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Tredici ragioni per cui invidiavo Luchino. (di Agostino Toscana)

Il Saluto di Agostino Toscana a Luca Maroni.

1- Perché era bravo.

Come art director, come direttore creativo e come regista.

Quando prese la direzione creativa di Lintas, ad esempio, trasformò in pochi mesi una agenzia un po’ “ministeriale” in un luogo frizzante e creativo. Senza fare brillanti proclami, solo col bel lavoro e la leggerezza.

 

2- Perché era intelligente.

Luca era un pubblicitario istintivo. Capiva subito, leggendo uno script, dove stava l’idea, e si concentrava su quella. Per affilarla, per liberarla dalle sovrastrutture e dai manierismi, per renderla efficace.

 

3- Perché era disincantato.

Non era assolutamente vittima dei cliché. Li conosceva e li usava, ma non ne era schiavo.

Un giorno, col suo bel cono dell’adci appena vinto sottobraccio, mi disse: “Non ho merito, avevo questo bel titolo del mio copy e l’ho solo impaginato con una di quelle tipografie “omosessuali” che piacciono ai fighetti delle giurie”.

 

4- Perché era pratico.

Sosteneva che la maggior parte delle inquadrature si giravano con un 25 o un 50. E definiva i top shots come “quelle pippe che giri sempre e non monti mai”.

 

5- Perché era cool.

Cool in maniera naturale. Non esibiva mai ma era sempre preparato sull’ultimo film, canzone, rivista, fotografo, oltre che sulle pietre miliari. Era come se le novità cercassero lui e non il contrario.

 

6- Perché era un classico.

Contrariamente a quello che molti invidiosi dicevano di lui, non si è mai infatuato delle mode e degli stili. Insomma di quella orrenda parola che è “tendenze”. Dei suoi film si diceva che erano “alla Maroni”. Ha sempre avuto un suo stile, non correva dietro a quello degli altri.

 

7- Perché era invidioso.

Come tutti, ovviamente. Ma lui lo ammetteva. Se gli piaceva una cosa che avevi fatto, veniva a dirtelo: “Quanto mi sono girati quando ho visto il tuo ultimo film, avrei voluto farlo io!”

 

8- Perché era elegante.

Accidenti, se lo era! Non c’era verso di pedinarlo per scoprire dove comprasse le cose. Occhiali, pantaloni, scarpe, magliette. Certe giacche che sembravano essere nate con lui. Un dandy anglosassone, shabby al punto giusto. Se provavo a metterle io, quelle cose, sembravo uscito da un documentario sulla DDR.

 

9- Perché era un venditore nato.

Vederlo in presentazione o a un PPM era uno spettacolo. Riusciva a convincere quasi chiunque, senza forzare mai. Per lui era tutto sempre “no problem”, facile, possibile. Era “mister easy”, stemperava le tensioni, suggeriva soluzioni. Il contrario del regista permaloso, rigido e ombroso che non accetta nessun compromesso. Ma lui, con la sua tattica, otteneva quasi sempre praterie di libertà’.

 

10- Era veramente rock’n’roll.

Aveva con la cinepresa la stessa attitudine che aveva con la chitarra. Sul set possedeva quello che i rapper chiamano “flow”. Lasciava accadere le cose, in maniera spontanea, stava a vedere stupito e poi le assecondava, le seguiva, ne approfittava. Aveva uno stile alla Keith Richards, un dondolare casuale, all’apparenza improvvisato. E invece strutturato, solido, ritmico e compiuto.

 

11- Perché sapeva filmare le donne.

Sapeva come farle sembrare belle, eleganti, naturali. Come se le capisse. Sapeva sempre che lenti usare, che angolatura. Usava lo slow motion con competenza, conoscendo benissimo il momento in cui era opportuno servirsene. E il momento nell’ edit in cui gli sarebbe servito.

 

12- Perché amava la vita.

La amava più del lavoro, cosa non così scontata nel nostro ambiente. Si godeva ogni momento. Ogni bicchiere di vino, ogni “Eggs benedectine” a colazione, ogni room service a tarda notte in hotel e ogni nota strimpellata sui terrazzi, prima di andare a dormire. Per questo mi piaceva stare con lui, perché ti faceva credere che la vita fosse fantastica.

 

13- Perché mi ha lasciato un bel ricordo.

L’ultima volta che l’ ho visto, sembrava felice, pacificato, persino bello. Mi ricordo di aver pensato a come stava bene in sella a quella moto stilosa, con un’aria da ragazzo innamorato e il sorriso sotto gli occhiali scuri. E quel suo modo di salutarmi, senza la paura di usare quella parola antica e spesso considerata fuori moda: “Ciao, amico!”