaccatura tra Roma e il Regno d’Inghilterra, avvenuta a seguito dello scioglimento del matrimonio tra Enrico VIII e Caterina d’Aragona, tutto pur di provocare una spaccatura insanabile tra i tudor e gli Asburgo.

Barbarossa forte di 70 galee, 12 galeotte e 2000 uomini non attaccherà la citta del Papa. Si asterrà “nessun altro all’infuori del Sultano doveva avere l’onore di mettere le mani sulla città eterna e solo a lui spettava di decidere se porla a ferro e fuoco oppure risparmiarla in un eccesso di generosità”. 18 agosto del 1534.

 

Fonti:
Ernle Bradford – l’ammiraglio del sultano. Vita e imprese del corsaro barbarossa (mursia)
Marco Pellegrini – Guerra Santa contro i turchi (il mulino)
Marco Pellegrini – le crociate dopo le crociate (il mulino)
Giovanni Ricci – Appello al turco (viella)
Maurizio Pagliaro – Sallmann CarloV (bompiani)
Salvatore Bono – Corsari nel mediterraneo (mondadori)
Gastone Brescia – L’Arte della Guerriglia (il mulino)
Paolo Mieli – il Re complice dei jihadisti (corsera)


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TEMPO DiVINO NELLE TERRE DI ALBIONE.

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Non c’è dubbio, sta cambiando e qualcosa è già cambiato. Quest’estate, ma in verità già da qualche anno, molti luoghi comuni sono stati messi in discussione, sono stati rimossi,
sbriciolati. Il solleone, anche quest’anno, è stato indiscusso protagonista a latitudini finora mai costantemente accarezzate. Popolazioni del nord Europa, incoraggiate dai caldi raggi, sono state viste migrare verso le proprie zone costiere armate di sdraio, ombrelloni e piedi ammollo con tanto di selfie, irriverenti prove da esibire sui social e dedicati al resto del continente. Londra 32, Copenaghen 30, Glasgow 28, sono queste le gradazioni raggiunte nella stagione calda da alcune città europee notoriamente conosciute come “tiepidine”.

I cambiamenti climatici in atto sconvolgono i naturali usi e costumi di lontana memoria scolastica; ridisegnano la nostra mappa concettuale del mondo, ci forniscono nuove informazioni che dovrebbero rimuovere le vecchie. Ridisegnano Genti e Territorio.

Brindiamo allora all’Estate democraticamente diffusa, perché c’è il bisogno di cogliere e accogliere, incuriositi, il buono dal nuovo. Ecco, nell’atto di brindare notoriamente si confrontano da sempre due scuole di pensiero: la prima considerata un po’ snob, è quella che senza se e senza ma stappa (senza fare rumore) una bella bottiglia di champagne; l’altra, a volte snob di ritorsione, è quella che con patriottico orgoglio stappa (con rumore) il suo bel prosecco vantando l’italico sorpasso sui cugini francesi. Nella guerra planetaria delle festose e inebrianti bollicine si fa strada, spinge  non più  all’orizzonte il terzo incomodo, lo Sparkling wine direttamente dalle terre di Sua Maestà Britannica.

Eh già, Il riscaldamento globale è venuto in soccorso dei sudditi di Sua Maestà. Lo spostamento delle fasce climatiche verso nord ha permesso di ottenere nel sud dell’Inghilterra le stesse temperature finora presenti nella regione della Champagne.

L’Inghilterra ha avuto da sempre un clima troppo rigido per poter sperare in una giusta maturazione del frutto di Bacco. Con l’inversione di tendenza, i novelli cantinieri britannici,  si sono trovati nella possibilità di produrre un loro spumante, metodo classico di alta qualità. L’idea di produrre un’alternativa anglosassone di qualità allo Champagne, nacque verso gli anni ’80 e  lo spumante rappresenta oggi circa i due terzi dell’intera produzione vinicola britannica, coprendo lo 0,25% del fabbisogno interno. Comunque piccolo, lo Sparkling batte lo Champagne! Tim Atkin, noto Master of Wine di Sua Maestà, dichiara al Times  di essere orgoglioso di quanto stia accadendo in U.K. . Il clima così come si sta delineando favorisce ogni anno la nascita di nuove cantine: si vendemmia nel Kent  come nel Sussex, nell’Hampshire, nell’isola di Wight, nella Cornovaglia, nell’Oxfordshire, nel Galles, in Scozia e perfino nei dintorni di Londra.

L’inversione di tendenza climatica per l’Inghilterra si traduce in ettolitri. E negli assaggi alla cieca  dei concorsi internazionali,  per intenderci quelli con le etichette nascoste, i vini sono così competitivi da superare quelli di molti altri Paesi, Italia e Francia compresi (Corsera). L’Indipendent attacca a testa bassa: ad aver messo le bollicine in bottiglia fu un certo Christopher Merret nel 1662, cioè trent’anni prima di un più ben noto monaco francese passato alla storia, Dom Pierre Pérignon a cui però viene riconosciuta la primogenitura . L’inappuntabile “Times” a questa affascinante svolta vitivinicola, ha  invece dedicato un editoriale, dai toni pacatamente patriottici: «E’ il rinascimento del vino Inglese» con un “remember” ai cugini francesi: «La nostra storia enologica è più antica della vostra.  Nel censimento voluto nel 1086 da Guglielmo il Conquistatore qui c’erano 40 vigneti». Nove secoli dopo, i vignaioli sono più di 500. Più di 2.000 gli ettari a vigna. La produzione in 5 anni è quasi raddoppiata, raggiungendo i 5 milioni di bottiglie. La previsione è di arrivare a 10 milioni nel 2020. Tre bottiglie su quattro sono di spumante. In metà dei vigneti sono stati piantati Chardonnay, Pinot Noir e Pinot  Meunier, i vitigni tradizionalmente usati per  lo Champagne.

Crolla un luogo comune, il “Times” ricorda ancora che, fino a pochi anni fa, se si parlava di un prodotto britannico con «note floreali e acidità bilanciata, si pensava a un deodorante per ambienti più che a un vino». Nove i trofei vinti dalle bollicine britanniche nelle ultime 16 edizioni del Best International Sparkling Wine.

Queste cantine con i loro prodotti di qualità, in poco tempo hanno conquistato intenditori da tutto il mondo. Jancis Robinson Mary esperta di vini per il Financial Time e consulente per la Cantina di Sua Maestà Elisabetta II fa riferimento alle produzioni di: Bride Valley, Camel Valley, Chapel Down, Coates & Seely, Court Garden, Digby, Furleigh, Gusbourne,  Hambledon, Hart of Gold, Hattingley Valley, Hush Heath, Nyetimber, Ridgeview, Winston. Se volete togliervi il dubbio, acquistate e sorseggiate. Molti di loro vendono via internet. Visitando i loro siti, l’atmosfera che ci si presenta è quella giusta: veduta di filari al sole, vendemmia felice, proprietari sorridenti e soddisfatti della loro oramai radicata passione.

Sembra di stare in quei luoghi magici nel Chiantishire (Italia) dove gli inglesi hanno già da tempo acquistato vigne e nobili cantine e stabilito la loro residenza da Buen retiro e, nel resto del Paese Italia insieme a facoltosi ed illuminati tedeschi hanno risollevato e reso competitive diverse Etichette, destinate per incompetenza ed atavica arroganza, all’oblio. A noi italiani non so, ci piace vincere facile il sorpasso di vendite del prosecco a danno dei cugini con lo champagne ci ha reso una nazione felice. Prosecco batte Champagne!?! Ma non è lo stesso prodotto:  costa la metà o un terzo anche  un quarto se valutiamo la media commerciale. Non è la stessa lavorazione, non è la stessa qualità, è un’altra cosa! I francesi, consapevoli da dove arriva il pericolo, non ci stanno, partono alla riscossa, passano la Manica. Taittinger, la maison di Champagne ha già comprato 70 ettari nel Kent.

Nel frattempo un altro luogo comune sta per essere superato, ed è quello della cucina. Chi non ricorda John Cleese, dei Monthy Python in “Un pesce di nome Wanda” tessere le lodi alla cucina inglese con: «Il contributo inglese alla cucina internazionale: la patatina.   E cosa mangiano gli inglesi con le patatine per renderle meno squallide?… il pesce!»

Frase peraltro attribuita ad un altro eccellente suddito di Sua Maestà, Glenda Jackson che in altra occasione, per rimarcare il sense of humor inglese, aveva dichiarato:« l’Inghilterra è l’unico paese dove il cibo è più pericoloso del sesso». E William Somerset Maugham , scrittore e commediografo britannico  considerava che  «Per mangiare bene in Inghilterra, si dovrebbe fare colazione tre volte al giorno»

Bene, quest’anno a vincere il premio come migliore ristorante al mondo è stato il nostro Massimo Bottura e la sua Osteria Francescana di Modena. Tra i primi dieci: francesi, spagnoli, al sesto posto il Noma di Copenhagen, Danimarca dove lo chef danese René Redzepi ha come obiettivo da sempre di reinterpretare la cucina nordica (lo scorso anno oro). In questa classifica delle migliori cucine al mondo dove lo scontro tra tradizione e innovazione è senza esclusione di colpi, spadellano a pieno titolo: Il Dinneby Heston Blumenthal di Londra dove  lo chef Ashley Palmer-Watts punta al meglio con i piatti di pesce, attingendo dalla storia inglese dei secoli passati, e il Clove Club sempre di Londra a cui è andato il Premio Highest new entry.

Le cose come si vede cambiano, lentamente ma inesorabilmente cambiano, cadono miti , leggende e luoghi comuni, in molti tengono duro non cedono al nuovo, rimanendo padroni felici del loro sapere che sa di ineluttabile tramonto. So Prosit! The English Sparkling Wine is here.


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TEMPO RELATIVO

Lettura 2/3 min.

Non c’è dubbio, le relazioni sociali stanno conoscendo anni di crisi.
Una crisi determinata dall’incapacità di stabilire rapporti che durino nel tempo. E’ tutto un mordi e fuggi. E’ un prevaricare, con arroganza, di posizioni non nostre. Nessuno sta al suo posto: inteso come posizione di competenza. E’ un fiorire di opinionisti, tuttologi, comete che durano giusto il tempo di una fugace chiacchierata senza impegno, soprattutto senza vergogna. La vergogna è un sentimento in disuso, oserei dire desueto. Non si applica. Il fatto di essere cosi maldestramente presenzialisti, induce chi ha buon senso a ritirate strategiche in riserve ghetto, dove usa ancora l’anacronistico rito di stare in silenzio ad ascoltare gli altri mentre parlano e di abbeverarsi al sapere competente, in religioso silenzio, aspettando il proprio turno. Qualcuno chiama tutto questo semplicemente educazione. La verità è che probabilmente siamo vittime di un individualismo sfrenato, che ci affligge da un po’ di tempo a questa parte, è chiaro che il bisogno che abbiamo dell’affermazione del Sé, ci porta a vedere gli altri come una minaccia: ostacoli da superare a qualsiasi costo. I programmi televisivi, modelli ancora di educazione del nostro tempo, non fanno altro che assecondare questo pensiero: i reality show politici eo “d’acchiappo”, sono un esempio lampante di competitività sfrenata e basati sostanzialmente sull’inimicizia conflittuale e sulla cafoneria diffusa.
Non abbiamo tempo per capire l’altro, abbiamo tante cose da fare. Non siamo contenti neanche del nostro tempo libero, non siamo per niente soddisfatti. Eppure in base ai dati istat di recente pubblicazione, andiamo di più al cinema, a teatro, in discoteca e allo stadio, è passata in dieci anni, dal 57,2% al 66,4%, la percentuale di italiani che si dedica a queste ludiche attività. Anche se su tutte trionfa incontrastata ancora la televisione, forte del suo 91,1% riferita alla popolazione con oltre i tre anni di età, che la guarda più di una volta alla settimana e tra questi l’88,4% lo fa con frequenza giornaliera. L’istat ci dice ancora, con i suoi cinici dati, che non ci basta e non ci piace il tempo che passiamo con i nostri amici. Ma non ci piacciono nemmeno più gli amici. E’ possibile che con il nostro frenetico pressappochismo manchiamo di concentrazione, diamo tutto per scontato e tutto ci è dovuto, perché il saldo per noi deve essere sempre in attivo. Il nostro debito nel dare agli altri ci trova sempre distratti o quantomeno indifferenti. Non ci soddisfa nemmeno viaggiare. Eppure viaggiamo molto per puro divertimento: nel 2014 sono stati 63 milioni e 632 mila i viaggi con pernottamento, compiuti dai residenti e di questi soltanto 8,2 milioni sono stati pernottamenti legati a motivi di lavoro. Viaggiare è come fuggire. Andare lontano per qualcuno equivale ad allontanare il problema. Invece così facendo si allontana, si sospende per un po’, soltanto la soluzione. In un tempo, non meglio precisato, qualcuno pronunciò la famosa frase “tutto il mondo è paese”. Tra le tante e diverse interpretazioni che si possono dare a questa affermazione, a me piace pensare al fatto che, quando si sta bene con se stessi, il tramonto è un momento magico di per sé, al di là che il sole cali a Colleferro o ad Acapulco. Si narra difatti, a sostegno di questa tesi, che sono stati avvistati accalorati litigi sui lungomari più esclusivi. I duellanti, in preda ad un attacco di prevaricazione selvaggia, si dimostravano indifferenti ed insensibili alla coreografia offerta dal posto, ad un prezzo , per altro, non proprio economico. Forse l’intolleranza verso gli altri è dettata dalla nostra incapacità di stare al mondo. E’ data dai nostri limiti ad entrare in relazione con gli altri, perché questo presuppone una verifica seria dei nostri limiti. Una denuncia trasparente delle nostre incapacità. Va da sé, che questo consegnarci agli altri, presuppone un atteggiamento di forza interiore, di onestà intellettuale e di una solidarietà umana che notoriamente ci fa difetto. Non coltiviamo questi sentimenti, perché non abbiamo tempo. Beh, forse è venuto il momento di dirci la verità. Non è il tempo che ci manca, ma il coraggio. Questo sentimento, che in tempi remoti nobilitava i cavalieri, oggi è in difficoltà a nobilitare gli uomini. Lo specchio ci ripugna. Non abbiamo il coraggio di vergognarci. Come già detto, è una pratica desueta. E’ fuori moda anche chiedere scusa. Si fugge da se stessi, e dalle proprie responsabilità. Lo sport nazionale praticato dai “faccia da tolla” è addossare vigliaccamente ad altri le proprie colpe, provando a salvare meschinamente la propria posizione.
E’ inevitabile, in questo vivere annaspando, ansimando nella costruzione febbrile di una verità non vera, il tempo sarà giudice supremo. Quando sarà, presenterà il conto. Perché il tempo si sa, Lui, è un Galantuomo.

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Award adci best creative idea – IFF Capalbio – Man after machine

Colin Trevorrow, regista di Jurassic World e del prossimo Star Wars Episodio IX, è stato con noi. Ha avuto modo di curare e coordinare un workshop per pochi fortunati, un laboratorio creativo dedicato allo storytelling. E come è in uso nella cultura civile, il Maestro si confonde molto volentieri con tutti. Con i giovani colleghi, con noi della giuria, con i ragazzi dello staff, anch’essi giovani artisti prestati all’organizzazione. L’happening al Parco dei Tarocchi è disinvolto, informale, e di approfondimento e di divertimento collettivo. Colin Trevorrow è persona timida, riservata, siede su di uno sgabello, al centro di un emiciclo naturale di rocce e sassi, dove noi tutti troviamo posto. Parla con voce lenta e sempre riflessiva, beve un sorso d’acqua dalla bottiglia e ci racconta dei suoi esordi. E’ paterno nell’approccio, esorta la platea a provarci. Anche per il solo gusto di provarci. A metterci sempre passione e lavoro, senza fronzoli o stupide illusioni che spesso traducono un alibi in pesante macigno, che ferma o alla meno peggio ritarda un lavoro che dovrebbe essere ben fatto. Il suo lavoro d’esordio: un corto che ha richiesto un investimento di circa 7000,00 dollari, una buona prova d’autore visto che ha attirato l’attenzione di Steven Spielberg, e il resto è storia e lo sarà ancora.
Atteggiamenti informali, nessuno si è concesso, tutto molto naturale nell’interazione tra ruoli ed esperienze. Racconti di Colin e dei presenti, sensazioni, riflessioni, confronto ed arricchimento con le altre storie che libere, raccontano di altre esperienze. Si è creato così un ambiente rilassato, dove tutti parlano con tutti, non c’è ruolo, nazione, religione o credo politico che interferisca nel libero scambio di idee, sorrisi e proiezioni. Tutti coinvolti e accomunati dalla cultura. La cultura, in questo caso del cinema, che parla la stessa lingua in ogni luogo della terra. Gli occhi che brillano per l’opera compiuta e in concorso sono gli stessi sia per il giovane regista americano Graham Parkes di Where you are che per il più “maturo” regista tunisino Lotfi Achour di La Laine Sur Les Dos / Law Of The Lamb
 in concorso anche a Cannes.
Anche gli assenti hanno il loro fascino. The Takeaway Scenes presenti al festival con Jumpers, quinto loro corto, a cui è andato – AWARD ADCI BEST CREATIVE IDEA è un gruppo di creativi: Director Anonymous Written By Anonymous Cinematography Anonymous Editing Anonymous Music Anonymous Cast Anonymous, Anonymous. Sono fatti così giranno e fanno girare i loro lavori per i festival di tutto il mondo e di solito non ritirano i premi e visto il talento non escluderei, che i martedì possano perdersi, suonando in qualche locale di Manhattan.
Capalbio, mi verrebbe da dire e lo dico è cornice, paesaggio naturale, dove tutto questo può accadere. In questa cornice di calma apparente, tre giorni nella percezione di quanto fatto, si sono amplificati, sono diventati multipli di se stessi. Appuntamenti con Video Mapping, Storyboomers, Virtual Reality Experience, Interactive Documentary, tutto rigorosamente in lingua. La sera proiezioni di corti fino a tarda notte. Una full immersion di tecnologia e nuove tendenze dove la macchina dai tempi di Fritz Lang dichiara di voler sostituire l’uomo. Ma l’uomo non molla, tiene duro, guarda alle stelle, si ritrova e si raccoglie a notte inoltrata, puntuale ogni sera al Vecchio Frantoio per uno scarico di tensione con il favore di quattro chiacchiere, magari con un’idea in proiezione da condividere, davanti a un bicchiere di buon rosso.

THE AWARDS
in the suggestive Piazza Magenta, in the old town centre of Capalbio, the awards of the XXIII edition of CAPALBIO INTERNATIONAL FILM FESTIVAL were given. The festival was founded by Stella Leonetti – with Michelangelo Antonioni as its godfather and has now Tommaso Mottola as director. The International Competition Juries, was made up of the actress Pamela Villoresi, the producer Pietro Valsecchi, the actress and director Stefania Casini, the director of L’attesa with J. Binoche Piero Messina, the screenwriter Filippo Bologna and the writer Giuseppe Catozzella.
They gave the following awards:

GRAN PRIX BEST FILM: Where You Are by Graham Parkes
With the following reason: “The best narrative idea, realized and told in an extremely delicate and poetic way.
A film that touches your heart and soul. An intimate and delicate story about the relationship between father
and son and the difficulties in accepting its changes.”

GRAN PRIX BEST FILM DIRECTION: Lotfi Achour for La Laine Sur Les Dos / Law Of The Lamb
With the the following reason: “A story of power abuse and poverty. A world that is now close to us, depicted
with ability and irony. It is a bitter epilogue about the old abuse of power of the rich against the poor, told
withe the strength and simplicity of a tale by Phaedra.”

GRAN PRIX BEST CINEMATOGRAPHY: Yek An / A Moment by Naghi Nemati
With the the following reason: “A bitter story that reflects the situation in the south of the world. Its images
are blurred and brave, on different levels of an historical reality.”

GRAN PRIX SPECIAL MENTION: Partir / Leave by María Saavedra
With the following reason: “A wonderful story with extraordinary images and skillful protagonists. An on the
road film that stretched the boundaries of the world and life.”

The International Jury, made up of the actress and director Stefania Casini, the Israeli director Ayelet Albenda and the Norwegian producer Torstein Nybø, nominee at the Academy Awards, gave the following
awards:
WORLD OF MAPS PRIZE: Home by Daniel Mulloy
Withe the following reason: “Even tough it is a short film, dramatically it seems like a long one. So simple and yet so ingenious. It has a peculiar way of facing the gender issue, exchanging the roles. Is exemplary how the title is summarized in the final hug, symbolizing the home that will never be lost. A short that leaves the desire of watching more movies from the same director.”

AWARD ADCI BEST CREATIVE IDEA award to: Jumpers di Takeaway Scenes,the award was assigned by journalist and creative Giacomo Marsella
With the following reasons: “It is extraordinary how the directors manage to use an event that takes place once a year and use it as a theatrical stage. The roof of a building becomes a natural stage where you can go to either watch the stars or decide to jump off. With some fireworks as background the drama between two different generations takes place.The illusory improvisation hides the capability to analize and understand in a
second the right decision to take. The actors have sharp aspects and the dialogues are fast. The film shows how when there is a good idea, the story develops alone without the need for the producers intervention or technical devices.”

PH – FABIO MAZZELLA

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