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5 Replies

Quanto costa avere una vagina.

Avere la passera è un difetto. Un problema genetico. Una sfiga, per dirla tutta.
Avere la vagina non ti permette di fare un sacco di cose: non ti permette di fare quello che vuoi, non ti lascia arrivare in alto, non ti aiuta in niente. E non venite a dire la famosa frase “Le donne sono sedute sulla loro fortuna e non lo sanno”. Siamo sedute sulla sfiga, perché sembra che con la vulva arrivi ovunque, ma a conti fatti, quando si misura il mondo per talento, con numeri obiettivi guardando il lavoro, la professionalità, i dati, allora siamo fregate.
La posizione di noi portatrici sane di passera è in miglioramento, questo è il sunto della ricerca del Credit Suisse dedicata alle donne manager presenti nelle aziende (scommetto che a leggere come ho riassunto la questione si sentiranno male…), ma sta di fatto che avere il pisello è meglio.
La faccio facile?
Forse perché non c’è altra spiegazione ormai, nulla di convincente che io riesca a raccontarmi per capire per quale motivo le donne sono ancora così poco al potere. Ovunque.
È dimostrato che le aziende che hanno donne nei board o nei ruoli decisionali godono di una maggior stabilità finanziaria, sono più evolute, hanno una miglior gestione, ma come sempre quando si parla di ruoli davvero determinanti, allora diventiamo mosche bianche, sembriamo dei Panda in via di estinzione. In alcune facciamo la fine dei Dodo: spariti per sempre.
Come dire, siamo buone per rassettare le stanze dei bottoni ed eventualmente far presente dove sono i calzini, ma quando si tratta di mollare il colpo e lasciarci spazio non c’è verso: le donne non sono prese in considerazione.
Leggetevelo il trattato, è interessante. A me dopo cinque pagine è venuto il mal di pancia a forza di soffocare bestemmie. Volete sapere i motivi per cui le donne non vengono scelte? In genere si tratta di puri freni culturali (hups, ma dai!) oppure quando sono in posizioni di rilievo, occupano posti delle aziende dove poi non sarà più possibile far carriere (una notizia nuova, vero?)
Ci sono ambiti dove le donne non sono presenti perché reputati ancora assolutamente maschili, tipo l’ambito minerario (del resto i sette nani andavano a scavare la roccia, mica Biancaneve. Vorrei mica che basti una laurea per capire di cosa sia fatta la materia inerme. Minerali: questi oscuri elementi…).

Quello che mi fa specie è che più di ogni altra cosa ho la sensazione che gli uomini spesso non abbiano metri di paragone per questo disagio.
Vi è mai capitato di vedere delle tabelle dove segnano il vostro genere come assente o come “almeno una presenza”?
Non sto parlando delle domeniche di shopping da Zara: parlo di ambiti della vita che date per assodati come vostri, come cose che sapete fare e dove venite discriminati esclusivamente perché maschi. No, non credo che ce ne siano o che vi siano mai capitati. Soprattutto se fate parte del mondo pubblicitario.
Allora fate questo estenuante sforzo di creatività.
Da anni lavorate, venite riconosciuti come validi professionisti, eppure guadagnate meno degli altri. Vi sarà successo. Evviva. Ora pensate se quel metro di paragone riguardasse solo i centimetri di pisello. Non sto scherzando: è ormai solo questa la discriminante. C’è qualcuno che ha deciso che quelli che hanno un po’ più di carne di voi nelle parti intime automaticamente hanno più diritti. Stipendi più alti. Posizioni migliori. Qualcuno ha deciso che sono più bravi. Più roba sotto, tanta roba in più nella vita. È la natura, baby. Allora voi protestate perché, che cacchio, dopo anni passati a dimostrare che valete tanto quanto, non si può mettere in discussione il talento per via delle misure, no?

E invece no. Se siete sotto una certa soglia di centimetri va da sé che valete meno, che siete meno abili di natura, che non siete capaci, che siete deboli.
Voi obiettate che non dovete fare i pornodivi: dovete fare i pubblicitari. Che valgono solo le idee. Spiacente, ma ovunque, in agenzia, ci sono solo quelli con certe misure. Voi siete sotto? Ciao.
No, eh, ma nessuno ce l’ha con te, per carità. È che le cose vanno così.
E non si possono cambiare. Allora cominciate a pensare che il mondo gira lo stesso attorno a chi ha il pisello un po’ più corto. Che le cose si fanno e vengono bene lo stesso, che quella delle misure è una gran cavolata.
Escono un sacco di ricerche in merito e dimostrano che quelli con un po’ di centimetri in meno in realtà se chiamati ai vertici delle aziende le fanno funzionare pure meglio, perché quelli con il pisello lungo tendono ad avere una visuale più testosteronica, mentre già una sola presenza nel gruppo di uno con un po’ meno di pisello aiuta ad attivare nel gruppo decisioni più intelligenti portando spesso a ottenere soluzioni di successo.
Un dato di fatto calcolato e certificato.
Quindi perché non sostenere chi ha meno centimetri? Perché insistere a dare spazio solo a quelli con misure in più?
L’ostacolo, per noi donne, è che quei centimetri in meno- i nostri intendo- paiono essere insormontabili da anni. Il non avere il pisello ti marchia a vita.

Una quindicina di centimetri circa. Ecco che cosa divide me e molte altre donne dalla parità dei diritti, dall’equo e pari stipendio, dagli stessi diritti, dallo stare in capo a un’azienda. Una quindicina di centimetri che ci dividono dalla maniglia della stanza dei bottoni.

Io la proposta ce l’avrei: prendiamo in mano quei quindici centimetri circa e strizziamoli con forza, facciamo in modo che sia ben chiaro che non servono, che sono inutili.
Oppure rinunciamo alla vagina e facciamoci operare. Diventiamo tutte portatrici di pene e risolviamo il problema come propone Sarah Silverman. Alla fine è questo scotto che paghiamo: la vagina tax, la colpa di avere la passera al posto del pisello.

Una tassa che fa perdere alle aziende un sacco di denaro e di stabilità ogni anno.
E che fa perdere alle donne motivazione e opportunità.
Ma fa perdere anche agli uomini l’occasione di scoprire quanto sia diverso, complementare e gratificante avere una donna nel proprio team. O a capo di questo.

Ditemi la verità: perché non avete un capo donna? E se siete donne: perché non siete ancora al comando?

Mi piacerebbe sentire cosa ne pensate tutti, maschi e femmine – (a proposito: avete notato che le donne sono la minoranza nell’ADCI? Vi siete chiesti perché? No, la risposta non è perché sono meno brave.)

Vorrei l’opinione degli uomini: se sono d’accordo o meno nel lasciare loro spazio.

Io, nel mentre, ho deciso che no, preferisco tenermi la passera (non la baratterei mai con un pene: abbiamo una quantità di ricettori nervosi che ve li sognate, altro che il vostro orgasmo da tre secondi. Tzè!) – e combattere a modo mio contro la disparità di genere.

Non posso caricarvi la ricerca perché è troppo pesante, il sito non me lo consente. Se la volete chiedete a Guastini. E leggetela.
E poi se vi va ditemi perché nel 2014 non siamo ancora al 50% che mi fate un piacere.
Io non lo capisco. E non credo di non arrivarci perché sono donna.

Valentina Maran

NOTA (da massimo guastini): voglio molto bene a Valentina Maran, specie dopo tutti quei fatidici centimetri che ci regala sulla fiducia, tuttavia potete scaricare la ricerca direttamente a questo link.

  • PovereNoimapurepoveriloro.

    Quanto è vero. E devo dire che anche dando un’occhiata al consiglio ADCI, l’unica donna che è stata presa in considerazione (con ruolo marginale) è la moglie di uno di loro. Potreste dare il buon esempio :)
    Personalmente combatto anche io ogni giorno, ma è parecchio imponente la molte di pisellipiccoli da affrontare. Ovviamente non mi rivolgo all’intero genere maschile, sia ben chiaro. Peggio per loro, io non mollo.

  • Barbara Bonaventura

    Ciao Valentina,
    non ci conosciamo, ma mi permetto di dirti che non mi trovo d’accordo con il tuo articolo.
    Sai qual è il vero ‘blocco’ per la carriera della donna?
    La donna stessa! non diamo la responsabilità ai maschietti, è colpa nostra.
    E’ da quando ho compiuto 27 anni che bazzico per consigli di amministrazione, conferenze e premi vari. Quasi sempre l’unica donna presente.
    Han provato a farmi sentire ‘in difetto’? spesso.
    Gliel’ho concesso? quasi mai (salvo quando il fingermi ‘bionda’ mi ha fatto comodo).

    Mi è capitato di organizzare conferenze e tavoli di lavoro vari, ho sempre cercato di dare spazio alle colleghe. Si lo ammetto, un pochino discrimino al contrario: prima cerco ragazze in gamba e poi ragazzi in gamba.
    MA NON CI SONO!
    Probabilmente han fatto altre scelte nella vita, ma trovare una donna brava è veramente difficile.
    Sembra che impegnarsi per la carriera sia effettivamente poco interessante.
    Oggi ho 40 anni, spero che le donne più giovani abbiano più voglia di mettersi in gioco delle mie coetanee.
    Me lo auguro di cuore perché le donne manager sono risorse straordinarie.
    Senza polemica, solo il mio punto di vista.

  • Alessandro Lorica

    In medio stat virtus… Sicuramente il commento di Barbara è verissimo, ma anche Valentina ha ragione per certi versi. Ma farei un nome simbolico, così per suffragare maggiormente la tesi di Barbara… Christine Lagarde…

  • Alberto Tufano

    Roberta Sollazzi, Lorella Montanaro, Valeria Canavesi, Annamaria Testa, Paola Manfroni sono solo 5 nomi di grande creative che hanno saputo emergere e portare aria nuova nel mondo del lavoro (nel caso di specie il mondo della pubblicità) in cui si cimentano ogni giorno: non facciamo di tutta un’erba un fascio! Sicuramente ci sarà ancora qualche ignorante che ne discrimina l’ascesa, ma fortunatamente la cultura occidentale cerca di ridurre sempre più questa “vagina tax”.

  • eppure sono un uomo

    Sicuramente si può fare qualcosa per migliorare lo stato attuale delle cose. Ho partecipato a riunioni in cui i boss si spostavano per guardare meglio nelle scollature delle stagiste o delle belle ragazze presenti (tra l’altro con commenti degni di una galera) e ho visto e sentito colleghi dire frasi come “non mandare quella in riunione col cliente, è schiava del suo ciclo”. Sicuramente sono stati citati grandi nomi della pubblicità al femminile, ma se facessimo una lista completa dubito che si andrebbe oltre il ventesimo punto. Basta pensare a questo: direttori creativi donne, a Milano? NB: non CCD o falsi ruoli simili. Direttori creativi veri, quelli con l’ultima parola. Io ne conto 3. Forse 4.