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Think with ADCI – Broadcast Originality

Siamo ormai giunti al quarto appuntamento con Think with ADCI per cui, se fin qui ci hai letto con una certa attenzione, dovrebbe essere ormai superfluo ribadirti che si tratta della rubrica che deve i propri natali alla partnership tra ADCI e Think with Google.

Oggi ti parliamo di originalità, probabilmente l’argomento più spinoso e delicato da affrontare per i creativi di ogni specie. Con Cannes appena concluso, siamo tutti reduci da un’ubriacatura di idee e trionfi (a proposito: ben fatto, Italia!), ma anche da un turbine di polemiche di vario genere.

Il nostro pensiero va al povero Graham, la creatura mitologica di Clemenger BBDO che ha fagocitato Grand Prix come fossero noccioline ma che, poveretto, è stato tacciato di somigliare in maniera sospetta a una campagna inglese di oltre 30 anni prima.

Verità? Esagerazione? Chissene? Non è certo questa la sede per affrontare l’argomento.

 

L’unica cosa che ti diremo a riguardo è che abbiamo adorato Graham e la sua campagna, specialmente per i gran punti che ci ha fatto prendere al FantaCannes (se non sai cos’è, male! Ma puoi comunque dare un’occhiata qui per rifarti).

Una faccenda simile, se ci pensi bene, gira che ti rigira ti porta a tirare in ballo (di nuovo) il dibattito sul bisogno di contenuti originali di cui oggi tutti, professionisti della comunicazione e fruitori quotidiani, abbiamo un’inesauribile sete.

 

Ed è qui che entra in scena YouTube Red, il servizio premium che i ragazzi di Mountain View si sono inventati per offrire una valanga di contenuti originali e che sta raccogliendo risultati mica male in mezzo mondo.

*SPOILER ALERT*

Se pensi che questa piattaforma sia nata per rispondere ai colossi della tv digitale come Netflix o Amazon ci duole dirti che ti sbagli.

 

La verità è che l’obiettivo per il quale YouTube Red esiste è dare vita a contenuti e protagonisti promossi “dal basso”, cioè dalla community di utenti che ogni giorno decide cosa ha voglia di vedere e cosa invece reputa una perdita di tempo.

 

“La strategia è essere noi stessi, solo e semplicemente YouTube”, dice Susanne Daniels, Global Head Of Original Content di YouTube, in un articolo che puoi leggere per intero qui.

“Hai detto niente”, ribatto io.

 

Come ti abbiamo fatto notare qui qualche giorno fa, l’approccio genuino e non filtrato è uno dei pilastri alla base del successo di YouTube e mantenere questo DNA anche nella versione “premium” rafforza ancora di più il legame con la community.

 

Se ti fai un giro sul canale puoi renderti conto di quanto la piattaforma stia spingendo sulla produzione di contenuti originali e, soprattutto, importanti per gli utenti.

Più di trenta tra serie e film disponibili, tanto per cominciare, più l’intenzione di continuare a investire su questa strada ci sembrano un buon biglietto da visita che chiarisce subito le intenzioni di YouTube Red.

 

E i brand? Non c’è nessuno che pensa ai brand?

Ma certo!

 

In un ecosistema tanto lungimirante c’è spazio anche per le nostre piccole, adorate creature a forma di logo in basso a destra.

 

E la cosa bella è che, in questa nuova era di contenuti sempre più rilevanti per il pubblico, trovare il modo di rendere altrettanto significativa la presenza di un marchio, di un prodotto o di un servizio spetta proprio a noi creativi.

 

La sfida è eccitante, i mezzi potenzialmente sconfinati e i primi importanti risultati stanno già arrivando.

 

Ora che un po’ di informazioni te le abbiamo date (a proposito, ricordati che l’articolo completo di Google lo trovi qui; sì, l’avevamo già detto su, ma sai com’è, repetita iuvant) dicci cosa ne pensi sulla questione.


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Think with ADCI – YouTube, Your Pop.

Continua l’appuntamento con Think with ADCI, la rubrica nata dalla partnership tra il nostro Club e Think with Google.

Mentre probabilmente stai guardando in streaming su YouTube il Festival di Cannes, noi oggi parliamo – rullo di tamburi – proprio di YouTube, perché il contenuto è importante, ma senza contenitore non te ne fai granché, no?

Come avrà intuito ormai anche la persona più lontana dal concetto di “early adopter” (io, per esempio), la piattaforma di hosting video di Google è diventata un punto fermo all’interno del nostro sistema culturale e valoriale.

È inutile girarci troppo intorno: YouTube ha cambiato radicalmente la cultura pop, anzi, l’ha completamente reinventata.

Se mi avessero proposto, guardando il primo video nella storia di YouTube, di scommettere sul successo o il fallimento della piattaforma, avrei perso miseramente i miei denari.

Ma ti sei mai chiesto quale strada abbia portato YouTube dal video di un tizio allo zoo fino a diventare il punto di riferimento in cui tutti cercano ispirazione e informazioni per farsi un’idea di dove sta andando il mondo? Per capirlo devi analizzare il fenomeno da più punti di vista, in modo da comprenderne la complessità e i fattori che ne determinano il successo ogni santo giorno. Partiamo da un primo assunto: quando il tuo pubblico potenziale è l’intero pianeta, c’è la concreta possibilità che i tuoi contenuti possano risultare rilevanti per qualcuno, da qualche parte. Questo ha dato vita al fenomeno che Kevin Allocca, Head of Culture & Trends di YouTube, chiama delle nicchie di massa, vale a dire tutti quei fan dei contenuti più disparati e settoriali, che a seconda della tipologia possono contare numeri grandi, grandissimi o mastodontici. Dagli appassionati di bricolage estremo ai (più o meno) buongustai che aspettano la nuova puntata di Epic Meal Time, i pubblici che possono aver voglia di seguirti sono tantissimi. Basta (quasi) solo raggiungerli. 

Certo è però che la rivoluzione culturale di YouTube non la puoi considerare conclusa qui. Un ruolo altrettanto fondamentale e complementare ce l’ha anche l’elemento chiave alla base di ogni community, virtuale e non: l’interazione. YouTube è, per sua stessa definizione, un ambiente in cui la creatività vive grazie all’interazione. Io vedo il tuo video, ne parlo con la mia amica, che ne parla con un suo amico e, insieme, ne fanno una versione fuori di testa che diventa un cult. E se, per seguire l’esempio, tu sei un ballerino filippino e quell’amica con cui ne ho parlato è, ne dico una, Beyoncé* che decide di farne un video spettacolare, ti rendi conto benissimo che YouTube sta cambiando la percezione della cultura pop anche agli occhi di chi quella stessa cultura la crea ogni giorno.

Last but not least, ti ricordi qual è il payoff di YouTube? Esatto, Broadcast Yourself.

 

È proprio questo invito, tanto semplice quanto audace, che ci porta ad affrontare l’ultimo aspetto della faccenda. Su YouTube, in pratica, metti in scena te stesso, che sia la parte che preferisci o quella che odi di più non ha importanza. Quello che conta è che qualunque sia la porzione di mondo che ci offri attraverso il tuo video, sarà sempre filtrata dalle tue esperienze individuali, che andranno così a incontrarsi o scontrarsi con quelle degli altri utenti, dando vita ai fenomeni più disparati: da conversazioni infinite che si perdono nei meandri di pagine e pagine di commenti, alla creazione di format innovativi e capaci di superare barriere all’apparenza insormontabili. Vuoi un esempio? Visto che a Cannes si sta già facendo notare, è facile che tu conosca già la storia di questa ragazza che ha creato un talk show in cui intervista un sacco di persone famose nonostante un suo non esattamente trascurabile problema: è affetta da autismo.

Se vuoi sapere qualcosa in più di ciò che Google ha da dirti su YouTube, leggi direttamente l’articolo di Kevin Allocca qui.

 

*Nel caso te lo fossi chiesto no, non conosco davvero Beyoncé né credo la conoscerò mai. Ma una volta ho visto James Brown in aeroporto a Catania.


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Abbiamo vinto i Creativepool Awards e abbiamo deciso che ci meritavamo un’autointervista.

 

Il 29 marzo scorso si sono tenuti a Londra i Creativepool Awards. Con due shortlist in saccoccia, ho pensato che fosse il momento buono per andare a trovare il mio art di una vita, Andrea Foresi, e vedere se Shoreditch era ancora figa o se il fulcro del presobenismo si fosse ineluttabilmente spostato a Hackney.

Pur non essendo riuscito a decretare un vincitore nella diatriba di cui sopra, il mio viaggio non è stato poi del tutto infruttuoso, grazie ai due ori che ci siamo portati a casa quella sera nelle categorie Direct Mail e Music Composition.

La fregatura però era dietro l’angolo. Con l’open bar non adeguatamente compensato da stuzzichini (ancora con sta storia che eating is cheating… inglese, fattene una ragione, se bevi devi magnà), i morsi della fame e l’allettante prospettiva di una cena al turco di Shadwell, infatti, ci siamo persi il momento delle interviste al party.

Per questo abbiamo pensato che un’autointervista potesse risolvere l’impasse e quindi eccola.

Ale:
Andrea, complimenti. Hai un taglio di capelli davvero giovane. Ma adesso parlaci un po’ di com’è andata. Che progetti abbiamo presentato?

Andrea:
Intanto complimenti anche a te per la tua igiene personale. I progetti con cui abbiamo vinto sono due declinazioni secondo me molto intelligenti di due idee che ci frullavano nella testa da un po’.

Ale:
A noi che l’abbiamo creata, One More Bravo ha fatto sorridere molto. Raccontala un po’ anche a chi ci legge.

Andrea:
È semplice. Volevamo farci un po’ di sana autopromozione e cercavamo un modo per attirare l’attenzione dei direttori creativi londinesi, che giustamente ci sembravano più interessati ai premi che non a conoscere nuovi creativi. Allora abbiamo fatto l’unica cosa possibile: ci siamo spacciati per Adweek e abbiamo detto loro che avevano vinto un premio, noi. La cosa divertente è stata giocare sull’insight più vecchio del mondo dell’advertising: i pubblicitari sono dei gran vanitosi e, in quanto tali, non riusciranno mai a dire di no a un premio in più. Il tasso di risposte alle nostre email e conversione in colloqui è stato infatti altissimo, con nostra enorme soddisfazione.

Ale:

E invece Musician Mind-Reading? Leggere le onde cerebrali di un quartetto d’archi mentre suonava una polifonia complessissima: figata!

Andrea:
Sì, è uno dei progetti a cui siamo più affezionati. Lo abbiamo realizzato nel tempo libero, assieme a un gruppo di colleghi e amici di Wunderman UK – anche se il progetto è assolutamente indie, senza il supporto di nessuna agenzia – perché ci credevamo tanto. In pratica abbiamo registrato in presa diretta l’attività cerebrale di questi musicisti mentre suonavano e abbiamo convertito i segnali ricevuti in dati CVS, che ci hanno permesso di visualizzare – letteralmente – pensieri ed emozioni dei musicisti all’opera. E il tutto ci è costato solo 75£, il prezzo del caschetto per leggere e onde cerebrali.

Ale:
L’hai detto prima, si tratta di progetti del tutto indipendenti. Una bella soddisfazione vincere contro agenzie e network internazionali, no?

Andrea:
Sì, siamo saliti sul palco assieme a giganti come AKQA, AMVBBDO, Y&R… e noi eravamo lì solo come Andrea Foresi e Ale Miasi. Fa piacere vedere le proprie idee premiate, soprattutto se la concorrenza è di così alto livello.

Ale:
Un due a zero fuori casa che da italiani fa ancora più piacere, no?

Andrea:
Senz’altro. Siamo entrambi molto orgogliosi di questo risultato, soprattutto perché dimostra, ancora una volta, che la creatività made in Italy non ha nulla da invidiare al resto del mondo. Ed è una cosa che il nostro Paese dimostra ogni giorno, basta vedere la valanga di progetti mega che sono usciti negli ultimi mesi e che non mi sorprenderei di vedere trionfare a qualche festival in giro per il mondo, magari legato al mondo dei grandi felini, tanto per non fare nomi.

Ale:
Senti, ma tu hai idea di come si chiuda in maniera corretta un’intervista?

Andrea:
No.

Ale:
Eh, nemmeno io.